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Capitolo 7
La Profezia

 

 

Introduzione

 

 

Dio l’Altissimo con il Suo infinito potere, in assoluta autosufficienza, ha creato l’universo e lo ha colmato di innumerevoli benefici.

Tutte le creature, dal primo giorno della loro comparsa, vengono da Dio sostenute, guidate verso un ben determinato obiettivo e godono costantemente dei suoi benefici. Ci è sufficiente considerare le diverse fasi della nostra vita (dall’allattamento alla vecchiaia, passando per l’infanzia e la gioventú) per comprendere l’infinita cura e l’illimitata misericordia che il Signore ha riversato su di noi.

 

La persona dotata di sano intelletto, meditando su tale questione, comprenderà che Dio è piú misericordioso di qualsiasi altro essere nei confronti di ciascuna delle Sue creature. È per effetto di questa Sua immensa misericordia che Egli vuole costantemente il bene delle Sue creature e mai desidera il loro danno, la loro rovina.

L’uomo è una delle creature di Dio; noi sappiamo che se aspira alla felicità e alla beatitudine deve essere realista e retto. In altre parole, se l’uomo aspira alla felicità deve avere una fede fondata su saldi e corretti principi, un carattere integro e una buona condotta. Ci chiediamo però a questo punto come può l’uomo raggiungere una tale condizione?

 

È possibile che qualcuno arrivi alla conclusione che l’uomo tramite il proprio intelletto può distinguere il bene dal male, il vero dal falso e in tal modo raggiungere tale obbiettivo. Bisogna però sapere che l’intelletto da solo non ha il potere di fare ciò, non è in grado di guidare l’uomo al realismo e alla rettitudine. Tutti i vizi e le cattive azioni che tormentano ogni giorno le diverse società umane riguardano infatti uomini dotati di intelletto; esso per effetto di egoismo, avidità e passionalità rimane sopraffatto dai sentimenti, diventa succube delle passioni e di conseguenza essi si traviano, escono dal retto sentiero.

 

Si conclude quindi che è necessario che Dio l’Altissimo ci guidi verso la beatitudine, ci inviti alla salvezza con un mezzo che, a differenza dell’intelletto, non possa essere soggiogato dalle passioni e sia infallibile nella propria funzione di guida delle genti sul retto sentiero. Si dimostra che questo mezzo non può essere altro che la “missione profetica”.

Prova relativa alla Profezia

 

Da quanto è stato detto riguardo all’unicità divina si è compreso che la formazione e lo sviluppo delle cose, come pure la loro creazione, è opera di Dio l’Altissimo. In altre parole è Dio che guida e dirige ogni essere dell’universo (che dal primo istante della propria comparsa si dà continuamente da fare per sopravvivere, completarsi e diventare cosí relativamente autonomo) sulla via della permanenza e del compimento.

 

In base a ciò si può con certezza dedurre che ogni specie esistente permane secondo un particolare piano genetico che ogni individuo a essa appartenente esegue col suo specifico modo di vivere. Piú esplicitamente, ogni genere ha una ben determinata serie di doveri nell’armonia dei mondi, verso i quali viene guidata da Dio l’Altissimo.

 

A tal proposito il nobile Corano afferma:

 

“(Mosè) disse: ‘Il nostro Dio è Colui che ha donato a ogni cosa la sua particolare natura e poi l’ha guidata” (Santo Corano, 20:50)

 

Tutte le componenti dell’universo seguono tale norma: le stelle del cielo, la terra che calpestiamo, gli elementi che vi si trovano, i composti che danno luogo ai fenomeni elementari, i vegetali e gli animali. In termini generali, tale condizione si estende anche all’uomo. Il suo caso presenta però una fondamentale differenza, della quale intendiamo ora dare una breve spiegazione.

 

Il globo terrestre, creato milioni di anni fa, esercitando (nel proprio raggio d’azione e nella misura in cui i fattori contrari gli lo permettono) le proprie recondite forze svolge le sue diverse azioni e produce, con i suoi moti di rotazione e di rivoluzione, gli effetti relativi alla propria esistenza, garantendosi in tal modo la propria permanenza. Fino a quando un fattore piú potente non lo ostacolerà questo straordinario pianeta continuerà a svolgere le sue azioni, a eseguire tutti i doveri che ha nell’ordinato e armonico sistema universale.

 

Il mandorlo, dal momento in cui il nocciolo da cui deriva germoglia fino al giorno in cui diviene un albero completo, ha determinati doveri inerenti alla propria nutrizione, alla propria crescita, al proprio sviluppo, eccetera eccetera (inerenti cioè al proprio itinerario di vita), ai quali adempierà, o meglio sarà obbligato a adempiere, finché un fattore contrario e piú forte non lo ostacolerà.

 

Lo stesso avviene per tutti gli altri esseri dell’universo, a eccezione dell’uomo che presenta una peculiare caratteristica: l’arbitrio.

Egli può rifiutare di compiere un’azione che non comporta ostacoli e gli è interamente favorevole e, al contrario, impegnarsi in un’azione che risulti per lui completamente deleteria. Talvolta rifiuta di prendere un antidoto, talaltra beve un veleno per porre fine ai suoi giorni.

 

È chiaro che Dio, che (come è già stato detto in precedenza) guida tutte le Sue creature verso il bene e la perfezione, non costringerà una creatura dotata di arbitrio a seguire il retto sentiero. Ciò è confermato dal comportamento dei Profeti, inviati da Dio Onnipotente per guidare l’uomo verso il bene, la perfezione e la beatitudine. Essi, da parte di Dio l’Altissimo, annunciano all’uomo la via del bene e della beatitudine e quella del male e della perdizione; comunicano ai seguaci della religione di Dio che riceveranno da Lui una generosa ricompensa per il loro retto agire e li fanno sperare nella misericordia divina. Mettono invece in guardia gli empi e i peccatori dal castigo divino; gli uomini saranno poi liberi di scegliere tra il bene e il male, tra la beatitudine e la perdizione.

 

Questo è ciò che ha disposto il Signore per guidare l’uomo verso il bene, la perfezione e la beatitudine e salvarlo dal male, dai vizi e dalla perdizione.

Ora, se è vero che l’uomo attraverso il proprio intelletto è in grado di comprendere in modo generale il bene e il male, è anche vero che questo stesso intelletto (come è già stato detto in precedenza) viene per lo piú sopraffatto dalle passioni e talvolta cade anche in errore.

 

È perciò necessario che Dio, oltre all’intelletto, metta a disposizione dell’uomo un mezzo assolutamente infallibile e insoggiogabile. In altre parole, è necessario che il Signore confermi con un mezzo invincibile i precetti che fa comprendere, in modo generale, attraverso l’intelletto. Questo insormontabile mezzo è appunto la “profezia”: Dio l’Altissimo rivela a uno dei Suoi servi {il profeta} i Suoi salvanti precetti e lo incarica di trasmetterli agli uomini e di indurli (facendoli sperare nella Sua ricompensa e mettendoli in guardia dal Suo castigo) a seguire queste sacre leggi.

Dice Dio l’Altissimo nel nobile Corano:

 

“Invero Ci siamo rivelati a te {o profeta Muhammad (S)} come Ci siamo rivelati a Noè e ai profeti che vennero dopo di lui… Inviammo agli uomini dei messaggeri, i quali comunicarono ai seguaci della religione di Dio che avrebbero ricevuto da Lui una generosa ricompensa per il loro retto agire, mettendo invece in guardia gli empi dal castigo divino, affinché dopo i Messaggeri la gente non avesse potuto piú argomentare contro Dio per non aver potuto disporre di questo tipo di guida” (Santo Corano,4:163-165)

Gli attributi del Profeta

 

Da quanto precede risulta che è necessario che il Signore Onnipotente istruisca alcuni dei Suoi servi sui princípi e le leggi che garantiscono la beatitudine umana e li invii agli uomini come Suoi messaggeri.

L’uomo incaricato di trasmettere i messaggi divini è chiamato “profeta” o “inviato di Dio” e l’insieme dei messaggi divini trasmessi da esso agli uomini prende il nome di “religione”.

 

Da quanto è stato detto in precedenza è inoltre facile dedurre che il profeta deve:

 

1)          Essere immune dall’errore nell’esecuzione della propria missione, affinché possa trasmettere agli uomini la rivelazione, senza il minimo errore. In caso contrario, la guida divina risulterebbe inefficace e la “Legge della Guida Universale”, implicitamente citata in precedenza, perderebbe la sua generalità, il che, in base a quanto è stato in precedenza detto, è assurdo. A tal proposito, il Corano dice:

 

“Il Conoscitore dell’Occulto non lo manifesta ad alcuno, salvo che a colui che sceglie come messaggero. Egli lo fa sorvegliare affinché i messaggi divini vengano trasmessi alla gente senza il minimo errore, cosí come gli sono stati rivelati” (Santo Corano, 77:26-28)

 

2)          Essere immune dal peccato, in quanto la minima trasgressione annullerebbe la sua credibilità e renderebbe di conseguenza inefficace la sua missione. La gente non dà infatti alcun valore alle parole dell’individuo i cui atti contraddicono le sue parole; la sua cattiva condotta viene persino presa come evidente prova della sua falsità. Si può riassumere quanto è stato detto finora riguardo agli attributi del profeta dicendo che affinché la trasmissione dei messaggi divini avvenga in modo corretto e risulti efficace è necessario che il profeta sia immune dall’errore e dal peccato.

 

3)          Possedere tutte le virtú morali, come il pudore, il coraggio, la giustizia, eccetera eccetera. Infatti, chi è immune da ogni sorta di peccato e osserva integralmente la religione di Dio non può avere alcun vizio.

 

I Profeti

 

Introduzione

 

La storia conferma che diversi profeti sono venuti tra gli uomini per invitare la gente a aderire alla religione di Dio. La loro biografia non ci è però molto chiara, a eccezione di quella del nobile profeta Muhammad (S).

Il nobile Corano descrive la missione dei Profeti e mette bene in luce i loro obbiettivi. In questo celeste libro troviamo che il Signore Onnipotente ha inviato numerosi messaggeri per invitare gli uomini a aderire al monoteismo e alla religione di Dio:

 

“Non abbiamo inviato alcun profeta prima di te senza avergli rivelato: ‘Non v’è altra divinità all’infuori di Me! Adorate dunque solo Me!’” (Santo Corano,21:25)

 

I Profeti Ulil’azm

 

I profeti che hanno apportato un libro ispirato e una legislazione indipendente sono cinque: Noè {Nuh}, Abramo {Ibràhim}, Mosè {Musa}, Gesú {Isà} e Muhammad (S).

Riguardo a loro il Corano afferma:

 

“Dio vi ha decretato una religione che raccomandò {in precedenza} a Noè. Ciò che abbiamo rivelato a te {o profeta Muhammad (S)} e raccomandato ad Abramo, Mosè e Gesú è: ‘Innalzate la religione {preservatela cioè aderendovi e mettendola in pratica} e non dissentite su di essa’” (Santo Corano,42:13)

 

Questi cinque profeti, chiamati “Profeti Ulil’azm {risoluti}”, non sono i soli inviati di Dio; numerosi altri profeti sono stati infatti inviati all’umanità. Secondo quanto dice il nobile Corano, ogni popolo ha avuto il suo profeta:

 

“Ogni nazione ha avuto il suo profeta” (Santo Corano,10:47)

 “Ogni popolo ha avuto la sua guida”(Santo Corano,13:7)

 

Per quanto riguarda poi i nomi di questi nobili profeti, il sacro Corano ne cita solo venti:

 

“Vi sono profeti di cui ti abbiamo parlato e altri di cui non ti abbiamo parlato” (Santo Corano,40:78)

 

Gli inviati di Dio venuti dopo ciascuno dei Profeti Ulil’azm hanno invitato l’uomo a seguire la legislazione apportata da questi ultimi. La funzione profetica si è cosí perpetuata sino al giorno in cui Dio inviò Muhammad (S) Ibniabdillàh(S), l’ultimo del profeti divini, per trasmettere all’uomo l’ultima e la piú completa legislazione religiosa e inviare il Corano, che è l’ultimo e il piú completo libro ispirato. È per questo motivo che la religione portata da questo nobile profeta non perirà mai e la sua legislazione rimarrà in vigore fino al Giorno del Giudizio.

Il profeta Noè

 

Noè fu il primo dei profeti apportatori di legislazione e libro ispirato. Egli invitò gli uomini del suo tempo a aderire al monoteismo, a non adorare altri all’infuori di Dio l’Unico e a liberarsi del politeismo e dell’idolatria.

Secondo il glorioso Corano questo nobile profeta lottò tenacemente per mettere fine alle differenze di classe, all’oppressione, all’ingiustizia e si sforzò di insegnare quanto gli era stato rivelato da Dio attraverso l’argomentazione, cosa del tutto nuova per gli uomini di quell’epoca.

 

Predicò per un lungo periodo la religione di Dio e a parte un ristretto numero di persone il resto della gente preferí restare nell’ignoranza e nell’abiezione. Il signore allora, provocando un diluvio, purificò il mondo di queste empie creature. Solo Noè e i suoi seguaci furono risparmiati e destinati a ricostituire sulla terra una società religiosa.

