Interiorismo ed Esteriorismo


    Interiorismo ed Esteriorismo

    Nel nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso

    Di quando in quando, le circostanze storiche tornano ad agitare la vexata qaestio del rapporto tra interiorità ed esteriorità nella religione, ed oggigiorno più che mai, sull’onda dei ben noti, tragici eventi, la ripropongono nei riguardi dell’Islam. In questi nostri tempi ancor più che in passato, seguendo il flutto di piena del laicismo imperante, frutto dei più velenosi del modernismo occidentale, si tende a propalare e a propinare l’idea che la religione, avendo per fine la prossimità divina, dovrebbe per ciò stesso estraniarsi dagli eventi di questo basso mondo, per ridursi alla sfera individuale, privata, al preteso foro spirituale e interiore, in un’indifferenza pressoché completa (o presunta tale) alle vicende contingenti.

    All’altra estremità, errore opposto e complementare, quello della riduzione alla rigida ed esanime esteriorità degli atti d’adorazione, a prescindere da ogni loro dimensione superiore e risonanza nel profondo, proclamate o inesistenti o inattingibili; o di un’immersione completa, per non dire suicidio, negli eventi mondani, nel segno di un esteriorismo altrimenti conformato, che tutto subordina al conseguimento di obiettivi contingenti, seppur collettivi, d’ordine economico, politico, sociale.

    La prima di queste due posizioni estreme giunge a proclamare illecito ogni coinvolgimento negli eventi della realtà effettuale che ci circonda, fatto salvo quanto appaia immediatamente correlato al conseguimento dei fini supremi, o alla sfera dell’immediatezza corporea del singolo individuo, elementi peraltro ineludibili, a dispetto d’ogni interiorismo, quando non s’abbia la pretesa d’avere a che fare con pure entità spirituali; e fatto salvo il lasciarsi trascinare dalla corrente melmosa di un ecumenismo insulso e del tutto privo di luce, del tutto avulso da prospettive trascendenti, ed indifferente, al di là dei soliti luoghi comuni, ad ogni contenuto di verità.

    In particolare, l’obiettivo preferito delle critiche corrosive, e sovente del vero e proprio livore di siffatti ambienti interioristi, è il dominio collettivo, elemento peraltro ineludibile dell’umana natura; ed ogni movimento politico di liberazione, ogni militanza in tal senso, ogni tentativo d’opporsi e sottrarsi all’oppressione trionfante, non sarebbero, contro lo stesso imperativo coranico1, altro che suggestioni diaboliche, atte a distogliere l’individuo umano dal fine trascendente che gli è proprio, per farlo risucchiare inesorabilmente nel vortice della molteplicità e della separazione: quasi che l’uomo ordinario non fosse già di per sé stesso sufficientemente coinvolto nella molteplicità e nella separazione!

    Detta posizione si avvale talora del pretesto del presunto ritorno alle origini, ritagliate queste ultime su misura, con un’evidente petizione di principio, sulla tesi che si vuole difendere e far valere. In palese contraddizione con la velleità di astrarre dalle vicende contingenti, si proietta in un luogo storico l’immaginario modello della pretesa purezza interiore, confondendo gli assunti arbitrari dell’ideologia interiorista con la completezza iniziale.

    La quale non è certo in contrasto, al di là di tutte le deviazioni e mutilazioni, con le vicende successive, le quali non fanno che sviluppare in definitiva quelle che sono all’origine, se non altro nel dominio contingente, virtualità la cui attuazione consentirà d’avere ragione dei vari e nuovi ostacoli frapposti dalle circostanze storiche all’inveramento dei dettami del magistero profetico ed imamico.

    Purezza iniziale che al contrario comprende in sé sia il dominio della realizzazione spirituale che quello della realtà effettuale, questo nella sua completezza virtuale, quello nella sua compiutezza attuale: il Profeta (S)2 e gli Imam (as)3 nella loro natura spirituale, ed i sensi profondi del Libro Sacro sono l’estremo superiore dei livelli di perfezione attingibili, perfezione attuata ab aeterno nella prossimità ed intimità divina dalla luce superna dei Puri (mutahharun) scevri da macchia e da errore, e dal “Libro Celato” (maknun) a cui essi hanno accesso4; laddove invece l’esteriorità della loro effettualità umana, così come delle loro realizzazioni d’ordine collettivo, ed i sensi esteriori del Libro, sono le perfezioni concrete cui ineriscono le virtualità d’ogni successiva realizzazione in rapporto alle vicende contingenti.

