Il Significato di at-Tawil

    Il Significato di at-Ta’wil
    Ayatullah Sayyid Muhammad Husayn at-Tabataba’i

    In questo scritto tratto dal commentario del Sacro Corano "Al-Mizan", l'Ayatullah Sayyid Muhammad Husayn at-Tabataba’i spiega in modo esaustivo il significato della parola at-Ta'wil utilizzando il Sacro Corano stesso.

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    Secondo taluni autori, il termine “at-Ta’wil” è sinonimo di esegesi, spiegazione delle parole.
    Il significato di alcune delle parti del Sacro Corano è indubbiamente conosciuto ai più.
    Di conseguenza, l’interpretazione del Versetto:

    “..cercano di darne {del Sacro Corano} la propria interpretazione, ma nessuno tranne Allah la conosce..” (Sacro Corano, Sura Ãli-°Imrān , 3: 7),

    deve restringersi ai Versetti ambigui. Pertanto, costoro non fanno altro che affermare che nessuno può conoscere il significato di un Versetto ambiguo, tranne Dio1, oppure a Dio ed agli eruditi con una profonda conoscenza ispirata da Lui.

    Un altro gruppo di esegeti sostiene che l”interpretazione” è il significato contrario al senso apparente delle parole.

    Questa spiegazione è ormai così diffusa da identificarsi comunemente con il significato della parola “at-Ta’wil”, mentre questo termine in origine aveva il senso di “ritorno”, o “luogo a cui si fa ritorno”.

    In ogni caso, questa seconda spiegazione è diffusa tra gli esegeti più recenti, mentre la prima era familiare agli antichi, sia essi reputassero che la conoscenza dell’“interpretazione” fosse riservata solo a Dio, sia ritenessero che anche gli ispirati da Dio vi avessero accesso.

    Un terzo gruppo sostiene che l’“interpretazione” sia quel significato che è noto a Dio soltanto (o a Lui e a quelli che sono da Lui ispirati), e che è contrario al significato apparente delle parole.

    In altre parole, un Versetto ambiguo avrebbe molti significati, uno sotto all’altro; alcuni di questi significati si manifesterebbero immediatamente, e sarebbero accessibili a chiunque, mentre altri starebbero ben oltre di essi, e nessuno, tranne Dio (o coloro che sono ispirati da Lui) potrebbe conoscerli.

    All’interno di quest’ultimo gruppo, vi è una differenza d’opinione su come questi vari significati si pongono in relazione alle parole. Quel che è certo, è che non sono tutti del medesimo livello, perché se così non fosse, una medesima parola sarebbe usata contemporaneamente secondo differenti significati, il che non è ammesso dalle regole linguistiche. Questi significati devono pertanto essere considerati consecutivamente.

    Alcuni però sostengono che un significato è quello reale, il secondo è il suo concomitante, il terzo è complementare del secondo, e così via. Altri invece affermano che i significati sono ordinati uno dietro l’altro nello stesso modo in cui un senso esoterico si nasconde dietro un senso manifesto.
    Quando una persona proferisce una parola, desidera comunicarne il significato abituale, ma con la medesima intenzione con cui ha di mira il suo significato esoterico. Dicendo: “Dammi da bere”, si chiede soltanto dell’acqua; ma questa medesima locuzione è altresì una richiesta di saziare la propria sete, ed è nello stesso tempo anche un invito a saziare il proprio bisogno di vita, ed anche il proposito di acquisire la perfezione dell’esistenza.

    Si noti che non si sono enunciati quattro ordini, si è solamente chiesta dell’acqua, ma questa richiesta conteneva in sé tutte le altre richieste, inespresse sì, ma pensate e volute l’una dietro l’altra.