 

Questo venerato profeta fondò il monoteismo e fu il primo incaricato divino che combatté l’ingiustizia, la tirannia e l’empietà. È per questo servizio inestimabile che ha reso alla religione di Dio che ha ricevuto dal Signore una benedizione della quale godrà fino alla fine del mondo:

 

“Sia benedetto Noè tra la gente del mondo” (Santo Corano,37:79)

 

Il profeta Abramo

 

Molti anni passarono dalla scomparsa del santo Noè. Benché dopo di lui numerosi altri profeti (quali Hud e Sàlih) avessero guidato anche loro gli uomini verso Dio e alla rettitudine, giorno dopo giorno, il politeismo e l’idolatria si diffusero, fino ad arrivare al punto da conquistare l’intero mondo. Fu cosí che il Signore Onnipotente, nella Sua imperscrutabile saggezza, inviò Abramo.

 

Egli era il perfetto esempio di uomo puro. Con intento sincero e senza il minimo pregiudizio si mise alla ricerca della verità e comprese che all’infuori del Creatore dell’universo non v’è altra divinità. Egli inoltre combatté senza posa contro il politeismo e la tirannia.

 

Come afferma chiaramente il Corano e confermano le tradizioni degli Imam dell’Ahl ul-Bayt, Abramo trascorse il periodo della propria fanciullezza in una grotta lontano dallo strepito delle masse e dal tumulto delle città. Non vedeva che sua madre, che, di tanto in tanto, gli portava da mangiare e da bere. Un giorno ritornò in città con la madre e andò a casa dello zio Àzar. Là ogni cosa gli parve sconosciuta e assai stupefacente; con infinito interesse e assoluta calma, immerso nello stupore e nella meraviglia, esaminava attentamente gli oggetti e le cose che lo circondavano e cercava di scoprire la causa della loro esistenza. Vide delle persone, tra cui lo zio Àzar, adorare idoli da loro stessi fabbricati. Cercò allora di informarsi intorno a quegli oggetti, ma le spiegazioni che gli vennero date sulla loro presunta divinità non lo convinsero.

 

Vide poi alcuni adorare la stella Diana, altri adorare la luna e altri ancora il sole. Siccome però ognuno di questi astri tramontava nel giro di qualche ora, Abramo non credette alla loro natura divina.

Dopo tali esperienze e constatazioni, Abramo, senza riserbo, annunciò alla gente la sua sottomissione all’unica divinità esistente e la sua totale e fortissima avversione verso il politeismo e l’idolatria.

 

Fu cosí che il nobile Abramo si dedicò a combattere l’idolatria e il politeismo e a lottare instancabilmente contro gli idolatri per ricondurli alla fede nel Dio Unico. Riuscí addirittura a penetrare nel locale dove erano conservati gli idoli e li frantumò. Per tale atto (considerato dagli idolatri come il piú grande “crimine”) fu processato e condannato al rogo. Vennero cosí eseguiti i relativi rituali e dopodiché il probo Abramo fu gettato crudelmente nelle fiamme, dalle quali venne però salvato da Dio Onnipotente.

 

Qualche tempo dopo lasciò la Babilonia, di cui era originario, per raggiungere la Siria e la Palestina; in quelle terre egli proseguí la sua missione profetica.

Verso la fine dei suoi giorni ebbe due figli: l’uno Isacco {Ishàq}, da cui discendono i figli d’Israele, l’altro Ismaele {Ismàil}, da cui discendono gli Arabi.

Egli condusse, per ordine del Signore, Ismaele ancora lattante e la madre di Ismaele nell’Hijàz. Stabilí la sua famiglia tra le montagne della zona di Tihàmah, in una terra arida e disabitata e invitò cosí gli Arabi nomadi ad abbracciare il monoteismo. Edificò poi la Ka’bah e istituí il pellegrinaggio alla Mecca {Alhajj}, che rimase una pratica diffusa tra gli Arabi fino all’avvento dell’Islam.

La religione portata da Abramo era conforme alla natura umana. Egli, secondo quanto afferma espressamente il Corano, portò un libro ispirato e fu il primo a chiamare la religione di Dio “islàm” {sottomissione} e i suoi seguaci “muslimín” {sottomessi}.

 

Le religioni monoteistiche e cioè il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islàm, discendono tutte da Abramo. Mosè, Gesú e Muhammad (S), profeti di queste tre religioni, appartenevano infatti tutti alla progenie di Abramo ed erano nella sua stessa linea di invito.

 

Il profeta Mosè

 

Mosè, figlio di Imràn, era il terzo dei Profeti Ulil’azm e apparteneva alla progenie di Israele (Giacobbe).

Ebbe una vita assai travagliata. Quando nacque, i figli d’Israele vivevano tra i Copti (in Egitto) in istato di abiezione e prigionia e, per ordine del Faraone, i loro figli venivano decapitati. La madre di Mosè, in base a quanto gli era stato ordinato da Dio in sogno, depose Mosè in una cesta e la lasciò andare alla deriva sul Nilo. La corrente fece allora approdare la cesta davanti al palazzo del Faraone.

 

Su ordine di questi, la cesta fu raccolta; quando fu aperta ne uscí un piccolo neonato. Il faraone cedette alle insistenze della moglie e rinunciò a uccidere il bambino. Siccome poi i sovrani non avevano figli, essi l’adottarono e l’affidarono a una nutrice, che altri non era che la sua stessa madre.

 

Mosè visse alla corte del Faraone fino agl’inizi della sua gioventú, dopodiché, avendo ucciso una persona, fuggí dall’Egitto e si rifugiò nella città di Madian. Là conobbe il profeta Sciuàib e ne sposò la figlia. Dopo aver trascorso alcuni anni presso Sciuàib come pastore delle sue greggi, Mosè decise di ritornare in Egitto. Con sua moglie, i figli e il suo bestiame, tornò quindi al paese natale; lungo il cammino, quando nottetempo arrivò al monte Sinai, il Signore Onnipotente lo incaricò della missione profetica.

 

Doveva inizialmente invitare il Faraone a convertirsi al monoteismo, liberare i figli d’Israele dal giogo copto e prendere suo fratello Aaronne come proprio ministro. Il Faraone, che era idolatra e si presentava agli Egiziani come una divinità, respinse l’invito di Mosè e si rifiutò di riconoscere la sua missione e di liberare i figli d’Israele.

 

Benché Mosè richiamasse per anni gli Egiziani al monoteismo e realizzasse a tal proposito numerosi miracoli, il Faraone e il suo popolo seppero solo dimostrarsi ostinati e sgarbati nei suoi confronti.

Alla fine, su ordine divino, Mosè partí nottetempo con i figli di Israele verso il Deserto del Sinai. Quando raggiunsero il Mar Rosso, il Faraone venne a conoscenza dell’esodo e si lanciò con le sue truppe al loro inseguimento. Fu in quella circostanza che Mosè, con un miracolo, divise le acque e con il suo popolo varcò il mare, il quale si richiuse davanti al Faraone e ai suoi uomini annegandoli.

Dopo questo avvenimento Dio gli rivelò la Torà e istituí tra i figli d’Israele la legge ebraica.

 

Il profeta Gesú

 

Gesú, il quarto dei Profeti Ulil’azm, apportò anch’egli un libro ispirato e una legislazione religiosa.

La sua nascita avvenne in modo del tutto eccezionale: sua madre, Maria {Mariam}, che era una casta vergine, stava pregando nella città di Bàitulmuquaddàs {Città Santa}, quando d’un tratto discese Rúhulquddús {l’arcangelo Gabriele} e le annunciò, da parte di Dio, la venuta del Messia. Con un leggero soffio sulla manica del vestito della nobile donna, la fecondò poi del Cristo.

 

Dopo la sua nascita, dinanzi alle ingiuste accuse che la gente rivolgeva a sua madre, il neonato (ancora nella culla) prese le sue difese e annunciò agli uomini la sua missione profetica e il libro ispiratogli da Dio.

Iniziò in età giovane a predicare la religione di Dio e restaurò, con qualche modifica, la legislazione apportata da Mosè. Inviò poi alcuni dei suoi discepoli nelle diverse regioni a predicare la sua religione.

 

Qualche tempo dopo la divulgazione del suo messaggio, i Giudei {il popolo di Gesú} tentarono di ucciderlo; Dio però lo salvò e gli Ebrei uccisero un altro al suo posto.

Nel nobile Corano è detto che un libro ispirato, chiamato “Ingíl” {Vangelo} è stato rivelato a Gesú. Questo però non si identifica con alcuno dei Vangeli scritti dopo di lui (e relativi alla sua vita e alla sua predicazione) dei quali solo quattro, quelli composti da Luca, Marco, Matteo e Giovanni, sono stati ufficialmente riconosciuti {dalle chiese cristiane}.

Il profeta Muhammad (S)

 

Introduzione

 

La biografia del venerato profeta Muhammad (S) è conosciuta meglio di quella di qualsiasi altro profeta. Col passare del tempo e per effetto delle evoluzioni storiche avvenute, il libro celeste, la legge religiosa e persino la divina personalità dei profeti che lo hanno preceduto hanno subito notevoli alterazioni, le quali hanno, di conseguenza, reso ambigue le loro biografie.

 

Invero, all’infuori delle limitate nozioni forniteci dal Corano e dalle tradizioni del Profeta e della sua Ahl ul-Bayt {Alí, Fatima e dodici infallibili Imam da loro discendenti}, non v’è nulla di preciso e chiaro riguardo alla loro biografia.

Al contrario, la biografia del nobile profeta Muhammad (S) è assai chiara ed è in grado di descrivere a sufficienza i diversi caratteri della sua straordinaria vita.

 

L’amatissimo profeta dell’Islam è l’ultimo dei messaggeri che il Signore misericordioso ha inviato agli uomini per guidarli sul retto sentiero. Quattordici secoli orsono, del monoteismo non era rimasto che un semplice nome e gli uomini avevano totalmente abbandonato l’adorazione del Dio Unico, si erano completamente allontanati dalla fede in Dio, dall’umanità e dalla giustizia. La sacra Ka’bah era divenuta un santuario di idoli e la religione di Abramo s’era trasformata in idolatria.

 

Gli Arabi conducevano una vita strettamente tribale, persino nelle diverse città che avevano formato nell’Hijàz e nello Yemen. Essi vivevano in condizioni tra le piú vili e arretrate: in luogo della civiltà e della virtú, tra la gente regnava la scostumatezza e il vizio e peccati quali bere vino e giocare d’azzardo erano assai diffusi; le figlie femmine venivano sotterrate vive e la maggior parte della gente si procurava da vivere attraverso il furto, il brigantaggio, l’omicidio e il saccheggio dei beni e del bestiame altrui. Essere sanguinari, spietati e tiranni era poi il piú gran vanto.

 

In un tale ambiente il Signore misericordioso scelse Muhammad (S)  per riformare e guidare l’intera umanità; gli rivelò quindi il Corano (comprendente sublimi conoscenze, preziose nozioni che aiutano l’uomo a conoscere Dio, un concreto programma per realizzare la giustizia e utili ammonimenti) incaricandolo di invitare, servendosi di questo divino libro, la gente a comportarsi in modo umano e a aderire alla verità.

 

Dalla nascita all’inizio della missione

 

Il sommo Profeta nacque alla Mecca nell’anno 570 dopo Cristo (cioè cinquantatré anni prima dell’Egira) nella piú nobile e onorata delle famiglie arabe.

Prima di venire al mondo perse suo padre e dopo aver perso, all’età di sei anni, anche la madre, fu il nonno Abdulmuttalíb a prendersi cura di lui. Quest’ultimo però morí due anni dopo e il nobile bambino passò cosí sotto la diretta tutela del suo gentile zio Abutàlib (padre di Alí, il Principe dei Credenti). Egli amò il suo nobile nipote come un suo stesso figlio e fino a pochi mesi prima dell’Egira non mancò mai di proteggerlo e sostenerlo.

 

Gli Arabi della Mecca, come gli altri Arabi, allevavano pecore e cammelli e talvolta commerciavano con i paesi vicini, in particolare con la Siria. Erano ignoranti e rozzi, in nessun modo interessati all’istruzione e all’educazione dei propri figli. Muhammad (S), al pari degli altri, non aveva imparato né a leggere né a scrivere.

 

Tuttavia, sin dall’infanzia si distinse dagli altri per le sue virtú: non adorava mai idoli, non mentiva, non rubava, non tradiva, non commetteva mai atti turpi, non si comportava mai in modo superficiale ed era dotato di una straordinaria intelligenza e di grandi capacità. Queste nobili qualità gli fecero in breve tempo acquistare una notevole popolarità tra la gente. Divenne cosí famoso con l’appellativo di “Al-amín” {il Fidato}. Era per questa sua straordinaria fidatezza che la gente affidava per lo piú a lui i beni che intendeva depositare e lodava la sua onestà e le sue grandi capacità.

 

Aveva all’incirca vent’anni quando una delle ricche dame della Mecca, la nobile Khadíjah, lo scelse come suo agente commerciale. L’onestà, l’intelligenza e le notevoli capacità di Muhammad (S) assicurarono abbondanti guadagni a Khadíjah che attratta sempre di piú dalla sua straordinaria personalità, gli propose di sposarla. Dopo il matrimonio il giovane Muhammad (S) continuò per diversi anni le attività commerciali della moglie.

 

Fino a quarant’anni, egli intrattenne normali rapporti con la gente e venne considerato uno dei membri della comunità; a differenza degli altri però possedeva un carattere integro, una condotta esemplare e aborriva l’oppressione, la crudeltà e l’arrivismo. Tali virtú gli avevano fatto guadagnare il rispetto e la fiducia della gente. Si narra che un giorno, durante i lavori di riparazione della Ka’bah, sorse una disputa tra le diverse tribú su chi dovesse collocare al suo posto la Pietra Nera {Hajar ul-Aswàd}. Per risolvere la controversia scelsero unanimemente il nobile Muhammad (S) come arbitro. Quest’ultimo fece depositare questa sacra pietra in un mantello e i capi delle tribú presero i lembi del mantello e lo alzarono; fu poi il nobile Muhammad (S) a collocarla al suo posto. Grazie a questo intervento, il litigio si risolse senza alcun spargimento di sangue.