    Siamo qui, quanto all’assunzione degli interioristi, di fronte ad una evidente mutilazione: un Islam integrale originario viene mutilato da una pretesa opera di “purificazione”, e ridotto ad “Islam interiore”, ad un Islam al quale non ineriscono più le virtualità archetipiche, da ricondursi al duplice dominio della luce mohammadica e della sua concretizzazione e personificazione storica.

    Di pari passo con simili elucubrazioni va l’aberrante mito dissociativo della “religione perduta”. Prodotto evidente di ambienti strettamente legati al laicismo occidentale, esso finisce col giustificare quest’ultimo per via indiretta, con la pretesa che la pura tradizione imamica, del tutto estranea alle realizzazione nell’ordine contingente, sarebbe andata irrimediabilmente perduta, e sostituita da una sua contraffazione giuridico-politica, in cui la lettera avrebbe ucciso lo spirito, l’originario contenuto esoterico; tutto questo nella pretesa di ridare vita, con metodi parimenti discutibili, mutuati dall’armamentario d’erudizione accademica proprio all’empirismo filologico della moderna “scienza delle religioni”, al nucleo interiore, spirituale, metafisico, e cioè alla realtà stessa della tradizione imamica; quasi che questa non abbia sempre avuto anche una dimensione effettuale ed esteriore, giuridica e collettiva; quasi che la dimensione esoterica e metafisica non sia di per sé inattingibile tramite strumenti formali, celandosi dietro le forme senza essere da esse separata, pur nella sua trascendenza; quasi che essa non sia conseguibile per il tramite della loro virtualità anagogica, grazie a quello che è il mistero stesso della presenza della trascendenza creata e increata nelle forme sensibili, che fa sì che essa le presupponga come primo elemento, come primo gradino dell’ascesa, imprescindibile e necessario, almeno in condizioni normali, ma tutt’altro che sufficiente, fatto salvo l’intervento della grazia e dell’onnipotenza divina, che “ha potere su tutte le cose”.

    Entra qui peraltro in gioco una concezione tutta particolare dell’occultamento del 12° Imam (aj)5, legata a concezioni di tipo gnostico-manicheo-paolino, tendenti a svalutare del tutto ogni virtualità anagogica e simbolica del mondo sensibile: l’occultamento maggiore dell’Imam Mahdi (aj) si sarebbe portato dietro, a dire di costoro, la Rivelazione stessa, senza lasciarsi dietro nulla, in evidente contrasto con l’assunto coranico6, e prescindendo dal fatto che al contrario l’occultamento fa sempre riferimento ad un elemento concreto tangibile, coinvolgendone la percettibilità e non l’effettualità, elemento concreto tangibile che è anzi a sua volta, sempre nel dominio sensibile, il garante della Rivelazione.

    Tutto questo significa che sono le stazioni superiori della sapienza e della realizzazione imamica, più che i loro livelli immediati, a diventare sempre più difficilmente conseguibili, quantunque già lo fossero anche alle origini (si rammenti il celebre hadith di Salman ed Abu Dharr); ma quantunque l’Imam Occulto (aj) non conceda la sua gnosi se non ad una ristrettissima cerchia di eletti, a cui si manifesta tangibilmente, ciò non toglie che egli assicuri provvidenzialmente la sua guida a tutta la comunità, ai singoli come al corpo collettivo, e che di questa guida la sua sussistenza sensibile, quantunque non percepita, sia la garanzia ontologica e operativa, e quest’ultima tanto dal punto di vista dell’efficacia simbolica “ex opere operato” propria alle realtà sacre, che dall’intervento diretto, seppur nascosto, dell’Imam Mahdi (aj) nelle vicende della nostra vita.