    Vi è una quarta spiegazione: l’“interpretazione” non è un significato insito nelle parole, bensì qualcosa di realmente esistente oltre all’immaginazione, su cui si basa il discorso; se esso è imperativo (ingiunzione o divieto), allora l’interpretazione è la ragione del comando stesso. Ad esempio viene dato un ordine: “Istituisci la preghiera”. L’interpretazione di questo ordine è la perfezione spirituale che illumina l’anima di chi prega, e la preserva dal male e dal peccato. Se invece il discorso descrive un evento passato, allora quel medesimo evento è la sua interpretazione, come nel caso dei Versetti che narrano le storie dei vari Profeti e dei loro popoli.
    E se una notizia verte su di un evento passato o futuro, essa è di due specie:

    1) Se il suo soggetto può essere percepito dai nostri sensi, allora l’interpretazione è l’oggetto stesso in quanto esiste o esisterà nella realtà di fatto. Ad esempio Dio dice:

    Sono stati sconfitti i Romani nel paese limitrofo; ma poi, dopo essere stati vinti, saranno vincitori, tra meno di dieci anni - appartiene ad Allah il destino del passato e del futuro-”(Sura ar-Rūm, 30:2-4).

    2) Se si tratta invece di un evento che non può essere colto dai nostri sensi, né può essere compreso dalle nostre menti, come gli eventi del Giorno della Resurrezione, e come la realtà degli Attributi e delle Azioni Divine (queste ultime sono superiori ai limiti del tempo ed alla capacità di comprensione delle nostre menti), allora l’interpretazione dei Versetti che li descrivono, è la medesima realtà che esisterà o esiste al di là dei limiti dell’immaginazione e del pensiero.

    Vi è, in effetti, una gran differenza tra i Versetti che descrivono gli Attributi e le Azioni Divine e gli eventi del Giorno della Resurrezione, quelli che descrivono altre realtà. E’ possibile conoscere l’interpretazione dei Versetti che descrivono altre realtà, ma per quanto riguarda quelli che descrivono gli Attributi di Dio, nessuno tranne Egli stesso ne conosce l’interpretazione, quantunque Egli possa conferire la conoscenza ai Suoi eletti conformemente al livello della loro perfezione spirituale. Inoltre, la realtà dell’interpretazione finale nella sua pienezza non è prerogativa di nessuna creatura.

    Queste sono le quattro opinioni principali per quel che concerne l’“interpretazione”, o “Ta’wil”.
    Ci sono inoltre altre opinioni, che in realtà non sono altro che corollari della prima opinione descritta in precedenza, sebbene coloro che le sostengono non sono consci di ciò.
    Esse sono le seguenti:

    1. L’Esegesi è molto più generale di “interpretazione”, essa è utilizzata maggiormente per la spiegazione di parole, mentre “interpretazione” è utilizzata per spiegare frasi o periodi. Inoltre il Termine “Ta’wil” è comunemente utilizzato per i Libri Divini, mentre esegesi si utilizza anche per altri libri.

    2. L’Esegesi è la spiegazione di una parola che ha soltanto un solo significato, l’“interpretazione” consiste invece nello scegliere, secondo determinate regole e l’uso della ragione, un solo significato fra i vari possibili.

    3. L’Esegesi mostra il significato definitivo della parola, mentre l’“interpretazione” sceglie fra i vari significati possibili (molto simile alla posizione n. 2).

    4. L’Esegesi mostra il motivo del significato, mentre l’“interpretazione” spiega la realtà del significato stesso. Per esempio il Versetto: “In verità il tuo Signore è all'erta”.Sura Al-Fajr, 89:14). La sua esegesi potrebbe essere la seguente: "al-Mirsad" è un paradigma di al-mif'al dal verbo rasada; yarsudu (egli guardò, egli sta guardando). La sua interpretazione è la seguente: il Versetto ammonisce a non essere indulgenti verso se stessi nel mancare di seguire le Leggi della Shari°ah, e al dare poca importanza ai comandamenti Divini.

    5. L’Esegesi è la descrizione di un significato chiaro di una parola, mentre l’“interpretazione” è la spiegazione di quelle parole con significati complessi.