 

Prima dell’inizio della sua missione profetica, benché fosse monoteista e quindi categoricamente contrario all’idolatria e al politeismo, siccome non combatteva direttamente le assurde e superstiziose credenze degli idolatri, la gente era in pace con lui, come lo era del resto con i seguaci delle altre religioni (quali i Giudei e i Cristiani) che vivevano in pace con gli Arabi idolatri.

Al Tempo in cui Muhammad (S) viveva presso suo zio Abutàlib e non aveva ancora raggiunto la pubertà, accompagnò quest’ultimo in un suo viaggio di affari in Siria.

 

Era una carovana assai imponente e un folto gruppo di persone viaggiava assieme a dell’abbondante mercanzia. Dopo essere penetrata in territorio siriano e aver raggiunto la città di Busrà fece una sosta nelle vicinanze di un monastero. Un monaco chiamato Bahirà uscí dal convento e invitò i viaggiatori a riposare all’interno del monastero. Abutàlib, al pari degli altri viaggiatori, accettò l’invito lasciando Muhammad (S) a sorvegliare i suoi beni. Bahirà, venuto a sapere che tutti erano presenti nel convento tranne Muhammad (S), chiese che lo si facesse entrare. Abutàlib chiamò allora il nipote e insieme si recarono dal monaco.

 

Dopo aver a lungo scrutato il nobile Muhammad (S), Bahirà lo prese da una parte e disse: “Giurami nel nome di Lat e Uzzà (due idoli adorati dagli abitanti della Mecca) che risponderai a quanto ti chiederò ora”. Muhammad (S) rispose: “Questi due idoli sono le cose che detesto maggiormente”. Il monaco disse allora: “In nome del Dio Unico, ti prego di dire la verità”. Il nobile bambino rispose: “Io dico sempre la verità, non ho mai mentito in vita mia; rivolgimi la tua domanda”. Bahirà chiese allora: “Qual è la cosa che ami di piú?”. Rispose: “La solitudine”. Il saggio monaco allora lo interrogò di nuovo: “Che cosa ami guardare di piú?”. Rispose: “Il cielo e le sue stelle”. A questo punto Bahirà chiese: “A che cosa pensi?”. Muhammad (S) rimase in silenzio e Bahirà guardò attentamente la sua fronte; disse poi: “Quando e con quali pensieri ti addormenti?”. Rispose: “Quando, guardando le stelle, le sento vicine a me, mi vedo sopra di esse”. Bahirà chiese allora “Fai anche sogni?”. Muhammad (S) rispose: “Sí e tutto quel che sogno lo vedo pure quando sono desto”.

Il monaco proseguí chiedendo: “Che cosa vedi in sogno?” e Muhammad (S) non disse nulla; dopo un momento di silenzio il saggio uomo si rivolse al nobile Muhammad (S) e gli disse: “Posso vederti tra le spalle?”; quest’altro acconsentí e Bahirà, denudandogli le spalle, scoprí un neo: “È proprio questo” mormorò. Abutàlib sorpreso gli chiese: “A che cosa ti riferisci? Cosa vuoi dire?”. Bahirà rivolgendosi allo zio del nobile bambino gli chiese: “Qual è il legame di parentela che ti lega a questo giovane”. Dal momento che Abutàlib amava Muhammad (S) come un suo stesso figlio, affermò: “È mio figlio”. Replicò allora Bahirà: “No, il padre di questo giovane deve essere già morto”, “Come fai a saperlo?” chiese Abutàlib sorpreso, prima di rivelare al monaco che Muhammad (S) era suo nipote. Bahirà disse allora ad Abutàlib: “Ascoltami bene, un radioso e sorprendente avvenire attende questo giovane. Se altri oltre a me vedranno ciò che io ho visto e lo riconosceranno, lo uccideranno. Devi nasconderlo e proteggerlo dai nemici”. Abutàlib domandò allora: “Dimmi chi è!”. Bahirà disse: “Nei suoi occhi e sul suo dorso vi sono due inconfondibili segni di riconoscimento di un grande profeta del futuro”.

 

Qualche anno piú tardi Muhammad (S) si recò nuovamente in Siria, ma questa volta in qualità di agente commerciale della nobile Khadíjah. Quest’ultima lo fece accompagnare dal suo servo Maisaràh raccomandandogli di prestargli assoluta ubbidienza.

 

Dopo essere penetrati in territorio siriano, fecero una sosta nei pressi della città di Busrà. Nelle vicinanze v’era l’eremo di un monaco chiamato Nasturà che già conosceva Maisaràh. Il monaco rivedendo Maisaràh, riferendosi a Muhammad (S), gli chiese: “Chi è quell’uomo che sta riposando sotto quell’albero?”. Egli rispose: “È un uomo della tribú dei Quraish”. Il monaco dichiarò allora: “Sotto quell’albero non fanno tappa se non i profeti di Dio”. Poi domandò:” I suoi occhi presentano forse segni di arrossamento”. Maisaràh rispose: “Si, costantemente”. Nasturà concluse: “E proprio lui! Egli è l’ultimo dei profeti di Dio. Potessi vedere il giorno in cui riceverà da Dio l’incarico di invitare la gente alla Sua religione!”

 

Numerose tribú ebree, avendo saputo dalle loro scritture del profeta Muhammad (S) e del luogo in cui sarebbe sorto, avevano lasciato la loro patria per andare a insediarsi nell’Hijàz. Fermatisi a Medina e nei dintorni di questa città, vissero per anni nell’attesa dell’avvento del profeta dell’Islam.

 

Poiché i membri della comunità trapiantata erano ricchi e opulenti, succedeva che talvolta fossero depredati dagli Arabi. Ma gli Ebrei sopportavano pazientemente tali soprusi e si lamentavano sempre con coloro che li opprimevano dicendo: “Sopporteremo i vostri saccheggi, i vostri soprusi fino al giorno in cui il Profeta Illetterato emigrerà dalla Mecca per venire a stabilirsi a Medina. Sarà allora che noi, dopo avergli prestato fede, ci vendicheremo di voi”.

 

Fu in tal modo che gli Arabi di Medina acquistarono una precedente conoscenza della missione profetica del nobile Muhammad (S). Tale conoscenza divenne in seguito uno dei principali fattori della loro rapida conversione all’Islam. Accadde poi che essi si convertirono, mentre gli Ebrei, a causa del loro fanatismo, si rifiutarono di prestare fede al profeta che tanto avevano atteso e del cui avvento tanto avevano parlato.

 

A tal proposito il Corano dice: “Quando il Libro di Dio {il Corano} giunse ai Giudei, sebbene esso confermasse le conoscenze e gli insegnamenti del libro ispirato da loro accettato e seguito, la Torà, e sebbene da tempo aspettassero di vincere (con l’aiuto del profeta dell’Islam) gli Arabi miscredenti, essi non si convertirono. Sia dunque la maledizione di Dio sui miscredenti”(Santo Corano,2:89)

 

A proposito invece della conversione di un gruppo di persone appartenenti alla Gente del Libro {Cristiani ed Ebrei} dice:

 

“...presto concederò la Mia misericordia a coloro che si comportano rettamente, che pagano la zakàh e che credono ai Nostri segni; {la concederò a} quelli {della Gente del Libro} che seguono l’Inviato, il Profeta Illetterato, il cui nome e i cui connotati vengono da loro trovati nella Torà e nel Vangelo. Egli ordina loro di compiere il bene, vieta loro di commettere il male, rende loro lecite le cose pulite e gradevoli e illecite le immonde e repellenti; egli li ha alleviati da ogni tipo di difficoltà e fatica, e, spezzando le catene che li tenevano legati, ha donato loro la libertà” (Santo Corano,7:156-157)

 

Dall’inizio della missione all’Egira

 

Il Signore Onnipotente suscitò nella penisola arabica (che era, senza esagerazione, un ricettacolo di miseria, corruzione e tirannia) il Suo prediletto profeta, il nobile Muhammad (S), incaricandolo di invitare l’umanità a aderire al monoteismo, rispettare la giustizia, compiere il bene e consolidare i rapporti sociali.

Fu incaricato di seguire e difendere costantemente e decisamente la verità e la giustizia e di fondare le basi della beatitudine umana sul principio della fede, del timor di Dio, della solidarietà e dell’abnegazione.

 

All’inizio il Profeta era stato incaricato solo di invitare la gente ad abbracciare l’Islam e poiché l’ambiente in cui si trovava era pieno d’oppressione, crudeltà e ostinatezza, parlò della sua missione divina solo a chi sperava che accettassero il suo divino invito. In questa prima fase della sua missione, non vi fu perciò che un numero ristretto di fedeli.

 

Secondo le tradizioni, la prima persona che accettò l’invito del Profeta fu suo cugino paterno Alí (figlio d’Abutàlib); dopo di lui si convertí Khadijah, la nobile moglie del profeta Muhammad (S).

 

Trascorso un certo tempo, egli ricevette l’ordine di invitare i suoi parenti stretti ad accettare la fede islamica; seguendo il decreto divino convocò i parenti (circa una quarantina di persone) a casa sua e annunciò loro la missione affidatagli dal Signore.

Dopo un po’ il sommo Profeta, per ordine divino, rese pubblico il suo invito e lo estese all’intera umanità. La reazione degli Arabi, in special modo della gente della Mecca, fu assai dura: i miscredenti e i politeisti respinsero con ferocia e crudeltà questo sincero invito del profeta Muhammad (S).

 

Talvolta lo chiamavano indovino e stregone, talaltra pazzo e poeta. Era schernito e canzonato e quando si accingeva a invitare la gente ad abbracciare la neonata religione islamica, oppure quando voleva eseguire i suoi atti d’adorazione, veniva brutalmente ostacolato dall’infernale baccano dei suoi nemici, i quali giunsero persino a versargli in testa della spazzatura e dello sterpame, a picchiarlo, insultarlo e a prenderlo a sassate.

Talvolta poi si tentava di corromperlo, promettendogli potere, denaro e simili, nella speranza di sviarlo in tal modo dal suo sacro obiettivo. Tutti questi tentativi risultarono però vani poiché il Profeta restò impassibile.

 

Talvolta si rattristava e rimaneva dispiaciuto per l’ignoranza e l’ottusità del suo popolo. È per questo che in alcuni versetti del Corano, il Signore Eccelso lo conforta ordinandogli di portare pazienza. In altri invece gli ordina di non dare assolutamente retta alle parole della gente e di continuare, con la massima decisione, la propria missione.

 

Coloro che si convertirono all’Islam furono fatti oggetto di terribili torture e tormenti dai miscredenti; spesso accadeva che alcuni di loro perdessero la vita a causa di tali torture. A volte, la pressione diveniva talmente intollerabile che i fedeli chiedevano al Profeta il permesso di organizzare una sanguinosa rivolta e porre cosí fine all’oppressione dei loro empi nemici. Il Profeta diceva però: “A tal proposito non ho ricevuto alcun ordine da Dio l’Eccelso: occorre pazientare”. Alcuni, sfiniti dai continui soprusi dei miscredenti, raccolsero la loro roba ed emigrarono.

 

A un certo punto la situazione divenne talmente critica per i Musulmani che il nobile Profeta autorizzò i propri compagni a emigrare in Abissinia per mettersi cosí al riparo, per un certo periodo, dalle torture e dalle molestie della propria gente. Un gruppo di fedeli, capeggiato da Ja’far {figlio di Abutàlib, fratello del Principe dei Credenti e uno dei migliori compagni del sommo Profeta}, si trasferí quindi in Abissinia. Quando i miscredenti della Mecca vennero a sapere dell’esilio dei Musulmani mandarono due dei loro abili ed esperti uomini, con una notevole quantità di doni, a chiedere al Negus l’estradizione degli esiliati. Ja’far con uno straordinario discorso tenuto alla presenza del Negus, dei sacerdoti cristiani e delle diverse autorità abissine, descrisse loro la divina personalità del sommo profeta Muhammad (S) e recitò anche alcuni versetti della “Sura di Maria”.

 

Le sue sincere parole erano talmente profonde e incantevoli che fecero piangere tutti, compreso il Negus. Quest’ultimo si rifiutò ovviamente di estradare gli esuli e respinse altresí i doni inviatigli dai miscredenti della Mecca. Ordinò poi di facilitare la residenza dei profughi musulmani e di mettere a loro disposizione ogni comodità.

Dopo questo fallimento, i miscredenti della Mecca concordarono di troncare ogni rapporto con i Baní Hàshim, parenti e seguaci del Profeta, e di isolarli e interrompere ogni loro relazione economica e sociale con l’esterno. Redatto in tal senso un accordo, lo fecero firmare a tutti e lo deposero nella Ka’bah.

 

I Baní Hàshim, accompagnati dal sommo Profeta, si trovarono costretti a lasciare la Mecca. Si rifugiarono in una gola conosciuta con il nome di “Gola di Abutàlib”, nella quale vissero per lungo tempo nelle piú difficili condizioni. Nessuno aveva il coraggio di uscire dalla gola, nella quale si doveva sopportare, durante il giorno, un tremendo caldo e, di notte, i lamenti delle donne e dei bambini.

 

Tre anni dopo i miscredenti a causa della scomparsa del documento deposto nella Ka’bah e dei numerosi rimproveri ricevuti dalle tribú della regione per il disumano atteggiamento da loro assunto nei confronti dei Baní Hàshim, rinunciarono all’accordo e questi ultimi poterono cosí porre termine al loro esilio.

