Dalla Gnosi al Martirio

    Nell’eroica esistenza dell’Imam Hosseyn (as) rispondono quattro idee: gnosi (°Irfàn), amore, lotta sulla via di Allah (Jihàd), martirio.

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    Nell’eroica esistenza dell’Imam Hosseyn (as)1 rispondono quattro idee: gnosi (°Irfàn), amore, lotta sulla via di Allah (Jihàd), martirio. Esse irradiano da un unico centro, il sacro nome dell’Altissimo, da cui trae origine il loro splendore e il loro carattere eterno. Ad ognuno di tali concetti, che illuminano i discorsi  e l’esistenza dell’Imam Hosseyn (as), ci dedicheremo brevemente nei paragrafi che seguono.

    La Gnosi

    L’orazione di °Arafat, opera dell’Imam Hosseyn (as), risplenderà eternamente nella storia della gnosi islamica. Fu da lui pronunciata al cospetto di Allah (SwT)2, con gli occhi pieni di lacrime, nel pomeriggio del giorno di °Arafat ,3 sotto al cielo assolato del deserto di °Arafat. L’essenza stessa della gnosi impregna quest’orazione e nei momenti più elevati le conferisce una grazia particolare. In essa risplendono la potenza e l’unicità di Allah (SwT), la Sua scienza e il Suo dominio, e, inoltre, la misericordia, la grazia, la tenacia, il perdono e tutti quegli attributi di gloria e magnificenza che appartengono all’Altissimo.

     L’Imam Hosseyn (as), nella parte iniziale dell’orazione, riferendosi ad alcune delle grazie spirituali e materiali di Allah (SwT), dichiara la propria incapacità di ringraziare adeguatamente l’Altissimo dicendo:

       “Quale fra le Tue grazie, o Signore, potrei enumerare e ricordare, e di fronte a quale, fra i Tuoi doni, renderTi grazie, quando le Tue grazie e i Tuoi doni sono abbondanti e numerosi da trascendere l’abilità del più esperto fra i contabili e del più pronto fra coloro che hanno buona memoria?”

         In questa magnifica orazione dell’Imam Hosseyn (as) l’intera esistenza dell’essere umano è segno e testimonianza della grazia di Allah (SwT): dai più fini capillari dell’occhio alla complessità dell’apparato uditivo, dal cuore alle specificità del sistema nervoso. L’Imam Hosseyn (as) affianca due immagini: da una parte le grazie e i doni di Allah (SwT), dall’altra le debolezze e i difetti dell’essere umano4.

    Di fronte alla prima immagine egli descrive un universo di riconoscenza e umiltà mentre, di fronte alla seconda, chiede un modo di remissione e perdono.

    Nell’orazione di °Arafat, Allah (SwT) si manifesta nella Sua perfetta autosussistenza e ricchezza e l’essere umano nella sua assoluta dipendenza. In un passo del testo l’orazione, riferendosi all’eterno bisogno e dipendenza dell’essere umano, anche nel momento dell’abbondanza e della ricchezza, recita:

        “O Signore pur nell’abbondanza e nella ricchezza sono povero e bisognoso. Come potrei allora non essere bisognoso nel momento della povertà?”

        Perché, in verità, l’essere umano non possiede nulla in sé e dipende in ogni cosa da Allah (SwT), e lo stesso concetto è espresso più volte nel Sacro Corano.
    E ancora, nell’orazione, l’Imam Hosseyn (as) dice:

       “O Signore, pur essendo dotto sono ignorante, come potrei allora non esserlo laddove non conosco?”

       Questo passo ci fa riflettere sul fatto che non solo l’essere umano non possiede la scienza per sua virtù, ma la scienza che possiede è accompagnata  dall’ignoranza. Ogni scienza è mescolata all’ignoranza e ogni cosa conosciuta è accompagnata da mille cose sconosciute. Questo è il più alto atto d’umiltà che l’Imam Hosseyn (as) compie al cospetto di Allah (SwT).

