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Terza Parte: La Risposta dell'Islam ai Problemi del Mondo

L’Islam e le Bevande Alcoliche

Gli insegnamenti dell’Islam hanno una dimensione universale e sono in grado di garantire il bene dell’umanità. Questa nobile religione dimostra in modo argomentato la giustezza dei suoi propositi nei versetti del Sacro Corano.

L’Islam vuole che l’uomo, grazie alla sua innata intelligenza, progredisca verso l’obiettivo supremo della propria esistenza.

Questa religione indica la ragione quale responsabile dell’organizzazione della vita individuale e sociale dell’uomo, e accorda una grande importanza al ruolo di questa facoltà, la quale è considerata come guida e come prova del cuore. L’Islam respinge tutto quello che danneggia la ragione e la naturale attività di questo dono divino, poiché non permette nemmeno per un istante che il suo funzionamento sia perturbato.

L’alcool è una sostanza che influenza direttamente la ragione e che ha effetti nefasti sulla società umana a livello morale, igienico e psicologico. Niente è più disastroso per l’uomo del fatto che la sua ragione e la sua capacità di comprensione siano annichilite e deviate dalla retta via mediante il consumo di alcool.

La legge islamica vieta rigorosamente le bevande alcoliche che impediscono il normale funzionamento delle facoltà raziocinanti.

Già da quattordici secoli, il nostro Profeta (S) è venuto a mostrare il giusto cammino in una società ignorante, nella quale regnavano la miseria, la violenza e la perversione, come del resto in tutto il mondo in quell’epoca.

Prima dell’Islam, la cattiva abitudine di bere era molto diffusa fra gli Arabi.

Per disabituare la gente da questa nefasta abitudine, l’Islam ha proceduto con moderazione. E’ l’Islam che, per la prima volta, ha definito ciò un peccato, descrivendo altresì la corruzione individuale e sociale che ne risultava.

“In verità col vino e il gioco d'azzardo, Satana vuole seminare inimicizia e odio tra di voi e allontanarvi dal Ricordo di Allah e dall'orazione. Ve ne asterrete?” (Sacro Corano, Sura al-Ma’ida, 5:91)

Non appena il versetto della proibizione fu rivelato, quelli che bevevano distrussero le loro botti di vino e ne versarono il contenuto per strada.

Anas Ibni Màlik riferisce:
“Allorché questo versetto fu rivelato, noi eravamo in procinto di bere a un ricevimento presso Abi Talhah. Fu allora che ascoltammo l’araldo del Profeta (S) proclamare: “O musulmani, sappiate che il vino è d’ora in avanti proibito, e che esso deve essere versato nella strada. Abi Talhah chiese anche a me di buttare il vino, fu ciò che io feci. Moltissimi rovesciarono i loro recipienti pieni di vino nella strada, molti altri li lavarono e li purificarono con l’acqua. Molto tempo dopo questo avvenimento, quando a Medina pioveva, si poteva sentire l’odore delle grandi quantità di vino che erano state versate nella strada1”.

Questa legge ebbe una tale influenza sui musulmani che anche nei territori conquistati si cessò di bere. Benché oggi la corruzione, mascherata da civilizzazione, si sia ampiamente propagata, esistono tuttavia milioni di musulmani che, durante tutta la loro vita, non hanno mai avvicinato le loro labbra a questa bevanda.

Uno degli errori delle leggi promulgate dagli uomini, è costituito dal fatto che esse sono influenzate dai capricci di questi ultimi. Ecco due esperienze degne di nota: la prima è l’esperienza degli Stati Uniti, che proibendo coattivamente l’alcool, volevano obbligare la gente ad abbandonare questa abitudine nociva, nonché fonte di miseria e di depravazione morale, allo scopo di riformare la società. La seconda è quella dei musulmani, allorché il versetto della proibizione (Sacro Corano, 5, 91) fu rivelato. Si possono paragonare questi due avvenimenti e trarne una lezione.

Prima del 18° emendamento alla costituzione statunitense, alcuni benefattori avevano lanciato una vasta propaganda nel paese contro il consumo di alcool. Per dieci anni, essi pubblicarono libri e proiettarono film che mostravano la vita miserabile degli alcolizzati. Essi pronunciarono innumerevoli discorsi per informare la gente dei danni fisici, morali ed economici provocati dall’alcool, affinché essi si astenessero dal bere.

Sessantacinque milioni di dollari furono spesi per questa attività propagandistica, fin dall’inizio di questo movimento, nel 1925. Infine, su richiesta della maggioranza degli statunitensi, la proibizione fu proposta all’assemblea legislativa. Dopo un minuzioso studio, essa fu ratificata dal Congresso e dal Senato.

Ma, quando ancora questa legge non era stata applicata la gente, tentata dall’alcool, cambiò parere. Così furono creati spacci clandestini di bevande alcoliche, nei quali si vendevano e si consumavano le bevande più nocive. I centri di contrabbando si moltiplicarono. L’alcool era acquistato e venduto con ogni mezzo. Prima dell’approvazione della legge, il numero delle fabbriche che producevano bevande alcoliche si limitava a quattrocento, mentre sette anni dopo la proibizione, il contrabbando vantava 80.000 centri di produzione. A poco a poco, anche i giovani si aggiunsero alla clientela di questi centri. Al fine di accrescere la clientela, i venditori ambulanti consegnavano le bevande a domicilio, così come facevano nei parchi e negli alberghi. Nemmeno le scuole erano risparmiate.

Anche i villaggi furono contaminati. Il numero dei delitti e dei crimini non fece che aumentare. Secondo le statistiche della corte di giustizia, duecento persone furono uccise, cinquecentomila arrestate e quasi quattrocento milioni di dollari confiscati ai cittadini, durante i tredici anni di proibizionismo. Le ammende pagate per infrazione alla legge ammonteranno a un milione e mezzo di dollari.

Anche la delinquenza giovanile era aumentata in maniera tale che i giudici statunitensi affermeranno: “Mai, durante la storia del nostro paese, tanti adolescenti erano stati arrestati in stato di ubriachezza. Secondo i rapporti, dall’anno 1920 al 1928, il consumo di alcool fra i giovani aveva segnato un aumento molto rapido. Il numero degli alcolizzati era tre volte superiore rispetto al periodo precedente il proibizionismo. Ciò determinerà anche un notevole numero di morti2

Nel 1918, prima della raffica del proibizionismo, il numero degli alcolizzati era, a New York, di 3741. Quello dei morti non superava i 252. Ma nel 1927, il numero degli alcolizzati aveva superato i diecimila e quello dei morti aveva raggiunto i 7500.

In breve, nonostante le perdite materiali e in vite umane che gli Stati Uniti avevano subito, il proibizionismo non aveva raggiunto il suo scopo, tanto che, alla fine, fu abolito. Nel 1933, la vendita e il consumo di alcool fu autorizzato. Dopo qualche mese, all’inizio del mese di dicembre, fu pubblicato un comunicato ufficiale secondo il quale il 18° emendamento alla costituzione era abolito. Un popolo del mondo civilizzato, dopo aver sofferto per quattordici anni a causa del proibizionismo, può così riprendere liberamente le sue sbicchierate.

In Inghilterra, a causa del considerevole aumento della produzione delle bevande alcoliche, i dirigenti politici avevano stabilito aggravi fiscali, ratificati dal parlamento, al fine di ridurne il consumo. Gli Inglesi ne furono così colpiti che essi chiusero i loro magazzini e le loro imprese in segno di protesta. Il governo fu così obbligato a tornare sulla sua decisione.

Questa contraddizione legislativa generò una contraddizione fra il benessere della società e le sue inclinazioni. Invece, nell’Islam, la sola cosa che conti è la salute e il bene della comunità. Le passioni dei singoli non sono minimamente prese in considerazione.

Più la scienza progredisce e le ricerche si moltiplicano, più la nocività dell’alcool si rivela. Oltre ai crimini, agli atti immorali, alle lamentele familiari e alla corruzione sociale che esso provoca, le sue nefaste conseguenze sulla salute umana risultano innegabili da un punto di vista medico.

Benché da dieci secoli milioni di libri e di riviste riguardanti la nocività dell’alcool siano stati pubblicati in tutte le lingue e benché numerosi sforzi siano stati spiegati per impedirne il consumo, tutti questi atti appaiono tuttavia incomparabili rispetto ai risultati ottenuti dall’Islam grazie al suo ferreo decreto di proibizione. Gli altri non sono stati capaci di salvare gli abitanti di una sola città da questo flagello.

Soprattutto nel periodo iniziale dell’Islam, non esisteva né assemblea né organizzazione né alcuna sorta di propaganda contro il consumo di alcool. L’Islam non ha speso un solo dinaro a tal fine. In un’epoca in cui non esisteva alcun piacere più grande per l’Arabo che di ubriacarsi con il vino, il nostro Profeta (S) annunciò ai musulmani che Dio li avrebbe difesi dal vino.
La voce del Profeta (S) (che la pace e la benedizione di Dio sia su di lui e sulla sua Famiglia) non si era ancora spenta, che i musulmani incominciarono ad astenersi per sempre dal bere.

Uno dei più grandi vantaggi dei precetti divini rispetto alle leggi umane, è costituito dal fatto che se le persone si astengono dal violare la legge, ciò avviene semplicemente per il timore di essere puniti e di cadere fra le mani della giustizia. Mentre la religione, allo scopo di garantire il rispetto delle leggi, si appoggia alla totalità delle facoltà interiori e dei sentimenti umani.

Gli individui hanno paura della legge e delle sue sanzioni. Ma essi hanno nascondigli in cui la legge non può raggiungerli. L’uomo, per sua natura, segue le sue passioni. Non sarà certo per il governo che rinuncerà ai suoi piaceri.

Il governo non potrà mai perseguire tutti i colpevoli; infatti, molti delitti restano impuniti.
Fino a quando un tribunale sarà costituito all’unico scopo di limitare le passioni delle masse, ogni sforzo di riforma è anticipatamente votato al fallimento.
Finché le persone credono in Dio e finché credono al suo castigo, esse non potranno rifugiarsi né nascondersi in nessun luogo, poiché Egli è onnipresente.

Al di fuori della fede, grazie alla quale la vita dell’uomo acquisisce un significato migliore, nulla garantisce l’astinenza dal peccato. Poiché quando l’uomo crede nell’aldilà, egli persegue la sua vita nell’equilibrio e nella serenità.

Inoltre, la Legge divina prescrive all’uomo una direttiva stabile, in ogni dominio, direttiva che non ammette alcun cambiamento. Ciò che è dichiarato illecito, tale permane. Infatti, queste leggi, promulgate con realismo, non mirano che a realizzare il giusto. E il giusto è immutabile, non modificabile. Ciò si riflette quindi anche nei precetti che ne discendono. Le passioni e la volontà umana non possono minimamente influenzarli.

Il mondo civilizzato di oggi è fiero di avere assicurato la libertà della volontà individuale e di avere ammesso come principio fondamentale “la sovranità della volontà popolare”

Ma, analizzando il fondamento di questa pretesa, si capisce che la sovranità della libertà della maggioranza porta di fatto alla negazione della volontà e della libertà delle minoranze.

Il fatto che basti una maggioranza del 51% che approvi la promulgazione di una certa legge, affinché la minoranza del 49%, la quale è contraria, sia obbligata ad accettarla e a sottomettervisi, è una costrizione contestabile da parte di questa minoranza.

A questo punto, bisogna chiedersi perché la minoranza è privata del suo diritto e perché la sua volontà è negata. La schiavitù è forse diversa rispetto alla privazione della libertà? Che la maggioranza imponga la sua volontà alla minoranza, ciò non significa forse schiacciarla?

In verità, sotto la maschera di questa libertà si nasconde il viso della schiavitù.
Ma le leggi divine liberano gli uomini dal giogo della loro natura. Non è più questione di maggioranza né di minoranza. Queste leggi tengono conto del bene di tutti. Il loro obiettivo è di assicurare il bene dell’umanità.

Il credente sa che Dio è il legislatore supremo e che la sottomissione alle sue leggi è nel suo interesse e in quello di tutti. È per questo motivo che egli sta attento al fatto che i suoi comportamenti rimangano nel quadro dell’obbedienza a Dio e ai precetti divini. Di nascosto o in pubblico, egli non commette alcun atto proibito: egli non ha bisogno di qualcuno che lo sorvegli.

Con riferimento alle leggi promulgate dagli uomini, reiterate esperienze hanno provato che esse sono incapaci di accrescere il senso morale tra gli uomini. Il mondo continua a progredire a livello scientifico, e il livello intellettuale delle nazioni si eleva di giorno in giorno, ma l’uomo resterà sempre sotto il diabolico giogo delle passioni. Solo la fede in Dio e la sottomissione alle leggi divine possono salvarlo dalla degradazione e dal peccato. L’esperienza umana, stratificata nel corso dei secoli, ha provato che o si segue la guida divina o ci si perde nell’oceano delle passioni.

Si possono citare le dichiarazioni di alcuni intellettuali non-musulmani a proposito della proibizione delle bevande inebrianti da parte dell’Islam. Un intellettuale inglese dichiara:
“Tra le qualità della legge islamica, si può citare la proibizione del vino, poiché i figli d’Africa che hanno bevuto si sono approssimati alla follia e in Europa gli alcolizzati hanno completamente perduto la ragione. L’alcool deve essere proibito in Africa e gli Europei debbono pagare per ciò che hanno fatto.
Si può dire, in generale, che l’alcool inebetisce la gente del nord e rende folle quella del sud3

Voltaire afferma:
“La religione di Muĥammad è una dottrina ragionevole, seria, pura e umana. Ragionevole, perché non è mai stata corrotta dall’idolatria, perché non ha mai assimilato chicchessia a Dio e perché essa non si è fondata su dogmi contraddittori e assurdi. Seria, poiché essa ha dichiarato illecito il gioco d’azzardo, il vino e altri mezzi di dissolutezza, per altro sostituiti con le cinque preghiere quotidiane. Pura, poiché essa ha limitato a quattro il numero delle donne che possono condividere l’alcova dei sovrani asiatici. Umana, in ragione della priorità che essa accorda, in relazione all’Hadj, alla Zakat e alla cura degli altri. Tutto ciò è una prova della verità dell’Islam4”.

Jules Laboum afferma:
“Gli Arabi bevevano vino in eccesso. Il gioco d’azzardo era loro consentito. L’uomo prendeva quante donne voleva e divorziava quando lo desiderava. Le vedove facevano parte dell’eredità; dopo la morte del marito esse erano legate ai figli. L’Islam ha abolito tutti questi costumi5

Il professor Edouard Monté dichiara:
“L’Islam ha proibito l’olocausto, il martirio delle fanciulle, il consumo del vino e il gioco d’azzardo, ovvero pratiche correnti tra gli Arabi. Il beneficio che risulterà da questi divieti, sarà così importante che si considera oggi Muhammad come il più grande benefattore dell’umanità6

L’Islam e le Diverse Forme di Segregazione

Il fondamento del pensiero e dell’ideologia islamica è il Tawĥid (monoteismo).
La società islamica è dunque fondata su questo stesso principio. Dal punto di vista dell’Islam, l’umanità è una grand’unità, e ogni uomo fa parte di un’unica comunità. In seguito ad una vasta evoluzione di pensiero, la totalità delle discordie, delle differenze e delle discrepanze tra gli uomini scomparirono in questa grande comunità, i legami fraterni ed amichevoli riunirono tutti gli individui.

Poiché l’Islam concepisce il piano di una comunità su scala mondiale, riconosce come fattore di segregazione tutto ciò che insiste su un carattere etnico particolare e che provoca la separazione degli uomini tra loro, come la lingua, la razza, la convergenza della cultura e dei costumi. La prima solidarietà e cooperazione ed il rispetto reciproco tra gli individui, che deve regnare nella comunità mondiale dell’Islam, ha come fonte questo grande principio e questo pensiero profondo.

La comunità islamica mondiale si basa categoricamente e con realismo su tale principio. Per condannare le diverse forme di segregazione e perché nessuno sia superiore ad un altro, in ragione del colore, della razza, della lingua e del suo rango, insiste sul fatto che tutti gli uomini sono stati creati da un solo Essere. Gli uomini, così come le donne, i bianchi come i neri, i poveri come i ricchi, i civilizzati e i selvaggi, hanno tutti il medesimo status a livello umano. Nella creazione, sono gli stessi e appartengono ad una medesima specie e a uno stesso principio.

“O uomini! Temete Iddio, il quale vi creò da una persona sola”: (Sacro Corano Sura an-Nisā', 4:1)

In questo modo, ogni forma di nazionalismo e di superiorità razziale o etnica viene rigettata. La diversità del colore e della lingua viene contata tra i segni della potenza del Creatore. Gli uomini sono invitati a riflettere: come mai gli uomini della stessa radice, per uno scherzo di una serie di fattori cosmogonici, hanno aspetto e colori differenti e parlano lingue diverse?

“E fan parte dei Suoi segni, la creazione dei cieli e della terra, la varietà dei vostri idiomi e dei vostri colori. In ciò vi sono segni per coloro che sanno.” (Sacro Corano Sura ar-Rūm 30:22)

“Gli uomini formavano un'unica comunità . Allah poi inviò loro i profeti in qualità di nunzi e ammonitori; fece scendere su di loro la Scrittura con la verità, affinché si ponesse come criterio tra le genti a proposito di ciò su cui divergevano.”(Sacro Corano, Sura al-Baqara, 2:213)

Questo verso evidenzia che nella prima comunità umana, non esisteva alcuna distinzione. Era, al contrario, unita e vi regnava la cooperazione. L’Imam e Guida dei Credenti, Alì (su di lui la benedizione di Dio), nel suo celebre discorso indirizzato a Malek Ashtar, ricorda questa verità nei seguenti termini:

“O Malek, che il tuo cuore sia colmo di misericordia nei confronti del popolo. Trattalo con bontà e affetto, con esso non essere mai come una bestia feroce, accanito sui suoi beni e sulle sue vite. Poiché essi sono o tuoi fratelli nella religione o almeno uomini della tua stessa specie, che ti sono uguali7”.

Con un tal punto di vista, tutte le razze, le culture e le lingue sono considerate come parti della comunità islamica.
Inoltre, l’unione e la coesione degli individui, all’ombra dell’unità di pensiero, della spiritualità, dell’ideologia e degli ideali, terranno fermamente.

