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L’Imamato

Introduzione

Un’organizzazione statale che viene istituita in un paese e che ha il compito di amministrare gli affari pubblici della gente, non funziona in modo automatico. Finché un gruppo di persone esperte e competenti non s’impegnano a mantenere e dirigere quest’organo statale, esso non potrà funzionare e servire la gente.

Lo stesso avviene per tutti gli altri enti che vengono creati nelle diverse società umane, come gli istituti culturali e i vari enti economici esistenti. Tali organismi non possono assoluta­mente fare a meno del supporto di dirigenti onesti e competenti; senza di essi sono destinati in breve tempo a fallire e chiudere. Questa è un’evidente verità che è attestata da numerose concrete prove.

Senza dubbio tale discorso vale anche per l’istituzione reli­giosa islamica, che può essere considerata la piú vasta mai esistita al mondo. Essa per continuare a esistere e a funzionare ha bisogno di chi la protegga e la diriga; ha continuamente bisogno di persone competenti che con assoluta cura e negligenza trasmettano alla gente il suo sapere e le sue leggi ed eseguano nella società islamica i suoi precisi precetti.

La gestione degli affari materiali e spirituali della società islamica viene da noi chiamata “Imamàto” e la persona incaricata di questa gestione e guida viene invece detta “Imam”.

Secondo gli Shi°iti è indispensabile che dopo la morte del sommo Profeta venga designato da parte di Dio l’Altissimo un Imam per la gente, che conservi e custodisca il sapere religioso e i precetti dell’Islam e guidi gli uomini sul retto sentiero.

Chiunque affronti da vero ricercatore lo studio del sapere islamico e sia dotato di giustizia nel giudicare, non avrà alcuna difficoltà a riconoscere l’Imamato come uno degli incontestabili princípi della sacra religione islamica. Questo concetto è stato espressamente menzionato da Dio l’Altissimo nei versetti coranici.

Dimostrazione dell’Imamato

Come abbiamo dimostrato nel capitolo dedicato alla profezia, l’attenzione che il Signore dell’Universo ha nei confronti del creato, implica che Egli guidi ogni Sua creatura verso il raggiun­gimento della propria perfezione.

Cosí un albero fruttifero viene guidato a crescere, a svilup­parsi, a gemmare e a produrre frutti. La sua evoluzione differisce da quella di un uccello che persegue il suo fine speci­fico.

È la stessa cosa per ogni altra creatura: essa trova una via tracciata a sua misura e viene guidata su di essa fino a che non raggiunge la propria meta. È evidente che l’essere umano, in quanto creatura di Dio, non sfugge a questa legge.

Abbiamo inoltre spiegato che siccome la beatitudine dell’uomo viene ottenuta attraverso l’arbitrio e la volontà, la guida destinata da Dio all’essere umano dovrà realizzarsi attra­verso l’invio delle religioni per mezzo di profeti incaricati di dif­fonderle e predicarle, affinché l’uomo non abbia piú alcun prete­sto per giustificare, dinanzi a Dio, il suo errato comportamento. A tal proposito il Corano dice:

“{Abbiamo mandato} degli inviati, nunzi di buone novelle e ammonitori, affinché la gente, dopo di essi, non avesse piú alcuna scusa di fronte a Dio” (Santo Corano, 4: 165.)

Questo versetto ci fa comprendere che lo stesso motivo che rende necessario l’invio dei profeti e l’invito alla religione, rende necessario che il sommo Profeta, che, mercé la sua infalli­bi­lità, custodiva l’Islam e guidava la gente sul retto sentiero, dopo la sua morte venga sostituito da Dio con una persona che, all’infuori del poter ricevere l’ispirazione divina e del possedere una missione profetica, possieda il suo stesso grado di perfe­zione, affinché possa come lui custodire il sapere e i precetti della religione islamica e guidare gli uomini sul retto sentiero.

Senza tale guida il programma di guida universale verrebbe scombinato e l’uomo avrebbe delle scusanti per giustificare le sue colpe.

Non si può fare a meno dell’Imam

Nello stesso modo in cui l’intelletto, a causa della sua falli­bilità, non è in grado di fare in modo che la gente possa fare a meno del profeta, la presenza dei sapienti religiosi nel mondo islamico e le loro attività di divulgazione della religione non ha il potere di far sí che la gente possa fare a meno dell’Imam.

Da ciò che è stato detto in precedenza, risulta infatti chiaro che non si discute sul fatto che la gente segua o no la reli­gione, bensí il discorso è che la religione di Dio giunga alla gente intatta, come Dio l’ha rivelata, senza subire la minima al­terazione.

È evidente che i sapienti Musulmani, per quanto timorati di Dio e probi siano, non sono immuni dall’errore e dal peccato; non si può quindi escludere che essi, anche se in modo involon­tario, distruggano oppure alterino alcune delle conoscenze e delle leggi islamiche. Ciò che meglio dimostra questo concetto sono le diverse sette, le varie scuole e le numerose divergenze sorte in seno all’Islam.

Concludiamo perciò che è sempre necessario che esista un Imam presso il quale rimangano custodite le autentiche leggi e le esatte conoscenze della religione islamica e della cui guida pos­sano usufruire gli uomini, allorché abbiano raggiunto un ade­guato grado di maturità spirituale.

Il generoso Profeta e la questione dell’Imamàto

Dio l’Altissimo descrive il venerato profeta dell’Islam di­cendo:

“Vi è giunto un profeta, appartenente a voi stessi, che sof­fre e si dispiace per i vostri problemi, le vostre sofferenze; egli è affezionato a tutti voi ed è sollecito e gentile con i cre­denti”( Santo Corano, 9: 128.)

Non è possibile che l’amato Profeta che, secondo quanto di­chiara espressamente il Corano, era, piú di qualsiasi altra per­sona, sollecito e gentile nei confronti dei suoi seguaci, non si sia pronunciato sul piú importante dei comandamenti divini per la società islamica, che anche il sano intelletto è in grado di com­prendere.

Il sommo Profeta sapeva meglio di chiunque altro che la va­sta e complessa religione islamica non era stata mandata solo per dieci o venti anni, egli sapeva perfettamente che essa è una reli­gione universale e perpetua, che ha il compito di dirigere e go­vernare l’intera umanità fino alla fine del mondo. È per questo che egli, prevedendo la situazione e le condizioni che si sareb­bero venute a creare nei millenni successivi alla sua morte, diede le istruzioni necessarie in merito a esse.

Il sommo Profeta sapeva bene che l’Islam è un organismo so­ciale e che nessun organismo sociale può sopravvivere, nem­meno per un’ora, senza un responsabile, una guida. Era quindi perfettamente conscio del fatto che v’è sempre bisogno di una guida che custodisca le conoscenze e le leggi della religione, che diriga la società e guidi la gente verso la felicità di questo mondo e dell’Aldilà.

Come si può quindi pensare che egli abbia dimenticato questa fondamentale questione oppure si sia disinteressato di essa?! Appena si assentava da Medina per qualche giorno per affrontare una guerra oppure per svolgere il pellegrinaggio alla Mecca, metteva sempre qualcuno al suo posto e lo incaricava di ammi­nistrare gli affari della gente in sua assenza. Allo stesso modo, nominava un governatore per ciascuna delle città che venivano conquistate dai Musulmani e designava un comandante per ognuna delle armate e delle squadre che mandava a combattere in guerra. A volte designava addirittura uno o piú comandanti di riserva per evitare che i suoi uomini rimanessero senza guida nel caso in cui uno di essi fosse morto. Com’è possibile credere che il Profeta, prima di morire, non abbia presentato alla gente il suo successore?!

In sintesi si può affermare che chi consideri attentamente i sublimi propositi dell’Islam e il puro obiettivo del santo Profeta, acquisterà la certezza che la questione dell’Imamato è stata da quest’ultimo completamente risolta e chiarita.

Il sommo Profeta designa il suo successore

Riguardo al problema dell’Imamato il sommo Profeta non si è limitato ad affermazioni evasive; al contrario, sin dai primi giorni della sua missione, egli lo ha chiaramente esposto {as­sieme alla questione dell’Unicità di Dio e a quella della Profe­zia} annunciando che dopo di lui sarà Alí a dirigere gli affari temporali e spirituali della società islamica.

Secondo una tradizione, narrata sia dalle fonti sunnite che da quelle Shi°ite, il Profeta, nel giorno in cui, per ordine divino, ini­ziò in modo pubblico a invitare la gente all’Islam, invitò i suoi parenti a casa sua e tenne con loro una riunione, nel corso della quale indicò manifestamente il suo successore e vicario in Alí, il Principe dei Credenti.