Fu in quel periodo che la giovane comunità islamica perdette il nobile Abutàlib, unico protettore del sommo Profeta, e la generosa Khadíjah. Con la scomparsa di questi due saldi sostegni la vita del Profeta si complicò notevolmente; egli non poteva piú mostrarsi in pubblico e la sua vita era costantemente in pericolo.

 

L’Egira

 

L’anno in cui il sommo Profeta e i Baní Hàshim uscirono dalla “Gola di Abutàlib” era il tredicesimo della sua missione. In esso compí un breve viaggio a Taièf (città situata a circa cento chilometri dalla Mecca) e invitò gli abitanti di questa città ad abbracciare l’Islam. Gli ignoranti e i malvagi di Taièf si riversarono da ogni parte della città e iniziarono a ingiuriare e a prendere a sassi il Profeta; gli empi riuscirono alla fine a scacciarlo dalla città.

 

Tornò quindi alla Mecca e vi rimase per un certo periodo. Anche in questa città, come è già stato detto in precedenza, v’erano individui ignoranti e malvagi che gli erano fortemente ostili; di conseguenza, la sua vita era costantemente in pericolo.

 

I notabili della Mecca, ravvisando circostanze favorevoli, decisero nel corso di una riunione segreta (svoltasi in un luogo chiamato Dàrunnadwàh, l’analogo di un parlamento odierno) di eliminare il Profeta. Concordarono di scegliere una persona da ognuna delle tribú arabe e formare cosí una squadra che sarebbe dovuta penetrare nella casa del profeta e ucciderlo; questi empi volevano far partecipare tutte le tribú al delitto per mettere i Baní Hàshim (la tribú alla quale apparteneva il sommo Profeta) nell’impossibilità di vendicarsi. La partecipazione di un membro di questa stessa tribú all’assassinio avrebbe inoltre fatto completamente tacere gli altri.

 

Il progetto venne messo in atto e circa quaranta volontari nottetempo circondarono la dimora del Profeta con l’intento di attaccare la casa all’alba e assassinarlo. Tuttavia la volontà di Dio era diversa e il progetto fallí miseramente. Il Signore si rivelò infatti al Profeta, lo mise al corrente del complotto e gli ordinò di lasciare la Mecca ed emigrare a Medina. Il Profeta, informato Alí (as) dell’intrigo, gli comandò di trascorrere la notte dormendo nel suo letto e, dopo avergli fatto le ultime raccomandazioni, se n’andò.

 

Per la strada vide Abubàkr e lo portò con sé a Medina. Arrivarono nottetempo in una grotta del monte Saur. Dopo essersi nascosti nella grotta per tre giorni, proseguirono il loro viaggio fino a Medina ove la popolazione accolse calorosamente il sommo Profeta. Del resto, prima dell’Egira, alcuni dei notabili di Medina avevano incontrato alla Mecca il Profeta e si erano convertiti all’Islam; gli avevano inoltre promesso di appoggiarlo e difenderlo con tutte le loro forze nel caso in cui si fosse recato a Medina.

 

Nel frattempo gli empi, che avevano circondato la casa, la assalirono, trovando inaspettatamente Alí nel letto del Profeta; appena vennero al corrente della sua fuga si precipitarono fuori della città, ma tutte le loro ricerche furono vane.

 

L’insediamento del Profeta a Medina e le guerre del primo decennio dell’Egira

 

Il sommo Profeta Muhammad (S), fuggito dalla Mecca, si stabilí a Medina, i cui abitanti abbracciarono la religione da lui apportata e lo appoggiarono devotamente. Coll’arrivo del Profeta la città di Medina assunse un aspetto islamico, prese il nome di Madínat ur-Rasúl (Città dell’Inviato) in sostituzione di Iasríb e divenne la prima città islamica della storia. In essa circa un terzo degli abitanti erano ipocriti, falsi credenti; questi simulavano l’adesione all’Islam per timore della maggioranza musulmana.

 

Il sole dell’Islam iniziò a risplendere nel limpido cielo di Medina e la sua divina luce arrivò dappertutto, illuminando ogni cosa. Come prima cosa, trasformò in pace e serenità lo stato di guerra che da anni esisteva tra le due grandi tribú degli Aws e dei Khazraj. Illuminò poi i cuori dei membri delle tribú della regione, i quali, gradualmente, si convertirono tutti alla religione islamica. Ebbe poi un fondamentale ruolo nel riformare la società: l’applicazione dei precetti che venivano gradualmente rivelati da Dio al Profeta, estirpava ogni giorno una delle radici della corruzione e del male, sostituendola con giustizia e timor di Dio.

 

Gradualmente molti dei musulmani della Mecca, oppressi e torturati dagli empi miscredenti di questa città, abbandonarono le loro dimore per emigrare a Medina, ove vennero calorosamente accolti dai loro fratelli di fede. Il musulmani emigrati presero cosí il nome di “Muhàjirun” (emigrati), mentre i benevoli musulmani della città di Medina furono chiamati “Ansàr” (soccorritori).

 

Di questa celeste luce non riuscirono però a giovarsi le numerose tribú giudee che vivevano a Medina, nei suoi dintorni, a Khaibar e a Fadàk. Queste tribú, infatti (come abbiamo già detto in precedenza), nonostante avessero per anni annunciato agli Arabi la venuta del profeta Muhammad (S), si rifiutarono di convertirsi all’Islam, limitandosi a siglare un patto di non aggressione con i Musulmani.

 

I miscredenti della Mecca erano fortemente preoccupati della rapida espansione dell’Islam e diventavano sempre piú ostili nei confronti del Profeta e dei suoi seguaci; erano invero alla ricerca di un pretesto per disperdere la giovane comunità musulmana. I seguaci dell’Islam (soprattutto quelli che erano emigrati dalla Mecca), che si erano profondamente risentiti per il malvagio comportamento di questi malvagi miscredenti, attendevano a loro volta l’ordine divino che consentisse loro di punirli e liberare dai loro soprusi i fedeli (donne, bambini e inabili vecchi) che non avevano avuto modo di emigrare a Medina.

 

La battaglia di Badr, nell’anno secondo dell’Egira, fu il primo conflitto tra i Musulmani e i miscredenti della Mecca. Nel corso di questo combattimento, che si svolse nell’omonima piana (situata tra la Mecca e Medina), i fedeli mal equipaggiati e in numero di circa trecento affrontarono mille infedeli armati fino ai denti. La divina grazia donò però una brillante vittoria ai Musulmani che sconfissero pesantemente i miscredenti, i quali subendo enormi perdite (sia in uomini - morti, feriti, prigionieri - che in materiale bellico), fuggirono verso la Mecca.

 

Si narra che gli infedeli lasciassero sul campo di battaglia settanta cadaveri (di cui circa la metà era caduta per opera d’Alí) e settanta prigionieri.

La battaglia d’Uhúd, nell’anno terzo dell’Egira, vede di nuovo opporsi i miscredenti della Mecca, guidati da Abú Sufiàn, ai Musulmani: tremila infedeli (alcune tradizioni dicono cinquemila) partirono dalla Mecca e si scontrarono con settecento musulmani, guidati dal nobile Inviato di Dio nella deserta piana d’Uhud, nei pressi di Medina. All’inizio gli uomini del Profeta prevalsero, ma un errore commesso da alcuni di loro provocò l’assedio; i Musulmani vennero quindi violentemente attaccati e subirono pesanti perdite: lo zio (paterno) del Profeta, Hamzàh, morí martire con circa settanta altri compagni dell’Inviato d’Allah, per lo piú appartenenti agli Ansàr. Il Profeta stesso rimase ferito alla fronte, si ruppe un dente e rischiò pure di rimanere ucciso. Uno dei miscredenti dopo averlo colpito alla spalla gridò: “Ho ucciso Muhammad (S)”, seminando il panico tra i Musulmani, che fuggirono tutti all’infuori d’Alí e qualcun altro, che rimasero a difendere il Profeta. Morirono tutti a eccezione d’Alí che con incredibile coraggio e vigore si batté fino alla fine e salvò cosí la vita dell’Inviato di Dio.

 

Verso la fine del giorno i fuggitivi dell’armata islamica ritornarono a fianco del Profeta preparandosi nuovamente a combattere. L’esercito di Abú Sufiàn si accontentò però della parziale vittoria ottenuta e abbandonò il campo di battaglia per ritornare alla Mecca. Questi empi però, dopo aver percorso alcune parasanghe si pentirono seriamente di non aver approfittato della situazione per sconfiggere completamente i Musulmani, catturare le loro donne, i loro bambini e depredare i loro beni; si misero persino a consultarsi per riprendere le ostilità. Nel frattempo però vennero informati che le truppe musulmane li stavano inseguendo per riprendere le ostilità; la notizia (che tra l’altro era fondata, poiché il sommo Profeta, dietro ordine di Dio, aveva mandato Alí con degli uomini a inseguire i nemici) li intimorí e in gran fretta fecero ritorno alla Mecca.

 

Benché i Musulmani avessero subito in questa battaglia gravi perdite, gli effetti della sconfitta furono proficui; i fedeli provarono infatti sulla loro stessa pelle le infauste conseguenze della violazione degli ordini del santo profeta Muhammad (S) e presero cosí un’importante lezione da questa spiacevole esperienza.

Le due parti si erano impegnate, alla fine della battaglia, a ritrovarsi l’anno successivo nel medesimo luogo per affrontare una nuova battaglia. Il Profeta, con un gruppo dei suoi compagni, si presentò all’appuntamento, cosa che non fecero però Abú Sufiàn e i suoi uomini.

 

Dopo la battaglia di Badr, i Musulmani si organizzarono in maniera piú completa e riuscirono cosí ad avanzare in tutta la penisola arabica, a eccezione della regione della Mecca e di quella di Taièf.

La battaglia di Khandaq fu il terzo conflitto tra i Musulmani e i miscredenti (i quali venivano guidati per l’ultima volta dagli infedeli della Mecca). In questo cruento combattimento, i nemici avevano mobilitato tutte le proprie forze e capacità allo scopo di annientare i Musulmani. Questo scontro è famoso nella storia col nome di battaglia di “Khandaq” (fossato) o “Guerra delle Fazioni”.

 

Dopo la battaglia di Uhud, i notabili della Mecca (il capo dei quali era l’empio Abú Sufiàn) avevano l’intenzione di dare il corpo di grazia al Profeta e ai suoi seguaci spegnendo cosí definitivamente la divina luce dell’Islam; istigavano perciò le tribú arabe ad aiutarli in tale impresa. Anche le tribú giudee, nonostante avessero concluso con i Musulmani un patto di non aggressione, contribuivano segretamente alla formazione di questo fronte antislamico, al quale, alla fine, si unirono, violando cosí il patto stretto con il Profeta.

 

Fu cosí che, nell’anno quinto dell’Egira, un possente esercito, composto dalla tribú dei Quraish e dai clan arabi e giudei, attaccò la città di Medina. Il Profeta, che ancora prima dell’attacco era a conoscenza dei piani del nemico, si consultò con i compagni sul da farsi. Dopo un lungo dibattito, si accettò la proposta di Salmàn il Persiano (uno dei piú nobili compagni del Profeta): venne scavato intorno alla città un fossato difensivo per impedire alle truppe nemiche di aggredirla.

 

Quando i nemici arrivarono alle porte della città non riuscirono a superare il fossato e furono cosí costretti a insediare la città. In quelle condizioni iniziarono a combattere con i Musulmani; l’assedio e la battaglia si protrasse per un certo tempo, ma alla fine, per effetto del vento, del freddo, della stanchezza degli Arabi idolatri (dovuta all’eccessivo protrarsi dell’assedio) e delle discordie nate tra i clan arabi e quelli giudei, l’assedio fallí e le truppe nemiche lasciarono Medina.

 

In questo conflitto Amr Ibniabdiwud, tra i piú rinomati cavalieri e celebri guerrieri d’Arabia, trovò la morte per mano del nobile e potente Alí.

Dopo la battaglia di Khandaq, i cui principali istigatori furono i Giudei, i quali collaborarono con i miscredenti arabi violando il tal modo il patto stretto con i Musulmani, il sommo Profeta, su ordine di Dio, s’impegnò a punire le tribú giudee di Medina. A tal proposito affrontò assieme ai suoi uomini diverse battaglie contro di esse, che si conclusero tutte con la vittoria dei Musulmani.

La piú importante di queste battaglie fu quella di “Kaibar”. In essa i Giudei disponevano di solide rocche, di un notevole numero di uomini, di abili guerrieri e sufficienti equipaggiamenti bellici. I Musulmani avevano invece dalla loro parte il grande Alí che, dopo aver ucciso il celebre, potente e coraggioso guerriero ebreo Marhab e aver disperso le truppe giudee, attaccò la famosa Rocca di Khaibar e, dopo averne staccato miracolosamente il pesantissimo portone, assieme alle truppe musulmane, la conquistò, sconfiggendo in tal modo i Giudei.

 

Con queste guerre, che terminarono nell’anno quinto dell’Egira, i Musulmani sconfissero definitivamente i Giudei dell’Hijàz.

Nell’anno sesto dell’Egira, il sommo Profeta inviò lettere a re e imperatori di diversi paesi (come lo Scià di Persia, il Negus d’Abissinia, il Re d’Egitto e l’Imperatore di Bisanzio) invitandoli ad abbracciare l’Islam. Egli concluse poi un patto di non aggressione con i miscredenti della Mecca, i quali firmandolo s’impegnarono, tra le altre cose, di non molestare e non torturare piú i Musulmani che vivevano alla Mecca e di non aiutare i nemici dell’Islam a danno dei fedeli del profeta Muhammad (S).