Nessun’unione può altrimenti essere fatta. Se una comunità è sprovvista di pensiero e di un’unica ideologia, i suoi legami affettivi si dimostrano fragili. Si trasformano in differenti e discordi alla minima contraddizione con gli interessi materiali. Il più potente e il più solido legame tra le nazioni è dunque la religione, che unifica le classi, le razze e le diverse tribù. L’Islam ha garantito in questa maniera l’unione di tutti gli individui e ha infranto le catene della discordia e dei disaccordi.

Nel suo invito al rafforzamento delle basi dell’unità, ha riconosciuto come fratelli i membri credenti della comunità. Il legame fraterno è il più solido e il più naturale che possa esservi tra gli uomini. Sebbene il legame tra padre e figli sia più potente, il loro status è ciononostante differente. A livello di gerarchia familiare, essi non sono uguali. Così, il legame fraterno è il simbolo perfetto dell’affetto e dell’attaccamento tra due individui dello stesso rango. È per questo motivo che il Sacro Corano vuole che l’affetto sia reciproco e che le migliori amicizie siano stabilite tra i musulmani.

Di conseguenza, si considerano come fratelli. In altri termini, i membri della comunità musulmana vengono guidati verso la più dolce amicizia e la miglior uguaglianza. Questa fraternità religiosa non è del tutto una semplice formalità. Mira a far rispettare ad ognuno i suoi doveri di fratello nei confronti degli altri. Sicuramente, la fiducia di ognuno è più cara d’ogni altra cosa. Questo legame tra i musulmani, derivante dall’unità spirituale ed ideologica, è dunque più forte e importante della fraternità ordinaria.

Quando due persone hanno lo stesso scopo e le stesse idee, sono più vicine l’uno all’altro che due fratelli consanguinei. La più grande unione è quella dei cuori.

“In verità i credenti sono fratelli: ristabilite la concordia tra i vostri fratelli e temete Allah. Forse vi sarà usata misericordia”.  (Sacro Corano, Sura Al-Ĥujurāt , 49:10)

Il Profeta (S) ha detto: “Gli uomini sono come le membra di un sol corpo. Se una delle membra sta male, le altre provano ugualmente dolore. Così quando un musulmano è afflitto da un dolore, incombe agli altri il dovere di venirgli in aiuto e di partecipare al suo dolore8”.

L’Islam è la religione dell’equità e della liberazione dal giogo degli oppressori e dei tiranni che sfruttano i doni degli uomini per i loro scopi e per le loro ambizioni. Coloro che violano l’onore, i beni e la vita dei più deboli e li riducono in schiavitù. Nei sistemi dittatoriali, capitalisti e proletari, è imposto alla gente questo tipo di schiavitù. La società viene sottomessa ad una pressione che la obbliga ad inchinarsi davanti a leggi ingiuste.

L’Islam, considerando il potere assoluto come monopolio di Dio, libera gli uomini dal giogo dei tiranni e dalla schiavitù, affinché possano raggiungere la libertà vera ed assoluta, cosa che non potranno raggiungere in alcun altro sistema.

L’Islam vuole che le genti sentano loro stesse la grandezza dell’uomo, che può essere realizzata solo in un clima d’uguaglianza creato dall’adorazione di Dio. In questo caso, nessuno può sottomettere altri alla propria volontà e considerarsi come superiore e maestro degli altri.

L’Islam accorda un interesse particolare per i valori umani. Il suo scopo principale è di proteggere e conservare i diritti naturali degli uomini e di stabilire un equilibrio tra tutti gli aspetti della vita individuale e collettiva.

La legge assicura per tutti la miglior uguaglianza possibile nella Comunità. Tutti sono uguali davanti alla legge. Se l’Islam si basasse sulla parentela, sulla nazionalità o sulla razza, non sarebbe mai giunto ad evolversi così brillantemente. È il medesimo segreto dell’espansione rapida di questa dottrina che, in meno di un secolo, si è espansa nella maggior parte del mondo. Considerato ovunque come un movimento spirituale ideale, l’Islam è stato accolto con entusiasmo dai popoli e nelle differenti nazioni.

La storia ci dimostra assai bene che le ideologie assurde e senza fondamento sono sempre esistite; le principali e più radicate sono quelle credenti nella superiorità della razza, il nazionalismo e l’abuso della religione. Tutto questo ha ostacolato l’unità delle comunità e ha seminato la discordia e provocato la guerra tra i diversi gruppi.

L’Islam riconosce i fattori d’unità tra gli individui come principio fondamentale. Si indirizza agli zoroastriani, agli ebrei e ai cristiani, e chiede loro di proclamare tutti che Dio è unico:

«Di': "O gente della Scrittura, addivenite ad una dichiarazione comune tra noi e voi: {e cioè } che non adoreremo altri che Allah, senza nulla associarGli, e che non prenderemo alcuni di noi come signori all'infuori di Allah"».(Sacro Corano,Sura Ãli-°Imrān,3:64)

Ai nostri giorni le nazioni aderiscono all’unione, all’unità, alla giustizia, alla libertà e alla liberazione dal giogo del colonialismo e della segregazione, devono ricercare ciò che vogliono alla luce del sistema islamico, poiché è solamente con l’aiuto dell’Islam che si realizza l’unione delle nazioni e l’uguaglianza degli uomini, e grazie al quale le diverse razze, neri e bianchi, gialli e rossi, possono vivere nell’eguaglianza e nella libertà.

Dal punto di vista dell’Islam, la superiorità degli uomini dipende solamente dalle loro conoscenze e dalle loro azioni. Ciò che veramente conta, è la virtù e la purezza dello spirito.

L’Islam ha fondato i principi della personalità e dell’onore nella virtù, al di fuori della quale, non riconosce alcun vantaggio per nessuno.

“…, il più nobile dei vostri, presso Dio, è il più pio dei vostri”. (Sacro Corano, Sura Al-Ĥujurāt , 49:13)

Il nobile Profeta (S) ha dichiarato:
“Lode ad Allah che attraverso gli insegnamenti dell’Islam, ha cancellato da voi ogni traccia del periodo dell’ignoranza (Jaahiliyyah), dell’orgoglio e della vanità. Sì, sappiate che per Dio, gli uomini sono divisi in due gruppi. I pii, che vengono onorati, e i trasgressori e peccatori, che vengono umiliati e sono miserabili per Lui9”.

Un uomo disse all’ottavo Imam: “Non c’è nessuno al mondo i cui genitori siano più nobili rispetto ai tuoi”.

L’Imam rispose: “La loro grandezza deriva dalle loro virtù e la loro magnanimità dall’obbedienza a Dio”. Così, l’Imam condannò la mentalità di quest’uomo ricordandogli che è solo la misericordia che dona la superiorità agli uomini. Qualcun altro gli giurò: “Dio è testimone del fatto che tu sei sicuramente il migliore degli uomini”. L’Imam replicò: “Astieniti dal giurare. Colui che è maggiormente pio rispetto a me e che obbedisce a Dio, è meglio di me”.

Questa misericordia, che protegge l’uomo contro gli abusi, gli dona una libertà spirituale e lo libera dal giogo delle passioni, dalla collera e dalla cupidigia. La misericordia porta così la libertà nella vita sociale. Colui che è sottomesso al denaro e alla condizione economica, non può vivere liberamente, a livello sociale.

La guida dei Credenti, Alì (che la pace sia su di lui) dichiara: “La misericordia è la chiave della rettitudine, della purezza e del risparmio per i giorni della resurrezione. È la liberazione dalla schiavitù, la salvezza su tutti i mali. È attraverso essa che l’uomo raggiunge il suo scopo, che si sbarazza del proprio nemico e che ottiene tutto ciò che desidera10”.

In questo mondo tenebroso in cui i conflitti di classe e di razza hanno raggiunto il loro apice, tra le tribù e nel luogo in cui i privilegi contro la ragione, la libertà e la scienza erano cose correnti, quando i deboli e i poveri venivano interamente privati dei loro diritti individuali e sociali e quando le masse si dibattevano tra le grinfie sanguinanti dei sovrani e della nobiltà, la nobile guida dell’Islam, con un impareggiabile coraggio, aboliva le ingiuste segregazioni e i costumi scorretti.

Egli annunciava l’uguaglianza per tutti, e, ricordando che noi siamo tutte creature di Dio, offriva agli uomini una libertà ragionevole, cosicché i diseredati, che non avevano alcuna forza di fronte ai potenti aristocratici, grazie ai precetti dell’Islam, marciarono a fianco dei grandi della comunità. Quelli che pensano che le dottrine sociali del mondo siano capaci d’opporsi agli oppressori e ai tiranni, sono palesemente in errore, non hanno minimamente compreso l’Islam.

In realtà, l’Islam ha realizzato la forma più completa e più umana di giustizia sociale, che nessun’altra dottrina ha potuto realizzare. I comunisti, che rifiutano la religione, riconoscono a volte la grandezza del movimento islamico e il ruolo fondamentale che ha ricoperto nella salvezza delle nazioni.

La pubblicazione del partito Tudeh iraniano scrive: “Il fenomeno dell’Islam, all’inizio del VII secolo dell’era cristiana è un avvenimento importante della storia, che ha sconvolto la civilizzazione umana e che ha avuto un’influenza considerevole sulla sua evoluzione. Le conquiste dell’Islam, che si sono estese da una parte fino alla Loira e dall’altra parte fino alle rive del Sand, sono una delle prodigiose pagine del libro dell’umanità. Nella stessa penisola arabica, esistevano centri di propaganda ideologica cristiana ed ebraica. Gli arabi della Mecca e le tribù nomadi erano anche loro idolatri. La Mecca era un centro di commercio e d’usura. Il sistema tribale qui si evolse verso un sistema di tipo feudale. Era il centro del nazionalismo arabo e dell’incontro di diverse religioni.

L’Islam si è diffuso dapprima tra i piccoli mercanti, i contadini e gli schiavi. Il movimento si opponeva all’oligarchia degli usurai. È per questo motivo che esso ha dovuto abbandonare la Mecca. Avendo le medesime particolarità delle altre religioni, l’Islam era anche, dotato d’alcuni aspetti materiali. Esso è venuto a rigettare la monarchia e ad instaurare l’uguaglianza delle razze e delle tribù, dei diritti dell’uomo e della donna.

Ha sostenuto gli schiavi e i diseredati. La semplicità dei suoi principi l’ha differenziato dalle altre religioni e gli ha posto un riconoscimento di movimento sociale attivo e vivace. Nemico degli oppressori, l’Islam ha rappresentato la misericordia e la salvezza per i contadini. Ha inflitto colpi mortali ai poteri tirannici per fondare quindi, in meno di due secoli, un impero immenso, che si estendeva dalla Cina fino alla Spagna11”.

L’Islam stabilisce una società senza classi. Ricordando la Guida dei Credenti, Alì (che la pace di Allah sia su di lui), durante un ricevimento organizzato a Bassora, in onore del Governatore Osman Ibn Hanif, il suo rappresentante, il nobile Imam affermò di non poter tollerare che legami privati fossero stati stabiliti tra il governatore e la nobiltà di questa città, e che in questa maniera siano state fatte concessioni ai detentori del potere. Egli scrive dunque una lettera di protesta al suo governatore Osman Ibn Hanif e lo biasima12.

L’Islam è ancora più all’avanguardia delle altre dottrine nella lotta contro la segregazione. Sebbene ai nostri giorni, i clamori dell’uguaglianza tra neri e bianchi si faccia sentire nel mondo intero, rimane comunque una grande distanza tra le parole e i fatti. La segregazione sussiste come nel periodo più oscuro della vita dell’uomo.

Qual è l’interesse per l’umanità, di tutte queste pretese ingannevoli di libertà e di uguaglianza dietro le quali si nascondono le più amare realtà? Possono presentarsi, a dispetto di ciò, le nazioni civilizzate d’oggi come fondatori della libertà e della fraternità? La carta della libertà e dell’uguaglianza degli uomini che è stata ratificata alla fine della seconda guerra mondiale da governi potenti, così come la dichiarazione dei diritti dell’uomo approvata dopo la rivoluzione francese, sono applicabili fino al momento in cui risultano essere conformi ai loro interessi privati e regionali e alle loro propensioni, se no, essi se ne sbarazzano sotto diversi pretesti.

È sempre difficile per molti abitanti degli stessi paesi che si definiscono civilizzati, comprendere che la razza non è un fattore di superiorità. In tutta la storia dell’Islam, il razzismo non è mai esistito e nel mondo di ieri e d’oggi, i neri hanno sempre partecipato alle riunioni religiose e sociali islamiche senza che ne derivi il minimo disagio. Essi beneficiano socialmente degli stessi diritti degli altri.

La grande guida dell’Islam ha praticamente dimostrato quest’uguaglianza nell’oscuro mondo di quattordici secoli fa. A dimostrazione, ha dato in sposa sua cugina a Zeyd Ibn Harsseh, che era uno schiavo nero.

Un giorno, il Profeta (S) guardò con tenerezza il suo compagno nero, Djouybar virtuoso ma povero e gli disse: “O Djouybar. Faresti bene a sposarti, per avere qualcuno con cui condividere la tua vita e che ti possa sostenere nelle vicende di questo mondo e dell’aldilà”.

Djouybar rispose: “Che mia madre e mio padre ti siano devoti! Quale donna sarebbe pronta a sposarmi: io non ho né nobile discendenza né beni”.

Il Profeta (S) replicò: “Dio ha abolito il potere di quelli che, nell’epoca dell’ignoranza, regnavano senza ragione, e ha donato onore e nobiltà a coloro che, prima dell’avvento dell’Islam, erano diseredati. Grazie all’Islam, l’egoismo e l’orgoglio tribale e razziale, sono stati distrutti. Attualmente i bianchi e i neri, gli arabi e i non arabi, sono tutti uguali, sono tutti figli d’Adamo, che Dio ha creato dalla terra. Dio ama i più virtuosi”.

Il Profeta (S) aggiunse: “Oh, Djouybar, non conosco per il momento alcuno che ti sia superiore, a meno che non sia più misericordioso di te. Non esitare. Vai presso Ziad Ibn Lobeyd che è uno dei più nobili membri della tribù Bani Bayasè e digli che sono io che ti mando. Digli che ha l’ordine di darti sua figlia in sposa”. Ziad era seduto davanti a casa sua con alcuni membri della tribù. Djouybar li salutò tutti e andò verso Ziad: “Il Profeta (S) m’invita a sollecitarvi una grazia. Devo trasmettervi il suo messaggio in pubblico o in privato?”

Ziad rispose: “E perché mai in privato? Il messaggio del Profeta (S) è per me un onore”. Djouybar gli disse: “Il nobile Messaggero ha chiesto che tu mi doni tua figlia come sposa”, al che Ziad replicò:” Noi altri Ansar non sposiamo le nostre figlie a quelli che non sono del nostro rango. Ritorna dal Profeta (S) e porgigli le mie scuse”. Djouybar ritornò a raccontare la sua avventura al Profeta (S). A questo punto, Ziad fu colto dai rimorsi e inviò qualcuno per ritrovarlo.

Lo trattò con benevolenza e gli chiese di rimanere fino a che non fosse tornato. Si recò quindi lui stesso dal Profeta (S) e gli disse: “Che mio padre e mia madre ti siano devoti. Djouybar mi ha portato il tuo messaggio. Ho preferito venire io stesso alla tua presenza per dirti che noi altri Ansar non diamo le nostre figlie in spose a quelli che non sono del nostro rango”.

La guida dell’Islam rispose: “O Ziad, Djouybar è un uomo che ha fede. Ogni credente è degno di tutti i credenti. Un musulmano e una musulmana sono dello stesso rango. Dai a lui tua figlia, non avere vergogna di chi possa esserti genero”. Ziad ritornò a casa e informò sua figlia. Ella rispose: “Padre, segui l’ordine e il consiglio del Profeta (S) e accetta Djouybar come genero”.

Uscì da casa, prese la mano di Djouybar e lo condusse tra gli uomini della tribù. Gli concesse la mano di sua figlia e mise a disposizione della nuova coppia una casa e dei beni. Così la figlia di uno dei più nobili membri della tribù fu sposata ad un umile nero, la cui fede in Dio e la saggezza erano le sole cose che possedeva. Tre musulmani di diversa nazionalità, l’iraniano Salman, il romano Sahib e Bilal, l’Abissino, si erano riuniti, quando improvvisamente entrò un certo Gheyss.

Quando quest’arabo si ricordò della condizione privilegiata dei tre uomini pii e virtuosi, disse: “Ousse e Khezredj erano arabi, che hanno aiutato il Profeta (S), coi loro servizi e i loro sacrifici. Chi sono questi tre stranieri? Chi dunque li ha chiamati ad assistere al servizio del Profeta (S)?” Quando il Messaggero fu informato di queste parole ne fu turbato. Riunì la gente nella moschea e dichiarò: “Dio è uno, vostro padre è uno e la vostra religione è una. La vostra nazionalità araba, di cui voi siete così fieri, non vi viene né da vostro padre, né da vostra madre. Non è che la vostra lingua”.

Il santo Profeta (S) (che la pace sia su di lui e sulla sua nobile Famiglia) in vista d’abolire le influenze etniche e di mettere in pratica la legge dell’uguaglianza, osservava ogni reazione. Un giorno, un musulmano, figlio di un nero, andò da lui. Abouzar Ghafari, che si era arruffato con quest’uomo, gli disse in presenza del Profeta (S): “O, figlio di un nero”. Sentendo ciò, il Profeta (S) si adirò. Egli disse ad Abouzar: “Lo umilii perché sua madre era nera.” Abouzar si dispiacque di ciò che aveva detto e al fine di riscattarsi, si pentì e si strofinò il viso con della sabbia poiché il Profeta (S) lo perdonasse.

Il famoso francese, dottor Gustave Le Bon scrisse: “L’uguaglianza ha raggiunto il suo apice presso i musulmani. Quest’uguaglianza di cui tutti parlano in Europa con entusiasmo ma che non si trova che nei libri, esisteva praticamente presso i musulmani e faceva parte delle loro relazioni. Il grande conflitto di classe che ha provocato una rivoluzione in Europa, non esiste presso i musulmani. Nell’Islam, i privilegi privati, di classe e delle famiglie, vengono totalmente rigettati.