    L’Imam Hosseyn (as) descrive inoltre, in maniera assai interessante due caratteristiche umane: da una parte il vuoto e la povertà insiti nell’essere umano, dall’altra la sua ricchezza e il suo valore. La prima caratteristica gli appartiene per sua natura, la seconda la deriva dal rapporto con Allah (SwT). Recita l’orazione:

        “O Signore, come posso ritenermi degno quando mi hai posto in condizione d’umiltà e di bisogno? Come posso ritenermi indegno quando mi hai legato a Te (facendomi Tuo servo e creatura)?”

         L’Imam Hosseyn (as) sul piano della conoscenza teoretica fa riferimento al concetto di °Eyn-ul-yaqin (testimonianza certa). Egli chiede ad Allah (SwT) di instillargli un timore ispirato dalla certezza della testimonianza, ossia dalla certezza del fatto che Egli è presente e testimone in ogni suo atto. Il timore deve insomma, essere ispirato esclusivamente dalla presenza magnifica dell’Altissimo.

    Sul piano della conoscenza empirica l’Imam Hosseyn (as) considera la felicità un riflesso del devoto timore di Allah (SwT). All’Altissimo chiede di renderlo felice attraverso la devozione e la temperanza.

    L’abbandono in Allah (SwT) traspare dall’orazione dell’Imam Hosseyn (as). Ad esempio laddove recita:

       “O Signore, come potrei essere preda dello sconforto quando Tu sei la mia speranza? E come potrei essere oggetto d’umiliazione e disprezzo quando Tu sei il mio sostegno?”
       
    E ancora, nell’orazione, l’Imam Hosseyn (as), colmo di fiducia e speranza in Allah (SwT), recita:

        “O Signore, in Te solo confido, non mi abbandonare. A Te solo rivolgo le mie suppliche, non negarmi il tuo conforto. A Te solo mi sono affidato, non allontanarmi da Te. Sono alla porta della Tua casa, non respingermi”.

        Nella gnosi dell’Imam Hosseyn (as) non esiste né sconforto o disperazione, né indugio o quiescenza.
    L’°Arif, lo gnostico islamico, non si rende preda dell’afflizione nel momento della disgrazia e del dolore, né tantomeno si abbandona nel momento dell’amore e della grazia; bensì, considerando Allah (SwT) un essere eterno e onnipotente, nel momento della disgrazia Gli  chiede conforto e nel momento del benessere Gli chiede una grazia ancora maggiore. I continui mutamenti che si verificano nel mondo sono una testimonianza autentica e sincera di questo argomento.

    L’Imam Hosseyn nella sua orazione di °Arafat indica le differenti fasi della conoscenza: parla sia dell’epifania divina che interessa l’°Arif, sia della manifestazione di Allah (SwT) nella totalità degli esseri viventi. Se da una parte recita:

        “O Signore, non Ti sei mai forse occultato per necessitare di una causa che giustifichi la Tua esistenza?”

    dall’altra dice:

        “Tu sei Colui che si è fatto conoscere attraverso tutte le cose, così che attraverso ogni cosa ho potuto testimoniare la Tua presenza.”

         La guida di Allah (SwT), la luce della fede e la forza ispiratrice del monoteismo occupano una posizione sublime nella gnosi islamica.
    L’Imam Hosseyn (as) accenna a questo dicendo:

      “O Signore, Tu hai fatto risplendere le luci nei cuori di coloro che Ti amano, cosi che hanno potuto conoscerTi. Tu hai eliminato dai cuori di coloro che Ti amano ogni interesse per altri all’infuori di Te, affinché non amino alcun altro e in altro non trovino rifugio all’infuori di Te”.

        Nel pensiero dell’Imam Hosseyn (as), coloro che sono circonfusi dall’amore divino, hanno grazia eterna e non hanno bisogno di null’altro; mentre coloro che si sono allontanati da Allah (SwT) hanno perso ogni cosa di valore e brancolano nell’infelicità.
    Sempre nell’orazione, l’Imam Hosseyn (as) chiede in forma negativa:

       “O Signore, colui che ha smarrito la Tua strada che cosa ha guadagnato? Colui che ha trovato la Tua strada che cosa ha perso?”

