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Il profeta Muhammad (S)

Introduzione

La biografia del venerato profeta Muhammad (S) è conosciuta meglio di quella di qualsiasi altro profeta. Col passare del tempo e per effetto delle evoluzioni storiche avvenute, il libro celeste, la legge religiosa e persino la divina personalità dei profeti che lo hanno preceduto hanno subito notevoli alterazioni, le quali hanno, di conseguenza, reso ambigue le loro biografie.

Invero, all’infuori delle limitate nozioni forniteci dal Corano e dalle tradizioni del Profeta e della sua Ahl ul-Bayt {Alí, Fatima e dodici infallibili Imam da loro discendenti}, non v’è nulla di preciso e chiaro riguardo alla loro biografia.

Al contrario, la biografia del nobile profeta Muhammad (S) è assai chiara ed è in grado di descrivere a sufficienza i diversi caratteri della sua straordinaria vita.

L’amatissimo profeta dell’Islam è l’ultimo dei messaggeri che il Signore misericordioso ha inviato agli uomini per guidarli sul retto sentiero. Quattordici secoli orsono, del monoteismo non era rimasto che un semplice nome e gli uomini avevano totalmente abbandonato l’adorazione del Dio Unico, si erano completamente allontanati dalla fede in Dio, dall’umanità e dalla giustizia. La sacra Ka’bah era divenuta un santuario di idoli e la religione di Abramo s’era trasformata in idolatria.

Gli Arabi conducevano una vita strettamente tribale, persino nelle diverse città che avevano formato nell’Hijàz e nello Yemen. Essi vivevano in condizioni tra le piú vili e arretrate: in luogo della civiltà e della virtú, tra la gente regnava la scostumatezza e il vizio e peccati quali bere vino e giocare d’azzardo erano assai diffusi; le figlie femmine venivano sotterrate vive e la maggior parte della gente si procurava da vivere attraverso il furto, il brigantaggio, l’omicidio e il saccheggio dei beni e del bestiame altrui. Essere sanguinari, spietati e tiranni era poi il piú gran vanto.

In un tale ambiente il Signore misericordioso scelse Muhammad (S) per riformare e guidare l’intera umanità; gli rivelò quindi il Corano (comprendente sublimi conoscenze, preziose nozioni che aiutano l’uomo a conoscere Dio, un concreto programma per realizzare la giustizia e utili ammonimenti) incaricandolo di invitare, servendosi di questo divino libro, la gente a comportarsi in modo umano e a aderire alla verità.

Dalla nascita all’inizio della missione

Il sommo Profeta nacque alla Mecca nell’anno 570 dopo Cristo (cioè cinquantatré anni prima dell’Egira) nella piú nobile e onorata delle famiglie arabe.

Prima di venire al mondo perse suo padre e dopo aver perso, all’età di sei anni, anche la madre, fu il nonno Abdulmuttalíb a prendersi cura di lui. Quest’ultimo però morí due anni dopo e il nobile bambino passò cosí sotto la diretta tutela del suo gentile zio Abutàlib (padre di Alí, il Principe dei Credenti). Egli amò il suo nobile nipote come un suo stesso figlio e fino a pochi mesi prima dell’Egira non mancò mai di proteggerlo e sostenerlo.

Gli Arabi della Mecca, come gli altri Arabi, allevavano pecore e cammelli e talvolta commerciavano con i paesi vicini, in particolare con la Siria. Erano ignoranti e rozzi, in nessun modo interessati all’istruzione e all’educazione dei propri figli. Muhammad (S), al pari degli altri, non aveva imparato né a leggere né a scrivere.

Tuttavia, sin dall’infanzia si distinse dagli altri per le sue virtú: non adorava mai idoli, non mentiva, non rubava, non tradiva, non commetteva mai atti turpi, non si comportava mai in modo superficiale ed era dotato di una straordinaria intelligenza e di grandi capacità. Queste nobili qualità gli fecero in breve tempo acquistare una notevole popolarità tra la gente. Divenne cosí famoso con l’appellativo di “Al-amín” {il Fidato}. Era per questa sua straordinaria fidatezza che la gente affidava per lo piú a lui i beni che intendeva depositare e lodava la sua onestà e le sue grandi capacità.

Aveva all’incirca vent’anni quando una delle ricche dame della Mecca, la nobile Khadíjah, lo scelse come suo agente commerciale. L’onestà, l’intelligenza e le notevoli capacità di Muhammad (S) assicurarono abbondanti guadagni a Khadíjah che attratta sempre di piú dalla sua straordinaria personalità, gli propose di sposarla. Dopo il matrimonio il giovane Muhammad (S) continuò per diversi anni le attività commerciali della moglie.

Fino a quarant’anni, egli intrattenne normali rapporti con la gente e venne considerato uno dei membri della comunità; a differenza degli altri però possedeva un carattere integro, una condotta esemplare e aborriva l’oppressione, la crudeltà e l’arrivismo. Tali virtú gli avevano fatto guadagnare il rispetto e la fiducia della gente. Si narra che un giorno, durante i lavori di riparazione della Ka’bah, sorse una disputa tra le diverse tribú su chi dovesse collocare al suo posto la Pietra Nera {Hajar ul-Aswàd}.

Per risolvere la controversia scelsero unanimemente il nobile Muhammad (S) come arbitro. Quest’ultimo fece depositare questa sacra pietra in un mantello e i capi delle tribú presero i lembi del mantello e lo alzarono; fu poi il nobile Muhammad (S) a collocarla al suo posto. Grazie a questo intervento, il litigio si risolse senza alcun spargimento di sangue.

Prima dell’inizio della sua missione profetica, benché fosse monoteista e quindi categoricamente contrario all’idolatria e al politeismo, siccome non combatteva direttamente le assurde e superstiziose credenze degli idolatri, la gente era in pace con lui, come lo era del resto con i seguaci delle altre religioni (quali i Giudei e i Cristiani) che vivevano in pace con gli Arabi idolatri.

Al Tempo in cui Muhammad (S) viveva presso suo zio Abutàlib e non aveva ancora raggiunto la pubertà, accompagnò quest’ultimo in un suo viaggio di affari in Siria.

Era una carovana assai imponente e un folto gruppo di persone viaggiava assieme a dell’abbondante mercanzia. Dopo essere penetrata in territorio siriano e aver raggiunto la città di Busrà fece una sosta nelle vicinanze di un monastero. Un monaco chiamato Bahirà uscí dal convento e invitò i viaggiatori a riposare all’interno del monastero. Abutàlib, al pari degli altri viaggiatori, accettò l’invito lasciando Muhammad (S) a sorvegliare i suoi beni. Bahirà, venuto a sapere che tutti erano presenti nel convento tranne Muhammad (S), chiese che lo si facesse entrare. Abutàlib chiamò allora il nipote e insieme si recarono dal monaco.