Agli occhi del Profeta (S) tutti i musulmani sono fratelli e uguali. Nel mondo arabo è apparso un personaggio che ha potuto riunire tutte le tribù in nome del verbo unico e che li ha sottoposti a fermi precetti e ad un particolare ordine. I musulmani, di qualunque nazionalità essi siano, non si considerano tra loro come stranieri. Un musulmano cinese, ha in un territorio islamico gli stessi diritti di un indigeno arabo. Sebbene gli adepti dell’Islam abbiano molte differenze a livello di razza e nazionalità, in ragione della loro religione, esiste fra loro un legame spirituale particolare, che può unirli facilmente sotto uno stesso vessillo13”.

M.U. Leplay dichiara: “La riforma della condizione operaia ha conosciuto in Europa alcune difficoltà e malvagie conseguenze. Cosa mai esistita tra i musulmani che, ricchi o poveri, si uniscono attraverso una serie d’ordini che permettono la pace tra loro. Questo ci basta per dire che l’Europa dovrebbe prendere esempio da questa comunità che pretende di educare. Nell’Islam le classi privilegiate non esistono. I princìpi dei sistemi politici dell’Islam sono molto semplici e tutti coloro che sono governati da questi sistemi, vengono considerati uguali, nobili o umili, ricchi o poveri, neri o bianchi14”.

Le grandi comunità islamiche in Africa, in India e in Indonesia e anche le piccole comunità della Cina e del Giappone, provano tutte che l’Islam è dotato di una tale forza che influenza tutte queste razze e queste classi. Al di fuori di questa religione, non esiste nessun’organizzazione o gruppo che possa ottenere un tale successo, tra le differenti razze, in un fronte comune basato sull’uguaglianza. Quando si valutano le differenze tra i grandi governi dell’Est e dell’Ovest, ci si accorge che per risolvere queste differenze, non vi è che una sola soluzione: l’Islam.

Gli insegnamenti dell’Islam nelle cerimonie dell’hajj sono basate sull’unità di pensiero e di azione. Non si ritrova alcuna traccia di lusso. La Kaaba attira in maniera eccezionale i diversi gruppi musulmani. Tutte le genti obbediscono in modo eguale ad una stessa legge. I neri, i bianchi, i gialli e i rossi, adorano Iddio, fianco a fianco, in queste gloriose cerimonie.

Philippe Hizzi, professore all’università di Pernistown scrive: “Il dovere dell’hajj nell’Islam, è divenuto, nei secoli, uno dei più importanti fattori sociali e delle più grandi cause dell’unità sociale tra le nazioni musulmane, poiché ogni musulmano ha il dovere (se ne ha i mezzi) di intraprendere questo viaggio sacro. Questo grande incontro in cui si riuniscono i credenti dai quattro angoli del mondo, come fratelli, ha un’innegabile influenza su di loro. Presso Dio, tutti gli uomini, di qualunque razza e di qualsiasi condizione siano, sono fratelli, e la loro unica parola d’ordine sono i due atti di credenze”.

Tra tutte le religioni del mondo, è apparentemente l’Islam che ha levato le frontiere che separavano le genti a causa del sangue, della razza, dell’etnia e del colore, e che, nell’ambito della sua comunità, ha stabilito l’unità, in maniera che per i musulmani, la sola cosa che possa separare gli uomini sia il conflitto tra la fede e l’empietà. È indubitabile che quest’immensa comunità renda il più grande servizio in questo senso, ogni anno, nel cuore delle cerimonie del hajj, che diffonde la religione divina tra milioni di uomini nel mondo15”.

Sfortunatamente, ai nostri giorni, la solidarietà islamica si è deteriorata più o meno in alcuni paesi, sotto la pressione di slogan razzisti, fanatici e nazionalisti. Alcune tendenze etniche sono apparse contraddittorie allo spirito e alle idee islamiche.

Nel sistema giudiziario dell’Islam, si possono ugualmente percepire i capolavori dell’uguaglianza, di cui non troveremmo uguale alcun caso in metodi giudiziari del mondo civilizzato contemporaneo; sebbene l’uguaglianza di tutti gli individui davanti alla legge sia uno degli ideali dell’ordine sociale civilizzato. Durante i più oscuri periodi della storia, l’Islam ha sempre risvegliato la coscienza degli individui. Il califfo abasside Haroun-al-Rashid dovette giurare in presenza di un giudice. Fazl Ibn Rabi testimoniò in suo favore. Il giudice rigettò questa testimonianza. Il califfo si adirò e protestò: “Perché hai rifiutato la sua testimonianza?” Il giudice rispose: “Io l’ho sentito dire che è il tuo servitore. Se dice il vero, una testimonianza di un servitore in favore del suo capo è inammissibile. E se mente, la testimonianza di un bugiardo lo è ancor di più”.

Un altro potente califfo abasside, Mansour, affittò alcuni cammelli per intraprendere il pellegrinaggio dell’hajj. Ma una volta di ritorno, cercò dei pretesti per non pagare i cammellieri. Questi sporsero querela al giudice di Medina. Il giudice convocò al più presto Mansour e lo giudicò in un tribunale ufficiale. Il califfo era seduto sul medesimo banco con i cammellieri. Fu condannato e dovette pagare.

A proposito degli affari giudiziari dell’Islam, il dottor Gustave Le Bon scrive: “L’ordine degli affari giudiziari presso i musulmani è breve e semplice. Una persona che riceve la funzione di giudice dal sovrano si carica di tutti gli affari e li risolve. Il suo decreto è formale.

Il giudizio viene quindi decretato al termine della seduta. In Marocco, ho avuto l’occasione di assistere a dei giudizi. Il giudice sale sul pulpito, in un luogo situato in prossimità della residenza del governatore, all’aria aperta. Le parti in lotta e i testimoni rimangono ognuno al loro posto e dicono quello che hanno da dire, brevemente e semplicemente. Nel caso in cui qualcuno venga condannato, la sentenza diviene esecutiva sul posto, al termine della seduta.

Il maggior vantaggio di questo genere di giudizio è che il tempo dei querelanti non viene perso, e almeno, non subiscono i danni considerevoli inflitti dalle complicazioni dei tribunali di oggi in Europa. Sebbene non esista nessuna formalità e che tutto si svolga con semplicità, le sentenze non sono meno eque16”.

Quando gli individui di una società sono sicuri che la legge che li governa è quella di un Dio giusto e che il governatore che viene incaricato delle loro vicende possiede i loro stessi diritti e doveri, e che il giudice s’ispira alla legge divina e non alle sue passioni, quando pronuncia una sentenza, in questo caso, i dubbi e le inquietudini provocate dall’ingiustizia spariscono, e tutti gli individui godono una tranquillità, una sicurezza e una certezza multilaterale.

Se il mondo vuole impedire l’iniquità e liberarsi dalle grinfie diaboliche delle diverse segregazioni per vivere in pace, deve ispirarsi ai preziosi insegnamenti e ai principi socio politici dell’Islam.

I sindacati e i diversi accordi del mondo contemporaneo, dato che si situano in un cerchio limitato, e che vengono fondati su dei principi etnici, geografici e razziali, non potranno mai risolvere i problemi del mondo attuale. Non perverranno mai a riunire tutte le nazioni, e ad invitarle a cooperare per costruire un mondo nuovo sulle basi della giustizia e dell’uguaglianza.

D’altra parte, il neo-nazionalismo, che ai nostri giorni si è rinforzato in molti paesi, è esso stesso fonte di confusione, di perplessità, di dispersione e disputa tra le nazioni. Louis L. Sneider, professore universitario americano descrive questa realtà nei seguenti termini.

“Il neo-nazionalismo ha provocato numerose differenze a proposito delle frontiere storiche e naturali, e le relazioni economiche e culturali che esistevano tra loro da diverso tempo, si sono deteriorate. Il risultato, che era un sentimento d’insicurezza, è sfociato in numerosi casi, nella restrizione della libertà individuale, nell’aumento degli armamenti e nell’oscuramento delle relazioni internazionali. L’indipendenza e la sovranità, sebbene si siano sviluppate nel corso dell’ultimo decennio del XX secolo sono considerate come cose sacre, non è tuttavia che per una più larga libertà individuale e per una più sicura pace internazionale, siano una via rassicurante17”.

La sola cosa che possa unire tutti sotto la medesima bandiera e che possa rendere questo grande servizio all’umanità, è quest’unione che gira sull’asse della fede in Dio, di virtù spirituali e morali. Poiché in una tale unione, lo spirito di fratellanza e d’amicizia si risveglia, i cuori e i pensieri si legano in maniera che i privilegi materiali o le differenze etniche, geografiche e razziali non possano più scuoterle.

In ragione della fede comune in un solo Dio e nei principi fondamentali dell’Islam, e in ragione del senso di responsabilità di fronte ai doveri umani, tutti gli individui della comunità islamica, di razze diverse, lingue e costumi, gioiscono a dispetto della grande differenza di classe, dei medesimi privilegi, di una via pacifica piena di compassione, di cooperazione di perfetta intesa.

L’Islam risente molto dell’interesse ad aizzare la società umana al suo prossimo, vuole che la collaborazione dei musulmani sia fondata sulla bontà e sull’affetto profondo e che i loro cuori siano legati da puri sentimenti umani.

Il Signore non ha creato gli uomini perché regni tra loro la discordia.

“Vi abbiamo creato…e vi abbiamo destinato a nazioni e tribù poiché vi conosciate tra voi…”. (Sacro Corano, Sura Al-Ĥujurāt , 49:13)

La fratellanza nell’Islam non è un principio vuoto. È una realtà piena di valori, che deve essere all’origine d’ogni bontà e affetto. La creazione delle diverse società e l’apparizione delle tribù e delle famiglie mirano a stabilire dei legami solidi tra gli uomini. È nel quadro di questi legami che la perfezione sarà raggiunta. Sebbene ai nostri giorni lo spirito materiale e profittatore si sia diffuso anche tra i musulmani, attraverso l’influenza del pensiero occidentale decadente, presso la maggioranza dei musulmani, ciò che conta, prima di tutto, è il sentimento umano, l’amicizia e la virtù.

È il motivo per cui il celebre filosofo Laytner, influenzato da questo vantaggio spirituale dei musulmani, dichiara: “La compassione, la benevolenza e l’ospitalità, naturali presso gli orientali, hanno raggiunto una particolare ampiezza quando si sono aggiunti gli insegnamenti dell’Islam; mentre non si trova alcuna traccia di tutto questo negli ambienti materialistici, presso i cupidi europei dal cuore duro”.

Le Ragioni del Jihad Islamico

Lo scopo dell’Islam, nel quadro della sua battaglia e del complessivo movimento contro il politeismo, non era né la conquista né l’espansionismo né il colonialismo né lo sfruttamento delle altrui risorse economiche. In questo ambito, l’Islam differisce da tutte le altre dottrine. Ciò che esso persegue, è ciò che esiste di più umano e di più elevato.

Fin dalla sua apparizione, l’Islam ha minacciato, grazie al suo spirito costruttivo e al suo vivace sviluppo, i privilegi degli oligarchi, dei prepotenti e degli oppressori. Le forze nemiche si sono dunque mobilitate al fine di impedire che la nuova dottrina, ovvero la religione islamica, potesse espandersi. Esse hanno impegnato tutti i loro mezzi e le loro forze materiali contro l’Islam. Coloro che avevano aderito alla verità affermata da questa dottrina o che si erano convertiti, furono anche torturati in maniera abominevole.

I Coreisciti interruppero le loro relazioni con i discepoli del Profeta (S). Questi ultimi si erano rifugiati per tre anni sulle montagne della Mecca, sopportando ogni sorta di difficoltà e mancando persino del minimo necessario alla sopravvivenza.

Il Profeta (S) dell’Islam si stabilirà a Medina e formerà, contro i politeisti, una potente comunità, ma questi ultimi non cesseranno di minacciare i musulmani. Di fronte a questa situazione, i musulmani riceveranno l’ordine di difendersi.

La maggior parte delle guerre condotte dal sommo Profeta (S) erano difensive, così come le spedizioni inviate per reprimere e disperdere le coalizioni militari che cercavano di attaccare Medina, con l’obiettivo di soffocare il movimento anti islamico ancor prima che nascesse. I versetti che seguono, costituiscono il primo fondamento legittimante della Jihad, la quale non è altro che la risposta alle aggressioni dei nemici e degli oppressori.

“Ogni autorizzazione è data a coloro che sono aggrediti, poiché, in verità, essi sono lesi e Dio è capace di soccorrerli, nonché a coloro che sono stati cacciati ingiustamente dalle loro case solo perché dicevano: ‘Dio è il nostro Signore’” (Sacro Corano, Sura al-ĥajj 22; 39-40).

“E combattete nel sentiero di Dio contro quelli che vi aggrediscono e non trasgredite. In verità, Dio non ama i trasgressori!” (Sacro Corano, Sura al-Baqara, 2:190).

Poiché l’Islam è una dottrina universale che deve portare il bene a tutti gli uomini, non può limitarsi alle frontiere geografiche di una regione. Esso deve salvare l’umanità dalle grinfie del politeismo e della degradazione dello spirito, nonché far pervenire il suo messaggio alle masse di diseredati del mondo intero.

All’inizio, una dottrina che voglia rovesciare i vecchi sistemi, le vecchie ideologie, per sostituirvi un nuovo ordine, deve combattere per il suo ideale. Ma la forza della penna non basta. Uno sguardo alla rivoluzione francese, indiana e russa o alla guerra d’indipendenza statunitense (1775-1782), ci permette di verificare che questi movimenti hanno nuotato tutti nel sangue.

L’Islam mira a rovesciare i cattivi costumi e le ideologie corrotte, nonché all’abolizione degli ingiusti privilegi. Per questo, ha dovuto fronteggiare l’ostilità di gruppi che vedevano minacciati i loro interessi.

A tale riguardo, il Profeta (S) dell’Islam afferma:
“A volte, il bene deve essere affermato con la forza della spada. Non sono pochi coloro che possono essere sottomessi alla verità soltanto con la forza18

Se le forze nemiche e le loro formazioni militari ostacolano l’affermazione della religione divina, impedendo la diffusione della verità, esiste un’altra soluzione se non il ricorso alla forza?
In queste condizioni, in cui le libertà e le scelte erano impedite alle genti, fu ordinato al santo Profeta (S) di ricorrere alla forza e di dichiarare la guerra. L’Islam, dunque, intraprenderà il combattimento armato per schiacciare gli oppressori.

La guerra intrapresa dall’Islam per la salvezza dell’umanità nel senso proprio del termine, ovvero per la liberazione della ragione dal giogo delle superstizioni, è un combattimento lontano da ogni passione, da ogni oppressione e da ogni condizionamento materiale, nonché condotto contro i malfattori che seminano la corruzione e il sudiciume sulla terra.
L’Islam vuole il bene di tutti e cerca di cancellare tutto ciò che minaccia il bene comune.

Allorché, alla Mecca, i musulmani furono torturati per la loro adesione all’Islam, essi ricevettero l’ordine, in conformità della divina volontà, di ricorrere alle armi e di annientare ogni fattore di schiavitù e di colonialismo:

“Come potreste rifiutarvi di combattere nel sentiero di Dio allorché i deboli, siano essi uomini, donne o bambini, dicono: ‘Signore! Liberaci dalla prevaricazione e mandaci un salvatore’” (Sacro Corano, Sura an-Nisā' 4:74).

Agli occhi degli sprovveduti, la guerra non significa altro che massacro, crudeltà e distruzione del nemico. Ma, dal punto di vista dell’Islam: “La guerra è cancellazione dell’ingiustizia e della degradazione, affermazione della giustizia e della verità. In breve, è l’ultimo mezzo per annientare la decadenza e per diffondere la virtù”.

L’obiettivo dell’Islam consiste nell’incoraggiare i popoli all’adorazione di Dio, affinché, al di fuori delle leggi e delle volontà divine, niente possa regnare sul pensiero e sul cuore degli uomini. E’ la più grande deviazione possibile della natura e della ragione umana, quella di inchinarsi di fronte a una pietra o a creature sprovviste di ogni intelligenza.
Il fatto che i musulmani, prima di dichiarare la guerra, invitino il nemico alla conversione all’Islam, chiarisce la funzione del contrasto bellico.

Quando le forze islamiche si scontrarono con l’armata iraniana, il comandante iraniano Rostam Farrokh Zad chiese a Saadvaghass, capo dell’armata musulmana che gli inviasse un rappresentante che lo informasse dello scopo della Jihad islamica. L’inviato musulmano lo descrisse così:

“Noi siamo venuti a impedire che i popoli adorino gli idoli e per invitarli ad adorare solo il Dio unico e a seguire il messaggio del Profeta Muhammad (S). Noi siamo venuti per salvare i servitori di Dio dalla schiavitù nei confronti di altre creature, e affinché essi non servano altri se non Dio. Noi siamo venuti per invitarvi a credere nella resurrezione e per liberarvi dalle catene della materia, nonché per sostituire ai futili costumi, all’ingiustizia e alla vanità, la giustizia e l’equità19

Per tre giorni, tre rappresentanti dell’armata musulmana negozieranno con Rostam. Identiche saranno le loro parole; essi insisteranno tutti affinché il loro invito fosse raccolto quale condizione per lasciare il territorio.

Il sommo Profeta (S) disse ad Alì:
“Non combattere contro nessuno se prima non lo hai invitato alla conversione all’Islam. Io ti prometto che se qualcuno si avvicinerà al Signore per mano tua, ciò varrà più che se tutto ciò che è sotto il sole ti appartenesse20

I fondamenti dell’Islam, in guerra, si basano sulla lotta nel sentiero di Dio, sull’avvicinamento alla verità e sull’acquisizione del bene eterno. Non è mai stato detto ai musulmani di combattere, di conquistare, di colonizzare e di ridurre in schiavitù gli altri popoli. Le loro guerre non sono compatibili con le conquiste imperialistiche, le quali, nel corso della storia, senza alcun movente divino, mirando alla conquista in se stessa, hanno soltanto cercato di soddisfare la propria cupidigia di potere.