Negli ultimi giorni della sua vita, nella località di Ghadir Khum, dinanzi a centoventimila persone, il santo Profeta alzò la mano di Alí e disse: “Di chiunque sono io il padrone, la guida, è Alí suo padrone e guida”.

Oltre a ciò il nobile Inviato di Dio ha menzionato espressa­mente il numero, i nomi e le altre caratteristiche degli Imam che avrebbero dovuto succedergli nella guida della nazione islamica. In una celebre tradizione, narrata tanto dai Sunniti quanto dagli Shi°iti, il Profeta dice: “Gli Imam sono in numero di dodici e appartengono tutti ai Quraish”.

In un’altra famosa tradizione, il Profeta dice a Jàbir Al’ansàri che gli Imam sono in numero di dodici, gli rivela uno a uno i loro nomi e gli dice: “Tu sarai ancora vivo all’epoca del quinto Imam; trasmettigli dunque il mio saluto”.

Il nobile Profeta designò inoltre in modo particolare il suo immediato successore, vale a dire Alí, Principe dei Credenti, il quale, a sua volta, presentò l’Imam che sarebbe venuto dopo di lui e lo stesso fecero tutti gli altri Imam.

L’infallibilità, le virtú e la sapienza dell’Imam

Da quanto è stato affermato in precedenza, si è compreso che l’Imam, al pari del profeta, deve essere immune dall’errore e dal peccato. Se cosí non fosse, il messaggio religioso arriverebbe in­completo e la guida divina perderebbe la sua efficacia.

L’Imam deve possedere inoltre virtú quali coraggio, audacia, purezza, generosità, e giustizia. Chi infatti è immune dal peccato osserva tutti i precetti divini e il possedimento di buone qualità morali è una delle conseguenze necessarie di una corretta pratica religiosa.

L’Imam deve inoltre possedere le virtú in misura superiore a qualsiasi altra persona; non avrebbe infatti senso e sarebbe in­vero contrario alla giustizia divina che una persona faccia da capo, da guida a chi è superiore a sé.

Dal momento poi che l’Imam e il custode della religione e la guida degli uomini, deve possedere quelle conoscenze necessarie a risolvere i problemi riguardanti la vita materiale e spirituale della gente e a condurre l’essere umano alla beatitudine. È infatti assurdo e, dal punto di vista dell’universale guida divina, insen­sato che chi guida gli altri non abbia le conoscenze neces­sarie per farlo.

I Quattordici Infallibili e i dodici Imam

Il sommo Profeta, sua figlia Fatima e i dodici Imam sono chiamati i “Quattordici Infallibili”. Di loro, cinque e cioè il pro­feta Muhammad, l’Imam Alí, la nobile Fatima e gli Imam Hasan e Husain, sono chiamati “Àli Kisà” {gente del mantello} oppure “Ashàbi Kisà” {compagni del mantello}.

Questi ultimi due soprannomi sono dovuti al fatto che un giorno il Profeta indossando un mantello, riuní sotto di esso Alí, Fatima, Hasan e Husain e iniziò a pregare. Dio rivelò allora il “Versetto della Purificazione”1.

Gli Imam, degni successori del nobile Profeta e guide tempo­rali e spirituali della gente, sono in numero di dodici; i loro nomi sono rispettivamente:

Alí Ibn Abu Talib, detto Amír ul-mu’minin {Principe dei Credenti};

Hasan, detto Almujtabà;

Husain, detto Sayyid ush-Shuhadà {Signore dei Martiri};

Alí, detto As-Sajjad;

Muhammad, detto Al-Baqer;

Ja°far, detto As-Sadeq;

Músa, detto Al-Khadem;

Alí, detto Ar-Ridhà;

Muhammad, detto At-Taqi;

Alí, detto An-Naqi;

Hasan, detto Al-°Askari;

Hujjat Ibn al-Hasan, detto l’Imam del Tempo.

L’esemplare condotta dei membri dell’Ahl ul-Bayt

I membri dell’Ahl ul-Bayt, sono i perfetti esempi dell’istruzione e dell’educazione dispensate dal sommo Profeta. La loro condotta era in tutto e per tutto simile a quella del nobile Messaggero di Dio.

Invero, nel corso di duecentocinquanta anni (dalla morte del Profeta, avvenuta nell’anno undici dell’Egira, fino all’occultamento del dodicesimo Imam, avvenuta nell’anno 260), durante i quali gli Imam vissero tra la gente, essi si trovarono a fronteggiare circostanze assai disparate e tali cambiamenti die­dero alle loro vite forme diverse. Tuttavia perseguirono tutti, per quanto poterono, gli obiettivi principali del sommo Profeta, vale a dire la preservazione dei princípi e dei precetti dell’Islam e l’istruzione e la formazione della gente.

Nel corso dei ventitré anni della sua missione, il sommo Pro­feta attraversò tre fasi: durante i primi tre anni egli invitava se­gretamente la gente ad abbracciare l’Islam; nei dieci anni suc­cessivi diffuse pubblicamente il messaggio e assieme ai suoi se­guaci fu costretto a sopportare i duri tormenti e le crudeli torture dei miscredenti della Mecca. In tale periodo i Musulmani non potevano fare nulla che potesse servire a riformare e correggere la società in cui vivevano. Negli ultimi dieci anni (dopo l’Egira) l’Inviato di Dio si trovò a vivere in una società che mirava a re­staurare la verità, nella quale il puro Islam aveva ogni giorno un notevole progresso, nella quale le porte del sapere e della perfe­zione, una dopo l’altra, venivano aperte dinanzi alla gente. Questi tre diversi ambienti ebbero le loro diverse esigenze e in essi l’esemplare condotta del Profeta (che non aveva altro obiet­tivo che restaurare la verità) si manifestò sotto differenti forme.

I vari ambienti nei quali vissero gli Imam, furono in com­plesso simili a quelli in cui visse il Profeta nel corso dei ventitré anni della sua sacra missione.

In certi periodi, al pari dei primi tre anni della missione del Profeta, non era assolutamente possibile esprimere pubblica­mente la verità e l’Imam svolgeva la sua funzione con estrema cautela. Si possono citare ad esempio il periodo in cui visse il quarto Imam e gli ultimi anni dell’Imamato del sesto Imam. In altri periodi, al pari della seconda fase della missione del Pro­feta, l’Imam era impegnato a insegnare alla gente il sapere isla­mico, a diffondere i precetti religiosi ed era costretto a subire le torture e i tormenti dei potenti dell’epoca, che gli creavano ogni giorno un nuovo problema.

Il periodo della vita degli Imam che in certa misura assomi­gliava al terzo periodo della missione, era invece l’epoca del ca­liffato di Alí, Principe dei Credenti e cosí pure un breve periodo della vita di Fatima, dell’Imam Hasan, dell’Imam Husain e dei compagni di quest’ultimo. In tali periodi la verità brillava di viva luce, rievocando lo splendore dell’ultimo decennio della sa­cra missione del sommo Profeta.

Riassumendo, si può affermare che gli Imam, all’infuori dei casi citati, non hanno avuto il potere di esercitare una consistente e aperta opposizione nei confronti degli usurpatori sovrani della loro epoca; erano perciò costretti a adottare, nel parlare e nell’agire, il metodo della Taqiyyah {dissimulazione} e a non fornire pretesti ai governi dell’epoca in cui vivevano. Malgrado ciò, i loro nemici sfruttavano ogni occasione per spegnere la loro luce e interrompere il loro influsso spirituale.

Causa principale del contrasto tra gli Imam e i governi della loro epoca

I diversi governi che nel mondo islamico presero uno dopo l’altro il posto di quello del sommo Profeta e assunsero tutti il nome di “governo islamico”, erano tutti in fondamentale contra­sto con i membri dell’Ahl ul-Bayt. Tale contrasto traeva ori­gine da un inestinguibile causa che ci proponiamo ora di analiz­zare.

Il sommo Profeta aveva fatto ai Musulmani delle raccoman­dazioni riguardo alla sua nobile figlia e agli Imam e li aveva in­formati delle loro virtú e delle loro doti (le piú importanti delle quali consistevano nella perfetta conoscenza del Corano e dei precetti divini); di conseguenza, era necessario che ciascuno degli elementi della comunità islamica li rispettasse e li riverisse. Quest’ultima però non diede a tali raccomandazioni, a tali parole del Profeta l’importanza che meritavano.