Dopo aver a lungo scrutato il nobile Muhammad (S), Bahirà lo prese da una parte e disse: “Giurami nel nome di Lat e Uzzà (due idoli adorati dagli abitanti della Mecca) che risponderai a quanto ti chiederò ora”. Muhammad (S) rispose: “Questi due idoli sono le cose che detesto maggiormente”. Il monaco disse allora: “In nome del Dio Unico, ti prego di dire la verità”. Il nobile bambino rispose: “Io dico sempre la verità, non ho mai mentito in vita mia; rivolgimi la tua domanda”. Bahirà chiese allora: “Qual è la cosa che ami di piú?”.

Rispose: “La solitudine”. Il saggio monaco allora lo interrogò di nuovo: “Che cosa ami guardare di piú?”. Rispose: “Il cielo e le sue stelle”. A questo punto Bahirà chiese: “A che cosa pensi?”. Muhammad (S) rimase in silenzio e Bahirà guardò attentamente la sua fronte; disse poi: “Quando e con quali pensieri ti addormenti?”. Rispose: “Quando, guardando le stelle, le sento vicine a me, mi vedo sopra di esse”. Bahirà chiese allora “Fai anche sogni?”. Muhammad (S) rispose: “Sí e tutto quel che sogno lo vedo pure quando sono desto”.

Il monaco proseguí chiedendo: “Che cosa vedi in sogno?” e Muhammad (S) non disse nulla; dopo un momento di silenzio il saggio uomo si rivolse al nobile Muhammad (S) e gli disse: “Posso vederti tra le spalle?”; quest’altro acconsentí e Bahirà, denudandogli le spalle, scoprí un neo: “È proprio questo” mormorò. Abutàlib sorpreso gli chiese: “A che cosa ti riferisci? Cosa vuoi dire?”. Bahirà rivolgendosi allo zio del nobile bambino gli chiese: “Qual è il legame di parentela che ti lega a questo giovane”. Dal momento che Abutàlib amava Muhammad (S) come un suo stesso figlio, affermò: “È mio figlio”.

Replicò allora Bahirà: “No, il padre di questo giovane deve essere già morto”, “Come fai a saperlo?” chiese Abutàlib sorpreso, prima di rivelare al monaco che Muhammad (S) era suo nipote. Bahirà disse allora ad Abutàlib: “Ascoltami bene, un radioso e sorprendente avvenire attende questo giovane. Se altri oltre a me vedranno ciò che io ho visto e lo riconosceranno, lo uccideranno. Devi nasconderlo e proteggerlo dai nemici”. Abutàlib domandò allora: “Dimmi chi è!”. Bahirà disse: “Nei suoi occhi e sul suo dorso vi sono due inconfondibili segni di riconoscimento di un grande profeta del futuro”.

Qualche anno piú tardi Muhammad (S) si recò nuovamente in Siria, ma questa volta in qualità di agente commerciale della nobile Khadíjah. Quest’ultima lo fece accompagnare dal suo servo Maisaràh raccomandandogli di prestargli assoluta ubbidienza.

Dopo essere penetrati in territorio siriano, fecero una sosta nei pressi della città di Busrà. Nelle vicinanze v’era l’eremo di un monaco chiamato Nasturà che già conosceva Maisaràh. Il monaco rivedendo Maisaràh, riferendosi a Muhammad (S), gli chiese: “Chi è quell’uomo che sta riposando sotto quell’albero?”. Egli rispose: “È un uomo della tribú dei Quraish”. Il monaco dichiarò allora: “Sotto quell’albero non fanno tappa se non i profeti di Dio”. Poi domandò:” I suoi occhi presentano forse segni di arrossamento”. Maisaràh rispose: “Si, costantemente”. Nasturà concluse: “E proprio lui! Egli è l’ultimo dei profeti di Dio. Potessi vedere il giorno in cui riceverà da Dio l’incarico di invitare la gente alla Sua religione!”

Numerose tribú ebree, avendo saputo dalle loro scritture del profeta Muhammad (S) e del luogo in cui sarebbe sorto, avevano lasciato la loro patria per andare a insediarsi nell’Hijàz. Fermatisi a Medina e nei dintorni di questa città, vissero per anni nell’attesa dell’avvento del profeta dell’Islam.

Poiché i membri della comunità trapiantata erano ricchi e opulenti, succedeva che talvolta fossero depredati dagli Arabi. Ma gli Ebrei sopportavano pazientemente tali soprusi e si lamentavano sempre con coloro che li opprimevano dicendo: “Sopporteremo i vostri saccheggi, i vostri soprusi fino al giorno in cui il Profeta Illetterato emigrerà dalla Mecca per venire a stabilirsi a Medina. Sarà allora che noi, dopo avergli prestato fede, ci vendicheremo di voi”.

Fu in tal modo che gli Arabi di Medina acquistarono una precedente conoscenza della missione profetica del nobile Muhammad (S). Tale conoscenza divenne in seguito uno dei principali fattori della loro rapida conversione all’Islam. Accadde poi che essi si convertirono, mentre gli Ebrei, a causa del loro fanatismo, si rifiutarono di prestare fede al profeta che tanto avevano atteso e del cui avvento tanto avevano parlato.

A tal proposito il Corano dice:

“Quando il Libro di Dio {il Corano} giunse ai Giudei, sebbene esso confermasse le conoscenze e gli insegnamenti del libro ispirato da loro accettato e seguito, la Torà, e sebbene da tempo aspettassero di vincere (con l’aiuto del profeta dell’Islam) gli Arabi miscredenti, essi non si convertirono. Sia dunque la maledizione di Dio sui miscredenti”(Santo Corano,2:89)

A proposito invece della conversione di un gruppo di persone appartenenti alla Gente del Libro {Cristiani ed Ebrei} dice:

“...presto concederò la Mia misericordia a coloro che si comportano rettamente, che pagano la zakàh e che credono ai Nostri segni; {la concederò a} quelli {della Gente del Libro} che seguono l’Inviato, il Profeta Illetterato, il cui nome e i cui connotati vengono da loro trovati nella Torà e nel Vangelo. Egli ordina loro di compiere il bene, vieta loro di commettere il male, rende loro lecite le cose pulite e gradevoli e illecite le immonde e repellenti; egli li ha alleviati da ogni tipo di difficoltà e fatica, e, spezzando le catene che li tenevano legati, ha donato loro la libertà” (Santo Corano,7:156-157)

Dall’inizio della missione all’Egira

Il Signore Onnipotente suscitò nella penisola arabica (che era, senza esagerazione, un ricettacolo di miseria, corruzione e tirannia) il Suo prediletto profeta, il nobile Muhammad (S), incaricandolo di invitare l’umanità a aderire al monoteismo, rispettare la giustizia, compiere il bene e consolidare i rapporti sociali.

Fu incaricato di seguire e difendere costantemente e decisamente la verità e la giustizia e di fondare le basi della beatitudine umana sul principio della fede, del timor di Dio, della solidarietà e dell’abnegazione.

All’inizio il Profeta era stato incaricato solo di invitare la gente ad abbracciare l’Islam e poiché l’ambiente in cui si trovava era pieno d’oppressione, crudeltà e ostinatezza, parlò della sua missione divina solo a chi sperava che accettassero il suo divino invito. In questa prima fase della sua missione, non vi fu perciò che un numero ristretto di fedeli.