        L’Imam Hosseyn (as) al cospetto della divinità smarrisce se stesso e, dimentico di sé, si abbandona completamente ad Allah (SwT). Allora, pienamente sottomesso e appagato, recita:

     “O Signore, attraverso la Tua provvidenza fai che io non debba sorreggermi su me stesso e attraverso la Tua infinita potenza fa che io non debba ricorrere alla mia umile forza.”

         L’Imam, insomma, senza  esitazione annulla al cospetto di Allah (SwT) la propria forza. Egli non vede altro che Allah (SwT) e ne contempla la Grazia. Allah (SwT) è l’unico suo sostegno nelle difficoltà, l’unico suo ispiratore e amico fidato nella solitudine, l’unico suo conforto nell’afflizione, l’unico patrono e tutore nella grazia.

    Le parole dell’Imam Hosseyn (as) hanno il loro effetto fino al profondo dei cuori. Esse provocano nell’essere umano una trasmutazione interiore  tale che l’anima si eleva a spiccare il volo verso il regno celeste, dove si estingue nella santità divina.

    L’Imam Hosseyn (as) si annulla  nel compiacimento di Allah (SwT) e ne sfugge soltanto l’ira, al punto che se Allah (SwT) solo è soddisfatto di lui e tutti gli altri sono insoddisfatti, o se Allah (SwT) solo è insoddisfatto di lui e tutti gli altri sono soddisfatti, l’ira  degli altri al cospetto del compiacimento di Allah (SwT) o il compiacimento degli altri al cospetto dell’Ira di Allah (SwT), non hanno per lui importanza alcuna.  

    L’Imam Hosseyn (as) in un altro passaggio dell’orazione, levando il capo al cielo della misericordia divina, con gli occhi gonfi di lacrime recita:

    “Oh Signore, Tu che hai udito più fine e vista più acuta di chiunque altro, Tu che più di chiunque altro sei rapido nel conto, Tu che abbondi in clemenza e compassione più di qualunque misericordia, sia la Tua pace sul Profeta e sulla su Famiglia nobile e benedetta. Oh Signore, Ti rivolgo una supplica che se vorrai esaudire, distogliendomi da qualsiasi altra supplica e desiderio, non ne avrò danno, ma se non vorrai esaudirla, qualsiasi altra cosa mi elargirai non ne compenserà il vantaggio: T invoco di salvarmi dalle fiamme dell’Inferno!”

    L’Imam Hosseyn (as) fino al tramonto del giorno di “°Arafat”, con gli occhi colmi di lacrime, ripeteva “Ya Rabb!” (O Signore), accompagnato nell’invocazione dalla folta schiera dei suoi amici e  seguaci che lo attorniavano come falene al lume.

    La purezza di tale spirito contemplativo risplende in tutta l’esistenza dell’Imam Hosseyn (as), in particolar modo a Karbala. L’epopea di “Ashura” ha trasmesso grandi insegnamenti all’umanità intera, e soprattutto ai musulmani. Le sue radici vanno ricercate nella gnosi e nell’amore divino.

    Il Martirio

    Il rifiuto del patto di sottomissione al califfato di Yazid segnò l’inizio della rivolta dell’Imam Hosseyn (as). Egli preferì la morte dignitosa ad una vita abietta. Non accettò nella maniera più assoluta di sottomettersi al governo usurpatore di Yazid, che non volle minimamente sostenere né attraverso la firma del patto, né tantomeno con il silenzio. Ma fu disposto a sopportare sofferenze e patimenti straordinari.

    L’Imam Hosseyn (as) non si fermò innanzi alla tirannia dell’oppressore Yazid. La difesa dei diritti dei diseredati e degli oppressi è ritenuto il caposaldo della sua lotta. Egli anelò alla riforma della comunità islamica e delle condizioni della gente.

    L’Imam Hosseyn (as) amava con tutto il cuore la religione di Allah (SwT) e desiderava che i precetti divini fossero applicati nell’intero dominio dell’Islam. Egli soffriva per l’immoralità e la corruzione e predicò in maniera sincera il comandamento  che recita “esorta al bene e vieta il male.”

    Dimostrò la verità di questo duplice precetto nel corso della sua intera esistenza e infine sulla scena del martirio.