L’Inviato di Dio nel giorno in cui rese pubblica la propria missione invitò i suoi parenti all’Islam e presentò loro Alí in qualità di suo successore, cosa che fece in diverse altre occasioni anche negli ultimi giorni della sua vita (tra le quali ricordiamo quella famosa di Ghadir Khum). I Musulmani però, dopo la morte del santo Profeta, scelsero altri successori, privando cosí gli Imam del loro legittimo diritto alla successione. Avvenne cosí che i regimi al potere considerassero sempre i membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta come pericolosi rivali, temendoli e im­piegando tutti i mezzi possibili per eliminarli.

Tuttavia, ciò che li opponeva fondamentalmente ai regimi che usurpavano il loro legittimo potere era un altro fattore (il pro­blema della successione era un aspetto secondario di questo fon­damentale fattore): i membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta consi­deravano il rispetto della condotta e del metodo di vita dell’Inviato di Dio un dovere per il popolo islamico e ritenevano i governi in carica responsabili della custodia e dell’esecuzione dei celesti precetti dell’Islam, mentre i governi islamici che ven­nero al potere dopo la morte del Profeta, come dimostra il loro comportamento, non ci tenevano molto a eseguire integralmente i pre­cetti islamici e a seguire e adottare l’esemplare condotta del sommo Profeta.

Dio l’Altissimo in diversi versetti del Corano vieta al nobile Profeta e alla comunità islamica di modificare e cambiare i pre­cetti divini, mettendoli persino in guardia dal dimostrare la mi­nima propensione per tutto ciò che è contrario alle norme e alle leggi religiose. Il sommo Profeta, basandosi su queste stesse leggi, aveva adottato una condotta tale che nell’eseguire i co­mandamenti divini non si faceva influenzare dalle diverse per­sone, dai diversi luoghi e dai differenti periodi: li eseguiva pre­cisamente come Dio li aveva rivelati.

L’osservanza dei precetti divini era un dovere per tutti, anche per lo stesso Profeta. La legislazione religiosa doveva essere eseguita, senza eccezioni, nei confronti di chiunque e valeva in ogni caso e in ogni luogo.

Era grazie a tale parità e giustizia che il Profeta era riuscito a eliminare tra la gente qualsiasi discriminazione. Egli stesso, che, per ordine divino, era il capo assoluto della comunità e doveva essere ubbidito incondizionatamente, non aveva il benché mi­nimo privilegio rispetto al resto della gente, sia nella sua vita pubblica sia in quella privata.

Viveva e governava in modo molto semplice, senza pompa né fasto. Non si vantava mai della propria eccellenza e della propria posizione e non faceva mai mostra del suo potere e della sua grandezza. Si comportava insomma in modo tale che fosse impossibile distinguerlo dal resto della gente.

Durante il suo governo nessuna delle differenti categorie so­ciali cercava, servendosi della propria posizione, di prevalere sulle altre: le donne e gli uomini, i nobili e i vili, i ricchi e i po­veri, i potenti e i deboli, i cittadini e i paesani, gli schiavi e i li­beri, i neri e i bianchi erano tutti su uno stesso piano e nessuno era gravato in misura superiore ai propri doveri religiosi. La gente era libera dal doversi chinare dinanzi ai potenti della so­cietà ed era al sicuro dalla prepotenza degli oppressori.

Con un minimo di attenzione comprendiamo (soprattutto con­siderando le esperienze che abbiamo fatto da dopo la morte del Profeta fino ai nostri giorni) che il sommo Profeta, con la sua retta e perfetta condotta, non mirava che a eseguire in modo equanime tra la gente i celesti precetti islamici e a preservare le leggi islamiche dalle modificazioni e dalle falsificazioni.

I governi islamici che vennero dopo il Profeta, non conforma­rono però il loro metodo a quello di questo nobile messaggero di Dio, scelsero bensí un metodo completamente diverso dal suo.

Di conseguenza, accadde che:

• la società islamica, si divise nettamente in due classi, una potentissima e l’altra assai debole; i beni, la vita e l’onore di una parte della società divennero in tal modo preda delle passioni e della concupiscenza di un altro gruppo di persone.

• I governi in carica modificarono gradualmente le leggi islamiche e, prendendo a pretesto ora i bisogni della società islamica, ora le necessità di difesa della posi­zione dello stato e della politica del governo, si astene­rono dall’agire in base ad esse. Questa inosservanza raggiunse proporzioni tali che le persone che avevano il dovere di dirigere e mandare avanti gli enti che com­ponevano lo stato islamico non sentivano piú il benché minimo senso di responsabilità riguardo all’osservanza e all’esecuzione delle leggi islamiche. Si capisce qual è la fine che fanno di solito le leggi e le norme pubbliche quando non esiste un adeguato preposto alla loro esecuzione.

Da quanto è stato finora detto, abbiamo compreso che i re­gimi contemporanei dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, adattandosi alle circostanze, modificarono i precetti dell’Islam e per questo mo­tivo la loro condotta fu completamente diversa da quella del sommo Profeta, mentre i membri dell’Ahl ul-Bayt del Messag­gero di Dio, conformemente al comandamento coranico, conside­ravano costantemente necessario il rispetto delle norme dettate dall’esemplare condotta del Profeta.

Fu a causa di questa fondamentale divergenza che i potenti regimi dell’epoca fecero tutto quello che poterono per danneg­giare i nobili componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, usarono ogni mezzo possibile pur di riuscire a spegnere la loro luce.

Essi a loro volta, nonostante gli innumerevoli problemi che avevano costantemente di fronte e gli ostinati e nefasti nemici che li contrastavano, conformemente a quanto era stato loro or­dinato da Dio, si impegnarono nell’opera di invito della gente verso le verità religiose, sforzandosi di divulgarle; non trascura­rono poi di educare le persone probe.

Per convincersene basta consultare la storia e considerare il grande numero di Shi°iti esistenti all’epoca del califfato di Alí, Principe dei Credenti. Questa folta popolazione si era formata nei venticinque anni del ritiro di questo nobile Imam. Allo stesso modo, l’enorme quantità di Shi°iti esistenti all’epoca dell’Imam Al-Baqer era stata in precedenza formata e educata segreta­mente {nelle piú difficili condizioni} dall’Imam As-Sajjad. Le centinaia di migliaia di Shi°iti, amici dell’Ahl ul-Bayt e devoti se­guaci dell’Imam Ar-Ridhà, trassero vantaggio dalle verità divulgate (persino dagli oscuri angoli delle prigioni) dal nobile Imam Músa figlio dell’Imam Ja°far As-Sadeq.

Insomma, fu per effetto di un’assidua opera d’insegnamento e educazione attuata dall’Ahl ul-Bayt del Profeta che la comunità Shi°ita (che il giorno della morte del sommo Messaggero di Dio era composta da un esiguo numero di persone) raggiunse, verso la fine dell’epoca degli Imam, dimensioni impressionanti.

Come abbiamo visto, i membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta hanno passato il periodo della loro vita in condizione d’oppres­sione e di prigionia. Essi hanno eseguito i compiti affidatigli da Dio facendo Taqiyyah e in condizioni assai difficili. Solamente quattro di loro, per un brevissimo periodo, hanno po­tuto vivere e operare liberamente, senza aver bisogno di fare Taqiyyah.

Affinché quanto abbiamo detto riguardo ai componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta appaia piú chiaro, nei prossimi para­grafi daremo una breve illustrazione della loro biografia.

L’Imam Alí

Il nobile Alí Ibni Abu Talib, Principe dei Credenti, è il primo perfetto prodotto dell’istruzione e della formazione spirituale impartita dal sommo Profeta.

Alí è stato allevato sin dall’infanzia dal nobile Messaggero e, come la sua ombra lo ha accompagnato ovunque sino alla morte; fu infatti lui stesso a deporlo nella tomba e a seppellirlo.

Alí è una personalità di fama mondiale. Si può affermare che nes­sun’altra grande personalità del mondo è stata al par suo oggetto di tante discussioni e dibattiti. I sapienti e gli scrittori Shi°iti e Sunniti o, piú in generale, Musulmani e non Musulmani, hanno scritto piú di mille libri sulla sua personalità.

Con tutte le ricerche che i suoi amici e cosí pure i suoi nemici hanno compiuto su di lui, nessuno mai è riuscito a trovare un solo punto debole inerente alla sua fede, al suo coraggio, alla sua purezza, alla sua sapienza, alla sua giustizia o alle altre sue virtú. Egli infatti non conosceva e non aveva che virtú e perfe­zione.