    Ora, si era già detto come questo “interiorismo” sia perfettamente solidale con le pretese del dilagante laicismo proprio alla modernità occidentale. Ma si era citato dinanzi un altro errore, opposto e complementare al primo, che anch’esso, al di là delle apparenze, finisce con lo spingere la comunità dei credenti e l’umanità tutta sulla medesima china. Si tratta dell’esteriorismo, o letteralismo, che la fa da padrone nelle eresie wahabita e salafita, e che nella negazione d’ogni senso o mediazione trascendente della Rivelazione, a partire dal rifiuto del magistero imamico, finisce con l’appiattire la vita del credente su una dimensione superficiale, del tutto priva di profondità, e in definitiva del tutto chiusa alla trascendenza, salvo poi percorrere in questo medesimo dominio direzioni differenti e contrastanti.

    Occorre peraltro chiarire che in siffatti ambienti non si arriverà mai a rigettare il contenuto spirituale dell’immediatezza letterale della Rivelazione. Tutt’altro. Quel che se ne negherà sarà la dimensione profonda, o piuttosto, l’esistenza di stazioni superiori di conoscenza e di realizzazione spirituale. Da cui, tutta una serie di assunzioni del tutto gratuite, a procedere dal rifiuto della gnosi e della necessità della funzione mediatrice della wilayat imamica, quali la negazione dell’intercessione, delle cause seconde, del libero arbitrio, della sopravvivenza dell’anima umana negli stati intermedi del barzakh, in una successione di prese di posizione aventi la loro radice prima in una dissociazione tra trascendenza ed immediatezza sensibile dissolvitrice di ogni articolazione esistenziale, che riduce il mondo ad una sostanza inerte e passiva, ontologicamente equivoca, e purtuttavia surrettiziamente associata al dominio trascendente: è la radice stessa dello shirk, il peccato primo e supremo, la colpa di Iblis, il rifiuto di ogni funzione vicaria e di ogni mediazione ontologica.

    Il tutto, anche qui, col pretesto di un ritorno ad una presunta “purezza” delle origini, con un confuso riferimento a non ben definiti “predecessori spirituali”, che altro non è se non una mutilazione, nella pretesa che tutto ciò corrisponderebbe ai sensi immediati, letterali della Rivelazione; quasi che il dominio sovraformale, ancora una volta, dovesse darsi una forma di per sé stesso, al di là di quella che è la forma stessa della Rivelazione, ed ancora nel rifiuto di ogni necessario sviluppo successivo di virtualità effettuali, la cui attuazione viene confusa con l’innovazione (bid°a). Tutt’al contrario.

    E’ proprio questa invece l’innovazione: la pretesa, riferita e condannata da un celebre hadith, che il Santo Corano basti a sé stesso, a prescindere dal magistero profetico ed imamico, ed in contrasto con i suoi stessi sensi immediati. Né cambia nulla il fatto che si riconosca nondimeno l’esistenza di un archetipo increato della Scrittura: al di là dall’evidente contraddizione, mancando la funzione mediatrice e vicaria dell’uomo imamico, che include, individua, ed unifica in sé ogni livello d’esistenza, attuandolo nei due sensi, ascendente e discendente, manca invero ogni reale ed effettivo collegamento tra i due ordini di realtà, manca in definitiva il latore stesso ed il depositario della Rivelazione. Ben si comprenderà, alla luce di queste considerazioni, tutta la furia iconoclasta di costoro, nella loro assoluta incomprensione della funzione delle realtà sacre, anche al livello più immediato della loro concretezza tangibile.

    Ora, come si era già detto dianzi, le direzioni in cui si inverano simili atteggiamenti sono diverse e contrastanti: i due modi dell’immediatezza tangibile, l’individuale e il collettivo, se ne vanno ciascuno per conto proprio, negata che sia l’articolazione dei livelli d’esistenza, dato che così si finisca col negare l’essere stesso, e quindi l’unità di ogni realtà concreta e composita. Dato che l’individuo umano si limiti alla rigida esteriorità degli atti d’adorazione, che gliene cale del dominio collettivo, il collegamento col quale verrà assicurato soltanto dall’indole universale e fondate della Rivelazione, che ne travalica i sensi immediati, se questi ultimi, sotto il riguardo della realizzazione storica, si ridurranno a lettera morta, a meri significanti contingenti, negato che ne sia il contenuto, la stessa identità ontologica, che li lega alla trascendenza, e li rende eterni ed attuali? Medina non è una città di pastori sperduta in un remoto passato: essa è la città esemplare dell’uomo in quanto in essa si invera la Legge di Dio.