Secondo le tradizioni, la prima persona che accettò l’invito del Profeta fu suo cugino paterno Alí (figlio d’Abutàlib); dopo di lui si convertí Khadijah, la nobile moglie del profeta Muhammad (S).

Trascorso un certo tempo, egli ricevette l’ordine di invitare i suoi parenti stretti ad accettare la fede islamica; seguendo il decreto divino convocò i parenti (circa una quarantina di persone) a casa sua e annunciò loro la missione affidatagli dal Signore.

Dopo un po’ il sommo Profeta, per ordine divino, rese pubblico il suo invito e lo estese all’intera umanità. La reazione degli Arabi, in special modo della gente della Mecca, fu assai dura: i miscredenti e i politeisti respinsero con ferocia e crudeltà questo sincero invito del profeta Muhammad (S).

Talvolta lo chiamavano indovino e stregone, talaltra pazzo e poeta. Era schernito e canzonato e quando si accingeva a invitare la gente ad abbracciare la neonata religione islamica, oppure quando voleva eseguire i suoi atti d’adorazione, veniva brutalmente ostacolato dall’infernale baccano dei suoi nemici, i quali giunsero persino a versargli in testa della spazzatura e dello sterpame, a picchiarlo, insultarlo e a prenderlo a sassate.

Talvolta poi si tentava di corromperlo, promettendogli potere, denaro e simili, nella speranza di sviarlo in tal modo dal suo sacro obiettivo. Tutti questi tentativi risultarono però vani poiché il Profeta restò impassibile.

Talvolta si rattristava e rimaneva dispiaciuto per l’ignoranza e l’ottusità del suo popolo. È per questo che in alcuni versetti del Corano, il Signore Eccelso lo conforta ordinandogli di portare pazienza. In altri invece gli ordina di non dare assolutamente retta alle parole della gente e di continuare, con la massima decisione, la propria missione.

Coloro che si convertirono all’Islam furono fatti oggetto di terribili torture e tormenti dai miscredenti; spesso accadeva che alcuni di loro perdessero la vita a causa di tali torture. A volte, la pressione diveniva talmente intollerabile che i fedeli chiedevano al Profeta il permesso di organizzare una sanguinosa rivolta e porre cosí fine all’oppressione dei loro empi nemici. Il Profeta diceva però: “A tal proposito non ho ricevuto alcun ordine da Dio l’Eccelso: occorre pazientare”. Alcuni, sfiniti dai continui soprusi dei miscredenti, raccolsero la loro roba ed emigrarono.

A un certo punto la situazione divenne talmente critica per i Musulmani che il nobile Profeta autorizzò i propri compagni a emigrare in Abissinia per mettersi cosí al riparo, per un certo periodo, dalle torture e dalle molestie della propria gente. Un gruppo di fedeli, capeggiato da Ja’far {figlio di Abutàlib, fratello del Principe dei Credenti e uno dei migliori compagni del sommo Profeta}, si trasferí quindi in Abissinia.

Quando i miscredenti della Mecca vennero a sapere dell’esilio dei Musulmani mandarono due dei loro abili ed esperti uomini, con una notevole quantità di doni, a chiedere al Negus l’estradizione degli esiliati. Ja’far con uno straordinario discorso tenuto alla presenza del Negus, dei sacerdoti cristiani e delle diverse autorità abissine, descrisse loro la divina personalità del sommo profeta Muhammad (S) e recitò anche alcuni versetti della “Sura di Maria”.

Le sue sincere parole erano talmente profonde e incantevoli che fecero piangere tutti, compreso il Negus. Quest’ultimo si rifiutò ovviamente di estradare gli esuli e respinse altresí i doni inviatigli dai miscredenti della Mecca. Ordinò poi di facilitare la residenza dei profughi musulmani e di mettere a loro disposizione ogni comodità.

Dopo questo fallimento, i miscredenti della Mecca concordarono di troncare ogni rapporto con i Baní Hàshim, parenti e seguaci del Profeta, e di isolarli e interrompere ogni loro relazione economica e sociale con l’esterno. Redatto in tal senso un accordo, lo fecero firmare a tutti e lo deposero nella Ka’bah.

I Baní Hàshim, accompagnati dal sommo Profeta, si trovarono costretti a lasciare la Mecca. Si rifugiarono in una gola conosciuta con il nome di “Gola di Abutàlib”, nella quale vissero per lungo tempo nelle piú difficili condizioni. Nessuno aveva il coraggio di uscire dalla gola, nella quale si doveva sopportare, durante il giorno, un tremendo caldo e, di notte, i lamenti delle donne e dei bambini.

Tre anni dopo i miscredenti a causa della scomparsa del documento deposto nella Ka’bah e dei numerosi rimproveri ricevuti dalle tribú della regione per il disumano atteggiamento da loro assunto nei confronti dei Baní Hàshim, rinunciarono all’accordo e questi ultimi poterono cosí porre termine al loro esilio.

Fu in quel periodo che la giovane comunità islamica perdette il nobile Abutàlib, unico protettore del sommo Profeta, e la generosa Khadíjah. Con la scomparsa di questi due saldi sostegni la vita del Profeta si complicò notevolmente; egli non poteva piú mostrarsi in pubblico e la sua vita era costantemente in pericolo.

L’Egira

L’anno in cui il sommo Profeta e i Baní Hàshim uscirono dalla “Gola di Abutàlib” era il tredicesimo della sua missione. In esso compí un breve viaggio a Taièf (città situata a circa cento chilometri dalla Mecca) e invitò gli abitanti di questa città ad abbracciare l’Islam. Gli ignoranti e i malvagi di Taièf si riversarono da ogni parte della città e iniziarono a ingiuriare e a prendere a sassi il Profeta; gli empi riuscirono alla fine a scacciarlo dalla città.

Tornò quindi alla Mecca e vi rimase per un certo periodo. Anche in questa città, come è già stato detto in precedenza, v’erano individui ignoranti e malvagi che gli erano fortemente ostili; di conseguenza, la sua vita era costantemente in pericolo.

I notabili della Mecca, ravvisando circostanze favorevoli, decisero nel corso di una riunione segreta (svoltasi in un luogo chiamato Dàrunnadwàh, l’analogo di un parlamento odierno) di eliminare il Profeta. Concordarono di scegliere una persona da ognuna delle tribú arabe e formare cosí una squadra che sarebbe dovuta penetrare nella casa del profeta e ucciderlo; questi empi volevano far partecipare tutte le tribú al delitto per mettere i Baní Hàshim (la tribú alla quale apparteneva il sommo Profeta) nell’impossibilità di vendicarsi. La partecipazione di un membro di questa stessa tribú all’assassinio avrebbe inoltre fatto completamente tacere gli altri.

Il progetto venne messo in atto e circa quaranta volontari nottetempo circondarono la dimora del Profeta con l’intento di attaccare la casa all’alba e assassinarlo. Tuttavia la volontà di Dio era diversa e il progetto fallí miseramente. Il Signore si rivelò infatti al Profeta, lo mise al corrente del complotto e gli ordinò di lasciare la Mecca ed emigrare a Medina. Il Profeta, informato Alí (as) dell’intrigo, gli comandò di trascorrere la notte dormendo nel suo letto e, dopo avergli fatto le ultime raccomandazioni, se n’andò.