 

Questi empi però, dopo un po’ di tempo violarono il patto e fu cosí che il Profeta decise di conquistare la Mecca. Nell’anno ottavo dell’Egira attaccò, con diecimila uomini, questa città e senza alcun conflitto e spargimento di sangue la conquistò: gli idoli presenti nella Ka’bah vennero da lui infranti e l’intera popolazione si convertí all’Islam. Convocò poi i notabili della città (che per vent’anni si erano sempre dimostrati fortemente ostili nei suoi confronti ed erano stati sempre crudeli e ingiusti con lui e con suoi fedeli) e, senza fare loro il minimo sgarbo, con infinita magnanimità li perdonò tutti.

 

Dopo la conquista della Mecca il Profeta cominciò a ripulire i dintorni di questa città dalle ultime tracce di idolatria e miscredenza. A tal proposito affrontò diverse battaglie contro gli idolatri che ancora non si erano sottomessi, tra le quali ricordiamo quella di Hunain, che si svolse nell’omonima valle e fu una delle importanti battaglie che il Profeta affrontò in vita sua.

 

In essa dodicimila guerrieri musulmani affrontarono migliaia di cavalieri della tribú degli Hawàzin. All’inizio del conflitto i nemici presero un tale sopravvento che, a parte Alí (che era l’alfiere delle truppe islamiche e che combatteva davanti al Profeta) e pochissimi altri uomini, le truppe musulmane batterono in ritirata. Dopo qualche ora però, dapprima gli Ansàr poi gli altri Musulmani ripresero le loro postazioni, caricando vittoriosamente il nemico.

Al termine di questa battaglia i cinquemila prigionieri catturati dalle forze musulmane, vennero liberati per richiesta del Profeta, eccetto alcuni che spettavano {come schiavi} a quei pochi Musulmani che non se la sentivano di rinunciare alla propria quota, la quale venne acquistata dal nobile Profeta, che cosí riuscí a liberare il resto dei prigionieri.

 

La spedizione di Tabuk fu intrapresa nell’anno nono dell’Egira. Il Profeta inviò le sue truppe a Tabuk (alla frontiera dell’Hijàz e della Siria) perché correva voce che l’Imperatore di Bisanzio vi avesse concentrato delle truppe costituite da Arabi e Bizantini. Prima di questa spedizione le truppe islamiche avevano affrontato i Bizantini a Mutah (nei pressi di Tabuk) e in quell’occasione valorosi comandanti dell’esercito islamico come Ja’far (figlio di Abutàlib), Zaid (figlio di Hàrisah), Abdullàh (figlio di Rawàha) caddero martiri in battaglia.

 

Quando i trentamila uomini del Profeta raggiunsero Tabuk, il nemico aveva già lasciato il luogo. L’Inviato di Dio restò a Tabuk tre giorni e, dopo aver ripreso il controllo della regione, tornò a Medina.

Nel corso dei dieci anni del suo soggiorno a Medina, oltre alle battaglie ricordate, il Profeta condusse altri ottanta scontri armati. Partecipò in prima persona a circa un quarto di essi assumendo sempre un comportamento del tutto differente da quello adottato di solito dagli altri capi militari che si rifugiano in un luogo di assoluta sicurezza e si limitano solamente a impartire ordini ai soldati. Egli infatti partecipava attivamente alle battaglie che conduceva in prima persona e combatteva sempre sul fronte di guerra a fianco dei suoi uomini. E interessante però sapere che in tutte queste battaglie non capitò mai che uccidesse qualcuno.

 

La vicenda di Ghadir e la morte del Profeta

 

Nell’anno decimo dell’Egira il sommo Profeta si recò alla Mecca ed effettuò in questa santa città l’ultimo pellegrinaggio della sua vita (questo pellegrinaggio è noto col nome di Hàjjat-ul-Widà, che significa pellegrinaggio d’addio).

Dopo aver compiuto i riti del pellegrinaggio e avere impartito alla gente alcune necessarie istruzioni relative a questo importante atto di adorazione, rientrò a Medina. Durante il viaggio di ritorno, fece fermare la carovana in una località chiamata Ghadir. Ivi, dinanzi a centoventimila pellegrini, venuti da ogni parte della penisola arabica, il Profeta sollevò la mano di Alí e lo proclamò suo successore.

 

Con tale atto l’Inviato di Dio designò la persona che, dopo la sua morte, avrebbe dovuto guidare la società islamica, dirigerne gli affari, custodire il sacro Corano e la tradizione del Profeta e conservare le conoscenze e le leggi religiose; il profeta Muhammad (S) ubbidí in tal modo all’ordine datogli da Dio:

 

“O Profeta, comunica alla gente ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore e {sappi che} se non lo farai, non avrai compiuto la Sua missione” (Santo Corano,5:67)

 

Poco tempo dopo aver fatto ritorno a Medina il sommo Profeta morí.

 

L’insediamento del Profeta a Medina e il progresso dell’Islam

 

L’invito del profeta dell’Islam a Medina si innalzò e raggiunse tutte le case, tutti i circoli, si propagò in ogni vicolo, in ogni quartiere. La gente si convertí a schiere, gli abitanti della Mecca, di Medina e i membri delle varie tribú della zona si sottomisero tutti all’Islam. Insomma, nel corso dei dieci anni del soggiorno del Profeta a Medina, l’Islam arrivò a conquistare completamente la vasta penisola arabica.

 

Durante questi dieci anni, il sommo Profeta si preoccupò senza posa della sua divina missione: insegnava alla gente i princípi, le norme etiche e i precetti rivelatigli dal Signore Eccelso, esortava gli individui al bene e alla rettitudine, rispondeva alle loro domande, disputava con gli oppositori e i sapienti delle altre religioni (in special modo con i sapienti giudei) e dirigeva gli affari statali, garantendo il normale svolgimento della vita quotidiana della gente. Egli costruí a Medina la famosa Moschea del Profeta (Masjíd an-Nabí) e altre ancora furono erette successivamente. Mandò inoltre diversi missionari a predicare l’Islam nelle varie regioni d’Arabia e concluse una serie di trattati con le tribú giudee della zona di Medina e con alcune tribú arabe.

 

Nonostante i pesanti oneri connessi alla sua funzione di profeta e guida della comunità musulmana, il sommo Inviato riuscí in questo decennio a dedicare una considerevole parte del suo tempo alla preghiera e al culto di Dio: digiunava spesso nel corso dell’anno, nei tre mesi di ragiàb, scia’bàn e ramadan (in modo quasi consecutivo) e in altri giorni dell’anno (per un totale di un mese). Talvolta eseguiva un particolare digiuno che consisteva nel non mangiare nulla per piú giorni e notti consecutive. Dedicava inoltre ogni giorno una parte del suo tempo alle faccende di casa; talvolta poi si guadagnava da vivere lavorando per gli altri.

Dio l’Altissimo, nel Corano, rievoca le vicende di questi dieci anni dicendo:

 

“I miscredenti vogliono spegnere la luce di Dio, ma Egli, a loro dispetto, perfezionerà la Sua luce. Egli è Colui che ha mandato alla gente il Suo Inviato con la Retta Guida e la Religione del Vero per farla prevalere, a dispetto dei politeisti, su tutte le altre” (Santo Corano,61:8-9)

 

 {Considerando lo straordinario processo di espansione dell'Islam, dagli inizi della missione del Profeta fino ai nostri giorni, nei quali l’Islam, con piú di un miliardo di seguaci, è la prima religione del mondo, non è difficile comprendere che ci stiamo avvicinando alla completa realizzazione della promessa divina della quale parla questo versetto coranico}.

Dice poi in un altro versetto:

 

“Voi Musulmani siete il miglior popolo che sia stato mai creato per gli uomini, {poiché} ordinate {loro} il ma’rúf {eseguire ciò che è bene}, vietate {loro} il munkar {eseguire ciò che è male} e credete in Dio” (Santo Corano, 3:110)

 

Uno sguardo alla personalità morale e spirituale del sommo Profeta

 

Secondo indubitabili fonti storiche il sommo Profeta è cresciuto in un ambiente tra i piú abietti, ove regnavano l’ignoranza, la corruzione e il vizio. In tale atmosfera passò la sua infanzia e la sua gioventú, senza beneficiare della minima formazione scientifica.

Benché il profeta Muhammad (S) non adorasse idoli e non commettesse atti iniqui, pure viveva in mezzo a simili persone e la sua ordinaria vita non prospettava assolutamente un futuro clamoroso. Chi se lo sarebbe infatti aspettato un simile futuro da un orfano povero, illetterato e inesperto!

 

Una notte, mentre si trovava assorto nella preghiera, la sua personalità subí un improvviso cambiamento: da spenta com’era divenne celeste e divina. Le idee e le convinzioni millenarie della società umana divennero per lui assurde e le leggi e le dottrine umane gli apparvero tiranniche e oppressive; collegando il passato e l’avvenire del mondo, egli individuò perfettamente quale fosse il sentiero della beatitudine umana. Da quel momento in poi non vide e non sentí che il vero e dalla sua bocca non uscirono che discorsi divini, parole di saggezza e prediche celesti.

 

La sua sfera interna, impegnata nel futile e vile ambiente degli affari e del commercio a risolvere i quotidiani problemi della vita, improvvisamente si elevò ed egli decise di riformare il mondo, di correggere gli uomini, di distruggere ciò che di ingiusto ed empio si era venuto a creare in seguito a migliaia di anni di traviamento e tirannia dell’uomo.

Cosí, senza curarsi delle terrificanti e imponenti forze nemiche, insorse da solo per restaurare la verità. Parlò alla gente del sapere divino e dedusse tutte le verità del creato dall’unicità del creatore dell’universo. Illustrò nel migliore dei modi le sublimi qualità morali dell’uomo, scoprendo e mettendo in luce le relazioni tra di esse esistenti. Era convinto piú di qualsiasi altra persona di ciò che diceva e metteva prima in pratica lui ciò che diceva alla gente di praticare.

 

Apportò leggi e precetti comprendenti una serie di atti di adorazione che esprimono, nella piú bella delle forme, la sottomissione dell’uomo di fronte alla magnificenza e alla maestà di Dio l’Unico. Apportò inoltre altre leggi di carattere civile e penale, perfettamente in accordo tra loro e saldamente fondate sull’Unicità di Dio e sul rispetto delle sublimi qualità morali dell’uomo. Il complesso delle leggi da lui apportate (tanto per quel che concerne le norme che regolano gli atti di adorazione quanto per i rimanenti precetti islamici) è di portata cosí vasta da essere in grado di valutare tutti i problemi della vita individuale e sociale dell’uomo e le diverse necessità che insorgono col passare del tempo, e caso per caso fornire la norma adatta.

 

Secondo il sommo Profeta queste leggi sono universali e perpetue, sono in grado di soddisfare, in ogni epoca, tutti i bisogni della vita terrena e ultraterrena di tutti gli uomini. Egli affermava che gli uomini, se vogliono conseguire la beatitudine, debbono adottare il metodo di vita indicato dalla religione islamica. A tal proposito, egli stesso ha piú volte affermato: “La religione che vi ho portato garantisce la vostra felicità in questo mondo e nell’Aldilà”.

 

Egli invero non ha fatto questa affermazione in modo gratuito, è bensí arrivato a tale conclusione dopo aver esaminato la creazione e previsto il futuro dell’umanità. In altre parole, solo dopo aver riconosciuto la perfetta concordanza e armonia esistente tra le leggi da lui apportate e la costituzione fisica e spirituale dell’essere umano, e aver altresí valutato, in modo generale, i futuri cambiamenti e i danni che avrebbe subito la società islamica, ha giudicato perpetui ed eterni i precetti della propria religione. Le predizioni fatte dal sommo Profeta (giunte a noi documentate da indiscutibili prove storiche) illustrano la situazione generale del mondo islamico, dopo la sua morte, per un lunghissimo periodo di tempo.

 

Il nobile Profeta svolse tutte le opere che abbiamo in precedenza citato nel corso di ventitré anni, di cui tredici passati a sopportare le torture e i tormenti intollerabili dei miscredenti della Mecca e dieci a combattere sia il nemico esterno sia quello interno (gli ipocriti e gli ostruzionisti), a dirigere gli affari della comunità islamica, a correggere i Musulmani nelle loro convinzioni, nel loro carattere e nella loro condotta e a risolvere migliaia di altri problemi. Il Profeta percorse questo lungo cammino grazie all’incrollabile decisione di aderire al vero e di restaurare la verità. Il suo pensiero realista non conosceva che la verità e non faceva alcun caso a ciò che era contrario a essa, sebbene fosse favorevole ai propri interessi o in accordo con le tendenze e i sentimenti comuni. Egli accettò, di tutto cuore e senza mai piú rinnegarlo, quel che egli riconobbe essere vero e rifiutò, senza mai piú accettarlo, quel che era falso.

 

Una personalità spirituale straordinaria

 

Se riflettiamo obiettivamente e in tutta onestà su quanto è stato esposto nel paragrafo precedente non ci rimarrà alcun dubbio sul fatto che, nelle circostanze citate, la comparsa di una simile personalità non poteva essere che un miracolo, non poteva avere altra causa che la particolare grazia divina.