Per i musulmani, la guerra è una forma di devozione e un grande dovere religioso. Essi si sono lanciati nella lotta senza quartiere affinché il Verbo Divino trionfasse e fosse glorificato. Essi credevano che l’ingiustizia sarebbe stata estirpata e che l’eguaglianza avrebbe regnato nel mondo intero allorché il nome di Dio si fosse affermato. Dio ama coloro che lottano e si sacrificano in questi combattimenti:

“Sì, Dio ama coloro che combattono nel suo sentiero in ranghi serrati, come se essi fossero una solida costruzione” (Sacro Corano, Sura aŝ-ŝaff 61:1)

“Voi volete i beni materiali, mentre Dio vuole il bene spirituale” (Sacro Corano, Sura al-Kahf 18:67)

E’ questo che rende superiore l’Islam sui campi di battaglia in cui gli uomini si scontrano per la Giustizia, l’onore e la libertà.

Il Dr. Majid Khoddouri scrive:
“Si può dire che nella dottrina legislativa islamica la guerra non è uno scopo in sé. Essa non è altro che lo strumento ultimo per stabilire e per garantire la pace21

Nelle leggi militari dell’Islam, la morale è totalmente rispettata. Nei campi di battaglia, la bontà e la grandezza d’animo dei musulmani si sono sempre manifestate. La struttura militare dell’Islam è sempre stata permeata dalla lealtà, dall’etica e dalla generosità come mai si è verificato nelle armate di alcun paese civilizzato contemporaneo.

L’Islam ha iniziato importanti imprese per impedire massacri e per proteggere la vita delle persone. Esso ha impedito, nella misura del possibile, che il sangue scorresse.

Nel Jihad islamico, l’interruzione delle ostilità e il cessate il fuoco non significano necessariamente che il nemico è vinto. Basta che i musulmani siano al riparo dalle aggressioni nemiche e che si impegnino ad astenersi da ogni attentato ai diritti e alla salute delle comunità islamiche e che essi abbandonino ogni ribellione e ogni corruzione.

Durante la guerra, se uno dei combattenti concludeva un accordo con il nemico o questi gli accordava la grazia, nemmeno la più alta autorità musulmana poteva violare questa convenzione.

Durante la battaglia, l’incendio e la distruzione dei campi erano vietati. Non era altresì permesso di sottrarre acqua e viveri al nemico; i bambini, i vecchi, le donne, i folli e i malati erano al riparo e il loro sangue era rispettato, poiché i musulmani non hanno il diritto di lordare le loro mani versando sangue innocente.

Essi non possono aggredire i rappresentati e gli ambasciatori del nemico.

Muhammad Hamidullah, professore all’università di Parigi, così scrive:
“Muhammad (che la pace di Dio sia su di lui e sulla sua nobile Famiglia) regnava su più di un milione di miglia quadrate. Ciò equivale alla superficie dell’Europa meno la Russia, territorio che, senza alcun dubbio, aveva in quell’epoca, alcuni milioni di abitanti. Nell’epoca della conquista, il numero dei nemici che erano stati uccisi non superava i centocinquanta. Da parte musulmana, durante un periodo di dieci anni, soltanto una persona era stata uccisa, quale martire, ogni mese (in tutto, centoventi persone). Queste cifre provano un eccezionale rispetto del sangue umano in tutta la storia dell’umanità!22

Ecco alcune recitazioni che esemplificano questa realtà. Il Messaggero di Dio, prima di inviare la sua armata al combattimento, raccomandava ai suoi guerrieri:

“Combattete nel nome di Dio, nel sentiero di Dio, con l’aiuto di Dio e alla maniera dell’inviato di Dio. Non tradite e non ingannate. Non tagliate le membra a nessuno. Non uccidete i vecchi né gli infermi né le donne né i bambini. Non abbattete nessun albero a meno che ciò non sia necessario. Se uno di voi, dal più nobile al più umile, ospita qualcuno, questi sarà protetto fino a quando non avrà inteso la parola della verità. Se vi seguirà, allora sarà vostro fratello, altrimenti, conducetelo in un luogo sicuro. Chiedete in ogni caso l’aiuto di Dio23

Alì (che la pace di Dio sia su di lui), impartì ai suoi guerrieri il seguente ordine prima della battaglia di Siffin:
“Non uccideteli se essi non iniziano a combattervi. Per grazia di Allah, voi siete nel giusto e quindi lasciateli stare fino a che iniziare a combatterli non sia un altro punto a vostro favore contro di loro. Se, per volere di Allah, il nemico viene sconfitto, non uccidete chi si dà alla fuga, non colpite persone che non hanno aiuto, non finite i feriti e non infliggete dolore sulle donne, anche se queste aggrediscono il vostro onore con parole indegne24”.

Pur tuttavia, può verificarsi che il nemico agisca in maniera che il sentimento di vendetta sia suscitato nei musulmani. In questo caso, i musulmani non debbono dimenticare il loro principale dovere, costituito dalla difesa della verità e della virtù. Essi debbono controllare e domare i loro sentimenti. Noi conosciamo la seguente storia: “Nel corso di un duro combattimento, il Principe dei Credenti inflisse un colpo decisivo al suo nemico. Una volta caduto a terra, Alì si sedette sul suo ventre. Allora, il nemico gli sputò in faccia. Il sommo Imam si alzò e lo lasciò andare. Gli chiesero perché avesse reagito così. Egli disse: ‘Ciò che egli ha fatto mi ha incollerito. Se io lo avessi ucciso in quel momento, lo avrei fatto impulsivamente. Io mi sono dunque trattenuto per non ucciderlo per vendetta, dato che, così facendo, la mia fede sarebbe stata macchiata’”

L’Islam ha infuso nel cuore dei musulmani un sentimento di umanità nei confronti del prossimo. Esso non ha mai autorizzato l’iniquità, quali che fossero le circostanze. I musulmani che combattono nel sentiero di Dio, non possono oltrepassare i limiti del giusto né trasgredire. L’Islam consente di incalzare il nemico fino a quando questi non costituisca più una minaccia, ma non oltre. Ciò è precisato nel Sacro Corano:

“E combattete nel sentiero di Dio contro coloro che vi combattono, e non trasgredite. In verità, Dio non ama i trasgressori” (Sacro Corano, Sura al-Baqara 2:141)

“E che l’odio di un popolo non vi spinga all’iniquità. Siate equi! Ciò è più prossimo alla pietà” (Sacro Corano, Sura al-Mā'ida 5:11)

“E che l’odio di un popolo che vi ha impedito l’ingresso nella sacra Moschea non vi spinga a trasgredire” (Sacro Corano, Sura al-Mā'ida 5:3)

L’Islam è venuto per stabilire la giustizia su tutta la terra; per instaurare, nella comunità umana, la giustizia sociale e mondiale. Così come se un gruppo di musulmani traligna dal cammino di Dio e intraprende il cammino dell’ingiustizia e della trasgressione, l’Islam ordina agli altri di combattere contro i musulmani trasgressori.

“E se due gruppi di credenti si combattono, allora spingete entrambi alla pace. E se uno dei due si ribella contro l’altro, allora combattete contro colui che si ribella, fino a quando non si sarà inchinato davanti all’ordine divino. Quindi, se egli si inchina, allora concludete fra essi una pace giusta e pervenite a un punto di equilibrio. Dio ama coloro che giudicano con equilibrio” (Sacro Corano, Sura al-ĥujurāt, 49:9)

Ciò che è degno di attenzione in questo versetto, è rappresentato dal fatto che i riconciliatori debbono regolare il conflitto fra i due belligeranti con giustizia, affinché ognuno benefici del suo legittimo diritto; infatti, quando il conflitto comincia con un’aggressione e con una violazione, se i riconciliatori cercano di risolvere il problema incoraggiando una delle parti a rinunciare ai propri diritti in favore dell’altra, lo spirito di aggressione e di violazione si rafforza in quest’ultima.

Benché l’indulgenza e la rinuncia ai propri diritti sia una buona azione, tuttavia, in questi casi, ciò ha una cattiva influenza sullo spirito dell’aggressore. Per questo, lo scopo dell’Islam consiste nell’estirpare dalla comunità islamica ogni sorta di oppressione e di ingiustizia, affinché le persone siano rassicurate circa il fatto che nessuno otterrà alcunché con la forza.

Il giusto comportamento dei musulmani nei confronti dei vinti, faceva sì che questi ultimi fossero accolti fra loro o che si arrendessero. Ovunque, il loro comportamento attirava le masse. Gli abitanti di Hams chiusero le porte della città davanti all’armata di Harghal; dall’altra parte, però, essi inviarono un messaggio ai musulmani, nel quale si diceva che avrebbero preferito la sovranità e la giustizia di questi ultimi alla tirannia dei Romani. Allorché l’armata dei musulmani, comandata da Abu Obaidah, giunse in Giordania, i cristiani inviarono al condottiero la seguente lettera:

“O musulmani, noi vi preferiamo ai Romani; benché questi ultimi siano nostri correligionari, voi siete per noi più fidati, più equi, più buoni. I Romani si sono imposti a noi. Essi ci hanno saccheggiato”

Il celebre orientalista Philippe Hitti così scrisse con riferimento all’occupazione della Spagna da parte dei musulmani: “L’armata musulmana, ovunque andasse, era accolta a braccia aperte dalle genti. Essa metteva a disposizione di tutti sia l’acqua che i viveri, mentre le barricate venivano smobilitate l’una dopo l’altra.

Le ragioni di questa attitudine sono chiare per coloro che hanno una piena conoscenza dei crimini e delle ingiustizie perpetrate dai Visigoti25

Nei paesi conquistati, i musulmani non obbligavano nessuno ad abbandonare la propria religione.
L’ordine sociale dell’Islam garantisce la totale libertà di culto alle minoranze religiose ufficiali, senza entrare minimamente in conflitto con i loro culti e con i loro costumi. In questo ordine, l’Islam e le altre religioni beneficiano degli stessi diritti.

Il prelievo della Zakat (imposta speciale per i musulmani) è anche un atto di devozione. Ma questa imposta non costituisce un obbligo per gli adepti delle altre religioni. Questi ultimi, in cambio, pagano la Jiziah, la quale non ha alcun rilievo religioso, affinché essi non siano obbligati a partecipare al culto musulmano. Essi pagano questa imposta per beneficiare della protezione assoluta del governo islamico e delle garanzie che questo governo pone a disposizione della società.

L’ordine islamico prende dunque in considerazione, non soltanto sul piano individuale, ma anche sul piano più vasto della legislazione, i minimi sentimenti degli adepti delle altre religioni celesti. Anche sul piano dei codici civili e penali del diritto commerciale, i principi di queste religioni sono integralmente rispettati, affinché queste minoranze possano beneficiare di una totale libertà per quanto riguarda le loro credenze.

Il Sacro Corano precisa come i musulmani debbano comportarsi nei confronti degli adepti di altre religioni. Esso incoraggia a comportarsi bene verso le masse non musulmane. La sola cosa interdetta è l’amicizia con i nemici dell’Islam:

“Allah non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Allah ama coloro che si comportano con equità. Allah vi proibisce soltanto di essere alleati di coloro che vi hanno combattuto per la vostra religione, che vi hanno scacciato dalle vostre case, o che hanno contribuito alla vostra espulsione.  Coloro che li prendono per alleati, sono essi gli ingiusti”. (Sacro Corano, Sura al-Mumtaĥana, 60:8-9)

Nell’epoca del Profeta (S), l’attitudine dell’Islam nei confronti delle minoranze cristiane e giudaiche che vivevano nei territori musulmani, era fondata su accordi bilaterali di coesistenza pacifica, mentre, a dispetto della loro grande potenza, essi non li opprimevano mai.

Fin tanto che gli ebrei rispettavano gli accordi bilaterali, essi potevano vivere presso i musulmani senza che alcun male fosse fatto loro. Dopo il decesso del Messaggero ciò avverrà anche nell’epoca dei Califfi.

La somma guida dell’Islam diceva:
“Chiunque maltratti qualcun altro è come se maltrattasse me”
“Sappia che colui che è ingiusto verso un alleato non musulmano, o che lo obbliga a un compito spossante o che gli sottragga un bene senza che egli vi acconsenta, ebbene, nel giorno del giudizio, io argomenterò contro di lui”

Nel periodo del suo califfato, Alì (che la pace di Dio sia su di lui) incontrò un vecchio cieco e infermo. Egli gli chiese informazioni sul suo conto. I suoi compagni gli dissero che si trattava di un cristiano, il quale, in gioventù, era stato al servizio del governo. L’Imam dichiarò: “Voi lo avete fatto lavorare durante la sua gioventù e adesso che è vecchio, voi lo private dei suoi diritti. Egli convocò quindi il tesoriere e ordinò a quest’ultimo che fossero versate al vegliardo le spese di sussitenza26

Il Dr. Vaglieri, professore all’Università di Napoli, dichiara: “La vita delle nazioni vinte, i loro diritti civili e i loro beni sono stati così ben protetti dal governo islamico, che si può ben affermare che i loro diritti sono pressoché pari a quelli dei musulmani. I conquistatori arabi erano sempre pronti a dire, anche all’apogeo delle loro vittorie e della loro potenza: ‘Cessate le ostilità e pagate un’imposta ragionevole; così beneficerete della nostra totale protezione. Voi avrete i nostri stessi diritti’.

Se esaminiamo le dichiarazioni di Muhammad (che la pace e la benedizione di Dio sia su di lui e sulla sua santa Famiglia) o le sue conquiste, noi vedremmo chiaramente che le accuse lanciate contro i musulmani, secondo le quali essi avrebbero imposto l’Islam con la forza della spada, non sono altro che calunnie. Il Sacro Corano dichiara:

Non c'è costrizione nella religione” (Sura al-Baqara, 2:256)

La storia dell’Islam ci tramanda numerosi versetti riguardanti la pazienza e la moderazione di cui i musulmani hanno dato prova nei confronti dei fedeli delle altre religioni. Così come il Profeta (S) aveva personalmente garantito ai cristiani di Najran che le loro chiese sarebbero state protette e così come egli aveva ordinato al comandante del corpo di spedizione inviato nello Yemen di non toccare nessun ebreo, così pure i musulmani agivano allo stesso modo con gli adepti delle altre religioni, permettendo loro di praticare i loro culti in piena libertà. Pagando la jizia, il cui ammontare era inferiore all’imposta che pagavano i musulmani, essi potevano beneficiare del sostegno del governo islamico.

Adam Menz, celebre orientalista, scrive:
“Ciò che avvantaggia i paesi musulmani rispetto all’Europa cristiana, è il fatto che numerose minoranze religiose vivono in libertà nei territori musulmani, mentre, al contrario, ciò non avviene nell’Europa cristiana. Le sinagoghe e i templi delle altre religioni godono di una tale libertà in terra islamica, che si direbbe che essi sono estranei all’autorità del governo islamico. Questa libertà derivava dagli accordi e dai diritti che gli ebrei e i cristiani avevano rivendicato e ottenuto. Questa coesistenza era incomprensibile per l’Europa del Medio Evo27

John Diven Porth, celebre scrittore e orientalista cristiano, scrive: “L’Islam ha stabilito l’equità assoluta, non soltanto presso i musulmani, ma anche tra i popoli vinti che erano sottoposti al suo protettorato. I fedeli di altre religioni erano dispensati dalle imposte che si esigevano dalla chiesa o da tutti gli altri corpi religiosi, come pure da tutte le imposte che si dovevano pagare al governo28

Il dottor Gustave Le Bon scrive:
“Nello spazio di qualche secolo, i musulmani hanno rinnovato completamente l’Andalusia, sia a livello scientifico sia finanziario. Essi ne avevano fatto la gloria dell’Europa. Anche i costumi erano stati cambiati. I musulmani cercavano di insegnare ai cristiani una delle caratteristiche più preziose ed elevate dell’umanità, ovvero la pacifica coesistenza con gli adepti delle altre religioni.

Il loro comportamento con i popoli vinti era così aperto che essi permettevano ai vescovi di organizzare cerimonie religiose, in modo che a Siviglia, nell’anno 872 dell’era cristiana, e a Cordova, nell’anno 825, questi ultimi avevano organizzato conferenze religiose di studio e di ricerca. Le numerose chiese edificate durante il regno dei musulmani, dimostrano fino a che punto essi rispettassero le religioni dei popoli vinti.

Numerosi cristiani si sono convertiti all’Islam senza alcuna costrizione.
Sotto il regno dell’Islam, gli ebrei e i musulmani beneficiavano degli stessi diritti dei musulmani. Essi potevano ottenere non importa quale posto e rango nella Corte dei califfi29

Bisognerebbe comparare la generosità e la liberalità dei musulmani agli atti offensivi dei cristiani durante le crociate, al fine di comprendere il significato della guerra dal punto di vista islamico. L’occupazione di Gerusalemme da parte dei cristiani fu molto crudele. Fu il più orribile massacro di quell’epoca. Gli abitanti furono trattati assai crudelmente. Cumuli di mani, di piedi e di teste mozzate erano state ammassate nelle strade di Gerusalemme. Diecimila persone furono preda della spada nella moschea di Umar, nella quale si erano rifugiate. Il sangue che era corso nel tempio di Salomone arrivava fino alle ginocchia dei cavalli. I cadaveri galleggiavano su questo sangue.

Lo scrittore europeo Clark scrive:
“E’ certo che il mondo della morale non ha visto di buon occhio le crociate, dato che nessuno, nel corso della storia, è stato peggiore di costoro in dissolutezza e crudeltà, proprio quando essi pretendevano di condurre una guerra santa.

Le crociate hanno lasciato un’impronta eterna sull’esasperazione della vanità e sulle superstizioni in generale, e incoraggiato i più meschini e peggiori fanatismi. La guerra era divenuta un dovere religioso e invece di pregare e di fare il bene, il massacro dei musulmani guadagnava ai cristiani l’indulgenza plenaria30

Dopo gli ottantotto anni di regno crociato in Palestina, i musulmani scatenarono la guerra per riconquistare questo territorio. L’Europa, al fine di conquistare il suo dominio su Gerusalemme, inviò tutte le sue forze in Asia, ma invano. E infine, il regno della croce fu rovesciato dal grande comandante Salahu-d-din Ayoubi, fino all’espulsione dei crociati.