Per la strada vide Abubàkr e lo portò con sé a Medina. Arrivarono nottetempo in una grotta del monte Saur. Dopo essersi nascosti nella grotta per tre giorni, proseguirono il loro viaggio fino a Medina ove la popolazione accolse calorosamente il sommo Profeta. Del resto, prima dell’Egira, alcuni dei notabili di Medina avevano incontrato alla Mecca il Profeta e si erano convertiti all’Islam; gli avevano inoltre promesso di appoggiarlo e difenderlo con tutte le loro forze nel caso in cui si fosse recato a Medina.

Nel frattempo gli empi, che avevano circondato la casa, la assalirono, trovando inaspettatamente Alí nel letto del Profeta; appena vennero al corrente della sua fuga si precipitarono fuori della città, ma tutte le loro ricerche furono vane.

L’insediamento del Profeta a Medina e le guerre del primo decennio dell’Egira

Il sommo Profeta Muhammad (S), fuggito dalla Mecca, si stabilí a Medina, i cui abitanti abbracciarono la religione da lui apportata e lo appoggiarono devotamente. Coll’arrivo del Profeta la città di Medina assunse un aspetto islamico, prese il nome di Madínat ur-Rasúl (Città dell’Inviato) in sostituzione di Iasríb e divenne la prima città islamica della storia. In essa circa un terzo degli abitanti erano ipocriti, falsi credenti; questi simulavano l’adesione all’Islam per timore della maggioranza musulmana.

Il sole dell’Islam iniziò a risplendere nel limpido cielo di Medina e la sua divina luce arrivò dappertutto, illuminando ogni cosa. Come prima cosa, trasformò in pace e serenità lo stato di guerra che da anni esisteva tra le due grandi tribú degli Aws e dei Khazraj. Illuminò poi i cuori dei membri delle tribú della regione, i quali, gradualmente, si convertirono tutti alla religione islamica. Ebbe poi un fondamentale ruolo nel riformare la società: l’applicazione dei precetti che venivano gradualmente rivelati da Dio al Profeta, estirpava ogni giorno una delle radici della corruzione e del male, sostituendola con giustizia e timor di Dio.

Gradualmente molti dei musulmani della Mecca, oppressi e torturati dagli empi miscredenti di questa città, abbandonarono le loro dimore per emigrare a Medina, ove vennero calorosamente accolti dai loro fratelli di fede. Il musulmani emigrati presero cosí il nome di “Muhàjirun” (emigrati), mentre i benevoli musulmani della città di Medina furono chiamati “Ansàr” (soccorritori).

Di questa celeste luce non riuscirono però a giovarsi le numerose tribú giudee che vivevano a Medina, nei suoi dintorni, a Khaibar e a Fadàk. Queste tribú, infatti (come abbiamo già detto in precedenza), nonostante avessero per anni annunciato agli Arabi la venuta del profeta Muhammad (S), si rifiutarono di convertirsi all’Islam, limitandosi a siglare un patto di non aggressione con i Musulmani.

I miscredenti della Mecca erano fortemente preoccupati della rapida espansione dell’Islam e diventavano sempre piú ostili nei confronti del Profeta e dei suoi seguaci; erano invero alla ricerca di un pretesto per disperdere la giovane comunità musulmana. I seguaci dell’Islam (soprattutto quelli che erano emigrati dalla Mecca), che si erano profondamente risentiti per il malvagio comportamento di questi malvagi miscredenti, attendevano a loro volta l’ordine divino che consentisse loro di punirli e liberare dai loro soprusi i fedeli (donne, bambini e inabili vecchi) che non avevano avuto modo di emigrare a Medina.

La battaglia di Badr, nell’anno secondo dell’Egira, fu il primo conflitto tra i Musulmani e i miscredenti della Mecca. Nel corso di questo combattimento, che si svolse nell’omonima piana (situata tra la Mecca e Medina), i fedeli mal equipaggiati e in numero di circa trecento affrontarono mille infedeli armati fino ai denti. La divina grazia donò però una brillante vittoria ai Musulmani che sconfissero pesantemente i miscredenti, i quali subendo enormi perdite (sia in uomini - morti, feriti, prigionieri - che in materiale bellico), fuggirono verso la Mecca.

Si narra che gli infedeli lasciassero sul campo di battaglia settanta cadaveri (di cui circa la metà era caduta per opera d’Alí) e settanta prigionieri.

La battaglia d’Uhúd, nell’anno terzo dell’Egira, vede di nuovo opporsi i miscredenti della Mecca, guidati da Abú Sufiàn, ai Musulmani: tremila infedeli (alcune tradizioni dicono cinquemila) partirono dalla Mecca e si scontrarono con settecento musulmani, guidati dal nobile Inviato di Dio nella deserta piana d’Uhud, nei pressi di Medina. All’inizio gli uomini del Profeta prevalsero, ma un errore commesso da alcuni di loro provocò l’assedio; i Musulmani vennero quindi violentemente attaccati e subirono pesanti perdite: lo zio (paterno) del Profeta, Hamzàh, morí martire con circa settanta altri compagni dell’Inviato d’Allah, per lo piú appartenenti agli Ansàr.

Il Profeta stesso rimase ferito alla fronte, si ruppe un dente e rischiò pure di rimanere ucciso. Uno dei miscredenti dopo averlo colpito alla spalla gridò: “Ho ucciso Muhammad (S)”, seminando il panico tra i Musulmani, che fuggirono tutti all’infuori d’Alí e qualcun altro, che rimasero a difendere il Profeta. Morirono tutti a eccezione d’Alí che con incredibile coraggio e vigore si batté fino alla fine e salvò cosí la vita dell’Inviato di Dio.

Verso la fine del giorno i fuggitivi dell’armata islamica ritornarono a fianco del Profeta preparandosi nuovamente a combattere. L’esercito di Abú Sufiàn si accontentò però della parziale vittoria ottenuta e abbandonò il campo di battaglia per ritornare alla Mecca. Questi empi però, dopo aver percorso alcune parasanghe si pentirono seriamente di non aver approfittato della situazione per sconfiggere completamente i Musulmani, catturare le loro donne, i loro bambini e depredare i loro beni; si misero persino a consultarsi per riprendere le ostilità.

Nel frattempo però vennero informati che le truppe musulmane li stavano inseguendo per riprendere le ostilità; la notizia (che tra l’altro era fondata, poiché il sommo Profeta, dietro ordine di Dio, aveva mandato Alí con degli uomini a inseguire i nemici) li intimorí e in gran fretta fecero ritorno alla Mecca.

Benché i Musulmani avessero subito in questa battaglia gravi perdite, gli effetti della sconfitta furono proficui; i fedeli provarono infatti sulla loro stessa pelle le infauste conseguenze della violazione degli ordini del santo profeta Muhammad (S) e presero cosí un’importante lezione da questa spiacevole esperienza.