    Yazid, il quale si arrogava il titolo di principe dei credenti e successore del Profeta (S)5, attraverso i suoi peccati dava un segno negativo al volto dell’Islam.

    Se la lotta e la sollevazione dell’Imam Hosseyn (as) non avessero avuto luogo, questa pura religione sarebbe stata tramandata alle generazioni successive in una forma corrotta. Ma l’Imam Hosseyn (as), con la sua tenace opposizione e il suo eroismo, dimostrò agli occhi del mondo che la condotta di Yazid nulla aveva a che fare con l’Islam e che anzi, era invisa al Santo Profeta di Allah (SwT).

    Gli argomenti fin qui trattati rappresentano parte delle motivazioni che spinsero l’Imam Hosseyn (as) alla lotta (Jihad) e al martirio sulla Via di Allah (SwT).
    Un proverbio dice: “la vita consiste nella fede e nella lotta.”

    Ciò che distingue l’essere umano dall’animale, o più in particolare, l’essere umano vivo da quello morto, sono proprio questi due concetti. L’uomo vivo ha fede in qualcosa e lotta per essa. L’uomo morto, al contrario, non ha fede e non lotta per alcunché.
    Quindi, chi è privo di fede e non lotta per ciò in cui crede, può essere paragonato ad un morto. Ora, quale credo è più puro della fede in Allah (SwT)? E quale impegno è più durevole della lotta sulla Via di Allah (SwT)?

    I due concetti di fede e di lotta sulla Via Allah (SwT) permeano la vita di tutti i pii credenti.

    La  vita è una responsabilità, è un dovere e un impegno, è un campo, è un’università, e consiste unicamente nel credo e nell’impegno, ovvero nella fede e nella lotta sulla Via di Allah (SwT). I pii credenti non hanno altro fine che questo: Allah (SwT) e l’amore per Lui, Allah (SwT) e l’impegno sulla Sua Via. Coloro che sono fortemente legati alle cose del mondo spendono la vita intera nel sogno e nell’illusione.

    Uomini e donne che adorano Allah (SwT) e la Sua Via abbracciano invece un'esistenza terrena pura e virtuosa, segnata dall’amore per Allah (SwT) e dalla lotta sulla Sua Via.
    L’Imam Hosseyn (as) paragonando i valori del mondo terreno con quelli della vita eterna disse: “La ricompensa di Allah (SwT) è la più alta e nobile fra le cose.” Parlando invece della morte e del martirio disse: “Restare uccisi sulla Via di Allah (SwT) è la cosa più nobile.” 6

    L’Imam Hosseyn (as) muovendo sulla Via di Karbala pronunciò versi che descrivevano la vita e la morte in un’ottica di nobiltà e virtù. In tali versi è considerata nobile la morte di chi ha vissuto mosso da buoni propositi, lottando nella religione e nella fede, aiutando i giusti e combattendo i reprobi.
    La vita e la morte del pio credente sono onorevoli, al contrario dei vili, che conducono una vita abietta e miserevole7.

    I letterati generalmente descrivono la morte dell'Imam Hosseyn (as) come un incubo. L’Imam Hosseyn (as) paragona invece la morte e il martirio alle collane che brillano al collo delle giovani donne8.

    In verità, la morte che segue ad una vita di perdizione è veramente un incubo. Ma il monile che orna il collo del martire è ben più brillante di ogni altro.
    L’Imam Hosseyn (as)  era consapevole del fatto che la santa  battaglia intrapresa si sarebbe conclusa con la sua decapitazione, e che ciò avrebbe causato la caduta del tiranno del tempo. Per tale motivo citò l’esempio della testa tagliata del Profeta Yahya (Giovanni) (as).

    L’Imam Hosseyn (as) dedicò ogni cosa, addirittura la sua stessa vita, per Allah (SwT). Soffriva per l’incubo dell’oppressione del peccato e per la mancanza di giustizia. Disse infatti:
    Non vedete forse che non si agisce secondo giustizia, che non si evita il peccato, e che perciò i credenti anelano a giungere alla contemplazione di Allah attraverso il martirio sulla Sua Via?”9

    Per questo bisogna ricercare la radice e l’origine di tutto ciò nella gnosi e nella devozione assoluta dell’Imam Hosseyn (as).