Come attesta la storia, Alí tra tutti gli uomini di governo che, dal giorno della morte del Profeta fino ai nostri giorni, hanno governato i Musulmani, è stato il solo ad aver adottato integral­mente, durante tutto il periodo del suo governo, la condotta del sommo Profeta. Egli non deviò minImamente dal metodo del no­bile Messaggero di Dio ed eseguí le leggi dell’Islam esattamente nel modo in cui venivano eseguite all’epoca del Profeta.

Nella vicenda inerente il consiglio di sei persone che era stato costituito per ordine del secondo Califfo e che aveva il compito di designare il suo successore, dopo un lungo dibattito i componenti del consiglio, che esitavano tra Alí e Uthman, offri­rono il califfato ad Alí, a condizione però che egli adottasse la stessa condotta di governo del primo e del secondo Califfo. Egli rifiutò e disse: “Io non passo sopra il mio sapere”. Fecero quindi la stessa offerta, alla stessa condizione a Uthman, il quale accettò e divenne cosí califfo, anche se poi assunse una condotta diversa da quella dei primi due Califfi.

Le imprese eroiche, i sacrifici e gli atti di abnegazione com­piuti da Alí sul sentiero della verità lo hanno reso unico, senza pari tra i compagni del Profeta. Non si può negare che se non ci fosse stato lui, i miscredenti nella notte dell’Egira e, dopo di essa, in ciascuna delle battaglie di Badr, Uhúd, Khandaq, Khaíbar e Hunàin, sarebbero facilmente riusciti a spegnere la luce della profezia e a rovesciare il vessillo della verità.

Alí condusse sempre una vita assai semplice. Viveva, all’epoca del Profeta, dopo la sua morte e persino durante il suo califfato, come i poveri e nelle piú umili condizioni. La sua abi­tazione, il suo cibo e i suoi indumenti erano gli stessi della piú povera delle persone.

Questo santo Imam non si concedeva mai alcun privilegio e diceva: “La guida di una società deve vivere in modo tale da consolare i bisognosi e i diseredati e non in modo tale da pro­vocare in loro dispiacere e abbattimento”.

Il giorno del suo martirio, nonostante fosse il capo dell’intera nazione islamica, non possedeva che settecento dirham che aveva intenzione di spendere per assumere un servitore per casa sua.

Alí, per soddisfare le necessità della propria vita, lavorava. Egli aveva particolare interesse per l’agricoltura, l’arboricoltura e lo scavo di canali sotterranei. Tutti gli introiti derivanti da tali attività e tutto ciò che otteneva dagli abbondanti bottini di guerra lo distribuiva fra i poveri. I possedimenti che bonificava li desti­nava a opere pie oppure li vendeva e dava il ricavato ai poveri. Un anno, nel periodo del suo califfato, ordinò che, prima di di­stribuirle, gli si portassero le entrate riguardanti le sue do­nazioni: l’importo totale ammontava alla straordinaria cifra di ventiquattromila dinàr2.

In tutte le guerre alle quali partecipò il nobile Alí sconfisse sempre gli avversari e non batté mai in ritirata. Diceva: “Anche se tutti gli Arabi si levassero in guerra contro di me, io non avrei paura”.

Nonostante il suo sorprendente coraggio ed impareggiabile eroismo, Alí era incommensurabilmente gentile, affettuoso, gene­roso e magnanimo. Nelle guerre non uccideva e non faceva pri­gionieri i bambini, le donne e i deboli né inseguiva chi scappava. Nella battaglia di Siffín le truppe di Muàwiah occuparono la zona dalla quale era possibile prelevare acqua dall’Eufrate, im­pedendo cosí alle truppe di Alí di dissetarsi. Dopo un sanguinoso scontro, Alí riuscí però a conquistare tale zona e dopodiché or­dinò ai suoi uomini di lasciare al nemico libero accesso a essa.

Durante il suo califfato riceveva tutti con semplicità, senza intermediari né portieri. Circolava da solo e a piedi e andava nei vicoli e nei mercati, ordinando alle persone di agire rettamente e impedendo loro di farsi reciproca ingiustizia.

Aiutava con cortesia e umiltà gli indigenti e le vedove e te­neva a casa sua gli orfani indifesi, provvedendo di persona a soddisfare i loro bisogni e a educarli.

Per l’Imam Alí la scienza e il sapere avevano uno speciale valore ed egli dedicava una particolare cura alla loro divulga­zione. Diceva: “Nessun male è pari all’ignoranza”.

Nella san­guinosa battaglia di Jamal, mentre era occupato a ordinare le schiere del proprio esercito, un Arabo venne avanti e gli chiese il significato della parola “tawhíd”; la gente, da ogni parte, inveí contro quest’uomo, rimproverandolo per questo suo inopportuno comportamento. Il nobile Imam Alí allontanò allora la gente dal nomade arabo e disse loro: “Noi combattiamo per restaurare proprio queste verità”. Dopodiché avvicinò il nomade e, mentre ordinava le schiere, con un’incantevole esposizione, gli espose la questione del tawhíd.

Un episodio simile, che rivela la disciplina religiosa e la stu­pefacente e divina forza di questo nobile Imam, accadde, se­condo le tradizioni islamiche, nella battaglia di Siffin. Mentre la battaglia infuriava al pari di un mare in tempesta, in quel bagno di sangue, l’Imam Alí incontrando uno dei suoi uomini gli chiese dell’acqua per dissetarsi. Il soldato estrasse allora una ciotola di legno, la riempí e la diede all’Imam, il quale, notando una crepa nella ciotola, disse: “Nell’Islam è makrúh {sconsigliato} bere ac­qua in un tal recipiente”. Il soldato rispose: “In tali condizioni, sotto un diluvio di frecce e il fulgore di migliaia di spade, non v’è posto per simili dettagli”. La risposta che sentí da Alí può es­sere riassunta nelle seguenti parole: “Noi combattiamo per l’esecuzione di queste stesse norme religiose; le norme sono norme e vanno rispettate tutte, senza badare alla loro maggiore o minore portata”.

Alí è stato, dopo il Profeta, il primo che si è espresso sulle verità scientifiche attraverso il pensiero filosofico (ovvero per mezzo della libera argomentazione) coniando numerosi termini scientifici. Inoltre, onde preservare il nobile Corano da errori e falsificazioni, creò le regole della grammatica araba (la scienza che si occupa di tali regole viene chiamata in lingua araba Il­munnahw).

Le acute osservazioni scientifiche, le conoscenze divine, le questioni etiche, sociali, politiche e persino matematiche conte­nute nei suoi discorsi, nelle sue lettere e nelle altre sue eloquenti dichiarazioni sono a dir poco stupefacenti.

Alí, come testimoniano i suoi discorsi, le sue lettere, le sue sentenze e le altre sue incantevoli dichiarazioni, è per i Musul­mani la persona che meglio di chiunque altro ha conosciuto i su­blimi scopi del Corano e ha compreso i princípi e i precetti dell’Islam.

Egli, con la sua straordinaria sapienza, ha invero confermato la tradizione del Profeta che dice: “Io sono la città della sa­pienza e Alí è la sua porta”.

Egli riuscí a combinare tale sa­pienza alla pratica.

Per finire, possiamo affermare che la straordinaria per­sonalità di questo nobile Imam è tale che non può essere de­scritta completamente, le sue infinite virtú sono innumerabili e mai un personaggio ha attirato tanto l’attenzione dei sapienti e dei pensatori del mondo.

La nobile Fatima

La nobile Fatima era l’unica, la cara e la diletta figlia del sommo Profeta. Con la sua sapienza, la sua fede, il suo timor di Dio e le nobili virtú che possedeva aveva riempito d’amore il cuore del proprio nobile padre.

La sua sapienza, il suo disinteresse per le cose del mondo e la sua devozione le valsero il soprannome di Sayyidat

Un-Nisà {la migliore di tutte le donne}, che gli venne dato dal suo nobile pa­dre.

Il sommo Profeta diceva: “L’assenso di Fatima è il mio e il mio assenso è quello di Dio. L’ira di Fatima è la mia e la mia ira è quella di Dio”.

La nobile Fatima fu messa al mondo da una grande donna dell’Islam, Khadíjah la Suprema, nell’anno sesto della Missione. Nell’anno secondo dell’Egira sposò Alí, Principe dei Cre­denti. Tre mesi dopo la morte del suo nobile padre Fatima rese l’anima.