Nell’ottobre 1187 (583 dell’Egira), quando Gerusalemme si arrese alle armate musulmane, aprendo le sue porte a questi intrepidi guerrieri, il saggio e coraggioso Sultano, invece di vendicare il massacro dei musulmani e le crudeltà commesse dai crociati, annunciò l’amnistia e impedì il massacro, la tortura e il saccheggio dei cristiani, aggiungendo così una pagina gloriosa alla storia delle conquiste islamiche. Nel corso di questa dura guerra, tutta l’armata musulmana era sottoposta all’influenza del potente spirito islamico e il suo comportamento era lungi dall’essere crudele.

Salahu-d-din annunciò che tutti, in città, erano al sicuro. Gli uomini, pagando dieci dinari, le donne cinque e i bambini due, solevano recarsi ove volevano, poiché Gerusalemme era la città che godeva maggior sicurezza in tutto il paese; visto che i capi e i comandanti delle altre regioni vi custodivano le loro famiglie. Nel frattempo, il vescovo supremo voleva uscire dalla città con tutti i suoi beni e le sue considerevoli ricchezze. Alcuni proposero a Salahu-d-din di confiscargli i beni per distribuirli ai musulmani. Il Sultano dichiarò: “Non commetterei mai un tale errore e non gli toglierei nulla oltre a quanto stabilito”

John Diven Porth scrive:
“Quando Salahu-d-din, sultano di Siria, riprese Gerusalemme, in seguito alla resa della città, non fu uccisa una sola persona; i cristiani furono trattati con la massima benevolenza31

La crudeltà dei cristiani in Occidente (Andalusia) non è risultata meno devastatrice dei colpi arrecati in Oriente dai crociati.

Dopo tutti i servigi resi dai musulmani in Spagna, i capi religiosi cristiani diedero l’ordine di massacrare tutti, vecchi e giovani, donne e uomini. Dietro l’ordine del Papa, Filippo II ordinò di espellere tutti i musulmani dalla Spagna. Ma prima che questi lasciasse il paese, su ordine della Chiesa, tre quarti di loro furono massacrati. I superstiti non riuscirono a fuggire, il tribunale dell’Inquisizione li condannò tutti alla pena di morte. Tre milioni di musulmani furono vittime del fanatismo cristiano.

J.D.Porthe scrive:
“Chi dunque non ha pianto le ultime tracce della generosità e della bravura, vale a dire la caduta dell’Impero Islamico di Spagna? Chi dunque non ha il cuore pieno di ammirazione nei riguardi di questo popolo buono e coraggioso? Questo stesso popolo che ha regnato in Spagna per ottocento anni, senza che alcun cronista, sebbene ostile, potesse loro attribuire un solo caso di ingiustizia.

Ma al contrario, chi non ha risentito della vergogna delle istigazioni dei cristiani? Queste stesse istigazioni che hanno seminato il vero fanatismo e incoraggiato gli spiriti diabolici, contro i musulmani che tanto bene avevano apportato agli spagnoli?32

Georgie Zeydan, celebre cronista, scrive:
“Dopo la vittoria in Andalusia, i cristiani hanno obbligato i musulmani a identificarsi con un emblema come gli ebrei e i malfattori, al fine di essere riconosciuti. Poi li hanno obbligati a scegliere tra la morte e la conversione al cristianesimo33

“I cristiani, dopo essersi impadroniti della Spagna hanno trasformato le moschee in chiese, hanno distrutto i cimiteri musulmani. Hanno loro vietato di lavarsi mentre ciò è una cosa necessaria. Hanno distrutto le loro sale da bagno34

“Al tempo di Enrico IV, l’ondata dei combattenti spagnoli sollevata contro gli abitanti del villaggio di Dolan si è avventata crudelmente su di loro. Essi hanno strangolato tutti i quattro mila abitanti35

Ecco il significato del “pacifismo cristiano” nella storia.

Nel mondo contemporaneo, quando richiamano all’attenzione al comportamento dei colonialisti civilizzati nei confronti delle nazioni dominate, ci si accorge come essi calpestano il loro amore e li privavano dei privilegi della loro civiltà. I loro metodi, i loro insegnamenti e le loro pratiche, segrete o no, mirano bonariamente a colonizzare gli spiriti, il pensiero e le anime. Per conservare i loro interessi, privano le masse della libertà e le mantengono in una situazione cui non possono nuocere questi interessi.

E quando un grido si alza per reclamare giustizia, viene subito soffocato.

Il pacifismo è un escamotage di cui i grandi governi hanno sempre approfittato. Ma questi partigiani della pace hanno forse abbandonato la guerra per regolare le loro controversie per vie diplomatiche? Possiamo accordare un valore alle loro manovre politiche? L’Islam fonda la pace sui fondamenti dell’educazione morale e del controllo degli impulsi. La pacatezza inizia all’interno dell’uomo per poi progredire verso la pace mondiale. Fino a quando l’individuo non è in pace, il mondo non potrà godere della pace. Fino a quando nel pensiero delle masse non regna un garante dell’esecuzione morale, tutte le teorie e le grandi organizzazioni saranno votate allo scacco e saranno incapaci di dirigere la comunità umana, in pace e coesistenza, come una grande famiglia.

A dire il vero, l’individuo è il fondamento della società. E’ per questo che l’Islam semina nella coscienza degli individui la calma, attraverso la fede e l’ideologia, e sono questa fede e quest’ideologia che si manifestano progressivamente nel suo comportamento e nella sua attitudine sotto forma di una chiara verità, perché il mondo della verità e della realizzazione è praticamente sinonimo del mondo della coscienza e dell’interiorità.

Inoltre, non lascia solo l’uomo tra le mani della fede interiore e spirituale, ma fissa garanzie e regolamenti rassicuranti, grazie ai quali ogni individuo prova la giustizia e la calma. Coloro che vivono in un ambiente musulmano sentiranno perfettamente che la loro vita e i loro beni vengono protetti. Infatti i membri della comunità sono assicurati contro gli incidenti.

Quando alcune dottrine riconoscono i legami tra gli individui come importunità e urti e affermano che le relazioni di ogni classe sono basate sull’obbligo e la costituzione, l’Islam, fonda invece i legami sulla cooperazione, la sicurezza e la pace, e grazie a una serie di costumi individuali e sociali e insegnamenti morali elevati, impedisce lo spirito di animosità e di rancore di risvegliarsi.

Quando il cuore degli uomini prende conoscenza di dolci e puri sentimenti, e nelle loro coscienze nasce il senso di fraternità, la luce della misericordia e della compassione calma i loro cuori. Poi, a poco a poco, si indeboliscono e scompaiono i principali fattori di diatribe, di ingiustizia e di guerra. Così, la pace e la serenità si instaurano nella società.

Nessun sistema né regime sulla terra non può essere equiparabile ad alcun livello. La giustizia sociale, qualsiasi degrado raggiunga nel mondo, non potrà estirpare interamente l’ingiustizia.

L’applicazione della giustizia per tutti è cosa impossibile, anche con i differenti strumenti di cui l’umanità dispone, giacché vi sono casi di ingiustizia che sono al di fuori della comprensione della giustizia umana. Vi sono anche dei casi in cui i diritti di una persona vengono lesi senza che se ne renda conto.

Attualmente, vediamo cosa intende l’Islam per pace e ciò che ne pensa il mondo cosiddetto civilizzato. La pace che si augura l’Islam è assai differente dalla pace come la concepiscono i dirigenti dei grandi paesi e leaders che detengono nelle loro mani la sorte delle nazioni potenti: per loro, la pace, è l’intesa tra i grandi governi colonialisti per dividersi le risorse e le ricchezze dei piccoli paesi e per far sì che il mondo sia sottomesso al loro colonialismo.

In altri termini, la pace rappresenta per loro “un’intesa reciproca per depredare gli altri”. E’ per questo motivo che non danno mai prova di buona volontà quando si tratta veramente di pace. Il loro chiasso, le loro conferenze e le loro negoziazioni non sono che formalità. I loro pretesi sforzi rimangono sempre senza risultati.

Ma l’Islam vuole una pace che sia basata sull’uguaglianza di tutte le nazioni, in maniera che tutti, deboli o potenti, ne possano usufruire. L’Islam cerca di stabilire una pace multilaterale e universale, lungi da ogni trasgressione e corruzione.

La Carta della Nazioni Unite ha apparentemente come scopo quello di instaurare una pace mondiale e mira ad annichilire qualsiasi fattore di guerra e di differenza. Ma la libertà della volontà e del pensiero viene assicurata per tutte le nazioni?

L’oppressione sul pensiero e il colonialismo esiste tra le nazioni, anche durante i periodi di pace?
Il blocco dell’Est e il campo capitalista pretendono di stabilire un sistema mondiale, ma quale sistema mondiale può dunque rimanere al suo posto senza la libertà?

Nei blocchi dell’Est e dell’Ovest, coloro che si oppongono all’ideologia della classe al potere non hanno praticamente il diritto di esistere.

Ma l’Islam non riconosce la pace come sufficiente alla felicità degli uomini; riconosce come principio della vita sociale dei valori particolari e persegue uno scopo supremo. L’Islam vuole assicurare all’umanità la libertà di pensiero e di espressione, al fine che la comunità possa ritrovare il cammino della felicità.
Di conseguenza, considera la ragione e la purezza dello spirito come l’unico mezzo di progresso.

“Non c'è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall'errore.” (Sacro Corano, Sura al-Baqara, 2:256).

“E dal vostro Signore vi son giunti i mezzi per la percezione del Vero. Chi è veggente l’è a suo vantaggio, chi è cieco lo è a suo danno: Io non sono il vostro custode” (Sacro Corano, Sura al-‘An°ām, 6:104)

“Ammonisci, ché un ammonitore tu sei, non sei stato nominato loro sovrano!” (Sacro Corano, Sura al-Ghāshiya, 88: 21-22)

La credenza e la fede sono compito del cuore; non possono essere imposte con la forza quando non vi è alcuna inclinazione interiore. Numerosi fattori intervengono per formare un pensiero o un’ideologia nello spirito degli uomini; per cambiarli, occorre dunque fare ricorso a un’educazione corretta, alla logica e al ragionamento.

Quando l’Islam ha imposto la libertà con la forza delle armi, ed è scomparsa l’oppressione, le genti potevano convertirsi, senza alcuna paura, all’Islam o scegliere a loro piacere un’altra religione celeste.
I predicatori cristiani, vale a dire coloro che hanno dedotto, dopo aver giudicato superficialmente la Jihad, che l’Islam era progredito attraverso la forza della spada, sono senza alcun dubbio nell’errore.

“Se il loro ragionamento nei riguardi della Jihad e delle incursioni del Profeta (S) è errato, non vi è niente di sconvolgente in merito. Ciò che è scandaloso, è che i pianificatori di questa falsità non facciano nient’altro che guerreggiare tra loro, di schiacciarsi e opprimere. Anche i loro religiosi, i loro papi e i loro anacoreti hanno inflitto una tale pressione sui non cristiani e sui cristiani accusati d’eresia, al tempo dell’Inquisizione, che hanno lungamente sorpassato i Tartari e i Mongoli36

Il trattato di pace di ‘Hadibieh’ che il Profeta (S) concluse con i politeisti Coreisciti, mirava a stabilire la pace e la sicurezza nei territori arabi. Le clausole di questo trattato riflettono lo spirito dell’Islam e i suoi principi umani. Ecco uno degli articoli più importanti di questo trattato:
“Ogni membro della tribù Coreiscita che fuggirà alla Mecca per congiungersi ai musulmani, senza l’autorizzazione dei più grandi, dovrà essere consegnato alla sua tribù dal Profeta (S). Ma se è un musulmano che sfugge verso i Coreisciti, questi ultimi non dovranno consegnarlo”

Alcuni musulmani, non contenti di quest’articolo, hanno chiesto al Profeta (S) perché aveva stabilito ciò. Rispose:
“Se un musulmano è pronto a rinunciare all’Islam e a prendere il cammino dell’empietà, e preferisce l’ambiente idolatra e i suoi riti inumani a quello dell’Islam e al monoteismo, allora, ciò vuol dire che egli non si è convertito con franchezza, e che la sua fede, che è debole, non ha potuto soddisfare la sua natura. Tale musulmano non ci serve a niente. Ma se noi consegniamo i rifugiati Coreisciti, siamo sicuri che Dio si incaricherà della loro salvezza e della loro libertà37

Dopo le affermazioni del Messaggero, secondo cui Dio provvederà alla loro salvezza, bisogna dire che poco tempo dopo, i Coreisciti chiesero l’abolizione di questa clausola.
Le guerre e i massacri, nei diversi punti del mondo, sono una prova evidente dell’impotenza della civilizzazione materialista per ricostruire il mondo sui valori umani e assicurare la pace mondiale.

Tenuto conto di questi principi a proposito della guerra e della pace, l’Islam condanna tutti i fattori che attualmente causano guerre. Sconfessa tutte le guerre che il mondo civilizzato ha sferrato contro l’umanità per i suoi interessi materiali e per ridurre alla schiavitù le altre nazioni.

Senza alcun dubbio, fino a quando i valori spirituali e umani e il rispetto dei diritti e la sottomissione alla verità e al giusto, non regneranno sul pensiero della società, sarà impossibile che il mondo gioisca della pace e della serenità. Non possiamo attendere il meglio in un mondo in cui i criteri morali e i principi umani sono stati distrutti.

Sappiamo bene che con l’evoluzione della tecnologia e della civilizzazione materialista, alcune nazioni, assumendo il pretesto che per mantenere la pace occorre essere sempre pronti alla guerra, si improntano a fabbricare le armi più pericolose. Su questo, l’umanità non ha che due soluzioni: la distruzione completa e la scomparsa delle nazioni nelle guerre, o la fede in Dio e il rispetto dei principi morali e umani che i profeti hanno apportato alla comunità umana. Così l’uomo, in luogo di sprecare le sue forze fisiche e mentali a sua distruzione, potrà impiegarle nella via della salvezza.

Crediamo che un giorno, l’uomo avrà il privilegio di conoscere tutti gli insegnamenti della grande Guida dell’Islam e potrà sfruttare questa immensa fonte per raggiungere la felicità. Egli non avrà finalmente altra soluzione che avvicinarsi all’Islam per essere salvato dallo smarrimento e dalla depravazione.
Come ha detto Tolstoi:
“Il cammino di Muhammad, in accordo con la ragione e la saggezza, si estenderà in avvenire sul mondo intero”

La Situazione della Famiglia dal punto di vista dell’Islam

Le famiglie compongono la società, e quando in esse regnano l’affetto, la concordia e la solidarietà, si viene a creare una organizzazione completa e organica, ed è alla luce di questa armonia che viene fondata una società sana e potente mobilitata e diretta verso la felicità collettiva.

Ma, quando queste piccole unità che formano la società sono soggette al disordine e alla confusione, quando perdono il loro equilibrio, le società cessano di promuoversi.

L’uomo è stato creato con la volontà di sopravvivere. Egli impiega tutte le sue forze in questo compito. Il miglior mezzo per raggiungere questo obiettivo è riprodursi. Poiché il bambino costituisce una parte dell’esistenza dell’individuo, la continuazione della sua esistenza questo bisogno innato non può essere soddisfatto che assumendosi delle responsabilità familiari.

Una parte importante delle attività e degli sforzi economici impiegati per sostenersi, hanno come causa l’interesse che si porta alla sussistenza della famiglia.

I pareri sono suddivisi in ciò che concerne le origini della famiglia. Per alcuni, la formazione di una famiglia è il solo mezzo per soddisfare i bisogni sessuali. Altri, che non vedono che l’interesse materiale, gli attribuiscono un aspetto economico. Essi pensano che il matrimonio sia una sorte di commercio e di scambio fra due famiglie. Questi punti di vista sono ben lontani dalla verità della vita coniugale, che è una necessità sociale avente come scopo la sopravvivenza della specie.

In generale, i sentimenti spirituali tra la donna e il marito rigettano completamente la storia del fattore economico che risulta essere il più grande insulto alla natura dell’uomo, e che però alcuni considerano come la sola causa del bisogno della donna nell’uomo.

Dal punto di vista economico e materiale, l’uomo non ha alcun bisogno della donna, ma senza di lei egli manca della gioia e della felicità.

Sebbene le propensioni sessuali e le questioni materiali siano innegabili, lo scopo principale della creazione dei due sessi rimane tutt’altro. Muller Lir, sociologo tedesco, dichiara a proposito della vita coniugale: “Tre fattori spingono la gente a sposarsi: i bisogni economici, la speranza di avere dei bambini e l’amore. Sebbene questi fattori siano presenti in tutte le società, la loro importanza varia a seconda dei periodi.
Nelle comunità primitive prevalevano i fattori economici, mentre nell’antichità era la riproduzione e attualmente è l’amore che predomina38

L’Islam, incoraggiando le persone a sposarsi e a formare delle famiglie, risponde affermativamente all’appello della natura e riconosce la vita coniugale come unico mezzo di impedimento della degradazione dei costumi e di fare dei bambini sani e belli per conservare la specie.

“Dio vi ha assegnato delle spose, e dalle vostre spose vi ha dato figli e nipoti. E vi ha riservato delle buone cose” (Sacro Corano, Sura an-Naĥl, 16: 72).

L’Islam, al fine di impedire ogni tipo di devianza sessuale presso i giovani e di domare presso di loro la pressione dell’istinto sessuale, consiglia ai responsabili delle famiglie di considerare il matrimonio per coloro che hanno raggiunto la maturità.

Per l’Islam, la vita familiare e l’applicazione dei regolamenti del matrimonio sono il solo mezzo per impedire la corruzione e l’eccesso sessuale, perché la società viva in pace.

Un giorno il Profeta (S) dichiarò:
“O, musulmani! Le vostre figlie sono come un frutto maturo sull’albero che, se non viene colto in tempo, marcirà. Così, se non sposerete le vostre figlie e se i loro istinti non saranno soddisfatti, non potrete mai impedire loro di cadere nella deviazione e nella corruzione, poiché sono esseri umani con dei bisogni naturali39

Alì Ibni Asbat, un compagno del quinto Imam, gli scrisse in una lettera: “Non trovo alcun giovane uomo degno delle mie figlie, che devo fare?” L’Imam rispose: “Non aspettarti di trovare dei giovani che ti convengano interamente, poiché il Profeta (S) ha detto: “Se dei giovani ragazzi chiedono la mano delle vostre figlie e se sono, a livello religioso e morale, soddisfacenti, donategliele loro, altrimenti, non sarete al riparo dalla devianza, dalla corruzione e dalla ribellione dei vostri ragazzi40

L’Islam non pone dunque alcun ostacolo al matrimonio. Al contrario, sfrutta questa forza naturale nell’interesse della società e per la vita individuale. Oltre al fatto che accorda un’attenzione particolare alla salute fisica dell’uomo nella vita coniugale, vuole assicurare, grazie al matrimonio, una delle basi della felicità dell’uomo, per salvare la serenità spirituale, morale e mentale.