    6. L’Esegesi è correlata a tradizioni e racconti, mentre l’“interpretazione” è correlata con il ragionamento.

    7. L’Esegesi è limitata al seguire e ascoltare quello che gli antenati dicono, mentre interpretazione è correlata all’inferenza ed alla ragione.

    Queste sette opinioni sono effettivamente varie sfaccettature e corollari della prima opinione descritta in precedenza, e tutte le obiezioni elevate contro di essa sono valide anche riguardo a queste ultime sette opinioni appena esposte o a loro corollari.

    Il difetto è comune a tutte queste opinioni è che esse presumono che l’interpretazione sia il significato di un Versetto, o la sua causa, o l’evento a cui esso fa riferimento; ma è già stato spiegato in precedenza che l’interpretazione non è un significato, e non importa che esso sia evidente o contrario all’evidenza. E’ già stato anche chiarito che, pur essendo l’interpretazione un fatto reale, non può trattarsi di un fatto qualsivoglia. E’ lo stesso tipo di relazione che le parole di un proverbio hanno con il suo scopo o con il suo significato intrinseco.

    Per quel che concerne la prima opinione, chi la segue deve essere convinto altresì che almeno alcuni Versetti del Sacro Corano non sono intelligibili, e che l’“interpretazione”, vale a dire l’esegesi, non può essere compresa da talune delle sue parole. In verità però, non esiste nessun Versetto di tal fatta nel Libro Sacro; in quanto esso stesso dichiara di esser stato rivelato in modo tale da poter essere compreso da una mente di livello medio.

    Chi sostiene questa opinione non può evitare quest’ultima difficoltà se non affermando che gli unici Versetti ambigui sono i simboli letterali posti all’inizio di talune sure, in quanto il loro significato è sconosciuto ai più. Ma non vi è nessuna prova che soltanto queste lettere simbolo siano ambigue; e se “at-Ta’wil” significa “ritorno”, ed anche “at-tafsir” ha una sfumatura di questo significato, non ne consegue che i due termini siano sinonimi.

    E per di più, secondo il Versetto 3:7, una delle caratteristiche dei Versetti ambigui è che i perversi se ne avvalgono per fuorviare e traviare; ma chi è mai stato traviato dalle lettere simbolo? Molte delle deviazioni verificatesi nella comunità islamica si sono verificate riguardo a Versetti che nulla hanno a che vedere con le lettere simbolo, ma che riguardano generalmente Dio e i Suoi attributi.

    Quanto alla seconda opinione, essa sostiene che, poiché nel Sacro Corano sono presenti Versetti il cui significato intenzionale è contrario al loro senso apparente, quest’ultimo può essere causa di traviamento, ed è in quest’ottica che i Versetti ambigui si opporrebbero a quelli univoci.

    Un’opinione siffatta ad altro non si riduce che all’asserzione che i Versetti coranici si contraddicono, e che questa contraddizione non può essere rimossa se non privandone alcuni del loro significato manifesto e sostituendolo con uno implicito che, in condizioni normali, non verrebbe da essi desunto, cosa che è espressamente negata dal Libro Sacro:

    “E non meditano sul Corano? Se esso fosse da altri che da Allah, vi avrebbero trovato molte discrepanze” (Sacro Corano, Sura an-Nisā' , 4:82).

    Se la difformità tra due Versetti può essere rimossa soltanto affermando che il vero significato di uno o entrambi non è quello apparentemente, e che essi hanno un’interpretazione, cioè un significato contrario a quello apparente, che è noto a Dio soltanto, allora il Versetto 4:82 citato in precedenza non potrebbe dimostrare che il Sacro Corano viene da Dio.

    Si potrebbero facilmente rimuovere le contraddizioni da una qualsiasi opera letteraria o accademica di un qualsivoglia autore, se non si trattasse che di cambiare il senso apparente di asserzioni contraddittorie dando loro nuovi significati sconosciuti.