Nel corso della sua vita, la santa Fatima preferí sempre il consenso di Dio al proprio compiacimento personale. In casa si occupava dell’educazione dei propri figli e i lavori domestici li spartiva con la sua aiutante: un giorno li lasciava a quest’ultima e un giorno li eseguiva lei. Rispondeva ai quesiti delle donne musulmane e nel tempo libero si dedicava all’adorazione di Dio.

Fatima spendeva i suoi averi personali, specialmente gli ab­bondanti introiti della proprietà di Fadàk (costituita da alcuni villaggi siti nei pressi di Khaibar), sulla via di Dio e per sé non teneva che lo stretto necessario per vivere. Talvolta giungeva persino a donare ai poveri e agli indigenti la sua stessa razione di cibo, preferendo sopportare la fame.

Il dettagliato discorso che Fatima pronunciò nella Moschea del Profeta per i compagni del Messaggero di Dio e il gruppo di Musulmani presenti, le sue argomentazioni contro il primo Ca­liffo a proposito del sequestro della proprietà di Fadak e le altre sue dichiarazioni costituiscono un chiaro segno del suo eminente grado spirituale, del suo coraggio, della sua forza e della sua perseveranza.

Dalla santa Fatima, diletta figlia del sommo Profeta e sposa di Alí, Principe dei Credenti, discendono undici dei dodici Imam e la discendenza del Profeta origina unicamente dalla sua prole.

Secondo quanto afferma espressamente in nobile Corano Fa­tima è infallibile.

L’Imam Hasan e l’Imam Husain

Queste due nobili persone sono i figli di Alí e di Fatima. Le tradizioni dimostrano in modo certo che il sommo Profeta voleva un immenso bene a questi suoi due nipoti (che lui chiamava figli) e che non potesse sopportare di vederli soffrire ed essere tristi. Egli diceva: “Questi due miei figli sono Imam, indifferente­mente dal fatto che si alzino o si siedano”.

Nella tradizione si è fatto uso di metafore: l’espressione “si alzino” significa “si facciano carico del califfato esteriore e combattano i nemici dell’Islam”. L’espressione “si siedano” si­gnifica invece “non si facciano carico del califfato esteriore e non combattano i nemici dell’Islam”.

Il Profeta disse altresí: Hasan e Husain sono i signori dei giovani del Paradiso”.

L’Imam Hasan fu scelto, conformemente al testamento del suo nobile padre, come califfo e la gente gli promise fedeltà e ubbidienza. Egli governò per sei mesi gli stati islamici (a ecce­zione della Siria e dell’Egitto, ove Muàwiah aveva imposto il suo potere) e seguí la condotta di vita e di governo del suo no­bile padre.

Nel corso di questo periodo, l’Imam Hasan cercò di prepa­rare un’armata per sedare, una volta per tutte, la ribellione di Muàwiah. Costatò però che la gente era stata sedotta da quest’ultimo e che i capi del suo esercito avevano instaurato con lui un rapporto di corrispondenza ed erano solo in attesa di un suo ordine per ucciderlo o consegnarlo all’empio ribelle. Fu per­ciò costretto a concludere la pace col nemico.

L’Imam Hasan concluse la pace con Muawiah sotto precise condizioni; quest’ultimo però non tenne fede alle sue promesse. Dopo aver firmato il trattato di pace, andò infatti in Iraq e di­chiarò alla gente: “Io non combattevo con voi per la religione, per indurvi a pregare o a digiunare, volevo bensí arrivare a go­vernarvi e ora ho raggiunto il mio obiettivo”. Proseguí poi: “Non manterrò nessuna delle promesse che ho fatto a Hasan”.

L’Imam Hasan dopo questa pace imposta visse circa nove anni e mezzo, in condizioni difficili e opprimenti, sotto il domi­nio di Muawiah. La sua vita era continuamente in pericolo, per­sino all’interno di casa sua; fu infatti avvelenato, su istigazione di Muawiah, dalla propria moglie (Ju’dah) e mori cosí martire.

Dopo il martirio dell’Imam Hasan, conformemente all’ordine divino e al suo stesso testamento, diventò Imam suo fratello Hu­sain.

La situazione era quella dell’epoca dell’Imam Hasan e Mua­wiah, con il potere che aveva acquistato, era riuscito a paraliz­zare completamente l’Imam. Dopo circa nove anni e mezzo Muawiah perí e il califfato, che si era ormai trasformato in un dispotismo monarchico, passò a suo figlio Yazíd.

Al contrario del suo ipocrita padre, Yazíd era un giovane pieno di arroganza, che se la spassava e si comportava in modo dissoluto e lussurioso davanti agli occhi di tutti.

Questo giovane arrogante, appena assunto il potere, ordinò al governatore di Me­dina di fare in modo che Husain gli promettesse alleanza e fe­deltà e nel caso si fosse rifiutato, di decapitarlo e inviargli la sua testa.

Il governatore di Medina fece quindi quanto il perfido Yazíd gli aveva ordinato. L’Imam chiese allora del tempo e nottetempo lasciò Medina, si diresse alla Mecca e si rifugiò nel Santuario di Dio, asilo ufficiale dell’Islam. Tuttavia, dopo qualche mese, egli comprese che Yazíd non lo avrebbe mai lasciato in pace e lo avrebbe sicuramente ucciso se avesse continuato a rifiutarsi di sottomettersi a lui e ad astenersi dal promettergli alleanza e fe­deltà.

D’altro canto, durante questo periodo erano giunte alcune migliaia di lettere Iraq, nelle quali gli si prometteva di aiutarlo e lo si invitava a costituire un movimento di lotta contro i tiranni ommaidi.

L’Imam Husain, dall’esame della situazione generale, dagli indizi e dalle prove esistenti, aveva compreso che il suo movi­mento di rinascita non avrebbe avuto alcun progresso apparente. Nonostante ciò si rifiutò di promettere fedeltà a Yazíd e scelse il martirio. Si diresse con i suoi, a titolo di rivolta, verso Kúfa e lungo la strada, nella zona di Karbalà (a circa sessanta chilometri da Kufa) incontrò la folta schiera di armati mandati da Yazíd a contrastarlo e a combatterlo.

Durante il tragitto l’Imam invitò alcune persone a sostenerlo; a coloro che lo avevano accompagnato annunciò invece la sua definitiva decisione di finire martire sul sentiero di Dio, lascian­doli liberi di scegliere se combattere al suo fianco oppure andar­sene, abbandonarlo.

Fu cosí che il giorno in cui affrontò le truppe nemiche, dei suoi compagni, a parte un esiguo numero di devoti e abnegati uomini, non rimase nessuno. Di conseguenza, vennero facilmente e strettamente circondati dall’imponente esercito nemico e non ebbero persino piú modo di attingere acqua dal fiume. In tali condizioni, gli fu chiesto ancora una volta di decidere tra la sot­tomissione a Yazíd e la morte. L’Imam Husain rifiutò di sotto­mettersi e si preparò a essere ucciso.

Dalla mattina fino al pomeriggio, l’Imam e i suoi prodi com­pagni combatterono valorosamente contro le truppe di Yazíd. In questa battaglia caddero martiri l’Imam Husain, i suoi figli, i suoi fratelli, i suoi nipoti, i suoi cugini paterni e i suoi compagni, per un totale di circa settanta persone. Rimase vivo solo il diletto figlio dell’Imam Husain, che a causa di un fortissimo stato di in­disposizione fisica non aveva potuto combattere a fianco del suo nobile padre.

L’esercito nemico, dopo il martirio dell’Imam, depredò i suoi beni e fece prigionieri i componenti della sua famiglia, traspor­tandoli, assieme alle teste decapitate dei martiri, da Karbalà a Kufa e poi in Siria.

Nel corso di questa prigionia l’Imam As-Sajjad, con un ser­mone pronunciato a Damasco, e Zaínab la Suprema, con dei di­scorsi pronunciati in pubbliche riunioni a Kufa (dinanzi a Ibni­ziàd, governatore di Kufa) e a Damasco (alla presenza di Yazíd), palesarono la verità, rivelando agli occhi del mondo la violenza e la tirannia della dinastia ommaide.

In ogni caso questo movimento husainiano contro la violenza, l’iniquità e la dissolutezza (che si concluse con il martirio dell’Imam Husain, dei suoi figli, dei suoi parenti, dei suoi com­pagni, con il saccheggio dei suoi beni e la cattura delle donne e dei bambini della sua famiglia) con le particolarità e i caratteri distintivi che possiede, è un avvenimento unico nel suo genere, senza eguali nella storia degli autentici movimenti di rinascita del mondo. Si può affermare che l’Islam deve la sua sopravvivenza a esso, poiché senza questa sacra rivolta gli Ommaidi avrebbero finito per annientare completamente la religione islamica.