In effetti, colui il cui spirito è nella confusione e che vive nell’inquietudine e nell’angoscia non comprenderà mai il vero senso della felicità.

Dal punto di vista dell’Islam, il legame umano è un legame consacrato dai cuori e un fattore di stabilità e di calma. Questo legame mira a stabilire l’amicizia, la bontà e la misericordia.

“E uno dei Suoi segni è che Egli vi ha creati da voi stessi delle spose, acciocché riposiate con loro, e ha posto fra di voi compassione e amore. E certo in questo vi è un segno per gente che sa meditare” (Sacro Corano, Sura ar-Rūm, 30:21)

L’Islam, in vista di rinforzare le relazioni dei membri della famiglia tra di loro, propone delle leggi generali e stabilisce minuziosamente un certo ordine nella loro relazione.

Il matrimonio viene qualificato come “patto solido” (fir. Sacro Corano, 4:25) che fa gioire i membri di una famiglia, di una solidarietà fisica e spirituale.

“L’uomo e la donna hanno dei diritti reciproci l’uno sull’altro” (Sacro Corano, Sura al-Baqara, 2:228)

Nel campo del lavoro e della professione, le disposizioni naturali così come la natura della donna e dell’uomo vengono presi in considerazione. L’uomo deve provvedere al mantenimento della famiglia, e la donna deve, al pari della sua funzione di educatrice, occuparsi di suo marito e dei bambini.

Senza alcun dubbio, ogni organismo ha bisogno di un garante e di un tutore. L’uomo o la donna devono dunque assumersi la responsabilità. Vediamo ora a chi conviene maggiormente il compito.

E’ stato provato che la donna viene piuttosto influenzata dai suoi sentimenti e che essa è stata creata, psicologicamente, in maniera che i sentimenti la travolgano di fronte alla logica. Essa è entusiasta e sentimentale, mentre l’uomo a piuttosto a che fare con la ragione.

E’ per questo che l’Islam ha scelto l’uomo come capo della famiglia; cosa che non è in contraddizione con la consultazione, la cooperazione e l’intesa totale fra la coppia. Sebbene l’Islam riserva a lui la carica di garante, l’uomo non deve abusare del suo potere.

“Comportatevi convenevolmente con le vostre donne” (Sacro Corano, Sura an-Nisā', 4:19).

Egli è responsabile degli affari della famiglia.

Il Profeta (S) dichiara:
“L’uomo è il guardiano della famiglia. La donna è responsabile della propria casa, di suo marito e dei suoi bambini41

Il fatto che i legami coniugali siano ai nostri giorni così deboli, tanto che si frantumano facilmente per i disaccordi, è che in tali matrimoni i legami vengono stabiliti su di una serie di sogni, di pensieri infantili e di immaginazioni vacue.

Numerosi sono quelli che trascurano i valori spirituali e calpestano la realtà.

L’Islam non assegna alcuna importanza alla ricchezza, alla reputazione, alle apparenze e alle questioni materiali. Il matrimonio deve essere basato sulla fede, la virtù e la misericordia.

La somma Guida dell’Islam ha dichiarato:
“Se qualcuno sposa una donna per la sua ricchezza, Dio l’abbandonerà. Bisogna dunque scegliere una sposa credente e virtuosa42

La tradizione islamica non riconosce “niente di più prezioso del matrimonio43

Essa biasima vivamente coloro che rifiutano di formare una famiglia, e condanna ogni pretesto che conduce alla depravazione e alla deviazione dell’energia sessuale.
“Il matrimonio e la vita coniugale fanno parte dei miei principi. Coloro che se ne astengono non fanno parte dei miei44

Allo stesso modo ogni legame coniugale con persone sprovvedute della misericordia e della virtù dell’animo, viene rigettato. I legami con le famiglie prive di virtù e di insegnamenti morali e religiosi sono fortemente sconsigliati:
“Astenetevi dal sposarvi con i ‘fiori’ che crescono attorno alle paludi sporche e inquinate”. Venne chiesto al Profeta (S) in cosa consistevano questi ‘fiori’. Egli rispose: “Una bella donna che è stata cresciuta in una famiglia contaminata e libertina45

Naturalmente tali spose, che non sono legate ad alcun principio religioso e morale, non potranno assicurare la felicità della famiglia. Il frutto di un tale matrimonio non sarà altro che dei bambini capricciosi, miserabili, sprovveduti di calma e sicurezza.
L’Islam, che accorda una attenzione particolare alla morale, vuole impedire totalmente l’apparizione di una generazione corrotta e depravata.

Se i giovani, quando scelgono le loro spose, agissero secondo i principi dell’Islam e tenessero conto delle realtà in luogo delle apparenze, rimarrebbero certamente al riparo dai malumori che rendono la vita dura alle persone capricciose.

Ai nostri giorni, alcuni giovani pensano che il miglior mezzo per scegliere la donna ideale, sia la frequentazione e l’accoppiamento sperimentale; mentre questo modo, oltre la corruzione e i danni che provoca, non permette di conoscere le particolarità del congiunto. La conoscenza esige un lungo periodo e una frequentazione a lungo termine. Non possiamo conoscere la vera natura di una persona frequentandola in breve tempo. Le qualità e la personalità di ogni individuo non si manifestano che negli avvenimenti e nei diversi momenti della vita.

Come possiamo renderci conto delle caratteristiche di una persona, nei periodi di conforto, di divertimento e di svago? Ciò non può essere. Non è che nelle angosce e nella pressione che si manifesta il carattere di una persona, la sua pazienza, la sua fermezza, la sua tolleranza…

Gli incontri nei cinema o nei parchi possono essere considerati come criteri, perché due persone si conoscano reciprocamente, mentre entrambi si sforzano, durante i primi incontri, di nascondere i propri difetti e ugualmente di comportarsi, artificiosamente, secondo le buone maniere?

Dei giovani che si trovano nei più vivi periodi di reazioni istintive e di crisi, possono forse, tramite la frequentazione, rendersi conto se non vi sia alcun punto debole fra loro, dal punto di vista delle differenze psichiche, in tali condizioni e in una tale età in cui il giovane non pensa a nient’altro che a soddisfare i suoi bisogni sessuali e a realizzare i suoi sogni? I giovani che scelgono i loro congiunti attraverso il sotterfugio di queste frequentazioni e di questo metodo, saranno fino alla fine dei propri giorni, al riparo dalle controversie e dalle questioni? Potranno gioire, in questo rapporto, di una vita felice e confortevole, lontano da tutte le frustrazioni?

I fatti provano il contrario.

Numerosi matrimoni di questo genere, in cui ognuno si accorge a poco a poco dei difetti dell’altro, mentre nelle prime tappe della loro conoscenza, essi non se ne erano accorti.

Tutti i giovani devono sapere che tra due persone, l’adattamento spirituale è molto difficile, quasi impossibile, in maniera che a livello apparente la similitudine delle apparenze psichiche è poco probabile. Inoltre, i sentimenti diversi a cui la donna è soggetta, la separano e la differenziano, che lo voglia o no, da ciò che l’uomo pensa e intraprende.

Tenuto conto dell’importanza che accorda l’Islam al matrimonio, esso permette a ogni individuo di vedere, prima delle nozze, l’apparenza fisica del futuro congiunto, e di ragguagliarsi, nella misura possibile, presso persone informate, del suo carattere psichico e morale.

La vera felicità si ottiene attraverso le qualità morali ed i sacrifici dell’uomo e della donna. Sono queste indulgenze e questo senso di sacrificio che proteggono le basi della famiglia dai turbamenti e dalla dissoluzione.

Oltre i regolamenti sociali e i diritti che l’Islam stabilisce per l’uomo e per la donna, nell’ambiente familiare, esso fissa equamente i doveri e le responsabilità di ognuno.
A livello morale, grazie a una serie di ricchi insegnamenti, l’Islam guida le famiglie verso la vera felicità.

Il nobile Profeta (S) dichiara: “I migliori uomini, tra noi, Ummah, sono quelli che sono tolleranti nei riguardi delle loro famiglie e che sono benevoli con queste46

“Il migliore fra di voi è colui che è buono verso la sua famiglia. Io mi comporto meglio di voi tutti con la mia47

“La Jihad della donna è di tenere bene la casa e suo marito48

Uno dei fattori importanti che, nelle condizioni attuali ha provocato un ribasso del livello dei matrimoni e che impedisce ai giovani stessi di pensare a formare una famiglia, sono le spese troppo copiose delle inutili formalità.
Queste inutili restrizioni sociali e senza fondamenti che ostacolano la formazione della famiglia, sono contrarie agli obiettivi dell’Islam.

Il celebre sociologo Will Durant scrive:
“Essendo dato che il matrimonio non si effettua in maniera corretta nella nuova società, poiché viene basato sui rapporti sessuali e non sul sentimento, esso si frantuma molto presto.
Tra le cose che appaiono nello stesso tempo come lo svolgimento delle tradizioni, dei costumi e degli ordini sociali, possiamo citare il fatto che nelle nostre grandi città, il principio della famiglia si deteriora. Il matrimonio, che modera lo spirito dell’uomo a una sola donna, ha perso la sua importanza e le vite coniugali, non si basano che sulle passioni.

Sebbene in tutto questo, è piuttosto l’uomo che beneficia di questa libertà, pure la donna approva questo genere di rapporto, poiché lo considera meglio che restare nel suo angolo, senza compagno né confidente.

Sì, in un prossimo futuro, importanti spaccature appariranno nella vita coniugale. Con la crescita dei divorzi, l’uomo e la donna, entrambi vittime, semineranno gli squilibri nelle città. Così, il sistema coniugale prenderà tutta una nuova forma49

Esaminando parallelamente le realtà, lo spirito e la storia della nostra religione, ci si accorgerà che la civilizzazione occidentale non ha aggiunto niente al movimento rivoluzionario dell’Islam nel campo della libertà della donna.

L’Occidente vuole cambiare questa libertà in disordine.

Dal punto di vista dell’Islam, l’uomo e la donna sono stati creati per raggiungere un rango supremo e la perfezione spirituale. Contrariamente a ciò che sostengono i libri giudeo-cristiani falsificati: “Tra mille uomini uno solo è amato da Dio, ma tra le donne nessuna”173, l’Islam annuncia formalmente che l’uomo e la donna non hanno alcun vantaggio uno sull’altro: contano solamente la misericordia e le buone azioni.
Nel giorno del giudizio, ognuno riceverà il frutto di ciò che ha fatto. In breve, il perdono e la ricompensa sono stati annunciati ad entrambi.

Nel sistema islamico, l’uomo e la donna si completano.

“Il Signore rispose dunque al loro appello: in realtà, non lascerò perdere alcuna opera di voi che operate, uomini o donne, poiché gli uni valgono come gli altri” (Sacro Corano, Sura Ãli-°Imrān, 3:194).

Numerose sono le donne che, essendo virtuose e ragionevoli, hanno raggiunto gli alti gradi dell’umanità e l’apice della beatitudine. Al contrario, molti uomini sono caduti al più basso grado della miseria, poiché avevano seguito le loro passioni e trascurato ciò che la ragione loro dettava.

Dopo la comparsa dell’Islam, i diritti delle donne sono aumentati a tal punto che esse possono intervenire negli affari governativi. Il seguente passo, tramandato dai sapienti shi°iti e sunniti, ne è una prova:

“Un giorno, il secondo Califfo, Umar, si rivolse dall’alto del pulpito alla popolazione: ‘Se qualcuno accorda a una donna una dote più alta della somma stabilita dalla tradizione, cinquecento dirhams, io ne rimetterò il sovrappiù al tesoro pubblico’”.

Una donna fra i presenti protestò: ‘Quest’ordine è in contraddizione con il precetto divino che sostiene: “Se voi avete donato a una donna una somma elevata come dote, non ne riprendete niente” (Sacro Corano, 4:20).

Come potete dunque decretare un ordine contro la Legge Divina che permette di donare piú della dote tradizionale?’

Umar, che si rese conto del proprio errore, disse: ‘Un uomo si è sbagliato e una donna ha parlato con verità’”

Quando si paragona questo avvenimento e quelli dello stesso genere della situazione miserabile per le donne, nei tempi pre-islamici, ci si accorge facilmente a qual punto l’Islam considera importante la personalità e l’indipendenza delle donne; una donna protesta contro la decisione del Califfo e l’obbliga a proclamare in pubblico il suo errore e a rinunciare alla propria decisione.

Sì, è l’Islam che ha sradicato all’uomo il suo statuto di padrone della donna e che ha salvato la donna dalla schiavitù e dalla cattiveria, per elevarla a dei gradi superiori e per stabilire infine la sua eguaglianza con l’uomo, a livello umano.

La donna e l’uomo sono considerati come uguali nella misura in cui questa uguaglianza non sia in contraddizione con la loro natura. Ma là dove la differenza tra i due sessi è naturale, l’Islam riconosce anche questa differenza.

Il sommo Profeta (S) dichiarò:
“Il matrimonio di una donna che è stato semplice e il cui mahr (dote) poco elevato, conduce alla felicità e alla prosperità”

Senza alcun dubbio, in caso di controversie in seno alla famiglia, la donna il sui mahr (dote) risulta essere più elevato si mostrerà più dura e meno intransigente, cosa che può distruggere la famiglia. E’ chiaro che tali matrimoni hanno poche speranze di riuscire. “Un giorno, alcuni compagni del Profeta (S) si erano recati presso di lui. Soudain, una giovane donna entrò e dopo aver salutato l’assemblea dichiarò: ‘O nobile Messaggero, desidero sposarmi’. Il Profeta (S) si rivolse ai presenti e chiese: ‘Chi è pronto a prendere questa giovane donna come sposa?’. Uno fra loro rispose che era d’accordo. Il Profeta (S) gli chiese a quanto fissava la somma del mahr. ‘Io non ho niente’ rispose l’altro. Il Profeta (S) rifiutò.

La donna ripeté la sua domanda. Un giovane uomo si presentò, il quale non aveva né alcun bene né ricchezze. Il Messaggero gli chiese se sapeva leggere il Sacro Corano. La risposta fu affermativa. Allora il Profeta (S) gli concesse la mano di questa donna a condizione che le insegnasse il Sacro Corano”.

I problemi finanziari non vengono dunque considerati per l’Islam come ostacoli al matrimonio.

“Unite in matrimonio quelli che onesti fra di voi son celibi. Se son poveri, certamente Dio li arricchirà della sua grazia” (Sacro Corano, Sura Ãli-°Imrān , 24:32)

Senza alcun dubbio, il bisogno obbliga l’uomo a lavorare e quando questi ha assunto la responsabilità della sua famiglia, per pervenire ai propri bisogni e a quelli della sua famiglia, egli li aggiungerà ai suoi sforzi e alla sua attività. Il matrimonio può dunque essere considerato in questo modo come un fattore di progresso nella vita. Ma nei paesi civilizzati dell’Occidente, è la dissolutezza sessuale che disinteressa i giovani dalla vita coniugale.

La propagazione e la diversificazione dei mezzi della scostumatezza e la libertà illimitata hanno cambiato il corso della vita dei giovani, il livello della deviazione è salito tra loro molto rapidamente. Il ribasso del livello dei matrimoni così come la crescita delle turbolenze familiari e dei divorzi provano che le basi della vita familiare si sono sgretolate in Occidente.

Nel 586 d. C., in seguito ad alcuni dibattiti sulla donna, l’episcopato francese decretò: “La donna è un essere umano, ma ella è stata creata per servire l’uomo50”.

Non molto tempo fa, le leggi dei paesi europei civilizzati privavano ancora le donne di ogni diritto di proprietà.
“Secondo la legge promulgata in Inghilterra, verso il 1850, le donne non venivano considerate come cittadini e non avevano alcun diritto di proprietà. Anche gli abiti non appartenevano loro. Secondo l’ordine decretato in Inghilterra da Enrico VIII, le donne non avevano il diritto di leggere i libri santi51”.

Nel 1882, una legge venne promulgata in Gran Bretagna secondo cui un privilegio senza precedenti fu accordato alle donne: acquistarono il diritto di spendere il denaro che guadagnavano a loro modo. Non erano più obbligate a darlo ai loro mariti.

l’Islam ha concesso circa da quattordici secoli l’indipendenza economica e ogni sorta di diritti di proprietà alla donna, senza che l’uomo possa intervenire. Esso ha donato alla donna il diritto di possedere i beni che ottiene tramite il commercio, il lavoro, ecc. … o che riceve in dono, senza aver bisogno dell’autorizzazione di suo marito o di chicchessia. E’ uno dei punti di cui l’Islam va fiero.

“Agli uomini la parte che si guadagneranno, e alle donne la loro parte guadagnata” (Sacro Corano, Sura an-Nisā', 4:32).

Oltre al diritto alla proprietà, l’Islam assicura alla donna l’indipendenza, la libertà e il rispetto nel matrimonio, che è il più importante avvenimento della sua vita. Esso le dona questo diritto in maniera assoluta e in questo ella può scegliere il proprio uomo.

Questi diritti e questi privilegi, che gli europei non hanno ottenuto che recentemente, secondo la necessità e tramite delle pressioni, l’Islam li ha concessi già da parecchi secoli, senza che gli venisse imposto.

Non vi è dunque alcun problema, concernente l’onore e la vita della donna, che l’Islam non abbia risolto nel migliore dei modi.

L’Islam è il sistema che lotta contro la povertà e l’ingiustizia e che divide equamente le ricchezze, tra le diverse classi sociali.

Non permette che l’ingiustizia sociale schiacci l’uomo sotto il peso della tortura, della privazione e della frustrazione e che lo possano, riscoprendone i suoi complessi interiori, condurre a sfogarsi sulla sua donna e sui suoi bambini, e che la donna, dalla paura di essere ridotta alla miseria, eviti di rivendicare i propri diritti.