    E quando invece si voglia dare briglia sciolta ad un attivismo politico privo di ogni reale prospettiva e finalità superiore, inevitabilmente si finirà col subordinargli l’intera realtà della religione, dato che a questa stregua non abbia senso la relazione inversa, nell’impossibilità di negare la dimensione individuale degli atti d’adorazione, e non potendo essi coesistere indifferentemente con una realtà quale quella collettiva che li deve invece a suo modo comprendere, sicché finiranno, in questa prospettiva, col dovere essere subordinati al conseguimento di obiettivi d’ordine politico, economico, sociale. Da qui l’aut aut: o l’accettazione acritica e passiva delle realtà estranee all’Islam, del mondo della miscredenza, a patto che non arrivi a ledere il foro individuale, con un esito paradossalmente convergente con quello degli interioristi; o la pretesa folle ed assurda di attaccare e distruggere tutto e subito, quasi che ciò fosse possibile a prescindere dalla guida imamica, una volta che si sia subordinata la religione al conseguimento di un fine contingente, e pure a suo modo onnicomprensivo, alla realizzazione nel dominio sensibile di un ordine rivelato, e pur privo in definitiva, nella sua pretesa generalità, di ogni prospettiva trascendente.

    Abbiamo sin qui enucleato gli esiti principali di queste due tendenze, l’interiorismo ed il letteralismo, esteriormente contrapposte, ma unite nella loro dimensione profonda, e nell’esito fatale di spezzare l’integrità della religione, di tentare di farla finita con l’Islam integrale, per accontentarsi di un suo modesto surrogato, nell’uno o nell’altro verso. Ma in realtà non mancano varietà ulteriori, nate dalle varie commistioni di siffatti estremi, o da loro esiti talvolta inusitati e sconcertanti. Quale ad esempio l’assurda convinzione che la religione sia un fenomeno del tutto relativo, se non altro al nostro livello d’esistenza, suscettibile di un progresso ad extra, nel segno delle “magnifiche sorti e progressive”, al di là della perfezione originaria del messaggio muhammadico e dell’eredità imamica, nella pretesa che l’effettualità umana, completamente avulsa dalla dimensione trascendente, sia inevitabilmente suscettibile di errori e di abusi, a cui potrebbe esser posto rimedio solo nel quadro di uno sfrenato evoluzionismo e progressismo di chiara impronta materialistica, sino all’esito scontato del liberalismo e della “critica ai valori tradizionali”, che la fanno finita (o per lo meno ci provano) con l’unità tra il foro interiore ed il dominio esteriore e collettivo, seguendo il carro trionfale del modernismo e del laicismo dilaganti in nome della miscredenza, dell’empietà, dell’ipocrisia. Quali mostri può partorire una ragione umana lasciata a sé stessa, nell’ostinazione della sua protervia, non illustrata dal lume della Rivelazione e della guida imamica!

    E non mancano interioristi che vanno a braccetto con gli zelatori della moderna società laica e liberale e delle sue “meraviglie”, e che proclamano solennemente, in nome di presunte ed imponderabili “condizioni cicliche”, l’inattualità ed inattuabilità della Rivelazione, nel nome di un integriamo di comodo, massimalista e velleitario, che poco o nulla ha a che vedere con l’integrità della religione. E se certi integristi finiscono a loro volta col rivalutare (e non certo da un punto di vista meramente strumentale) quel laicismo che non lascia alla religione, ridotta ad inoffensiva anticaglia, altro che il foro interiore, e la “riserva indiana” dei luoghi di culto, con un imprevedibile esito interiorista; gli interioristi dal canto loro, lo abbiamo appena visto, nella loro furia antiintegrista (rivolta in realtà contro l’integrità della religione), finiscono col farsi travolgere dal loro stesso impeto, e si danno anch’essi a lodare, e non soltanto a parole, quel medesimo modernismo trionfante, quel laicismo e liberalismo che condannano (ma non sempre) a parole, e che di fatto rappresentano l’esito ultimo della negazione della realtà trascendente della religione.