Le due parti si erano impegnate, alla fine della battaglia, a ritrovarsi l’anno successivo nel medesimo luogo per affrontare una nuova battaglia. Il Profeta, con un gruppo dei suoi compagni, si presentò all’appuntamento, cosa che non fecero però Abú Sufiàn e i suoi uomini.

Dopo la battaglia di Badr, i Musulmani si organizzarono in maniera piú completa e riuscirono cosí ad avanzare in tutta la penisola arabica, a eccezione della regione della Mecca e di quella di Taièf.

La battaglia di Khandaq fu il terzo conflitto tra i Musulmani e i miscredenti (i quali venivano guidati per l’ultima volta dagli infedeli della Mecca). In questo cruento combattimento, i nemici avevano mobilitato tutte le proprie forze e capacità allo scopo di annientare i Musulmani. Questo scontro è famoso nella storia col nome di battaglia di “Khandaq” (fossato) o “Guerra delle Fazioni”.

Dopo la battaglia di Uhud, i notabili della Mecca (il capo dei quali era l’empio Abú Sufiàn) avevano l’intenzione di dare il corpo di grazia al Profeta e ai suoi seguaci spegnendo cosí definitivamente la divina luce dell’Islam; istigavano perciò le tribú arabe ad aiutarli in tale impresa. Anche le tribú giudee, nonostante avessero concluso con i Musulmani un patto di non aggressione, contribuivano segretamente alla formazione di questo fronte antislamico, al quale, alla fine, si unirono, violando cosí il patto stretto con il Profeta.

Fu cosí che, nell’anno quinto dell’Egira, un possente esercito, composto dalla tribú dei Quraish e dai clan arabi e giudei, attaccò la città di Medina. Il Profeta, che ancora prima dell’attacco era a conoscenza dei piani del nemico, si consultò con i compagni sul da farsi. Dopo un lungo dibattito, si accettò la proposta di Salmàn il Persiano (uno dei piú nobili compagni del Profeta): venne scavato intorno alla città un fossato difensivo per impedire alle truppe nemiche di aggredirla.

Quando i nemici arrivarono alle porte della città non riuscirono a superare il fossato e furono cosí costretti a insediare la città. In quelle condizioni iniziarono a combattere con i Musulmani; l’assedio e la battaglia si protrasse per un certo tempo, ma alla fine, per effetto del vento, del freddo, della stanchezza degli Arabi idolatri (dovuta all’eccessivo protrarsi dell’assedio) e delle discordie nate tra i clan arabi e quelli giudei, l’assedio fallí e le truppe nemiche lasciarono Medina.

In questo conflitto Amr Ibniabdiwud, tra i piú rinomati cavalieri e celebri guerrieri d’Arabia, trovò la morte per mano del nobile e potente Alí.

Dopo la battaglia di Khandaq, i cui principali istigatori furono i Giudei, i quali collaborarono con i miscredenti arabi violando il tal modo il patto stretto con i Musulmani, il sommo Profeta, su ordine di Dio, s’impegnò a punire le tribú giudee di Medina. A tal proposito affrontò assieme ai suoi uomini diverse battaglie contro di esse, che si conclusero tutte con la vittoria dei Musulmani.

La piú importante di queste battaglie fu quella di “Kaibar”. In essa i Giudei disponevano di solide rocche, di un notevole numero di uomini, di abili guerrieri e sufficienti equipaggiamenti bellici. I Musulmani avevano invece dalla loro parte il grande Alí che, dopo aver ucciso il celebre, potente e coraggioso guerriero ebreo Marhab e aver disperso le truppe giudee, attaccò la famosa Rocca di Khaibar e, dopo averne staccato miracolosamente il pesantissimo portone, assieme alle truppe musulmane, la conquistò, sconfiggendo in tal modo i Giudei.

Con queste guerre, che terminarono nell’anno quinto dell’Egira, i Musulmani sconfissero definitivamente i Giudei dell’Hijàz.

Nell’anno sesto dell’Egira, il sommo Profeta inviò lettere a re e imperatori di diversi paesi (come lo Scià di Persia, il Negus d’Abissinia, il Re d’Egitto e l’Imperatore di Bisanzio) invitandoli ad abbracciare l’Islam. Egli concluse poi un patto di non aggressione con i miscredenti della Mecca, i quali firmandolo s’impegnarono, tra le altre cose, di non molestare e non torturare piú i Musulmani che vivevano alla Mecca e di non aiutare i nemici dell’Islam a danno dei fedeli del profeta Muhammad (S).

Questi empi però, dopo un po’ di tempo violarono il patto e fu cosí che il Profeta decise di conquistare la Mecca. Nell’anno ottavo dell’Egira attaccò, con diecimila uomini, questa città e senza alcun conflitto e spargimento di sangue la conquistò: gli idoli presenti nella Ka’bah vennero da lui infranti e l’intera popolazione si convertí all’Islam. Convocò poi i notabili della città (che per vent’anni si erano sempre dimostrati fortemente ostili nei suoi confronti ed erano stati sempre crudeli e ingiusti con lui e con suoi fedeli) e, senza fare loro il minimo sgarbo, con infinita magnanimità li perdonò tutti.

Dopo la conquista della Mecca il Profeta cominciò a ripulire i dintorni di questa città dalle ultime tracce di idolatria e miscredenza. A tal proposito affrontò diverse battaglie contro gli idolatri che ancora non si erano sottomessi, tra le quali ricordiamo quella di Hunain, che si svolse nell’omonima valle e fu una delle importanti battaglie che il Profeta affrontò in vita sua.

In essa dodicimila guerrieri musulmani affrontarono migliaia di cavalieri della tribú degli Hawàzin. All’inizio del conflitto i nemici presero un tale sopravvento che, a parte Alí (che era l’alfiere delle truppe islamiche e che combatteva davanti al Profeta) e pochissimi altri uomini, le truppe musulmane batterono in ritirata. Dopo qualche ora però, dapprima gli Ansàr poi gli altri Musulmani ripresero le loro postazioni, caricando vittoriosamente il nemico.

Al termine di questa battaglia i cinquemila prigionieri catturati dalle forze musulmane, vennero liberati per richiesta del Profeta, eccetto alcuni che spettavano {come schiavi} a quei pochi Musulmani che non se la sentivano di rinunciare alla propria quota, la quale venne acquistata dal nobile Profeta, che cosí riuscí a liberare il resto dei prigionieri.

La spedizione di Tabuk fu intrapresa nell’anno nono dell’Egira. Il Profeta inviò le sue truppe a Tabuk (alla frontiera dell’Hijàz e della Siria) perché correva voce che l’Imperatore di Bisanzio vi avesse concentrato delle truppe costituite da Arabi e Bizantini. Prima di questa spedizione le truppe islamiche avevano affrontato i Bizantini a Mutah (nei pressi di Tabuk) e in quell’occasione valorosi comandanti dell’esercito islamico come Ja’far (figlio di Abutàlib), Zaid (figlio di Hàrisah), Abdullàh (figlio di Rawàha) caddero martiri in battaglia.