Dio nel Corano ricorda a piú riprese che all’inizio il Profeta era illetterato, orfano e indigente, e, considerando un miracolo la personalità che gli donò, si serve di essa per dimostrare che egli è realmente un profeta:

 

“Non eri forse quell’orfano al quale il Signore diede rifugio e protezione? Non eri forse quello sconosciuto che Dio rese famoso e rinomato? Non eri forse quell’indigente che Egli rese autonomo?” (Santo Corano,93:6-8)

“Prima di diventare profeta, prima della rivelazione del Corano, non sapevi né leggere né scrivere” (Santo Corano,29:48)

 Se dubitate riguardo a ciò che abbiamo rivelato al nostro servo (Muhammad (S), che è cresciuto in un ambiente ove regnava l’ignoranza e la corruzione e che non ha ricevuto alcuna istruzione e formazione) portate una sura di quelle {rivelate} da una persona simile a Muhammad (S)” (Santo Corano,2:23)

 

L’esemplare condotta del sommo Profeta

 

L’unica base sulla quale il nobile Profeta ha istituito il fondamento della sua religione è il principio di unicità divina, che egli considerava come la fonte della beatitudine umana. Secondo questo principio Dio, l’Unico, è il creatore dell’universo, è degno di essere adorato e non ci si può prosternare se non davanti a Lui.

La condotta che deve essere perciò adottata dall’intera umanità consiste nell’accettare comunemente la parità di tutti gli uomini, far regnare la fratellanza e non sottomettersi incondizionatamente se non a Dio. A tal proposito il Signore Altissimo dice:

 

“{O Profeta} di’: ‘O Gente del Libro, aderite a un principio comunemente accettato da noi e da voi: non adoriamo altri che Dio, non associamogli pari e nessuno di noi prenda altri al posto di Dio come padroni e dominatori assoluti” (Santo Corano,3:64)

 

Il nobile profeta Muhammad (S) non mirava che a diffondere la religione monoteista, invitava la gente a aderire al principio dell’unicità divina nel modo piú educato, piú gentile, con le piú efficaci prove e con le piú chiare dimostrazioni, raccomandando ai suoi seguaci di seguire questo stesso metodo. Del resto tutto ciò gli era stato ordinato da Dio l’Altissimo:

 

“{O Profeta} di’: ‘Il mio metodo è questo: io invito a Dio con assoluta perspicacia e lo stesso fanno i miei seguaci’” (Santo Corano, 12:108)

 

Il sommo Profeta si comportava in modo fraterno e giusto con tutti. Nell’eseguire le sentenze e nel far scontare le pene non faceva mai discriminazioni ed eccezioni. Per lui non v’era differenza tra chi conosceva e chi non, tra il potente e il debole, il ricco e il povero, l’uomo e la donna, il nero e il bianco: dava a ognuno quanto secondo i precetti e le leggi della religione gli spettava. A tal proposito diceva: “Se mia figlia Fatima, che è la persona a cui voglio piú bene, rubasse, le taglierei la mano”.

 

Sotto il suo governo nessuno aveva il diritto di dominare e opprimere gli altri e la gente, nell’ambito della legge, aveva massima libertà (non ha invero senso parlare di libertà fuori dell’ambito della legge, non solo nell’Islam ma in qualsiasi altra legge). È a questo metodo incentrato sulla libertà e sulla giustizia sociale che fa riferimento Dio l’Altissimo, allorquando presenta il suo diletto profeta Muhammad (S):

 

“Io attribuirò la Mia misericordia a coloro che Mi temono, pagano la zakàt e credono nei Nostri segni, gli stessi che seguono l’Inviato, il Profeta Illetterato, che essi trovano descritto presso di loro nella Torà e nel Vangelo. Egli ordina loro di compiere ciò che essi insitamente comprendono essere bene, vietando loro ciò che in modo naturale e insito riconoscono non essere bene. Egli rende loro lecite le cose pure e gradevoli, proibendo quelle immonde; li libera da ogni norma gravosa e difficile e spezza le catene che li privano della loro libertà. Coloro che gli hanno prestato fede, lo hanno rispettato, lo hanno aiutato e hanno seguito la luce discesa su di lui (il Corano), sono i beati. O Profeta di’: ‘O gente io sono stato inviato da Dio a tutti voi! (ovvero: ‘Eseguirò tra voi la legge che Dio mi ha prescritto’)” (Santo Corano,7-156-158)

 

La pratica di vita del Profeta si modellava in maniera perfetta sui comandamenti che il signore gli impartiva. È per questo che egli non si concesse mai alcun privilegio e, di conseguenza, agli occhi di chi non lo conosceva sembrava una persona comune, come tutte le altre.

Faceva i lavori domestici, riceveva di persona tutte le persone che volevano incontrarlo e ascoltava le parole di chi aveva delle richieste da fargli. Non sedeva sul trono e nelle riunioni non occupava mai il posto d’onore; si spostava senza seguito e senza cerimoniale. Quando otteneva un bene si prendeva l’indispensabile per vivere e donava il resto ai poveri; talvolta poi donava tutto ai poveri e sopportava la fame. Egli viveva sempre come i poveri ed era loro compagno.

 

Nulla trascurava nel rivendicare i diritti della gente, ma per quel che riguardava i propri si mostrava pieno di perdono e indulgenza. Al tempo della conquista della Mecca, quando gli portarono i capi della tribú dei Quraish, nonostante tutte le ingiustizie che gli avevano fatto prima dell’Egira e tutti i tumulti che avevano provocato dopo di essa, senza dimostrare la minima severità, li perdonò tutti.

Il sommo Profeta era, per il suo carattere e le sue virtú umane, citato ad esempio sia dagli amici sia dai nemici; la sua socievolezza, la sua affabilità, la sua pazienza, la sua modestia, la sua padronanza di sé e il suo decoro erano senza eguali. È per questo che il Corano lo loda in questi termini:

 

“Invero tu possiedi un carattere veramente magnifico” (Santo Corano,68:4)

 

Ogni volta che il Profeta incontrava qualcuno, anche quando si trattava di un bambino, di una donna o di un dipendente, egli salutava per primo. Un giorno uno dei suoi compagni gli chiese il permesso di prosternarsi dinanzi a lui. Egli rispose: “Che cosa dici?! Questi sono i modi di Cesare e Cosroe! Io sono un profeta, un servo di Dio!”

Da Quando fu incaricato da Dio di divulgare l’Islam e di guidare la gente sul retto sentiero, si applicò senza posa e senza la minima distrazione, e senza il minimo errore portò a termine la propria missione.

 

Durante i tredici anni della sua missione vissuti prima dell’Egira alla Mecca, nonostante gli estenuanti problemi creatigli dai politeisti arabi, era costantemente occupato a adorare Dio e divulgare la Sua religione. Nel corso dei dieci anni successivi della sua missione, nonostante i crescenti problemi creatigli dai nemici della religione e nonostante l’ostruzionismo attuato dai Giudei e dalla gente ipocrita, che si fingeva musulmana, riuscí a propagare tra la gente le conoscenze e i precetti dell’Islam (a dispetto della grandissima estensione che tali conoscenze e tali precetti hanno) e affrontò ben ottanta guerre con i nemici di questa religione.

 

Oltre ad occuparsi dell’amministrazione e della gestione della nazione islamica (che allora consisteva nell’intera penisola arabica) si occupava, in modo diretto e personale, anche delle lamentele e delle esigenze personali della sua gente.

Per quanto riguarda il suo coraggio, basti ricordare che, con il suo sincero invito, insorse da solo contro l’intero mondo, in un’era nella quale non regnava che la prepotenza e l’ingiustizia, e sopportò tutte le torture e i tormenti dei tiranni, senza mai perdersi d’animo. In guerra non indietreggiò mai davanti al nemico.

Il sommo Profeta si manteneva sempre assai pulito e ordinato; egli a proposito della pulizia disse: “La pulizia è parte della fede”.

 

Oltre a curare la pulizia degli abiti e del corpo, vestiva anche in modo elegante e usciva sempre con il miglior aspetto; oltre a ciò amava molto i profumi.

Nel corso della sua vita non cambiò mai carattere e finí i suoi giorni conservando quell’umiltà e quella modestia che lo contraddistinguevano. Benché occupasse una posizione eccezionale non si concesse mai alcun privilegio che dimostrasse il suo elevato valore sociale. In vita sua non insultò mai nessuno, non parlò mai invano, non rise mai in modo rumoroso e sguainato e non si comportò mai in modo superficiale e vano.

 

Amava molto meditare e riflettere. Ascoltava completamente le parole degli afflitti e le proteste degli obiettori, quindi rispondeva; non interrompeva mai le parole di nessuno e non sopprimeva la libertà di pensiero. Faceva tuttavia notare alle persone i loro errori, riempiendo cosí le loro lacune.

 

Il sommo Profeta era assai gentile e dimostrava sempre una grande sensibilità rispetto alle altrui sofferenze. Tuttavia era rigoroso nel punire i criminali e i malfattori. Nell’eseguire le leggi divine non faceva discriminazioni tra la gente. In un furto avvenuto nella casa di uno degli Ansàr erano accusati un Giudeo e un Musulmano. Molti degli Ansàr, al fine di preservare l’onore dei Musulmani e vista l’aperta ostilità dei Giudei nei confronti della comunità islamica, vennero dal Profeta e gli chiesero insistentemente di punire l’Ebreo. Il Profeta però, siccome vide che la richiesta era illegittima, prese manifestamente le parti del Giudeo e condannò il Musulmano.

 

Durante la battaglia di Badr, mentre ordinava le schiere del proprio esercito, si accorse di un soldato che si era disposto un po’ piú avanti degli altri. Con il bastone che aveva in mano fece allora pressione sul ventre del soldato al fine di ordinare la schiera; quest’ultimo gli disse: “O Inviato di Dio, giuro su Dio che ho sentito male al ventre e devo dunque vendicarmi”. Il Profeta gli diede allora il bastone e, denudandosi il ventre, disse: “Rendimi dunque la pariglia”. Il soldato però, invece di colpire, si precipitò verso il Profeta e ne baciò il ventre. Disse quindi: “So che sarò ucciso oggi! Volevo solo prendere contatto con il tuo sacro corpo”. Poco dopo quell’uomo caricò il nemico e si batté finché non cadde martire.

 

Il sommo profeta Muhammad (S) proteggeva sempre i deboli e gli oppressi; raccomandava ai suoi compagni di comunicargli, senza nulla trascurare, le necessità dei bisognosi e le lamentele dei deboli. Si racconta che le ultime parole della sua vita le proferí per fare una raccomandazione riguardo agli schiavi e alle donne. Su di lui e sulla sua venerata famiglia sia la benedizione di Dio.

Il testamento del sommo Profeta ai Musulmani

 

Introduzione

 

L’umanità, al pari delle altre parti del creato, è destinata a mutare, ad alterarsi. Analogamente, la netta differenza che esistente nella costituzione di ogni singolo essere umano crea negli uomini disposizioni diverse, per effetto delle quali le persone differiscono tra loro nel grado di comprensione e nella capacità di memorizzare delle idee e dei concetti.

 

Perciò, se le convinzioni, le tradizioni e le norme che governano una comunità non sono ben radicate, se non sono protette da fedeli e affidabili guardiani, cadono rapidamente in balia di alterazioni e falsificazioni e si annientano. L’esperienza lo dimostra chiaramente.

Per prevenire questo pericolo il sommo Profeta presentò un saldo e sicuro documento e dei guardiani competenti per la sua universale e perpetua religione: raccomandò alla gente il Libro di Dio e la nobile Gente della sua casa.

Tutte le scuole (sia quelle sunnite sia quelle shi°ite) hanno, infatti, tramandato in modo reiterato {cioè in modo tale da non lasciare il minimo dubbio sull’autenticità della tradizione} che il sommo Profeta ha piú volte detto: “Me ne vado e vi affido due preziose cose: il Libro di Dio (il Corano) e la Gente della mia casa (Al’itrah). Queste due cose non si divideranno mai tra loro e finché vi atterrete a esse non vi travierete”.

 

Il nobile Corano

 

Il nobile Corano è la fonte delle verità e delle conoscenze islamiche, è il libro ispirato al profeta dell’Islam ed è la prova della sua funzione profetica.

Il generoso Corano è la parola di Dio l’Altissimo, è un insieme di sublimi insegnamenti rivelati al sommo Profeta dall’Onnipotente, è il mezzo con il quale è stato mostrato all’uomo il sentiero che conduce alla beatitudine.

Il Corano rivela all’essere umano una serie di fondamenti teorici e pratici mediante la cui applicazione egli può raggiungere la felicità, in questo mondo e nell’Aldilà.

 

Questo celeste libro è stato gradualmente rivelato nel corso dei ventitré anni della missione del sommo Profeta e ha risposto a tutte le necessità della società umana. È un libro che nelle sue dichiarazioni non mira ad altro che a guidare la gente verso la beatitudine. Esso insegna, con chiare ed efficaci espressioni, ad acquisire tre cose che costituiscono le basi della beatitudine dell’individuo e della società umana: un credo giusto, un carattere integro e una buona condotta:

 

“Ti abbiamo rivelato questo libro come chiarimento d’ogni cosa” (Santo Corano,16:89)

 

Il Corano esprime in breve il sapere islamico e indirizza la gente verso il Profeta per una descrizione dettagliata dei princípi e delle norme di questa sacra religione, specialmente per le spiegazioni intorno alle varie questioni di diritto islamico:

 

“Ti abbiamo rivelato il Corano affinché tu chiarisca alla gente ciò che è stato loro inviato da Dio” (Santo Corano,16:44)

“Ti abbiamo rivelato questo libro affinché tu risolva le controversie della gente e chiarisca loro la verità” (Santo Corano,16:64)

 

Lungi dall’invitare gli uomini a una cieca accettazione della religione, il Corano, rivolgendosi a essi con la loro usuale lingua e innata logica, ricorda loro una serie di conoscenze che essi comprendono insitamente e che non possono assolutamente negare. Dice Dio l’Altissimo:

 

“Il Corano è il verbo che distingue il vero dal falso e non è stato pronunciato invano, sventatamente” (Santo Corano,86:13-14)

 

I concetti esposti dal Corano, nel loro dominio di validità, si applicano ad ogni uomo e in ogni tempo. La parola coranica si distingue dai soliti discorsi della gente, nei quali di un problema vengono considerati quegli aspetti che l’intelletto e il pensiero umano è in grado di comprendere e trascurati invece gli altri. Nel verbo divino sono stati invero considerati tutti gli aspetti (sia quelli manifesti sia quelli nascosti) delle questioni trattate, esso tiene conto di tutti i vantaggi e gli svantaggi delle cose.