La linea dell’Imam Hasan diverge forse da quella dell’Imam Husain?

Sebbene questi due onorati Imam siano, stando a quanto espressamente dichiarato dal sommo Profeta, Imam legittimi, sembra all’apparenza che la loro linea di condotta differisca. Al­cuni sono persino arrivati ad affermare che la differenza di vedute di questi due fratelli era cosí forte che il maggiore, pur avendo un esercito di quarantamila guerrieri, acconsentí alla pace, mentre il minore, con quaranta dei suoi compagni (oltre ai suoi parenti), combatté il nemico, sacrificando in guerra persino il suo neonato bambino. Tuttavia un’attenta analisi dimostra che tutto ciò non corrisponde al vero.

Infatti, se è vero che nel corso di circa nove anni e mezzo vissuti sotto la dispotica monarchia di Muawiah, l’Imam Hasan non si oppose in maniera manifesta a questo perfido tiranno, è altrettanto vero che lo stesso Imam Husain, dopo il martirio del suo nobile fratello, visse anch’egli per un periodo di circa nove anni e mezzo sotto il dominio di Muawiah senza mai ribellarsi a questo perfido despota. Occorre quindi cercare la reale origine della differenza di comportamento di questi due nobili Imam nel cambiamento di linea di condotta di Yazíd rispetto a Muawiah e non nella divergenza di opinioni tra l’Imam Hasan e l’Imam Hu­sain.

In effetti, il metodo di governo di Muawiah non si fondava sulla dissolutezza, egli non dileggiava i sacri precetti dell’Islam, peccando e opponendosi a essi apertamente, davanti agli occhi della gente. Al contrario, egli si presentava come uno dei com­pagni del Profeta, come uno di coloro che si preoccuparono di mettere per iscritto le parole che Dio rivelava al Profeta.

A causa di sua sorella (che era stata sposa del nobile Profeta e veniva perciò chiamata “Madre dei Credenti”) veniva chiamato “Zio dei Credenti”. Egli era molto amato dal secondo Califfo, del quale la gente aveva assoluta fiducia e massimo rispetto. Ol­tre a ciò Muawiah aveva assegnato delle responsabilità di go­verno alla maggior parte dei compagni del Profeta che godevano del rispetto e della stima della gente (Abú Hurairah, Amr Ibnias, Samarah, Busr, Mugairah Ibnishu’bah eccetera eccetera) e que­sta scelta gli aveva fatto guadagnare la fiducia della gente.

Venivano poi divulgate tra la gente delle tradizioni a propo­sito delle virtú dei compagni del Profeta, della loro inviolabilità religiosa e del fatto che qualsiasi cosa facciano sono scusati. Di conseguenza, Muawiah qualsiasi atto compiva, se era giustifica­bile veniva giustificato dalle stesse persone che facevano circo­lare tra la gente le sopraccitate tradizioni, se no si mettevano a tacere gli oppositori con sostanziosi doni; dove infine questi mezzi non si rivelavano efficaci, il perfido Muawiah, tramite i suoi complici e i suoi seguaci, eliminava coloro che gli si oppo­nevano.

Fu cosí che decine di migliaia di innocenti Musulmani (Shi°iti e non) e persino alcuni dei compagni del Profeta furono uccisi dagli uomini di questo perfido despota.

In ogni cosa, Muawiah si comportava in modo tale da far credere agli altri che aveva ragione e che era dalla parte della verità. Agiva sempre con particolare pazienza e speciale longa­nimità; la sua caratteristica mitezza gli aveva fatto guadagnare l’affetto e l’ubbidienza della gente. Rispondeva agli insulti e alle aggressioni con gentilezza e clemenza. Era insomma in un cosí favorevole ambiente che metteva in atto i suoi piani e mandava avanti le sue politiche.

Muawiah faceva altresí mostra di rispettare l’Imam Hasan e l’Imam Husain, inviando loro ingenti doni; annunciava poi pub­blicamente che chiunque avesse narrato una tradizione riguardo ai meriti dei componenti dell’Ahl ul-Bayt, non avrebbe piú avuto alcuna protezione né per sé né per i suoi beni né per il suo onore, e chiunque avesse narrato una tradizione a proposito dei meriti dei Compagni del Profeta avrebbe ricevuto un premio.

Muawiah ordinò agli oratori di insultare Alí nei loro discorsi pubblici. Per suo ordine i seguaci di Alí venivano uccisi ovunque venissero trovati. Tale massacro raggiunse proporzioni cosí esa­gerate che anche molti dei nemici dell’Imam Alí, con l’accusa di essere suoi amici, vennero uccisi.

Da quanto è stato detto, si comprende che un eventuale ri­volta dell’Imam Hasan non sarebbe finita che a danno dell’Islam e non avrebbe avuto altro risultato che l’inutile spargimento del suo sangue e di quello dei suoi seguaci. Se l’Imam si fosse ri­bellato Muawiah, molto probabilmente, lo avrebbe fatto uccidere dai suoi stessi compagni e, per calmare l’opinione pubblica, si sarebbe fatto vedere in pubblico profondamente in lutto per la morte dell’Imam; col pretesto poi di vendicarlo sarebbe stato an­che capace di massacrare gli Shi°iti. In modo simile si era com­portato del resto con Uthman, il terzo Califfo3.

La linea politica di Yazíd era invece completamente diversa da quella di suo padre. Egli era un giovane borioso e dissoluto, non conosceva altra logica che la violenza e non aveva la benché minima considerazione dell’opinione pubblica.

Yazíd, durante il breve periodo del proprio governo, palesò tutti in una volta i danni che venivano arrecati di nascosto all’Islam.

Nel primo anno del suo governo massacrò i componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, nel secondo distrusse la città di Me­dina e per tre giorni diede agli uomini del suo esercito il per­messo di uccidere la gente di questa città, saccheggiare i loro beni e abusare delle loro donne. Nel terzo anno demolí invece la Ka’bah.

Fu questo il motivo per il quale il movimento husainiano trovò credito presso l’opinione pubblica e, giorno dopo giorno, il suo effetto divenne sempre piú chiaro e profondo. Tale movi­mento si manifestò all’inizio sotto l’aspetto di una sanguinosa rivolta e finí per diventare un modello che spinse un enorme nu­mero di Musulmani a diventare seguaci della verità e amici dell’Ahl ul-Bayt.

Muawiah prima di morire tra le raccomandazioni testamenta­rie che fece a Yazíd, gli raccomandò vivamente di lasciare stare Husain, di non importunarlo. La superbia e la boria di Yazíd non gli permisero però di discernere ciò che era a suo vantaggio da ciò che avrebbe finito per rovinarlo.

L’Imam As-Sajjad

La linea di condotta adottata dall’Imam As-Sajjad nel corso del suo Imamato, pur restando nel complesso conforme alla linea di condotta generale degli altri Imam, assunse due diverse mo­dalità.

Egli visse con il suo venerabile padre il tragico episodio di Karbalà e partecipò cosí al movimento husainiano; dopo il marti­rio del padre fu fatto prigioniero e tratto da Karbalà a Kúfa e poi in Siria. Durante tale prigionia non fece mai Taqiyyah e, impa­vidamente, dichiarò sempre la verità.

Quando le circostanze lo rendevano opportuno, attraverso i discorsi e le dichiarazioni che faceva, ricordava a tutti la rettitudine e l’onestà della Famiglia della Missione e metteva tutti al corrente dei torti che aveva su­bito il suo nobile padre e dei crimini commessi dalla dinastia ommaide, suscitando cosí fortemente i sentimenti della gente.

Quando la sua prigionia ebbe termine, l’Imam As-Sajjad tornò a Medina. L’atmosfera di guerra ed eroismo si trasformò in un’atmosfera di pace e tranquillità. Si ritirò in casa, chiuse la porta della sua dimora agli estranei e si dedicò all’adorazione di Dio. Educava segretamente i seguaci della verità; nel corso dei trentacinque anni del suo Imamato formò, direttamente e indi­rettamente, moltissime persone, mettendole nelle condizioni di comprendere profondamente il sapere islamico.

Le preghiere recitate, con il proprio accento celeste, da que­sto nobile Imam (con le quali supplicava il Signore e si confi­dava con Lui) contengono da sole una completa sintesi delle su­blimi conoscenze islamiche. Queste preghiere sono state raccolte in un libro noto col nome di Assahífat us-Sajjàdiyyah.