    Una tale rimozione delle contraddizioni non proverebbe però assolutamente che l’opera in questione è una rivelazione divina. Ogni discorso, anche quello manifestamente riconosciuto per falso, o che non si riduce ad altro che ad un guazzabuglio informe di parole, potrebbe essere riconosciuto come vero e serio se a queste parole venissero conferiti significati sconosciuti contrari al loro senso manifesto; ma una simile assenza di contraddizione non significherebbe affatto che un tale discorso proviene da un Principio posto al di sopra dell’errore e del cambiamento, i Cui decreti e le Cui asserzioni non si contraddicono, Che non è soggetto a mancanze e dimenticanze, Che è di per sé compiutamente perfetto e non ha acquisito la sua perfezione procedendo attraverso prove, sbagli, esperienze, in un lasso di tempo definito.

    Il Versetto 4:82 mostra che il Sacro Corano è comprensibile per menti comuni, e che su di esso chiunque può riflettere e ponderare; nessun suo Versetto ha un significato contrario alle regole manifeste della lingua araba; in breve, esso non contiene indovinelli o enigmi di alcun tipo.

    Per quel che concerne la terza opinione, nessuno che abbia meditato sul Sacro Corano potrebbe negare che i suoi Versetti hanno significati consecutivi, l’uno dietro l’altro, ma tutte queste connotazioni sono soltanto vari livelli di significato delle parole stesse, specialmente nel caso in cui si tratti di significati concomitanti del primo, e la loro intelligibilità varia secondo l’intelligenza del lettore.

    Una tale idea però non ha nulla a che vedere con il “Ta’wil”.

    Si rammenti che Dio ha dichiarato che nessuno, tranne Egli stesso, conosce la reale interpretazione del Sacro Corano. Si noti inoltre che non sono richieste pietà e purezza spirituale per comprendere un discorso filosofico complicato o profondo; quello di cui si abbisogna è un’intelligenza acuta.

    Allora si potrà capire che affermare che solo Dio conosce l’interpretazione del Sacro Corano nel senso datole da quest’opinione sia del tutto fuori luogo.
    Ciò non significa che la religiosità e la purezza spirituale non siano d’aiuto nella comprensione delle Realtà Divine; ma esse non sono il fondamento principale di questa comprensione. Questo ruolo è riservato invece all’intelligenza e al sapere.

    Per quel che riguarda la quarta opinione, essa è nel giusto, mentre afferma che “at-Ta’wil” non si limita ai Versetti ambigui, ma si estende all’intero Libro Sacro; ed è ancora nel giusto qualora sostiene che l’interpretazione non è il significato delle parole, bensì un fatto reale sul quale si basa il discorso.

    Sbaglia invece nel sostenere che ogni fatto al quale si riferisca il singolo Versetto ne costituisce l’interpretazione, e nel sostenere, per esempio, che gli eventi passati o futuri sarebbero l’“interpretazione” dei Versetti ad essi pertinenti. Ancora, sbaglia nel ritenere che soltanto i Versetti che descrivono gli Attributi Divini o gli eventi del Giorno della Resurrezione sono ambigui. Perché reputiamo che questi assunti sono errati? La risposta è la seguente.

    Qual è il significato delle parole del Sacro Corano:

    “..cercano di darne la propria interpretazione, ma nessuno tranne Allah la conosce..” (Sura Ãli-°Imrān , 3: 7)?

    Il pronome “ne” si riferisce all’intero Libro Sacro? In altre parole il Versetto sta affermando nessuno tranne Dio conosce l’interpretazione del Libro?

    Se l’interpretazione s’identificasse con gli eventi reali e le cause menzionate nei Versetti, la precedente asserzione non potrebbe essere corretta, giacché l’interpretazione di molti Versetti, nel significato poc’anzi descritto, è conosciuta a tanti altri, oltre che a Dio e a quelli da Lui ispirati; in effetti, essa può essere conosciuta anche da coloro nei cui cuori alberga la perversione, e di tal fatta sono i Versetti che narrano le storie dei popoli del passato e gli eventi contemporanei, ed anche quelli che hanno a che vedere con le leggi e l’etica: chiunque può acquisirne la conoscenza dell’interpretazione intesa in tal senso.