    Sin qui le deviazioni e gli errori. Quel che ci preme di ribadire, anche a questo riguardo, è l’universalità del concetto e della realtà del Tawhid, dell’Unità Divina, che è il fondamento e il coronamento dell’integrità della religione. La nozione, o meglio, la realtà sussistente dell’unità, incentrata sull’unità ed unicità divine, non ammette eccezioni, a qualsivoglia livello; e quindi non ammette associazione, shirk, quale che sia, che è il risultato d’ogni dissociazione del reale, ma ammette solo subordinazione ed articolazione, laddove non si voglia cadere nell’assurdo evidente o del panteismo, o del nichilismo puro e semplice, dato che sia l’essere, ma dato che sia in ogni sua forma, ed ogni suo livello, nei gradi dell’articolazione dei suoi contenuti. Quel che vogliamo dire con ciò, è che il Tawhid, l’unicità di Dio, fondata sull’unità essenziale e sull’unicità esistenziale, coinvolge tutti i livelli di realtà in rapporto all’unità del termine ultimo, che definendoli nella loro assoluta dipendenza ed indigenza esistenziale (niyaz), ne qualifica in tal senso l’unicità.

    E quindi, da questo fondamento ontologico, che coinvolge i tre gradi dell’Essere, dei Nomi, e degli Atti Divini, l’unicità degli atti d’adorazione, non in quanto rivolti ad un ente tra altri ente, ma all’unica realtà, che coinvolge da ultimo le stesse azioni e lo stesso essere dell’adorante; da qui l’unicità della guida profetica ed imamica, diretta conseguenza dell’unicità dei Nomi e delle Energie Divine, con il correlato dell’unicità della Rivelazione, del ciclo della Profezia, risultato della discesa della luce increata sino al nostro livello d’esistenza, sino ad assumere la forma dei “due carichi” (thaqalayn) del celebre hadith, la forma di parole del Sacro Corano, e quella dell’effettualità sensibile degli scevri da errore e da peccato (ma’sum), la pace su di loro; discesa che, procedendo dalle altezze inaccessibili dell’Essenza, dà al cosmo creato un centro intelligibile e sensibile, che totalizza nella sua individuazione sintetica e dettagliata tutti i livelli dell’esistenza.

    E’ facile comprendere a questa stregua come la pretesa separazione tra interiorità ed esteriorità nella religione non abbia nessun senso, nessuna realtà, tranne quella dell’errore e dell’illusione. Recita un celebre hadith che questo mondo (dunya) e l’al di là (akhira) sono fratelli gemelli (tawa’mani). Questa affermazione riguarda tutti gli aspetti ed i livelli della realtà in cui si invera la connessione tra questo nostro mondo e l’al di là.

    In particolare, non si dà esteriorità effettuale scissa dall’interiorità; ed è una pura e semplice bestemmia la pretesa di ravvisare nella condotta di alcuni degli Imam Ma’sum(as) la giustificazione di una tesi siffatta: gli Imam (as) poterono sì rinunziare temporaneamente all’azione politica, ma giammai al superiore diritto da cui questa deriva, ponendo così le premesse operative dell’azione concreta, della quale è nostro dovere prendere l’iniziativa e farci carico. Sarebbe contraddittorio che gli Imam (as), nel rivendicare il loro superiore diritto al potere temporale, al califfato, ne abbiano di fatto negato l’effettualità, rifiutandolo e rinunziando all’azione politica, dato che il potere temporale riguarda appunto la realtà contingente, e non certo la trascendenza.

    E la vicenda dell’Imam Husayn (as)7, ben lungi dal sigillare anche temporalmente la via del martirio, possibilità di noi tutti uomini comuni, alla stessa stregua di cui si sigillano la Profezia e l’Imamato, possibilità dell’Uomo Universale, non fa che ribadire, nel momento del trionfo apparente della potenza delle tenebre, quella via del sacrificio che si è inverata e si invererà in tutti gli Imam ed in tutti i martiri, sino al trionfo finale dell’Imam Mahdi (aj); azione esteriore e sensibile che deriva dall’interiorità del jihadal-Akbar contro la nostra nafs, che a sua volta procede dal fine ultimo della prossimità divina, esternatesi nei fini intermedi, di cui definisce l’articolazione ascendente e discendente.