L’Imam Al-Baqer

Durante l’Imamato dell’Imam Muhammad Al-Baqer si erano create delle condizioni favorevoli per la divulgazione delle scienze islamiche.

Per effetto delle pressioni esercitate dagli Ommaidi, le tradi­zioni relative alla giurisprudenza dell’Ahl ul-Bayt erano andate perdute. Delle tradizioni del sommo Profeta, che erano state tra­mandate dai suoi compagni, non ne erano rimaste che cinque­cento, mentre, per poter esporre i precetti dell’Islam ne occor­rono migliaia. Insomma, se è vero che per effetto della tragedia di Karbalà e dei trentacinque anni di serio lavoro dell’Imam As-Sajjad si era creata una numerosa comunità Shi°ita, è altresí vero che tale comunità aveva scarse conoscenze rispetto al diritto islamico.

Il regno degli Ommaidi, a causa dei loro contrasti interni, del loro stravizio e dell’incapacità dei loro uomini di governo di di­rigere la società, andava sempre piú indebolendosi e i segni della sua decadenza si facevano sempre piú evidenti. Il quinto Imam sfruttò questa occasione e si dedicò a diffondere le scienze dell’Ahl ul-Bayt e la giurisprudenza islamica, donando in tal modo alla società numerosi sapienti.

L’Imam Ja°far As-Sadeq

All’epoca del sesto Imam le condizioni per la divulgazione delle scienze islamiche erano ancora piú favorevoli. Infatti, da una parte la gente, per effetto del diffondersi delle tradizioni dell’Imam Al-Baqer e il lavoro di divulgazione svolto dai suoi allievi, si era resa conto di aver bisogno del sapere islamico e delle scienze dell’Ahl ul-Bayt, dall’altra invece il regno ommaide si era estinto e quello abbasside, che aveva occupato il suo posto, non si era ancora completamente consolidato.

Inoltre gli Abbas­sidi si mostravano gentili con l’Ahl ul-Bayt, soprattutto per il fatto che, per raggiungere i propri scopi e demolire le basi del go­verno ommaide, avevano preso come pretesto l’oppressione esercitata dalla dinastia ommaide sull’Ahl ul-Bayt e il sangue dei martiri di Karbalà.

L’Imam approfittò allora della situazione e si mise a divul­gare i vari rami del sapere. I dotti e i sapienti venivano da ogni angolo e gli rivolgevano domande riguardanti la teologia isla­mica, l’etica, la storia dei Profeti e delle nazioni, la filosofia e i precetti morali, giovandosi delle sue esaurienti e illuminanti ri­sposte.

Egli tenne discussioni con persone appartenenti ai diversi ceti e dispute con gli esponenti delle varie religioni e dottrine filoso­fiche. Istruí inoltre allievi nei diversi rami del sapere. Vennero poi composti centinaia di libri, chiamati “Usúl” {princípi}, con­tenenti le sue tradizioni e le sue esposizioni scientifiche.

L’Imam, sfruttando un breve periodo di pace presentatosi nell’ostile ambiente di quei giorni, educò migliaia di sapienti al­lievi, lasciando alla cultura islamica preziosi tesori di scienza e di sapienza. Piú di quattromila sapienti beneficiarono della sua ricca fonte di sapienza.

L’Imam As-Sadeq aveva ordinato ai suoi allievi di registrare per iscritto le sue lezioni e di proteggere e custodire i loro ap­punti e i loro libri. Diceva: “Verrà un giorno di disordine e tu­multo e molti scritti andranno distrutti; avrete allora bisogno di questi libri e di questi scritti, che diverranno le uniche fonti scientifiche e religiose dei Musulmani”.

Perciò gli allievi dell’Imam portavano con sé penna e calamaio e registravano le sue parole.

Dedicò tutte le ore della sua vita, eccetto quelle riservate al riposo, a istruire la gente; svolgeva questa attività in ogni luogo, sia in modo manifesto che in modo segreto e metteva la sua sa­pienza a disposizione di tutti.

Insomma, le sue eminenti parole e i suoi preziosi insegna­menti ruppero le barriere dell’ignoranza e restaurarono l’originale religione del nobile profeta Muhammad (S). È per questo motivo che questo nobile Imam viene considerato il fon­datore della dottrina Shi°ita, la quale prese in seguito il suo nome e venne chiamata “Dottrina Ja°farita”.

L’Imam Músa Al-Khadem

Dopo aver rovesciato il governo ommaide gli Abbassidi si impadronirono del califfato e iniziarono a perseguitare i discen­denti della nobile Fatima, cercando con tutte le loro forze di sterminare la Famiglia della Missione: ad alcuni fu tagliata la te­sta, altri furono sepolti vivi e altri ancora vennero messi nelle fondamenta o nei muri degli edifici. La casa del sesto Imam venne data alle fiamme e questi venne diverse volte portato in Iraq.

Fu cosí che negli ultimi anni di vita del sesto Imam la Taqiyyah divenne sempre piú intensa; egli, siccome era sotto stretta sorveglianza, non riceveva che l’élite Shi°ita.

Infine, per ordine del secondo califfo abbasside Almansúr, fu avvelenato e morí martire. Perciò durante l’Imamato del settimo Imam, il nobile Músa Al-Khadem, la pressione dei nemici dell’Ahl ul-Bayt era forte e continuava giorno dopo giorno ad au­mentare.

Nonostante la forte Taqiyyah che era costretto a praticare, il settimo Imam riuscí a occuparsi della divulgazione del sapere, mettendo a disposizione degli Shi°iti un gran numero di tradi­zioni. Si può affermare che questo nobile Imam, dopo il quinto e il se­sto Imam, possiede, tra tutti gli Imam, il maggior numero di tra­dizioni riguardanti il diritto islamico.

A causa della forte Taqiyyah che era costretto a prati­care, nella maggior parte delle tradizioni a lui risalenti non com­pare il suo nome, compaiono bensí i suoi soprannomi, trai quali ricordiamo “Al’àlim” {il sapiente} e “Al’abdussàlih” { il probo servo di Dio}.

L’Imam Musa Al-Khadem fu contemporaneo di quattro califfi abbassidi, Almansúr, Alhàdi, Almahdí e Alhàrun, che gli resero tutti la vita difficile. Alla fine, per ordine di Alhàrun, venne im­prigionato e dopo anni di prigionia, nei quali veniva continua­mente trasferito da una prigione all’altra, venne avvelenato e morí martire.

L’Imam Ar-Ridhà

Qualsiasi attento osservatore dell’epoca poteva, esaminando la situazione, constatare che piú i Califfi e i nemici dell’Ahl ul-Bayt accentuavano le loro pressioni e le loro torture nei confronti degli Imam e dei Shi°iti, piú questi aumentavano di numero e la loro fede si rinforzava. Inoltre questi soprusi, queste violenze non facevano altro che dimostrare loro la corru­zione e la malvagità di coloro che detenevano il potere. Ne erano convinti anche i califfi dell’epoca degli Imam; ciò li tormentava e li faceva disperare.

Alma’mún, il settimo califfo abbasside, contemporaneo dell’Imam Ar-Ridhà, dopo aver ucciso suo fratello Amín, s'impa­droní del califfato. Egli pensò di sbarazzarsi una volta per tutte degli Shi°iti ed eliminare in tal modo le preoccupazioni e i conti­nui tormenti interiori che aveva a causa loro. La politica che scelse per realizzare questo suo proposito, non era assolutamente incentrata sulla violenza e sulla repressione, consisteva bensí nel nominare l’Imam come suo successore, al fine di screditarlo dinanzi agli Shi°iti e far perdere loro la fede nella grandezza e nella rettitudine dell’Imam. In tal caso l’Imamato, fondamento della dottrina Shi°ita, avrebbe subito un letale colpo, annientandosi spontaneamente.

L’esecuzione di questo infernale strategia presentava inoltre il vantaggio di porre fine alle insurrezioni organizzate dai di­scendenti della nobile Fatima al fine di porre fine alla dittatura abbasside; vedendosi infatti eredi al potere avrebbero natural­mente rinunciato alle loro sanguinose insurrezioni. Ovviamente, una volta attuato questo piano, uccidere l’Imam non avrebbe piú creato alcun problema al califfo Alma’mún.

Il perfido Alma’mún prima invitò l’Imam ad accettare il calif­fato e dopo la successione; dopo aver insistito a lungo, il perfido Califfo minacciò l’Imam, il quale si vide cosí costretto ad ac­cettare. Pose però una condizione: volle essere esentato dal do­ver occuparsi delle nomine e delle destituzioni e dal dover inge­rire nelle questioni importanti di governo.