La situazione della donna nel mondo civilizzato si è aggravata, poiché ella viene qui considerata come un mezzo di soddisfazione degli istinti animali dell’uomo.

Le si utilizza per le pubblicità, per vendere dei prodotti, o come distrazione, al cinema e alla televisione. La sua virtù e la sua saggezza non contano.

La maggior parte delle donne virtuose e sapienti vengono ignorate. Il rispetto, la celebrità e i grandi benefici appartengono alle donne che si considerano delle artiste, mentre esse non sono mai state alle origini di qualunque opera essa sia. Esse commettono in nome dell’arte tutto ciò che è contro la virtù, la misericordia e l’onore.

Ecco le lamentele di un dotto americano a proposito dei capricci e delle deviazioni della società attuale, della trivialità del suo ambiente:
“Nel mondo di oggi, una donna che si mostra nuda in pubblico, guadagna un milione di dollari. Un uomo che può ucciderne un altro con un solo pugno, ne guadagna mezzo. Ma se qualcuno sbiancasse i suoi capelli per salvare milioni di esseri umani, gli tocca a malapena qualcosa per vivere”
Il professor Albert Canely, professore di psicologia, scrive in un articolo molto interessante:
“Quando nel 1919, le donne combattenti inglesi lottavano per ottenere il diritto d’accedere in parlamento, non avevano paura né della morte né della prigione. Nessuno avrebbe potuto immaginare che questa libertà che esse rivendicavano degenerasse a tal punto, mezzo secolo più tardi tra le mani dei loro piccoli figli, e che esse avrebbero scosso completamente la personalità e il rango sociale della donna.

Se queste combattenti fossero ancora vive, avrebbero probabilmente organizzato degli incontri e delle manifestazioni per privare le donne di questa libertà, poiché questa esperienza di cinquant’anni ha dimostrato che ottenendo una tale libertà, le donne hanno sacrificato il rispetto e la situazione che avevano in precedenza52”.

Il Divorzio nell’Islam

Precisiamo innanzitutto che il divorzio è contrario alle leggi della creazione. Quando in una società aumenta il livello dei divorzi, ciò prova che questa società ha deviato dalla via naturale della vita.

Dato che la separazione dell’uomo e della donna a causa del divorzio porta un colpo duro e irreparabile ai bambini, numerosi sociologi e psicologi credono che bisognerebbe vietare il divorzio, eccetto in casi eccezionali. Occorre mostrare rigore a questo proposito, perché la gente non si permetta di divorziare facilmente.

Ma che bisogna fare quando una coppia arriva a non comprendersi più? Deve sopportare per sempre questo disaccordo e litigare ad ogni occasione?

O bisognerebbe forse proporre la separazione come unica soluzione?

Quale di queste due possibilità è più ragionevole per salvare la famiglia dall’inferno delle controversie e dei litigi?

Contrariamente al Cristianesimo che ha proibito il divorzio, l’Islam concede di sciogliere i legami sconvenienti.

Giacché in tal caso, se l’uomo e la donna non si dividono, la loro vita sfocerà palesemente in un fallimento e nulla si aggiusterà. Occorre dunque arrendersi all’evidenza e far ricorso al divorzio sebbene questa soluzione sia la più detestata da Dio.

Forse anche questa separazione potrebbe svegliare nell’uomo e nella donna un desiderio di ricominciare una nuova vita.

D’altra parte, limitando i mezzi della donna a ricorrere al divorzio, l’Islam ha voluto in effetti mantenere un certo ordine. E’ certo che se i due componenti di una coppia hanno il potere di divorziare, vi saranno due volte in più delle chances che questo giunga, e il matrimonio, che può essere rotto da entrambe le parti, scuoterà la fiducia di entrambi. Allora è meglio che solo chi dei due è più ragionevole e più resistente di fronte alle difficoltà, e che subirebbe il maggior danno a causa del divorzio, dovendo pagare il mantenimento e avendo in carico i figli, abbia questo diritto.

Alexis Carrel afferma:
“L’insieme delle cellule dell’uomo e della donna così come l’insieme dei loro organi e soprattutto i loro sistemi nervosi contengono i semi dei loro sessi. Gli esperti di insegnamento e dell’educazione devono tener conto delle differenze organiche e psicologiche dei due sessi così come dei loro ruoli naturali; non bisogna assolutamente dimenticare questo punto importante nella struttura futura della nostra civilizzazione. E’ perché viene trascurato questo fatto che i partigiani dei movimenti femministi pensano che i due sessi possano essere educati e cresciuti nella stessa maniera o che possano avere le medesime occupazioni53”.

Tenuto conto del suo temperamento, la donna potrebbe porre un termine alla sua vita coniugale con un semplice pretesto.

L’Islam ha accordato ogni sorta di facilità per formare una famiglia e ha rimosso tutti gli ostacoli, ma, anche, ha rigorosamente complicato il divorzio. Il suo scopo è la serenità dei cuori, la salvezza delle coscienze e l’armonia tra l’uomo e la donna.

L’Islam prova dunque in primo luogo a rinforzare il più possibile i legami coniugali, a meno che non vi sia più speranza di accordo.
Il Sacro Corano dice agli uomini:

“Comportatevi convenevolmente nei loro confronti. Se provate avversione verso di loro, voi provate disprezzo nei confronti di una cosa in cui invece Dio ha posto un gran bene!” (Sacro Corano, Sura an-Nisā',4:19).

E alle donne ha detto:

“Se una donna teme l’infedeltà o l’indifferenza di suo marito, allora non sarà male per essi che si mettan d’accordo fra loro, in pace, poiché la riconciliazione è la miglior cosa” (Sacro Corano, Sura an-Nisā', 4:128)

Gli esperti musulmani hanno sempre biasimato e sconsigliato il divorzio:

“Se una donna chiede il divorzio senza una ragione valida, Dio la priverà della Sua Misericordia54

“Sposatevi, ma non divorziate, poiché il divorzio fa tremare il trono di Dio55

Nell’Islam, esistono leggi che impediscono l’uomo di approfittare del suo potere di divorziare.

Il tribunale della famiglia è una innovazione dell’Islam per risolvere le crisi familiari. Innovazione cui gli europei non sono ancora giunti.

I due congiunti scelgono ognuno, due tra i loro parenti, competenti nel campo dell’arbitrio, per provare a risolvere i problemi.

Le motivazioni differenti vengono esaminate dai parenti che, essendo tali, possono entrare nell’intimità delle parti in diatriba e ascoltare le loro confidenze senza che questi ultimi ne risentano di qualche disonore, poiché i responsabili di questi tribunali sono rispettati dal marito e dalla moglie, le loro proposizioni saranno accettate nella maggior parte dei casi.

“Se in una coppia temete la separazione, convocate un arbitro dalla famiglia di lui e uno da quella di lei. Se la coppia ricerca la conciliazione, Dio ristabilirà l’accordo tra loro. Dio è indulgente e misericordioso!” (Sacro Corano, Sura an-Nisā', 4:25)

Solo quando ogni sforzo di riconciliazione risulterà inefficace, la coppia potrà divorziare.

Questo non è il caso dei tribunali pubblici che, intervenendo nelle divergenze familiari, non fanno che contribuire all’oscuramento delle relazioni della coppia e li portano alla separazione.

Giacché il dovere del tribunale, è di esaminare i motivi e le prove delle parti in causa, nel quadro di leggi rigide, e di dare ragione a quelle prove che saranno più convincenti.

D’altra parte la rivelazione dei segreti familiari, in pubblico, nei tribunali, per la difesa, ferisce i sentimenti delle due parti e porta un colpo alla loro personalità e al loro onore. La crepa non cessa dunque d’allargarsi.

“La presenza di due persone sincere fa parte delle condizioni del divorzio”. (Sacro Corano, Sura an-Nisā', 4:35)

Il divorzio verrà dunque annullato senza la presenza di queste due persone, mentre per sposarsi, non esiste alcuna condizione, poiché l’Islam non vuole che vi sia alcun ostacolo al matrimonio, per questo che rende difficile la separazione e facile la riconciliazione.

L’ultima misura che ha preso l’Islam per ristabilire i legami coniugali, è di interdire all’uomo di cacciare da casa sua la donna ripudiata, essendo il termine del periodo di tre mesi e più; la donna, da parte sua, non ha il diritto di lasciare la propria casa a meno che questo non sia necessario.

“O Profeta (S)! Quando divorzierete le vostre donne, divorzierete allo spirare del periodo d’attesa. Contate bene questo periodo e temete Iddio signor vostro; non le scacciate dalle loro case, ed esse non ne escano se non quando abbian commesso qualche manifesta turpitudine. Questi sono i termini di Dio. E chi oltrepassa i termini di Dio tiranneggia se stesso. Tu non sai: può darsi che Iddio produca, in seguito, qualche evento che porti alla riunione” (Sacro Corano, Sura at-Talāq, 65:1).

Senza dubbio durante il periodo dei tre mesi, vi sono molte opportunità che l’uomo cambi parere e che si penta di aver divorziato. Può darsi che l’uomo cambi idea e che la coppia si riconcili.

Durante questo lasso di tempo, il ristabilimento dei legami coniugali non necessita di alcuna cerimonia particolare. Accade spesso che le persone prendano decisioni affrettate, sotto l’influenza di diversi fattori, senza aver esaminato abbastanza la questione. La complicazione del divorzio obbliga dunque a pensare con sangue freddo. Sono questi ostacoli e queste condizioni che limitano il numero dei divorzi. E’ dunque chiaro che l’Islam si sforzi più di ogni altra dottrina a conservare i legami coniugali e che non lasci più posto a coloro che avrebbero pretese di riforma.

L’Islam protegge la donna nel caso in cui i suoi diritti fossero minacciati e ha previsto i mezzi per metterla a suo agio in tali condizioni, al fine che possa evitare di proseguire la sua vita in un ambiente favorevole.

Quando il matrimonio è concluso, la donna può porre le seguenti condizioni: se l’uomo la maltratta e non va d’accordo con lei, o che egli rifiuti di pagare le dispense della famiglia, o che viaggi, o quando prende un’altra donna, ella può ottenere il divorzio assumendo un avvocato.

La donna viene indocile a suo marito, sia nel campo sessuale o altro, fino a che quest’ultimo sia obbligato a divorziare.

Quando il marito non ha i mezzi per pagare le dispense o si rifiuta di pagarle, o se si astiene dall’avere relazioni sessuali con sua moglie, quando si rifiuta di soddisfare qualsiasi altro bisogno della sua donna, quest’ultima potrà far ricorso alla giustizia. Nel caso in cui il suo lamento sarà giustificato, il giudice islamico obbligherà l’uomo a essere giusto, ad accordarsi con la sua donna e a rispettare i suoi diritti. Nel caso in cui il marito rifiuti, dovrà divorziare.

Nel caso in cui l’uomo accusasse sua moglie di immoralità o che egli rinnegasse il proprio figlio, ella può portare lamentela alla corte islamica. Nel caso in cui il marito non potesse provare le sue pretese essi verranno separati secondo la legge, sull’ordine del giudice islamico.

Se le due parti sono in disaccordo l’una con l’altra, il divorzio verrà effettuato senza alcuna difficoltà. La donna rinuncerà alla sua dote nuziale e l’uomo non dovrà più pagare le spese della dilazione dei tre mesi.

Nel caso in cui il marito se ne andasse e non si sapesse più nulla di lui, e che la donna si trovasse in difficoltà per il mantenimento della famiglia o altro, in questo caso, ella può ricorrere al tribunale e chiedere il divorzio. Il giudice annullerà, dopo le cerimonie legali, il matrimonio.

Così, se la donna odia suo marito, al punto tale che la vita comune diventa insopportabile, ella può ottenere il suo consenso per il divorzio rinunciando al suo dono nuziale o aggiungendovi qualche cosa.

“E non vi è lecito riprendervi nulla di quel che avete loro dato, a meno che ambedue non temano di non poter osservare le leggi di Dio; e se temono di non poter osservare le leggi di Dio, non sarà peccato se la moglie si riscatterà pagando una somma…” (Sacro Corano, Sura al-Baqara, 2:229)

L’Islam tiene in considerazione i sentimenti della donna.

In certi casi, quelli che sono enumerati dai dottori in religione, la donna può annullare il matrimonio anche senza il consenso del marito.

Questa libertà esagerata presso gli occidentali, per il divorzio, è senza alcun dubbio la reazione naturale al fatto che il divorzio veniva rigettato dai cristiani. E’ il rigore della Chiesa che ha fatto sì che i governi abbiano ufficialmente riconosciuto il divorzio.

In Francia, per esempio, il divorzio veniva proibito secondo i precetti cristiani fin prima della rivoluzione del 1789, poi, dalla redazione dei nuovi diritti civili, nel 1804, è stato legalizzato, su richiesta del popolo. Però, essendo aumentato il numero dei divorzi molto rapidamente, è stato annullato dopo soli dodici anni, nel 1816, sotto pressioni della Chiesa. Ma sotto una nuova ondata di pressioni popolari, il governo ha dovuto legalizzare ancora una volta il divorzio, nel 1884, tuttavia con alcune restrizioni.

L’uomo e la donna hanno il diritto di divorziare nei seguenti casi:

Se commettono un delitto, che li conduca in prigione a vita o li condanni alla pena di morte, all’esilio, alla privazione dei propri diritti sociali, ad una pena provvisoria con lavori forzati.

Se uno dei due commette adulterio. Ma la donna non ha il diritto di divorziare se suo marito ha commesso adulterio a casa propria!

Ecco come viene provato il tradimento della donna. Fate bene attenzione:

“Le prove del tradimento devono convincere la legge. Di questo fatto, se l’uomo e la donna vogliono separarsi, essi devono essere d’accordo a proposito della terza parte, che dovranno assumere in merito. Quindi, al tempo opportuno, quando la donna dorme con questa persona, suo marito condurrà la polizia per provare che la sua donna lo tradisce.

Così, la polizia accompagna il marito nel luogo previsto e una volta che la donna viene vista in uno stato di adulterio, il tradimento è provato e il divorzio potrà essere effettuato56”.

Notate come questo diritto sia anch’esso fonte di immoralità. Questo mondo civilizzato dà da una parte il diritto alla persona di partecipare agli affari sociali e politici, ma d’altra parte, si burla del suo onore e della sua dignità, in una maniera ignobile, e prova così il suo pudore.

Nel caso in cui uno dei congiunti insulti l’altro, o lo maltratti, o in una caso similare.
Attualmente, in Francia, in Portogallo e in Italia, la separazione fisica è assai corrente: se un uomo e una donna desiderano separarsi, devono vivere ognuno separatamente per qualche tempo, tre anni al massimo. Sebbene nel corso di questo periodo, la donna viene dispensata dall’obbedienza e l’uomo dalle spese di sussistenza, ciononostante, la coppia resta apparentemente al suo posto.

Dopo ciò, se i congiunti si rifiutano di riprendere la loro vita comune, allora giunge il divorzio.
Questa libertà illimitata, in ciò che concerne la dissoluzione dei legami coniugali e il diritto eguale al divorzio per l’uomo e la donna non ha fatto che scuotere i pilastri della famiglia; le conseguenze non sono state che amare e disastrose. Le donne si permettono di sbarazzarsi dei loro mariti non importa in quale occasione, con dei semplici pretesti e quando lo gradiscono. A dire il vero, il mondo occidentale ha commesso un crimine piuttosto che rendere servizio alle famiglie e alle donne.

L’aumentare del numero dei divorzi effettuati sulla domanda delle donne nei Paesi in cui le donne hanno il diritto di divorziare, e i pretesti che presentano, confermano precisamente il punto di vista dell’Islam.

Secondo le statistiche rilevate dai membri di un’assemblea formata a Strasburgo, il 27% dei divorzi effettuati nell’ultimo anno, in Francia, avevano come causa l’eccessivo attaccamento alla moda delle donne. In Germania, questa cifra raggiunge il 33% e in Svezia il 18%.

Ecco la sorte nefasta delle famiglie quando la donna detiene direttamente il diritto di divorziare.
Inoltre:
“L’anno scorso, in Francia, il bilancio dei divorzi si è alzato a tremila e siccome questa cifra non cessa di aumentare ogni anno, la federazione delle famiglie francesi ha chiesto al governo di ristabilire la legge speciale del 1941, abolita nel 1945. Da questa legge, il divorzio viene strettamente interdetto nei primi tre anni di matrimonio. Questa stessa legge viene applicata in Inghilterra con questa sfumatura, con due eccezioni:

- troppa violenza da parte dell’uomo;
- immoralità eccessiva della donna57

Lo scrittore statunitense Leson scrive:

“Ogni persona con un minimo di ragione dovrebbe soffrire di questo catastrofico tasso di divorzi e pensare a rimediare. La cosa che sorprende di più è che l’80% dei divorzi vengono effettuati dietro richiesta delle donne. E’ dunque là che dobbiamo ricercare la causa e limitarla”58

Voltaire sostiene che la legge sul divorzio è nell’Islam, la più completa e la migliore:
“Muhammad era un saggio legislatore che voleva salvare l’umanità dalla miseria, dall’ignoranza e dalla corruzione.

Per realizzare il suo voto, ha tenuto conto degli interessi di tutti, donne e uomini, piccoli e grandi, sani e folli, neri e bianchi, gialli e rossi.
Non ha mai cercato di aumentare il numero delle concubine o delle spose. Al contrario ha limitato a quattro il numero illimitato delle donne che possono condividere il letto dei re e dei governanti dell’Asia.

I suoi precetti, in ciò che concerne il matrimonio e il divorzio, sono ben al di sopra di quelli del cristianesimo. Forse altra legge è stata promulgata più completa di quella dell’Islam, sul divorzio?59”.

Il Matrimonio Temporaneo

Il diritto islamico, in piena armonia con lo spirito di giustizia e il benessere sociale, di una nobiltà e profondità notevoli, è veramente degno di soddisfare i bisogni dell’epoca contemporanea.

Le leggi concernenti il matrimonio e la famiglia, nell’Islam, sono assai avanzate e superiori a quelle delle altre religioni e dottrine.