    La figura dell’Imam Hosseyn (as) risplenderà in eterno nella storia dell’umanità. Essa c’insegna la tenacia sulla Via di Allah (SwT) e la fermezza di fronte all’oppressione. Questo mito è rimasto nella storia della Shi°a ad eterno ricordo e viene costantemente ripercorso, prendendo corpo come un modello agli occhi di ogni seguace dell’Ahl ul-Bayt (as).

    L’Imam Hosseyn (as) è stato il modello di tutte le lotte e rivoluzioni che si sono realizzate nella storia della Shi°a, il capostipite degli uomini virtuosi e dei sapienti che nella storia hanno conservato e perpetuato la dottrina Shi°ita sacrificando la propria vita sulla Via di Allah (SwT). Il compianto e dottissimo teologo Amini ne menzionò centodieci definendoli, nell’opera che ne porta il nome, “Martiri della Virtù10.

    • 1. (as) abbreviazione di “‘aleyhi-ha-hum assalam”, “che la pace sia su di lui-lei-loro”, che viene utilizzato accanto ai nomi dei profeti, degli angeli, dei puri Imam e delle donne del Paradiso (Khadija, Fatima, Maria, Asiah) e secondo alcuni pareri viene usato anche accanto a nomi di altre donne come Zeynab, Ruqayya, Oum Kulthum, Fatima Masuma…
    • 2. (SwT) abbreviazione di “Subĥana wa Ta°ala”, Lode a Colui che è privo di ogni imperfezione, l’Altissimo.
    • 3. Il  giorno di “°Arafat” è il nono giorno del mese di Dhul-Hajjia del calendario lunare islamico. I Musulmani che si recano alla Mecca per compiere i riti del Pellegrinaggio (Hajj) trascorrono questo giorno nel deserto di “°Arafat”, a circa 24 km dalla città, dedicandosi all’adorazione e alla preghiera. Tale sosta di preghiera, che dura da mezzogiorno fino al tramonto, è parte dei riti del Pellegrinaggio (Hajj). In tale occasione è consigliata la Preghiera per i musulmani che non si trovano alla Mecca. 
    • 4. L’Orazione recita: “…Tu hai dispensato i Tuoi doni e le Tue grazie. (…) Io ho peccato, io ho errato.”
    • 5. (S) abbreviazione di “salla Allahu wa alehi wa aliyhi wa sallam”: “pace e benedizioni di Allah (SwT) su di lui e sulla sua famiglia”.
    • 6. Bihar al-Anwar, vol.45, p. 49.
    • 7. In riferimento a queste parole dell’Imam (as): “Parto, la morte non è disonorevole per l’uomo virtuoso, che mira al vero e lotta da musulmano devoto si unisce con tutta l’anima agli uomini probi e si allontana dal male dei reprobi. Se vivrò non avrò di che pentirmi, {perché ho vissuto con dignità}, se morirò non sarò biasimato, {perché sarò ucciso sulla Via di Dio}. E’ già segno di grande viltà condurre una vita abietta”. Bihar al-Anwar, vol.44, p. 192.
    • 8. In riferimento a queste parole dell’Imam (as): “La morte è per la progenie di Adamo come il monile al collo delle giovani donne”.  Bihar al-Anwar, vol. 44, p. 347
    • 9. A questo proposito confrontare il testo: “Allhuhuf- Le Vicende di Karbala”, di Sayyid Ibni Tawus, pubblicato dalla “Fondazione Imam °Ali”, Qum, Iran, traduzione a cura di Mustafa Milani Amin.
      Il discorso in questione viene riportato a pag.48, nel paragrafo “Hurr Ibn Yazid sbarra la strada all’Imam Hosseyn”.
      Il testo è altresì disponibile su internet:
      http://al-islam.org/action.php?&action=go&id=12831
    • 10. Titolo originale del testo: “Shoadà al-Fadhila”, dell’Ayatollah Ibrahim Amini.
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