In tali condizioni l’Imam si occupò della guida spirituale della gente ed ebbe, per quanto poté, dei dialoghi con gli espo­nenti delle altre religioni e delle altre dottrine. Egli pronunciò preziosi discorsi in materia religiosa (Alma’múm amava immen­samente discutere delle questioni religiose); le sue asserzioni relative ai princípi del sapere islamico sono in gran numero, tanto che arrivano a eguagliare quelle dell’Imam Alí e a superare quelle degli altri Imam.

Questo santo Imam diede un grande contributo alla dottrina Shi°ita: molte delle tradizioni che erano state conservate dagli Shi°iti e che appartenevano ai suoi nobili padri, gli vennero espo­ste dai suoi seguaci, che servendosi del suo prezioso giudizio ri­uscirono a distinguere quelle autentiche da quelle inventate, da quelle false, che impure mani avevano illegittImamente inserito tra le autentiche tradizioni dell’Ahl ul-Bayt.

Nel corso del suo viaggio tra Medina e Marw (che aveva in­trapreso per assumere la carica di successore del Califfo, impo­stagli dallo stesso califfo Alma’múm) lungo la strada e in parti­colare in Iran, l’Imam suscitò tra la gente un’incredibile anima­zione. La gente, da ogni parte, affluiva a frotte per vederlo; giorno e notte, al pari di farfalle intorno ad una candela, lo cir­condavano devotamente e da lui apprendevano i principi e i pre­cetti della religione islamica.

Alma’múm, dall’eccezionale e sorprendente attenzione della gente verso l’Imam, comprese che aveva adottato una politica sbagliata. Per riparare all’errore che aveva commesso, martirizzò il santo Imam avvelenandolo, e riprese di nuovo la tradizionale politica repressiva dei califfi precedenti nei confronti dell’Ahl ul-Bayt e degli Shi°iti.

Gli Imam Muhammad At-Taqi, Alí An-Naqi e Hasan Al-°Askari

Questi tre grandi Imam trascorsero la loro vita in ambienti simili tra di loro. Dopo il martirio dell’Imam Ar-Ridhà, Alma’múm convocò a Baghdad l’unico figlio di questo santo Imam e cioè il nobile Imam Muhammad At-Taqi. Il perfido Califfo {per rag­giungere i suoi scopi} si comportava in modo gentile e affettuoso con l’Imam; gli diede in sposa la propria figlia e, in assoluto ri­spetto, lo tenne a vivere con sé.

Questo comportamento, all’apparenza amichevole e affet­tuoso, era in realtà una tattica usata da Alma’mún per tenere l’Imam sotto stretta sorveglianza. Analogo fu il soggiorno dei due nobili Imam Alí An-Naqi e Hasan Al-°Askari a Samirrà (che all’epoca del loro Imamato era la capitale del califfato): questi due nobili Imam erano stati trasferiti in questa città solamente per essere tenuti sotto strettissima sorveglianza.

La durata complessiva dell’Imamato di questi tre santi Imam fu di cinquantasette anni. In tale periodo il numero degli Shi°iti, che allora risiedevano in Iran, in Iraq e in Siria, era considere­vole, ammontando a centinaia di migliaia di persone, tra le quali esistevano migliaia di trasmettitori delle tradizioni del sommo Profeta e degli Imam. Ciononostante, le tradizioni risalenti a questi tre nobili Imam sono pochissime.

Essi ebbero inoltre una vita relativamente breve: il nono Imam morí martire a venticinque anni, il decimo a quaranta, l’undicesimo a ventisette.

Tutto ciò dimostra chiaramente quanto stretta fosse la sorve­glianza alla quale questi santi Imam furono sottoposti dai loro nemici. Essi non ebbero perciò modo di eseguire liberamente la loro sacra missione. Ciò non ha però impedito che ci giungessero preziose {anche se, come già detto in precedenza, assai poche} tradizioni risalenti a questi tre illustri Imam e riguardanti i prin­cípi e i precetti della religione islamica.

Il dodicesimo Imam

Il dispotico governo del Califfo, all’epoca dell’Imam Al-°Askari, aveva deciso di eliminare con qualsiasi mezzo possi­bile il successore di questo nobile Imam e porre in tal modo fine all’Imamato e, di conseguenza, alla dottrina Shi°ita. L’undicesimo Imam venne perciò messo sotto sorveglianza anche sotto questo aspetto. Fu questo il motivo per il quale si mantenne il silenzio sulla nascita del dodicesimo Imam.

Sino all’età di sei anni venne tenuto nascosto e solamente un limitato numero di Shi°iti poteva vederlo. Dopo il martirio del suo nobile padre entro, per ordine di Dio, in uno stato di occul­tamento, chiamato Occultamento Minore, che duro alcuni anni. Rispondeva alle domande degli Shi°iti e risolveva i loro problemi tramite quattro vicari, personalmente nominati da lui, che uno dopo l’altro ebbero l’onore di sostituirlo.

A questo primo occultamento ne seguí un altro, chiamato Oc­cultamento Maggiore; esso dura ormai da circa quattordici se­coli. Egli permarrà in questo stato fino a quando, per ordine di­vino, non riapparirà per colmare la terra di giustizia ed equità, dopo che si sarà riempita di violenza e oppressione.

Sono state tramandate numerose tradizioni (risalenti al sommo Profeta e ai nobili Imam) a proposito di questo santo Imam, del suo occultamento e della sua futura manifestazione. Simili tradizioni sono state tramandate sia dai Sunniti che dagli Shi°iti.

Un gran numero di eminenti Shi°iti, quando ancora l’undicesimo Imam era in vita, lo incontrarono e, dal suo nobile padre, appresero che sarebbe diventato Imam dopo di lui. Del re­sto l’umanità non può assolutamente rimanere senza la religione di Dio e un Imam che la difenda e la custodisca (lo abbiamo vi­sto sia nel capitolo dedicato alla profezia che all’inizio del pre­sente capitolo).

Conclusione di carattere etico che è possibile trarre dall’esemplare condotta dei Profeti e degli Imam

La conclusione che può essere tratta dalla biografia dei Pro­feti e degli Imam è che essi erano uomini realisti e seguaci della verità, invitavano gli uomini ad essere realisti e a farsi seguaci della verità e per difendere la verità fecero ogni sorta di sacrifi­cio.

In altre parole, essi si sforzarono di formare nel migliore dei modi l’uomo e la società umana. Volevano liberare la gente dalle tenebre dell’ignoranza e dalle catene della superstizione e do­nare loro una serie di corrette convinzioni e giusti princípi. Vo­levano impedire all’uomo di lordare la sua pura natura umana con un indole animale, di comportarsi come le fiere o gli erbi­vori (che non sanno fare altro che divorarsi l’un l’altro o riem­pirsi il ventre) e indurlo ad acquisire un indole umana e a sfrut­tare la propria umanità per raggiungere la beatitudine.

I Profeti e gli Imam erano uomini che non pensavano assolu­tamente al proprio benessere e alla propria comodità personale, bensí si sacrificavano totalmente per la beatitudine e per il bene dell’umanità.

Essi vedevano la propria beatitudine (che in realtà è l’unica cosa alla quale l’essere umano aspira) nell’essere benevoli verso tutti; volevano che anche gli altri la pensassero in questo modo e che ognuno desiderasse per il prossimo tutto ciò che desidera per sé stesso, rifiutando per gli altri tutto ciò che rifiuta per sé.

È grazie a questo realismo e a questa rettitudine che questi nobili uomini hanno compreso l’importanza di questo dovere ge­nerale dell’essere umano (l’essere benevoli verso gli altri) e de­gli altri doveri particolari che derivano da esso, ed hanno acqui­sito la virtú dell’abnegazione, hanno sacrificato la propria vita e i propri beni per restaurare la verità e sono riusciti a purificarsi da ogni qualità connessa alla malevolenza. Essi non erano attac­cati alla propria vita, ai propri beni, detestavano l’egoismo e la viltà e non mentivano mai; durante tutta la loro vita non calun­niarono nessuno né offesero l’onore altrui.

Esporremo queste qualità e i loro effetti nella parte dedicata all’etica

  • 1. Viene chiamato così il Versetto 33 della Sura 33 del Santo Corano.
  • 2. Antica moneta d’oro araba.
  • 3. Secondo quanto narrano i testi di storia, Muawiah respinse ogni richiesta di aiuto di Usmàn. Dopo il suo assassinio però, col pretesto di vendicarlo, scese in guerra con l’Imam Alí.

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