 

È perciò necessario che ogni Musulmano assuma un atteggiamento realista, ricordi costantemente il versetto poc’anzi citato, consideri la parola di Dio come vivente ed eterna, non si limiti a ciò che gli altri hanno compreso e detto riguardo ad essa e non chiuda dinanzi a sé le porte del libero pensare (che è l’unico esclusivo capitale umano e il Corano esorta insistentemente l’uomo a giovarsi di esso). Infatti il Libro di Dio è per sempre e per tutti la parola che distingue il vero dal falso e un simile libro non si limiterà mai alla comprensione di un determinato gruppo di persone. Dio l’Altissimo dice:

 

“O Musulmani, non siate come quelli che ricevettero il Libro in precedenza e che per effetto del periodo trascorso i loro cuori si indurirono ed essi non accettarono le verità divine” (Santo Corano,57:16)

 

Il nobile Corano chiede agli uomini di accettare la verità facendo appello alla loro intima natura. In altre parole, essi devono in primo luogo prepararsi ad accogliere incondizionatamente la verità e ad accettare, senza prestare ascolto alle tentazioni di Satana e al richiamo delle passioni, ciò che hanno riconosciuto essere giusto, ciò che è utile e proficuo per la loro vita terrena e ultraterrena; dopodiché devono esaminare il sapere islamico e se vedono che questo è conforme alla verità, se vedono che il loro reale vantaggio, la loro effettiva tranquillità sta nell’accettarlo, nell’applicarlo, lo accettino incondizionatamente.

 

È evidente che una volta accettato, il metodo di vita dell’uomo e lo statuto che sarà attuato nella società umana consisteranno in una serie di norme e leggi desiderate e ricercate istintivamente e naturalmente dall’essere umano. Sarà insomma un metodo uniforme, tutti i suoi elementi e tutti i suoi fondamenti saranno in perfetto accordo con la particolare conformazione dell’uomo. In esso non vi sarà alcuna contraddizione, alcuna incoerenza; non sarà un metodo che in un punto trae origine dalla spiritualità e in un altro dalla materialità, in un caso è conforme al sano intelletto e in un altro va dietro alle passioni:

 

“Il Corano guida la gente alla verità, a una via, un metodo uniforme, assolutamente privo di contraddizioni e incoerenze” (Santo Corano,46:30)

“Questo Corano guida la gente verso la religione piú potente e giusta di qualsiasi altra religione”.(Santo Corano,17:9)

 

In un altro versetto il Signore considera l’assoluta conformità esistente tra l’Islam e la natura umana come la ragione della sua potenza e della sua giustezza. È infatti evidente che il metodo che soddisfa i naturali desideri e le reali necessità dell’uomo, realizzerà quest’ultimo e lo renderà beato come meglio non è possibile:

 

“Aderisci saldamente alla religione che è perfettamente conforme alla particolare natura dell’uomo, la quale è immutabile e inalterabile. Questa è la religione che è in grado di amministrare e dirigere la società umana e di condurla alla beatitudine” (Santo Corano,30:30)

“Questo è un libro chi ti abbiamo rivelato perché tu conduca gli uomini dalle tenebre alla luce”.(Santo Corano,14:1)

 

Il nobile Corano invita la gente a seguire un chiaro sentiero che conduce agevolmente l’uomo all’ambita meta. Questa via dà una corretta risposta ai desideri innati dell’uomo (che non sono altro che i suoi reali bisogni) e sarà in accordo la sana ragione umana. Questa via, questo sentiero non è altro che l’Islam, religione conforme a quanto di innato, di insito esiste nell’uomo.

 

Di contro, il metodo basato sulle passioni e volto fondamentalmente a soddisfare gli istinti animali delle persone influenti della società, quello basato su una pedissequa imitazione degli avi e degli antenati e il metodo che una nazione sottosviluppata e impotente prende (senza esaminarlo minImamente né confrontarlo con la logica dettata dalla sana ragione) dalle nazioni capaci e potenti, accettando acriticamente tutto ciò che trova in questi paesi e rendendosi cosí simili a essi, si, tutti questi metodi fanno sprofondare l’uomo nelle tenebre e non garantiscono assolutamente a chi li applica il raggiungimento della meta prefissata. A tal proposito Dio l’Altissimo dice:

 

 “Colui che era {spiritualmente} morto e che Noi (per mezzo della religione) abbiamo resuscitato e a cui abbiamo dato una luce con la quale percorre tra la gente il sentiero della vita è forse simile a chi brancola nelle tenebre senza poterne uscire?” (Santo Corano,6:122)

 

Quanto abbiamo finora detto può far bene comprendere quanto sia importante questo sacro libro per l’Islam e i Musulmani. Esso inoltre, dal tempo in cui è stato rivelato fino a oggi (quattordici secoli), ha costantemente goduto, sotto diversi punti di vista, di una grande stima e riverenza nelle diverse società umane e ha sempre attirato verso di sé l’attenzione degli uomini.

 

Il Corano è il garante dell’Islam, religione universale e perpetua e in esso sono stati incantevolmente esposti gli aspetti fondamentali del sublime sapere islamico. Sotto questo punto di vista quindi il suo valore è pari a quello della stessa religione islamica.

Per concludere ricordiamo che questo sacro libro oltre a essere la parola di Dio è anche l’eterno miracolo del sommo profeta Muhammad (S).

 

Il Corano è un miracolo

 

L’arabo è una lingua ricca e potente, capace d’esprimere nel piú chiaro e piú preciso dei modi gl’intimi propositi umani e in questo ambito nessuna lingua può reggere il confronto con quella araba.

La storia testimonia che gli Arabi dell’era pagana (preislamica), che erano per lo piú nomadi, lontani dalla civiltà e privi di molte delle comodità della vita, in materia di eloquenza e capacità espressive occupavano una posizione di spicco. Non è infatti possibile trovare, lungo il corso della storia, un solo avversario capace di rivaleggiare con essi in questo campo.

 

Nel mondo letterario arabo, un eloquio forbito aveva il piú alto dei valori, discorsi pronunciati con elegante stile letterario godevano di una grande stima. Con lo stesso rispetto con il quale installavano i loro idoli e i loro dèi all’interno della Ka’bah, affiggevano sui muri di questo sacro edificio le incantevoli e piacevoli poesie dei loro piú insigni poeti. Senza commettere il minimo errore usavano una lingua vasta e piena di simboli e precise regole com’è quella araba; nell’abbellire e decorare il loro eloquio erano poi straordinari.

 

Quando i primi versetti del Corano furono rivelati al sommo Profeta e letti alla gente, grande fu l’agitazione che si creò tra gli Arabi e i loro letterati. Lo stile incantevole, piacevolissimo e profondo del Corano aveva completamente conquistato i cuori della gente e aveva fatto innamorare di sé i ricercatori di spiritualità, tanto che aveva fatto dimenticare loro tutte le proprie forbite ed eleganti composizioni; arrivarono addirittura a tirare via dai muri della Ka’bah le poesie dei loro grandi maestri (chiamate mu’allaqàt).

 

Queste divine parole, con la loro infinita bellezza e il loro immenso fascino incantavano ogni cuore e con il loro piacevole ritmo cadenzato facevano azzittire i piú facondi oratori. Tutto ciò era però assai difficile da accettare per le tribú politeiste e idolatre, poiché il Corano, con la sua efficace esposizione e la salda logica spiegava e provava la religione monoteista, biasimando fortemente il politeismo e l’idolatria, spregiando gli idoli che la gente considerava delle divinità, ai quali ricorreva nei momenti di bisogno, in onore dei quali faceva sacrifici e che adorava al posto di Dio. Il Corano presentava tali idoli come delle inerti e inutili statue di pietra e di legno.

 

Questo sacro libro invitava gli Arabi, che erano selvaggi, superbi, presuntuosi e che si procuravano da vivere attraverso l’assassinio e il brigantaggio, a seguire la religione incentrata sull’adorazione del Dio Unico, a essere giusti e umani.

Erano questi i motivi che spinsero gli Arabi idolatri a battersi con ogni mezzo a loro disposizione per spegnere questa fulgente luce della guida sul retto sentiero (senza però mai giungere al loro scopo).

 

Il Profeta, agli inizi della sua nobile missione profetica, fu portato da Walíd, che era un maestro di eloquenza e un celebre retore arabo. Il nobile Profeta gli recitò i primi versetti della sura “Ha Mim Sajdah” e il superbo e presuntuoso oratore li ascoltò attentamente; quando l’Inviato di Dio arrivò al seguente versetto:

 

“Se quindi si rifiutano {di prestare fede}, di’ loro: ‘Vi metto in guardia da un castigo simile a quello che hanno ricevuto le tribú di Ad e Samúd”(Santo Corano,41:13)

 

Walíd rimase sconvolto e iniziò a tremare, quindi perse i sensi. L’incidente mise termine all’incontro e i presenti se ne andarono.

 

In seguito, un gruppo di persone vennero da Walíd e si lamentarono con lui affermando che il suo comportamento li aveva umiliati e disonorati dinanzi a Muhammad (S). Walíd rispose: “Vi giuro che siete in errore! Voi sapete bene che io non ho paura di nessuno e che non miro al benché minimo utile e privilegio: sono un letterato, un retore! Le parole che ho sentito da Muhammad (S) non assomigliano a quelle della gente comune; esse sono attraenti e seducenti, non si possono qualificare né come poesia né come prosa. Esse sono profonde e piene di significato. Se proprio volete il mio giudizio, sappiate che al momento non ho nulla da dire; lasciatemi tre giorni di tempo per riflettere”. Dopo tre giorni ritornarono ed egli disse: “Le parole di Muhammad (S) sono opera di magia e stregoneria: esse ingannano e seducono i cuori”.

 

In seguito a questo giudizio, i politeisti considerarono il Corano come atto di stregoneria, di magia. Evitavano di ascoltarlo e impedivano alla gente di prestare orecchio alla recitazione dei suoi versetti. Talvolta, quando il sommo Profeta recitava i sacri versetti di questo divino libro nella Moschea Sacra (Masjid ul-Haràm) gridavano e battevano le mani affinché la gente non sentisse la sua voce. Tuttavia, l’avvincente stile del Corano li aveva attratti cosí tanto che spesso, approfittando del buio della notte, si riunivano dietro il muro della casa del Profeta e ascoltavano la recitazione di questo sacro libro. Mormoravano allora l’un l’altro: “Questa non può essere considerata la parola di una creatura”.

A tal riguardo Dio l’Eccelso afferma:

 

“Noi sappiamo meglio con quale intenzione i miscredenti si mettono ad ascoltare il Corano quando tu lo reciti; Noi meglio sappiamo cosa si bisbigliano tra di loro nell’orecchio quando gli iniqui dicono ai seguaci del Profeta: ‘Non seguite che un uomo stregato’”  (Santo Corano,17:47)

 

Quando il sommo Profeta recitava accanto alla Ka’bah il Corano e invitava la gente all’Islam, gli oratori arabi di passaggio si piegavano per non visti, per non essere riconosciuti:

 

“Essi si piegavano per nascondersi dal sommo Profeta” (Santo Corano,11:5)

 

La messa sotto accusa del Profeta

 

I miscredenti e i politeisti non soltanto consideravano il nobile Corano come un’opera di magia, ma vedevano l’intera missione del Profeta come un’opera di stregoneria. Ogniqualvolta l’Inviato di Dio invitava le persone a seguire il sentiero di Dio, trasmetteva loro determinate verità oppure le consigliava al bene, essi affermavano che egli le stava stregando. Egli non faceva altro che esporre dei concetti la cui validità poteva essere insitamente compresa dall’intelletto umano e mostrare il retto sentiero nel quale si poteva concretamente vedere la beatitudine umana.

 

Tutto ciò non può essere chiamato stregoneria. È forse stregoneria dire agli uomini di non adorare oggetti di pietra e di legno da loro stessi intagliati? È stregoneria dire di non sacrificare i propri figli per degli inerti e insignificanti oggetti e di non essere superstiziosi? È stregoneria una morale basata su virtú quali la sincerità, l’onestà, la benevolenza, la filantropia, il pacifismo, l’equità e l’essere rispettosi verso i diritti umani?

Dio l’Altissimo, nel Corano, dice:

 

“Quando dici ai miscredenti: ‘Sarete risuscitati dopo la morte’ essi dicono: ‘Non si tratta che di evidente opera di stregoneria’” (Santo Corano,11:7)

 

Il Corano sfida i politeisti

 

I miscredenti e i politeisti che credevano fermamente nell’idolatria, non erano assolutamente disposti ad accettare l’invito dell’Islam e a sottomettersi alla verità. Di conseguenza diffamavano il sommo Profeta accusandolo di essere un bugiardo e affermando che il Corano non era la parola di Dio ma un suo personale componimento.