Quando i trentamila uomini del Profeta raggiunsero Tabuk, il nemico aveva già lasciato il luogo. L’Inviato di Dio restò a Tabuk tre giorni e, dopo aver ripreso il controllo della regione, tornò a Medina.

Nel corso dei dieci anni del suo soggiorno a Medina, oltre alle battaglie ricordate, il Profeta condusse altri ottanta scontri armati. Partecipò in prima persona a circa un quarto di essi assumendo sempre un comportamento del tutto differente da quello adottato di solito dagli altri capi militari che si rifugiano in un luogo di assoluta sicurezza e si limitano solamente a impartire ordini ai soldati. Egli infatti partecipava attivamente alle battaglie che conduceva in prima persona e combatteva sempre sul fronte di guerra a fianco dei suoi uomini. E interessante però sapere che in tutte queste battaglie non capitò mai che uccidesse qualcuno.

La vicenda di Ghadir e la morte del Profeta

Nell’anno decimo dell’Egira il sommo Profeta si recò alla Mecca ed effettuò in questa santa città l’ultimo pellegrinaggio della sua vita (questo pellegrinaggio è noto col nome di Hàjjat-ul-Widà, che significa pellegrinaggio d’addio).

Dopo aver compiuto i riti del pellegrinaggio e avere impartito alla gente alcune necessarie istruzioni relative a questo importante atto di adorazione, rientrò a Medina. Durante il viaggio di ritorno, fece fermare la carovana in una località chiamata Ghadir. Ivi, dinanzi a centoventimila pellegrini, venuti da ogni parte della penisola arabica, il Profeta sollevò la mano di Alí e lo proclamò suo successore.

Con tale atto l’Inviato di Dio designò la persona che, dopo la sua morte, avrebbe dovuto guidare la società islamica, dirigerne gli affari, custodire il sacro Corano e la tradizione del Profeta e conservare le conoscenze e le leggi religiose; il profeta Muhammad (S) ubbidí in tal modo all’ordine datogli da Dio:

“O Profeta, comunica alla gente ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore e {sappi che} se non lo farai, non avrai compiuto la Sua missione” (Santo Corano,5:67)

Poco tempo dopo aver fatto ritorno a Medina il sommo Profeta morí.

L’insediamento del Profeta a Medina e il progresso dell’Islam

L’invito del profeta dell’Islam a Medina si innalzò e raggiunse tutte le case, tutti i circoli, si propagò in ogni vicolo, in ogni quartiere. La gente si convertí a schiere, gli abitanti della Mecca, di Medina e i membri delle varie tribú della zona si sottomisero tutti all’Islam. Insomma, nel corso dei dieci anni del soggiorno del Profeta a Medina, l’Islam arrivò a conquistare completamente la vasta penisola arabica.

Durante questi dieci anni, il sommo Profeta si preoccupò senza posa della sua divina missione: insegnava alla gente i princípi, le norme etiche e i precetti rivelatigli dal Signore Eccelso, esortava gli individui al bene e alla rettitudine, rispondeva alle loro domande, disputava con gli oppositori e i sapienti delle altre religioni (in special modo con i sapienti giudei) e dirigeva gli affari statali, garantendo il normale svolgimento della vita quotidiana della gente. Egli costruí a Medina la famosa Moschea del Profeta (Masjíd an-Nabí) e altre ancora furono erette successivamente. Mandò inoltre diversi missionari a predicare l’Islam nelle varie regioni d’Arabia e concluse una serie di trattati con le tribú giudee della zona di Medina e con alcune tribú arabe.

Nonostante i pesanti oneri connessi alla sua funzione di profeta e guida della comunità musulmana, il sommo Inviato riuscí in questo decennio a dedicare una considerevole parte del suo tempo alla preghiera e al culto di Dio: digiunava spesso nel corso dell’anno, nei tre mesi di ragiàb, scia’bàn e ramadan (in modo quasi consecutivo) e in altri giorni dell’anno (per un totale di un mese). Talvolta eseguiva un particolare digiuno che consisteva nel non mangiare nulla per piú giorni e notti consecutive. Dedicava inoltre ogni giorno una parte del suo tempo alle faccende di casa; talvolta poi si guadagnava da vivere lavorando per gli altri.

Dio l’Altissimo, nel Corano, rievoca le vicende di questi dieci anni dicendo:

“I miscredenti vogliono spegnere la luce di Dio, ma Egli, a loro dispetto, perfezionerà la Sua luce. Egli è Colui che ha mandato alla gente il Suo Inviato con la Retta Guida e la Religione del Vero per farla prevalere, a dispetto dei politeisti, su tutte le altre” (Santo Corano,61:8-9)

{Considerando lo straordinario processo di espansione dell'Islam, dagli inizi della missione del Profeta fino ai nostri giorni, nei quali l’Islam, con piú di un miliardo di seguaci, è la prima religione del mondo, non è difficile comprendere che ci stiamo avvicinando alla completa realizzazione della promessa divina della quale parla questo versetto coranico}.

Dice poi in un altro versetto:

“Voi Musulmani siete il miglior popolo che sia stato mai creato per gli uomini, {poiché} ordinate {loro} il ma’rúf {eseguire ciò che è bene}, vietate {loro} il munkar {eseguire ciò che è male} e credete in Dio” (Santo Corano, 3:110)

Uno sguardo alla personalità morale e spirituale del sommo Profeta

Secondo indubitabili fonti storiche il sommo Profeta è cresciuto in un ambiente tra i piú abietti, ove regnavano l’ignoranza, la corruzione e il vizio. In tale atmosfera passò la sua infanzia e la sua gioventú, senza beneficiare della minima formazione scientifica.

Benché il profeta Muhammad (S) non adorasse idoli e non commettesse atti iniqui, pure viveva in mezzo a simili persone e la sua ordinaria vita non prospettava assolutamente un futuro clamoroso. Chi se lo sarebbe infatti aspettato un simile futuro da un orfano povero, illetterato e inesperto!

Una notte, mentre si trovava assorto nella preghiera, la sua personalità subí un improvviso cambiamento: da spenta com’era divenne celeste e divina. Le idee e le convinzioni millenarie della società umana divennero per lui assurde e le leggi e le dottrine umane gli apparvero tiranniche e oppressive; collegando il passato e l’avvenire del mondo, egli individuò perfettamente quale fosse il sentiero della beatitudine umana. Da quel momento in poi non vide e non sentí che il vero e dalla sua bocca non uscirono che discorsi divini, parole di saggezza e prediche celesti.

La sua sfera interna, impegnata nel futile e vile ambiente degli affari e del commercio a risolvere i quotidiani problemi della vita, improvvisamente si elevò ed egli decise di riformare il mondo, di correggere gli uomini, di distruggere ciò che di ingiusto ed empio si era venuto a creare in seguito a migliaia di anni di traviamento e tirannia dell’uomo.

Cosí, senza curarsi delle terrificanti e imponenti forze nemiche, insorse da solo per restaurare la verità. Parlò alla gente del sapere divino e dedusse tutte le verità del creato dall’unicità del creatore dell’universo. Illustrò nel migliore dei modi le sublimi qualità morali dell’uomo, scoprendo e mettendo in luce le relazioni tra di esse esistenti. Era convinto piú di qualsiasi altra persona di ciò che diceva e metteva prima in pratica lui ciò che diceva alla gente di praticare.