    Da qui, del pari, l’insostenibilità di ogni esteriorismo, ovverosia dell’appiattimento della religione su uno degli aspetti della sua realtà effettuale, a procedere dal rifiuto di ogni mediazione trascendente, a partire dalla mediazione suprema, della Wilayat imamica, nella sussistenza individua della sua completezza d’articolazione, con il conseguente svuotamento della stessa funzione profetica. La stazione dell’Uomo Universale nella sua perfezione muhammadica è superiore a quella adamica, che è superiore, secondo l’esplicita asserzione coranica, a quella angelica, che a sua volta oltrepassa quella degli uomini ordinari.

    La perfezione imamica si pone tra Dio e l’uomo, ed è l’estremo superiore, il vertice della sua realizzazione spirituale. Guai a banalizzare l’ascesa a Dio appiattendola sul suo livello infimo, negando la pluralità dei gradi di perfezione, dato che “vi sono gradi distinti presso Iddio”8. La perfezione non apparterrà certo a chi presume che “il Corano gli basti”, rifiutando tutto il resto.

    Tutto questo non significa certo che l’esito dell’Islam sia l’accettazione di un mondo d’errore e d’ingiustizia; tutt’altro! La realtà del Dar ul-Islam discende direttamente dall’archetipo divino tramite la Rivelazione Profetica e la Guida Imamica.

    Quantunque il mondo dell’errore e dell’ingiustizia proceda anch’esso da un archetipo, come l’illusione procede dalla realtà, l’errore dalla verità, ed ogni difetto da una perfezione, ciò non toglie che ci si debba sempre adoperare in questo basso mondo, quale che ne sia il modo, conformemente all’imperativo coranico, per l’inveramento attuale dell’archetipo stesso, e non dei suoi mancamenti; il che significa che Iddio Altissimo ci ha ingiunto di lottare per il trionfo della verità, della giustizia, della Sua Legge, ovverosia dell’Islam, quale necessario correlato e conseguenza della nostra lotta interiore per l’ascesa alla prossimità divina, sino all’avvento del Mahdi Atteso (aj), che “sazierà la terra d’armonia, dopo che essa sarà stata ricolma d’iniquità e di tirannide

    • 1. Rif.Santo Corano, 4:75.
    • 2. (S) abbreviazione di “salla allahu wa alehi wa aliyhi wa sallam”: “pace e benedizioni di Allah (SwT) su di lui e sulla sua famiglia”.
    • 3. (as) abbreviazione di “‘aleyhi-ha-hum assalam”, “che la pace sia su di lui-lei-loro”, che viene utilizzato accanto ai nomi dei profeti, degli angeli, dei puri Imam e delle donne del Paradiso (Khadija, Fatima, Maria, Asya ) e secondo alcuni pareri viene usato anche accanto a nomi di altre donne come Zeynab, Ruqayya, Oum Kulthum,Fatima Masuma…
    • 4. Rif. Santo Corano, 66:77-79
    • 5. (aj) Abbreviazione di “Ajal-Allahu-l-faraja”, che Allah (SwT) affretti la sua venuta
    • 6. Rif. Santo Corano, 42:41-42.
    • 7. Riferimento alla tragedia avvenuta il 10 Muharram del 62 a.H. in Iraq, dove l’Imam Hussayn (as) e 72 fra membri della sua famiglia e compagni, furono massacrati in una battaglia eroica, ineguale e disperata in difesa della Fede e dei principi dell’Islam, controYazid, figlio di Muwayya, dittatore sanguinario e senza scrupoli. Dei maschi della sua famiglia, solo suo figlio °Ali inb al-Hussayn Zeyn al-°Abidin (as) si salvò, poiché essendo molto malato il padre gli proibì di combattere. Questa tragedia è considerata come l’avvenimento più terribile che ha segnato i primi tempi dell’Islam. Innumerevoli opere sono state scritte su questa tragedia. Per ulteriori approfondimenti cfr. ad esempio in francese: "L'Imam al-Hussayn et le Jour de `Ashourâ'", in inglese “Tears and Tributes”, ed in italiano “Alluhuf”, e in preparazione “Ashurà: antologia di scritti sulla tragedia di Karbala”.
    • 8. Rif. Santo Corano: 3:163.
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