Per confutare questa accusa, il nobile Corano sfidò gli impareggiabili letterati arabi dell’epoca a produrre versetti simili ai suoi  e dimostrare cosí la falsità della religione islamica, se erano sinceri nell’accusare il Profeta:

 

“...oppure dicono: ‘Il Corano se lo è inventato lui’?! Ma {ciò non è vero; in verità, a causa della loro empietà e della loro invidia} essi non credono. Portino dunque anche loro un testo simile a esso se sono sinceri” (Santo Corano,52:33-34)

 

In un altro versetto leggiamo poi:

 

“Dicono forse: ‘Il Corano è un testo menzognero che è ingiustamente attribuito a Dio {in realtà è la parola di Muhammad (S), non quella di Dio}’?! Di’: ‘Se siete sinceri portate anche voi una sura simile a quelle del Corano e chiedete aiuto ai vostri dèi {gli idoli} e a chi potete all’infuori di Dio’” (Santo Corano,10:38)

 

I miscredenti e i politeisti arabi, che erano maestri di eloquenza, con tutta quella superbia e presunzione che avevano nel dimostrare le loro capacità oratorie, non raccolsero la sfida lanciata dal Corano e si tirarono indietro. Essi furono cosí costretti a trasformare la disputa letteraria in conflitto armato. Da ciò è possibile dedurre che per questi empi era piú facile morire che perdere la faccia in una contesa letteraria.

I letterati arabi, sia quelli che vissero all’epoca della rivelazione che quelli che vennero dopo, furono incapaci di sconfiggere il Corano; dopo un lungo braccio di ferro furono infatti costretti a indietreggiare e arrendersi.

 

L’uomo tende insitamente a rivaleggiare in modo costante con gli altri al fine di creare capolavori e opere d’arte simili o migliori di quelle create dagli altri; ciò avviene anche nei casi in cui tali opere non hanno la benché minima influenza diretta sulla società, come nel caso delle gare di pugilato o di acrobazia. Da ciò si deduce che esistono sempre delle persone che si danno costantemente da fare per sconfiggere il Corano e che non perdono un istante di tempo per applicare qualsiasi metodo da loro trovato per vincere questo celeste libro.

 

In ogni caso i miscredenti arabi non sono stati capaci di vincere il Corano e non sono riusciti a presentarlo come opera di stregoneria, perché la stregoneria è un atto che consiste nel far apparire il vero come falso e viceversa. Ora, il fatto che il Corano riesce, con il suo elegante stile e il suo avvincente ritmo cadenzato, a conquistare i cuori degli uomini è dovuto alle sue straordinarie doti e non al fatto che esso strega e inganna la gente.

 

Quando poi invita l’uomo a raggiungere una serie di importanti obiettivi, gli ricorda dei princípi che già comprende insitamente essere giusti, esorta la gente ad assumere una serie di virtú (quali l’essere equi, filantropi,  riconoscenti e benevoli) che il sano intelletto non può non approvare e non lodare, lo fa solo al fine di esporre la verità.

La divina e miracolosa natura del Corano non ha permesso ai suoi nemici di dire: “Noi ammettiamo che il Corano è l’apice dell’espressione letteraria umana e che la sua eleganza, la sua facondia e il suo fascino sono impareggiabili; tutto ciò però non è sufficiente a dimostrare che esso ha natura divina. Per ogni  virtú nella quale vi sia possibilità di progresso, la storia ricorda una persona che ha posseduto tale virtú in misura maggiore rispetto agli altri; lo stesso dicasi per le arti. Ora, pur ammettendo che il Profeta occupi tra gli Arabi il primo posto nel discorrere con un particolare ritmo cadenzato, tale eloquio avrebbe in ogni caso natura umana e, in quanto tale, sarebbe raggiungibile”. Nessuno dei letterati dell’epoca del Profeta è riuscito a fare o dimostrare una tale affermazione.

 

In effetti, una qualsiasi virtú o arte che grazie a un persona particolarmente dotata ha raggiunto il suo massimo grado di progresso, ha in ogni caso preso origine dalle capacità e dalle attitudini umane; perciò anche gli altri sono in grado di percorrere il sentiero tracciato da questa persona e, sforzandosi, possono compiere o produrre opere simili alle sue e sotto certi aspetti anche superiori, pur non riuscendo a eguagliarlo sotto tutti gli aspetti. Egli è stato un pioniere ed ha aperto la strada agli altri, ai suoi futuri rivali.

 

Ad esempio, ammettendo che nessuno possa superare in generosità il celebre Hàtam Tai, non si può tuttavia escludere che qualcuno possa compiere opere simili alle sue. Allo stesso modo, ammettendo che nessuno possa superare la calligrafia di  Mir o la pittura di Màni, non si può però escludere che qualcuno, impegnandosi, possa scrivere perlomeno una parola alla maniera del primo oppure dipingere un quadro con lo stesso stile del secondo.

 

Se il nobile Corano fosse stato la piú faconda espressione letteraria dell’uomo (e non il verbo divino), in  base alla sopraccitata regola generale, altre persone, in particolare i rinomati letterati del mondo, avrebbero potuto, sforzandosi e lavorando seriamente sullo stile coranico, creare un libro simile ad esso o perlomeno una sura simile alle sue. Ora, il Corano sfida i suoi nemici a produrre un verbo simile al suo, non uno migliore:

 

“Portino dunque un verbo simile a esso se sono sinceri” (Santo Corano, 52:34)

 

Portate una sura simile alle sue (Santo Corano,10:38)

 

“Se siete sinceri, portate anche voi dieci sure inventate simili alle sue e chiamate in vostro aiuto chiunque potete all’infuori di Dio”  (Santo Corano,11:13)

 

“Di’: ‘Se gli uomini e i jinn si associassero al fine di creare un libro simile al Corano non riuscirebbero a crearlo, neanche se si aiutassero a vicenda’”(Santo Corano, 17:89)

 

Per concludere bisogna ricordare che il Corano non prevale sugli altri solamente per la sua facondia e il suo straordinario ritmo cadenzato, ma anche per altre cose (quali il potere di rispondere concretamente a tutte le necessità dell’uomo, la capacità di comunicare notizie riguardanti l’occulto e di esprimere determinate verità) che appaiono in esso.

Il Corano sfida tutti gli uomini e proclama loro che non riusciranno mai a creare un libro simile a esso.

 

L’Ahl ul-Bayt del Profeta

 

Nel lessico, sia in quello classico che in quello familiare, col termine “Ahl ul-Bayt di un uomo”si indicano le persone che vivono nella sua casa, quali la moglie, i figli e i servitori. Talvolta il significato di questa parola viene esteso in modo da indicare i parenti stretti quali il padre, la madre, le sorelle, i fratelli, i nipoti, le nipoti, gli zii, le zie, i cugini e le cugine.

 

Tuttavia l’espressione “Ahl ul-Bayt” che troviamo nel Corano e nelle tradizioni del Profeta e degli Imam assume un significato diverso dai due sopraccitati. Secondo tradizioni tramandate (sia dalle fonti sunnite che da quelle shi°ite) in modo tale da non lasciare la minima ombra di dubbio sulla loro autenticità, il termine “Ahl ul-Bayt” indica l’insieme delle seguenti quattordici persone: il profeta Muhammad (S), Alí, Fatima, Hasàn, Husàin e i nove infallibili Imam discendenti da quest’ultimo.

 

Perciò il resto delle persone che vivevano nella casa del sommo Profeta e cosí pure i suoi parenti, nonostante vengano correntemente considerati facenti parte dell’Ahl ul-Bayt, in base all’accezione poc’anzi citata non facevano parte di essa. In tal modo, perfino Khadíjah, che era la prediletta moglie del Profeta e la madre di Fatima, e Ibrahím, che aveva il grande onore di essere il figlio del Profeta, non devono essere considerati come facenti parte dell’Ahl ul-Bayt.

 

Con in termine “Ahl ul-Bayt delProfeta” si intende poi solitamente le seguenti tredici persone: Alí, Fatima, Hasan, Husain e i nove infallibili Imam da lui discendenti.

I membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta si distinguono per le loro numerose virtú, i loro eccezionali meriti e gli irraggiungibili e impareggiabili gradi spirituali da loro posseduti, i piú importanti dei quali sono:

il grado di infallibilità e purezza, secondo quanto dice il seguente versetto coranico:

 

1)  “O membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, in verità Dio vuole allontanare da voi ogni impurità e purificarvi completamente” (Santo Corano, 33:33)

 

È bene sapere che chi possiede tale grado spirituale non commette alcun peccato.

2)  Secondo la nota tradizione dello Thaqalayn, citata in precedenza, l’Ahl ul-Bayt del Profeta e il Corano staranno sempre insieme, non si separeranno mai tra di loro; di conseguenza i suoi componenti non sbaglieranno mai nell’interpretare i versetti del sacro Corano e nel comprendere i sublimi propositi dell’illuminante religione islamica.

 

Il possedimento di questi due gradi spirituali da parte dei componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta implica necessariamente che tutti i loro detti e tutte le loro azioni siano, al pari dei detti e delle azioni dello stesso Profeta, legge e argomento; questo è uno dei principi della dottrina shi°ita.

 

Le espresse virtú di Alí e degli altri componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta

 

Riguardo alle virtú del nobile Alí e dei restanti componenti dell’Ahl ul-Bayt,le fonti sunnite e cosí pure quelle shi°ite hanno tramandato molte tradizioni risalenti al sommo Profeta. Ci limiteremo a citarne tre.

Nel sesto anno dell’Egira, i Cristiani della città di Najràn scelsero alcuni dei loro notabili e sapienti e li inviarono a Medina.

 

Questi delegati affrontarono dapprima una disputa con il sommo Profeta, dalla quale uscirono vinti e sopraffatti; fu cosí rivelato il Versetto della Mubàhalah:

 

“Dopo i chiari argomenti che ti sono pervenuti, se qualcuno disputa ancora con te riguardo a lui {Gesú}, di’: ‘Venite, chiamiamo i nostri figli e i vostri figli, le nostre donne e le vostre donne, noi stessi e voi stessi; preghiamo e supplichiamo quindi Dio e malediciamo i mendaci” (Santo Corano, 3:61)

 

Obbedendo all’ordine contenuto in questo versetto, il sommo Profeta propose agli emissari di Najràn di chiamare le loro donne e i loro figli e fare mubàhalah, di maledire cioè i mendaci affinché Dio li punisca. Essi accettarono la proposta e si diedero appuntamento il giorno successivo. Un folto gruppo di Musulmani e cosí pure la delegazione venuta da Najràn si presentarono all’appuntamento e si misero in attesa dell’arrivo del Profeta per vedere come e con chi si sarebbe presentato per affrontare la mubàhalah. Gli astanti videro a un certo punto giungere il profeta Muhammad (S) che teneva in braccio Husain e Hasan per la mano, seguito da sua figlia Fatima, seguita a sua volta da Alí. Indi il Profeta si volse ai suoi nobili accompagnatori e ordinò loro di dire “àmin” nel momento in cui avesse invocato il Signore {per maledire i mendaci durante la mubahalah}.

 

Lo spettacolo di questo piccolo gruppo risplendente di luce, di giustizia, di verità, di assoluto affidamento a Dio Eccelso, sconvolse i componenti della delegazione giunta da Najràn; il loro capo disse allora: “Giuro su Dio che vedo dei volti che se si rivolgono a Dio tutti i Cristiani della terra saranno sterminati”. Cosicché vennero dal sommo Profeta per chiedergli di esimerli dalla mubàhalah. Il Profeta disse allora: “Diventate quindi Musulmani” ed essi risposero: “Noi non siamo in grado di fare guerra ai Musulmani, c’impegnamo però a pagare annualmente una tassa e vivere cosí sotto la protezione del governo islamico”. Cosí ebbe termine la controversia.

 

Dal fatto che solo Alí, Fatima, Hasan e Husain, la pace sia su di loro, accompagnarono il Profeta per eseguire la mubàhalah con i Cristiani, si deduce che il sopraccitato versetto con le espressioni “i nostri figli”, “le nostre donne”, “noi stessi” intende solamente il sommo Profeta, Alí, Fatima, Hasan e Husain. In altre parole, quando il profeta Muhammad (S), rivolgendosi ai delegati di Najràn, diceva “noi stessi” intendeva sé stesso e Alí, con l’espressione “le nostre donne” intendeva la pura Fatima e con “i nostri figli” voleva dire Hasan e Husain.

 

Da ciò è possibile dedurre che Alí è come se fosse lo stesso Profeta e che l’Ahl ul-Bayt di quest’ultimo consta delle quattro sopraccitate persone; se altre persone all’infuori di queste fossero appartenute a essa, egli le avrebbe portate con sé a sostenere la mubàhalah.

Da quanto si è detto si può altresí dedurre che queste quattro persone sono infallibili; Dio l’Altissimo, nel seguente versetto, attesta infatti l’infallibilità e la castità dell’Ahl ul-Bayt del Profeta:

 

“O membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, in verità Dio vuole allontanare da voi ogni impurità e purificarvi completamente” (Santo Corano,33:33)

 

Secondo una tradizione, tramandata sia dalle fonti sunnite che da quelle shi°ite, il profeta dell’Islam ha detto: “La mia Ahl ul-Bayt è come l’Arca di Noè che chiunque vi salí si salvò e chiunque l’abbandonò annegò”.

 

In un’altra tradizione narrata (sia da fonti sunnite che da quelle shi°ite) in modo tale da non lasciare alcun dubbio sulla sua autenticità, il sommo Profeta dice: “Lascio in ricordo tra voi due preziose cose che non si separeranno mai tra loro: il Li­bro di Dio e la mia Ahl ul-Bayt. Fintanto che vi atterrete a esse non vi travierete”.