Apportò leggi e precetti comprendenti una serie di atti di adorazione che esprimono, nella piú bella delle forme, la sottomissione dell’uomo di fronte alla magnificenza e alla maestà di Dio l’Unico. Apportò inoltre altre leggi di carattere civile e penale, perfettamente in accordo tra loro e saldamente fondate sull’Unicità di Dio e sul rispetto delle sublimi qualità morali dell’uomo. Il complesso delle leggi da lui apportate (tanto per quel che concerne le norme che regolano gli atti di adorazione quanto per i rimanenti precetti islamici) è di portata cosí vasta da essere in grado di valutare tutti i problemi della vita individuale e sociale dell’uomo e le diverse necessità che insorgono col passare del tempo, e caso per caso fornire la norma adatta.

Secondo il sommo Profeta queste leggi sono universali e perpetue, sono in grado di soddisfare, in ogni epoca, tutti i bisogni della vita terrena e ultraterrena di tutti gli uomini. Egli affermava che gli uomini, se vogliono conseguire la beatitudine, debbono adottare il metodo di vita indicato dalla religione islamica. A tal proposito, egli stesso ha piú volte affermato: “La religione che vi ho portato garantisce la vostra felicità in questo mondo e nell’Aldilà”.

Egli invero non ha fatto questa affermazione in modo gratuito, è bensí arrivato a tale conclusione dopo aver esaminato la creazione e previsto il futuro dell’umanità. In altre parole, solo dopo aver riconosciuto la perfetta concordanza e armonia esistente tra le leggi da lui apportate e la costituzione fisica e spirituale dell’essere umano, e aver altresí valutato, in modo generale, i futuri cambiamenti e i danni che avrebbe subito la società islamica, ha giudicato perpetui ed eterni i precetti della propria religione. Le predizioni fatte dal sommo Profeta (giunte a noi documentate da indiscutibili prove storiche) illustrano la situazione generale del mondo islamico, dopo la sua morte, per un lunghissimo periodo di tempo.

Il nobile Profeta svolse tutte le opere che abbiamo in precedenza citato nel corso di ventitré anni, di cui tredici passati a sopportare le torture e i tormenti intollerabili dei miscredenti della Mecca e dieci a combattere sia il nemico esterno sia quello interno (gli ipocriti e gli ostruzionisti), a dirigere gli affari della comunità islamica, a correggere i Musulmani nelle loro convinzioni, nel loro carattere e nella loro condotta e a risolvere migliaia di altri problemi. Il Profeta percorse questo lungo cammino grazie all’incrollabile decisione di aderire al vero e di restaurare la verità. Il suo pensiero realista non conosceva che la verità e non faceva alcun caso a ciò che era contrario a essa, sebbene fosse favorevole ai propri interessi o in accordo con le tendenze e i sentimenti comuni. Egli accettò, di tutto cuore e senza mai piú rinnegarlo, quel che egli riconobbe essere vero e rifiutò, senza mai piú accettarlo, quel che era falso.

Una personalità spirituale straordinaria

Se riflettiamo obiettivamente e in tutta onestà su quanto è stato esposto nel paragrafo precedente non ci rimarrà alcun dubbio sul fatto che, nelle circostanze citate, la comparsa di una simile personalità non poteva essere che un miracolo, non poteva avere altra causa che la particolare grazia divina.

Dio nel Corano ricorda a piú riprese che all’inizio il Profeta era illetterato, orfano e indigente, e, considerando un miracolo la personalità che gli donò, si serve di essa per dimostrare che egli è realmente un profeta:

“Non eri forse quell’orfano al quale il Signore diede rifugio e protezione? Non eri forse quello sconosciuto che Dio rese famoso e rinomato? Non eri forse quell’indigente che Egli rese autonomo?” (Santo Corano,93:6-8)

“Prima di diventare profeta, prima della rivelazione del Corano, non sapevi né leggere né scrivere” (Santo Corano,29:48)

Se dubitate riguardo a ciò che abbiamo rivelato al nostro servo (Muhammad (S), che è cresciuto in un ambiente ove regnava l’ignoranza e la corruzione e che non ha ricevuto alcuna istruzione e formazione) portate una sura di quelle {rivelate} da una persona simile a Muhammad (S)” (Santo Corano,2:23)

L’esemplare condotta del sommo Profeta

L’unica base sulla quale il nobile Profeta ha istituito il fondamento della sua religione è il principio di unicità divina, che egli considerava come la fonte della beatitudine umana. Secondo questo principio Dio, l’Unico, è il creatore dell’universo, è degno di essere adorato e non ci si può prosternare se non davanti a Lui.

La condotta che deve essere perciò adottata dall’intera umanità consiste nell’accettare comunemente la parità di tutti gli uomini, far regnare la fratellanza e non sottomettersi incondizionatamente se non a Dio. A tal proposito il Signore Altissimo dice:

“{O Profeta} di’: ‘O Gente del Libro, aderite a un principio comunemente accettato da noi e da voi: non adoriamo altri che Dio, non associamogli pari e nessuno di noi prenda altri al posto di Dio come padroni e dominatori assoluti” (Santo Corano,3:64)

Il nobile profeta Muhammad (S) non mirava che a diffondere la religione monoteista, invitava la gente a aderire al principio dell’unicità divina nel modo piú educato, piú gentile, con le piú efficaci prove e con le piú chiare dimostrazioni, raccomandando ai suoi seguaci di seguire questo stesso metodo. Del resto tutto ciò gli era stato ordinato da Dio l’Altissimo:

“{O Profeta} di’: ‘Il mio metodo è questo: io invito a Dio con assoluta perspicacia e lo stesso fanno i miei seguaci’” (Santo Corano, 12:108)

Il sommo Profeta si comportava in modo fraterno e giusto con tutti. Nell’eseguire le sentenze e nel far scontare le pene non faceva mai discriminazioni ed eccezioni. Per lui non v’era differenza tra chi conosceva e chi non, tra il potente e il debole, il ricco e il povero, l’uomo e la donna, il nero e il bianco: dava a ognuno quanto secondo i precetti e le leggi della religione gli spettava. A tal proposito diceva: “Se mia figlia Fatima, che è la persona a cui voglio piú bene, rubasse, le taglierei la mano”.