    Oppure il pronome “ne” si riferisce alla parte ambigua del Libro Sacro? Se così fosse, sarebbe corretto restringerne l’interpretazione a Dio. Ed il Versetto significherebbe che nessuno, tranne Dio e quelli da Lui ispirati, possono interpretare i Versetti ambigui, altrimenti la gente comune verrebbe traviata.

    Ma in tal senso, sarebbe sbagliato affermare che soltanto i Versi che descrivono gli Attributi e gli Atti di Dio, e quelli concernenti il Giorno del Giudizio, sarebbero ambigui, giacché si può venire traviati anche a causa della cattiva interpretazione di molti altri Versetti, ad esempio quelli che riguardano la Shari°ah.

    D’altra parte, taluni hanno preteso che lo scopo principale della legge sia lo sviluppo della società; se il bene della società dipenda da una legge altra da quella della religione, o se quest’ultima non è più adatta alle esigenze di un’era “illuminata”, andrebbe adottata una nuova legge, ed andrebbero scartati i dettami della religione.

    E si è anche preteso che i miracoli attribuiti dal Sacro Corano ai Profeti (as)2 non furono fatti sovrannaturali, ma piuttosto eventi ordinari, che il Libro Sacro avrebbe avvolto da un alone di mistero, riuscendo, come risultato di questa drammatizzazione, ad attrarre l’attenzione della gente, ed inducendola a sottomettersi a quello che essa avrebbe immaginato come un potere superiore a tutti gli altri poteri.

    Simili spiegazioni fuorvianti si possono ritrovare di secolo in secolo in tutte le sette che si sono distaccate dall’Islam autentico, e sono tutte il risultato dell’avere interpretato il Sacro Corano a proprio piacimento, nel tentativo di sviare la gente dal Retto Sentiero. E’ pertanto errato affermare che sarebbero ambigui soltanto quei Versetti che descrivono gli Attributi Divini e gli eventi del Giorno della Resurrezione, e dovrebbe esser chiaro che il significato da noi dato dell’“interpretazione” è l’unico vero e corretto.

    L’interpretazione è dunque quella realtà alla quale un Versetto fa riferimento, ed essa può essere riscontrata in tutti i Versetti, sia quelli chiari sia quelli ambigui; non è una sorta di significato delle parole, ma è un qualcosa di reale, troppo sublime perché sia confinato nelle parole, ma che Dio Altissimo ha rivestito di parole per avvicinarlo alle nostre menti. Sotto quest’aspetto esse sono simili ai proverbi, di cui ci si avvale per suscitare delle immagini nella mente, ed aiutare così l’uditore ad affermare un’idea. E’ per questa ragione che Dio dice:

    Per il Libro esplicito. Invero ne abbiamo fatto un Corano arabo, affinché comprendiate! Esso è presso di Noi, nella Madre del Libro, sublime e colmo di saggezza”. (Sura az-Zukhruf, 43:2-4)

    E questa realtà è stata esplicitamente ed implicitamente menzionata in più Versetti del Sacro Libro. Quando il Sacro Corano fa uso della parola “interpretazione”, e la usa ben 17 volte, esso intende proprio il significato da noi descritto.

    • 1. (SwT) abbreviazione di “Subĥāna wa Ta°āla”, Lode a Colui che è privo di ogni imperfezione, l’Altissimo.
    • 2. (as) abbreviazione di “°Alayhi-ha-hum assalām”, “che la pace sia su di lui-lei-loro”, che viene utilizzato accanto ai nomi dei profeti, degli angeli, dei puri Imam e delle donne del Paradiso (Khadīja, Fātima, Maria, Asyiah) e secondo alcuni pareri viene usato anche accanto a nomi di altre donne come Zaynab, Ruqayya, Um Kulthūm, Fātima Masuma…
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