Sotto il suo governo nessuno aveva il diritto di dominare e opprimere gli altri e la gente, nell’ambito della legge, aveva massima libertà (non ha invero senso parlare di libertà fuori dell’ambito della legge, non solo nell’Islam ma in qualsiasi altra legge). È a questo metodo incentrato sulla libertà e sulla giustizia sociale che fa riferimento Dio l’Altissimo, allorquando presenta il suo diletto profeta Muhammad (S):

“Io attribuirò la Mia misericordia a coloro che Mi temono, pagano la zakàt e credono nei Nostri segni, gli stessi che seguono l’Inviato, il Profeta Illetterato, che essi trovano descritto presso di loro nella Torà e nel Vangelo. Egli ordina loro di compiere ciò che essi insitamente comprendono essere bene, vietando loro ciò che in modo naturale e insito riconoscono non essere bene. Egli rende loro lecite le cose pure e gradevoli, proibendo quelle immonde; li libera da ogni norma gravosa e difficile e spezza le catene che li privano della loro libertà. Coloro che gli hanno prestato fede, lo hanno rispettato, lo hanno aiutato e hanno seguito la luce discesa su di lui (il Corano), sono i beati. O Profeta di’: ‘O gente io sono stato inviato da Dio a tutti voi! (ovvero: ‘Eseguirò tra voi la legge che Dio mi ha prescritto’)” (Santo Corano,7-156-158)

La pratica di vita del Profeta si modellava in maniera perfetta sui comandamenti che il signore gli impartiva. È per questo che egli non si concesse mai alcun privilegio e, di conseguenza, agli occhi di chi non lo conosceva sembrava una persona comune, come tutte le altre.

Faceva i lavori domestici, riceveva di persona tutte le persone che volevano incontrarlo e ascoltava le parole di chi aveva delle richieste da fargli. Non sedeva sul trono e nelle riunioni non occupava mai il posto d’onore; si spostava senza seguito e senza cerimoniale. Quando otteneva un bene si prendeva l’indispensabile per vivere e donava il resto ai poveri; talvolta poi donava tutto ai poveri e sopportava la fame. Egli viveva sempre come i poveri ed era loro compagno.

Nulla trascurava nel rivendicare i diritti della gente, ma per quel che riguardava i propri si mostrava pieno di perdono e indulgenza. Al tempo della conquista della Mecca, quando gli portarono i capi della tribú dei Quraish, nonostante tutte le ingiustizie che gli avevano fatto prima dell’Egira e tutti i tumulti che avevano provocato dopo di essa, senza dimostrare la minima severità, li perdonò tutti.

Il sommo Profeta era, per il suo carattere e le sue virtú umane, citato ad esempio sia dagli amici sia dai nemici; la sua socievolezza, la sua affabilità, la sua pazienza, la sua modestia, la sua padronanza di sé e il suo decoro erano senza eguali. È per questo che il Corano lo loda in questi termini:

“Invero tu possiedi un carattere veramente magnifico” (Santo Corano,68:4)

Ogni volta che il Profeta incontrava qualcuno, anche quando si trattava di un bambino, di una donna o di un dipendente, egli salutava per primo. Un giorno uno dei suoi compagni gli chiese il permesso di prosternarsi dinanzi a lui. Egli rispose: “Che cosa dici?! Questi sono i modi di Cesare e Cosroe! Io sono un profeta, un servo di Dio!”

Da Quando fu incaricato da Dio di divulgare l’Islam e di guidare la gente sul retto sentiero, si applicò senza posa e senza la minima distrazione, e senza il minimo errore portò a termine la propria missione.

Durante i tredici anni della sua missione vissuti prima dell’Egira alla Mecca, nonostante gli estenuanti problemi creatigli dai politeisti arabi, era costantemente occupato a adorare Dio e divulgare la Sua religione. Nel corso dei dieci anni successivi della sua missione, nonostante i crescenti problemi creatigli dai nemici della religione e nonostante l’ostruzionismo attuato dai Giudei e dalla gente ipocrita, che si fingeva musulmana, riuscí a propagare tra la gente le conoscenze e i precetti dell’Islam (a dispetto della grandissima estensione che tali conoscenze e tali precetti hanno) e affrontò ben ottanta guerre con i nemici di questa religione.

Oltre ad occuparsi dell’amministrazione e della gestione della nazione islamica (che allora consisteva nell’intera penisola arabica) si occupava, in modo diretto e personale, anche delle lamentele e delle esigenze personali della sua gente.

Per quanto riguarda il suo coraggio, basti ricordare che, con il suo sincero invito, insorse da solo contro l’intero mondo, in un’era nella quale non regnava che la prepotenza e l’ingiustizia, e sopportò tutte le torture e i tormenti dei tiranni, senza mai perdersi d’animo. In guerra non indietreggiò mai davanti al nemico.

Il sommo Profeta si manteneva sempre assai pulito e ordinato; egli a proposito della pulizia disse: “La pulizia è parte della fede”.

Oltre a curare la pulizia degli abiti e del corpo, vestiva anche in modo elegante e usciva sempre con il miglior aspetto; oltre a ciò amava molto i profumi.

Nel corso della sua vita non cambiò mai carattere e finí i suoi giorni conservando quell’umiltà e quella modestia che lo contraddistinguevano. Benché occupasse una posizione eccezionale non si concesse mai alcun privilegio che dimostrasse il suo elevato valore sociale. In vita sua non insultò mai nessuno, non parlò mai invano, non rise mai in modo rumoroso e sguainato e non si comportò mai in modo superficiale e vano.

Amava molto meditare e riflettere. Ascoltava completamente le parole degli afflitti e le proteste degli obiettori, quindi rispondeva; non interrompeva mai le parole di nessuno e non sopprimeva la libertà di pensiero. Faceva tuttavia notare alle persone i loro errori, riempiendo cosí le loro lacune.

Il sommo Profeta era assai gentile e dimostrava sempre una grande sensibilità rispetto alle altrui sofferenze. Tuttavia era rigoroso nel punire i criminali e i malfattori. Nell’eseguire le leggi divine non faceva discriminazioni tra la gente. In un furto avvenuto nella casa di uno degli Ansàr erano accusati un Giudeo e un Musulmano. Molti degli Ansàr, al fine di preservare l’onore dei Musulmani e vista l’aperta ostilità dei Giudei nei confronti della comunità islamica, vennero dal Profeta e gli chiesero insistentemente di punire l’Ebreo. Il Profeta però, siccome vide che la richiesta era illegittima, prese manifestamente le parti del Giudeo e condannò il Musulmano.

Durante la battaglia di Badr, mentre ordinava le schiere del proprio esercito, si accorse di un soldato che si era disposto un po’ piú avanti degli altri. Con il bastone che aveva in mano fece allora pressione sul ventre del soldato al fine di ordinare la schiera; quest’ultimo gli disse: “O Inviato di Dio, giuro su Dio che ho sentito male al ventre e devo dunque vendicarmi”. Il Profeta gli diede allora il bastone e, denudandosi il ventre, disse: “Rendimi dunque la pariglia”. Il soldato però, invece di colpire, si precipitò verso il Profeta e ne baciò il ventre. Disse quindi: “So che sarò ucciso oggi! Volevo solo prendere contatto con il tuo sacro corpo”. Poco dopo quell’uomo caricò il nemico e si batté finché non cadde martire.

Il sommo profeta Muhammad (S) proteggeva sempre i deboli e gli oppressi; raccomandava ai suoi compagni di comunicargli, senza nulla trascurare, le necessità dei bisognosi e le lamentele dei deboli. Si racconta che le ultime parole della sua vita le proferí per fare una raccomandazione riguardo agli schiavi e alle donne. Su di lui e sulla sua venerata famiglia sia la benedizione di Dio.

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