L’Islam e il cristianesimo si differenziano anche in ciò che concerne il problema del matrimonio. La Chiesa pone rigorosamente ostacolo al matrimonio quanto l’Islam tenti di favorirlo. Per i cristiani, il matrimonio era cosa mal vista mentre veniva incoraggiato il celibato. Le autorità cristiane non fanno che seguire attualmente i loro predecessori ed è una questione recentemente dibattuta presso il grande congresso del Vaticano.

Dopo lunghi negoziati e scambi di opinioni, venne deciso che il matrimonio, come in passato, deve essere sconsigliato e che la Chiesa non potrà render prova di alcuna tolleranza nei confronti di questo argomento.

Evidentemente, se vengono ostacolati gli istinti sessuali più radicati nell’uomo e che non si possano soddisfare correttamente, essi si manifesteranno sotto forma di devianza sessuale. E’ nello stesso pensiero che questi metodi del Cristianesimo conducono all’origine dell’espansione vergognosa della dissolutezza e delle devianze sessuali del mondo cristiano.

Volendo fuggire la repressione sessuale, le genti della Chiesa sono livrate alla frenesia, hanno calpestato tutti i principi, per provare la libertà.

Il fatto che l’Islam incoraggi i giovani al matrimonio, fin dai primi momenti della pubertà, prova che esso si sforzi di condurre questa energia sessuale, con attitudine umana e non animalesca.

L’esistenza degli istinti sessuali presso l’uomo è un fatto innegabile; l’Islam riconosce dunque che egli deve soddisfare i propri bisogni e considera ciò come un onore.

“L’amore per la donna, secondo l’istinto, e l’affetto per i bambini, sono decori per gli uomini” (Sacro Corano, Sura Ãli-°Imrān, 3:12).

Quattordici secoli fa, l’Islam, allo scopo di porre fine alla corruzione che, attualmente ha invaso il mondo, autorizzava il matrimonio temporaneo a seconda delle necessità sociali. Ha così combattuto la lordura e stabilito il bene e tutto ciò che è conveniente alla società.

Prima dell’avvento dell’Islam, la prostituzione e le relazioni illegittime erano naturali e cosa corrente. Le case di prostituzione erano aperte al pubblico. Il Profeta (S), allo scopo di riformare il pensiero, i costumi e gli usi delle genti e al fine di impedire la dissoluzione sessuale e l’adulterio, ha autorizzato il matrimonio temporaneo, ed è grazie a questa legge che egli ha guidato gli istinti sessuali verso la buona strada.

Un araldo, proclamava in nome del Profeta (S):
“O genti, il Profeta (S) vi autorizza al matrimonio temporaneo. Utilizzate dunque sani mezzi per soddisfare i vostri istinti sessuali al posto di lanciarvi nella dissolutezza sessuale e nell’adulterio60”.

Secondo questa legge, l’uomo e la donna, senza doversi sottomettere a un impegno permanente, al matrimonio perpetuo, possono concludere legami coniugali provvisori e rispettare la coniugalità fino al termine dell’accordo. Sebbene questo genere di matrimonio non abbia gli eredi, e che l’uomo non debba assicurare la sussistenza in nutrimenti, vestiario e alloggio della donna, la maggior parte dei regolamenti del matrimonio perpetuo devono essere rispettati.

Una donna che si lega con un uomo viene realmente considerata come sua sposa. I regolamenti del matrimonio lo concernono ed ella gode di alcuni diritti. Il Sacro Corano dice:

“Le donne che prendete in matrimonio temporaneo, ricompensatele con compensi onorevoli” (Sacro Corano, Sura an-Nisā', 4:28)

Ciò che fa la differenza, tra il matrimonio perpetuo e temporaneo è dunque praticamente la durata.

Anche la progenie ne ha lo stesso carattere. I bambini frutto di un matrimonio temporaneo beneficiano degli stessi diritti di quelli di un matrimonio ordinario.

Se la corruzione non cessa di espandersi, è principalmente perché quelli che non hanno i mezzi per sposarsi non hanno più accesso al matrimonio temporaneo, nella loro società.

Soprattutto il problema del viaggio all’estero per diverse ragioni, come il commercio, gli studi, o per ragioni di ordine nazionale, militare e anche per divertimento, fanno parte delle necessità della vita; il matrimonio o il solo fatto di dover portare la propria donna e i propri bambini in viaggio, sono cosa difficile se non impossibile.

Tenuto conto del fatto che occorre soddisfare il proprio istinto, anche nelle condizioni e situazioni particolari, come per i giovani che viaggiano per ragioni di commercio, di studi …ecc. vi è dunque un altro mezzo oltre al matrimonio temporaneo per risolvere questo problema?

Questa legge all’avanguardia, applicata correttamente, potrà venire utilizzata come un mezzo efficace per lottare contro la dissoluzione, la corruzione e ogni altra deviazione sociale.
Così, le case di prostituzione e i centri di stravizio verranno chiusi, i costumi pubblici meglio rispettati e molte donne, che hanno preso una brutta strada, saranno salvate.

Alcuni ignoranti, attraverso la loro propaganda falsificante, provano a dare al matrimonio temporaneo un’altra forma e a presentarlo in altro modo rispetto quello che è realmente.

Per impedirglielo, bisogna procedere ad una educazione morale a livello generale, cosa cui si impegna in gran modo l’Islam.

Inoltre, ogni infrazione alle leggi deve essere punita, altrimenti, queste leggi non avranno alcun effetto. I renitenti devono essere corretti.

Il quinto Imam dichiarò, citando Alì (che la pace di Dio sia su di lui):
“Se il secondo Califfo non avesse proibito il matrimonio temporaneo, nessun musulmano, salvo che non fosse veramente vile e ignobile, avrebbe commesso adulterio61

Poiché secondo le celebri dichiarazioni del secondo califfo, Umar, il matrimonio temporaneo veniva praticato all’epoca del Profeta (S):
“Vi sono due cose che venivano praticate al tempo del Profeta (S), che vieto e punisco: l’Hajj non obbligatorio (eseguire più di una volta il pellegrinaggio alla Mecca) e il matrimonio temporaneo62”.

E’ evidente che Umar ha deciso ciò in base ad una opinione personale. Numerosi sono stati i fedeli che non hanno attribuito alcuna importanza a questa sanzione di Umar.

Come coloro che rigettavano il matrimonio temporaneo, vogliono risolvere il problema della nostra società investita da ogni parte da fattori di discordia e provocazione, tali che le riviste e i film immorali, i programmi ignobili della radiotelevisione e il trucco provocano delle donne mezze nude, che minacciano in ogni istante i giovani di caduta morale e di dissoluzione, e che pongono i giovani virtuosi in una condizione pericolosa? Possono i giovani controllarsi davanti alle loro passioni? Possono resistere ai loro desideri sessuali, nei periodi critici della giovinezza, che raggiungono il loro parossismo, a causa delle scene provocanti che vengono offerte alla loro visione? Possono dar prova di pazienza e sopportare tutte queste difficoltà?

Dobbiamo autorizzare la prostituzione, questo flagello che oggi divora il mondo? L’uomo deve lasciarsi trascinare liberamente dalle sue passioni bestiali, nella confusione del mondo animale e gettarsi nella lussuria?

Il Sacro Corano recita:

“Volete voi cambiare il migliore con il meno buono?” (Sura al-Baqara, 2:61).

O allora, varrebbe meglio applicare la legge del matrimonio temporaneo per quei milioni di donne divorziate, nubili o vedove, che per assicurare la loro sussistenza, vivono nella miseria, siano salvate e che possano condurre la propria vita convenevolmente?

Ammettiamo che queste donne possano assicurarsi, lavorando, la loro sussistenza. Ciò potrà però soddisfare i loro sentimenti e gli aspetti spirituali della loro vita? Questa sussistenza potrà donare loro una sola risposta convincente alla propensione dei loro cuori e al loro attaccamento di fronte all’uomo? Se i loro sentimenti innati e i loro istinti sessuali vengono repressi e che i desideri brucianti del loro essere non vengono convenevolmente soddisfatti, queste tendenze possono manifestarsi presso di loro sotto forma di devianze che sfoceranno nella bruttura e nella caduta.

Ai nostri giorni, nei paesi occidentali, le relazioni illegittime tra uomo e donna hanno praticamente rimpiazzato il matrimonio temporaneo. La società si trova di fronte a un disordine sessuale.

I grandi pensatori occidentali, osservando questa deplorevole situazione così come l’espansione della prostituzione, hanno risentito lo stretto bisogno di applicare il matrimonio temporaneo.

Il filosofo Bertrand Russel scrive:
“Nel mondo di oggi, la necessità e le difficoltà fanno che contrariamente a ciò che noi speriamo, i giovani si sposino tardi. Centoventi anni fa, per esempio, uno studente terminava i propri studi a diciotto o vent’anni ed era pronto a sposarsi dall’inizio della pubertà, quando le pressioni degli istinti inizia a farsi sentire. Molto poco numerosi erano quelli che non erano pronti al matrimonio, in ragione dei loro studi scientifici e specializzati, prolungati fino all’età di trenta o quarant’anni.

Ma oggi, chi studia, inizia i propri studi scientifici e industriali specializzati a vent’anni.
Una volta terminati i loro studi, essi cercheranno dapprima di assicurarsi i mezzi di sussistenza, ed è solamente a trentacinque anni che possono permettersi di sposarsi.

Così i giovani d’oggi sono obbligati a superare, tanto nel bene quanto nel male, un lungo periodo tra la pubertà e il matrimonio; periodo molto critico, in cui gli istinti sessuali si manifestano e non cessano di svilupparsi e in cui i giovani devono difficilmente resistere contro le passioni e le ingannevoli apparenze della vita.

Se noi trascuriamo questo lungo periodo così determinante nell’ordine sociale, non vi sarà alcuna conseguenza che la propagazione della corruzione e la negligenza della salute della generazione, della morale e dei principi che esistono tra uomo e donna, nella società. Che fare dunque?
La cosa più ragionevole sarebbe promulgare una legge che autorizzasse una sorta di matrimonio temporaneo per i giovani, senza che i problemi della vita familiare e del matrimonio perpetuo siano loro imposti. Per diminuire così il numero degli atti illegittimi e l’infrazione alle leggi.

Dilian Van Loom, un professore universitario statunitense afferma:
“L’esperienza e le leggi psicologiche hanno provato che gli uomini e le donne, dopo un periodo della loro vita coniugale, non hanno più attrazione uno per l’altro, ed è per questo che sono vittime delle devianze sessuali.
Come mostra il bilancio, il 65,3% degli uomini sposati tradiscono le mogli (in Occidente). Il governo deve dunque autorizzare il matrimonio temporaneo, grazie al quale l’uomo e la donna si scelgono e vivono insieme per il tempo che desiderano allo scopo di porre fine a queste devianze e per alleggerire il peso della vita coniugale63

La Poligamia

Le leggi promulgate per l’ordine sociale saranno perfette, armoniche e benefiche quando saranno in armonia con i bisogni innati dell’uomo e le tradizioni della creazione, e potranno prevedere l’insieme dei bisogni umani, tenendo conto di ogni aspetto e forma di ogni società; giacché in caso contrario, non potrebbero durare, e verrebbero rigettate dalla società, che non potrebbe accettarle in maniera naturale.

Le leggi islamiche sono universali. L’Islam invita tutte le comunità a seguire per sempre queste tradizioni globali e questi principi di armonia. E’ per questo motivo che ha soddisfatto in ogni epoca i bisogni di differenti società e che gli alti e bassi della storia non hanno potuto e non potranno farlo scomparire. Esso non perderà il suo valore e la sua freschezza, finché l’uomo esisterà su questo pianeta.

Tra le armi di propaganda della Chiesa e dei cristiani utilizzate contro l’Islam, possiamo ricordare il problema della poligamia. La Chiesa, al fine di mantenere la propria situazione instabile, suggerisce alle genti ignoranti che la poligamia è una legge che opprime la donna, poiché gli uomini possono sposare delle donne quanto ne desiderano, senza che alcuna condizione sia loro imposta.

Nei tempi pre-islamici, la poligamia era praticata in diverse comunità. Presso alcune era anche segno di distinzione e di nobiltà.

Lo studio della storia dei Profeti e dei loro libri celesti testimonia che la poligamia veniva praticata anche presso le religioni precedenti l’Islam.

“In Cina, per esempio, secondo la legge del “Liki”, ogni uomo aveva il diritto di avere fino a centotrenta donne. Presso i giudei, l’uomo aveva il diritto a parecchie centinaia di donne64”.
Ricordiamo in proposito che Ardeshir Babakan65 e Carlo Magno avevano ognuno quattrocento donne circa nei loro harem.

Il Vangelo non si oppone più a questo argomento, rispetto alla Torah che ha prescritto la poligamia, e conserva il silenzio. E’ per questo che veniva praticata nell’Europa cristiana, fino al tempo di Carlo Magno Imperatore d’Occidente nell’ottavo secolo dopo Cristo.

Ma è nel corso del regno di questo stesso Imperatore che la poligamia venne abolita dalla Chiesa, in tutto il mondo cristiano. Gli uomini che avevano parecchie donne furono dunque costretti a detenerne legittimamente una soltanto. E’ questa stessa proibizione che è all’origine della depravazione dei costumi presso i cristiani. Gli uomini che avevano una sola donna, cadevano sempre nella dissolutezza e nella corruzione.

La poligamia praticata dalle diverse tribù arabe, all’epoca del Jahiliyyah (l’ignoranza), era delle più rudi. L’uomo, senza tener conto delle sue condizioni finanziarie e dell’eguaglianza sposava più donne. Trovava naturale schernirne i legittimi diritti delle donne. La volontà assoluta degli uomini aveva loro reso dura la vita.

L’Islam pose un freno a questi eccessi, a questo disordine e a questa corruzione, accettando la poligamia sotto precise condizioni.

Secondo le necessità naturali della società e tenendo conto degli interessi dell’uomo e della donna, limitò il numero delle spose a quattro.

L’Islam non ha legalizzato la poligamia per soddisfare i desideri illimitati degli uomini. Ciò deve farsi in particolari condizioni.
Sappiamo che la poligamia, nell’Islam, non è un principio. Questa legge mira infatti a prevenire i molteplici pericoli che minacciano la società. Occorre a volte subire un danno per evitarne uno più grave.

Inoltre, la poligamia non è un obbligo per i musulmani. Non è peccato avere una sola donna, anche se si possiedono i mezzi per sposarne di più e se si è capaci di trattarle tutte con equità.

Allo stesso modo l’Islam ha dato la libertà alle donne di non procedere a questa forma di matrimonio se esse non lo consentono. La poligamia nell’Islam non porta solamente attenzione all’onore della donna, ma al contrario, esse possono approfittarne in caso di necessità, per migliorare la loro situazione – se è cattiva – per non dover sopportare la solitudine e le privazioni.

Se il numero degli uomini e delle donne che sono disposte al matrimonio è uguale, ogni uomo non ha diritto che ad una sola donna. La poligamia viene dunque annullata, a meno che le condizioni sociali particolari non la rendono necessaria. Giacché se questo equilibrio viene distrutto e il numero degli uomini disposti al matrimonio viene ridotto in rapporto a quello delle donne, quale sarà la sorte delle donne in più?

Essendo l’uomo il più esposto al pericolo, a causa della guerra, dei lavori pesanti, ecc., è più prossimo alla mortalità rispetto alla donna. Il numero di queste ultime risulta ben dunque superiore. E’ questo che mostrano le statistiche.

Secondo le statistiche, le donne sono nel mondo in maggioranza. Questo è legato a diversi fattori e fenomeni sociali che sono sempre esistiti. E’ una verità che nessuno può negare.

“In Francia, le statistiche mostrano che se cento ragazze vengono al mondo, centocinque maschi nascono nello stesso tempo. Ma il numero delle donne sorpassa però di un milione settecentosessantacinquemila quello degli uomini, sebbene la popolazione francese non oltrepassi i quaranta milioni.

Il motivo è che il sesso maschile resiste meno di quello femminile alle malattie; così il 5% fra loro muoiono prima dei 19 anni. Il numero di uomini diminuisce ancora, a partire dai 25 anni. A 65 anni non restano dunque che 750mila uomini per un milione e mezzo di donne66

“Esistono attualmente negli Stati Uniti ventimila ragazze che non sono sposate, e che, non trovando marito, sono vittime della droga o di altri vizi67

Il professor Peter Madawar, professore di zoologia e in analisi comparata all’Università di Londra, scrive a conferma della teoria sopra esposta:
“E’ per questo motivo e per altri, che il numero degli uomini diminuisce in rapporto a quello delle donne68

La donna, risente del bisogno di avere un congiunto, di fare dei figli e di crescerli, bisogno che non può essere soddisfatto che attraverso la via di legami coniugali legittimi. Il conforto materiale non può da solo renderla felice.

Le agenzie di stampa sottolineano questo fatto, descrivendo le ragioni dell’aumento di numero delle donne nel mondo.

“La durata della vita delle donne è senza alcun dubbio superiore a quella degli uomini. Secondo le statistiche, esiste solamente un uomo vedovo contro venti donne vedove. Ma il numero delle donne nubili (che non hanno trovato marito) è molto elevato. A questo occorre aggiungere i divorzi.

E’ difficile per una donna, vivere nella solitudine poiché le donne sono in generale meno adatte a vivere da sole.

Si trovano sempre nella necessità di qualcuno che condivida la loro vita. Infatti è come se la loro vita si smaltisse in una sala d’attesa. Perché dunque le donne che vivono da sole, si privano in generale del piacere di mangiare un piatto minuziosamente preparato?

Giacché esse pensano che lavorare per loro stesse sia una cosa inutile, mentre lo farebbero volentieri per i loro mariti e i loro figli. Nove donne su dieci, tra le vedove o le nubili improvvisano il pasto che devono consumare. La maggior parte comincia e finisce la propria giornata con seccature e senza precisi scopi, poiché la frequentazione delle loro amiche, dei loro prossimi e delle donne che hanno una famiglia è per loro insopportabile69”.

E’ per risolvere il problema della superiorità del numero delle donne (in rapporto agli uomini), che l’Islam propone la poligamia.

Così, anche se un uomo è già sposato, potrà sposare altre donne, al fine che queste ultime siano salvate dalla solitudine e dalle diverse privazioni.

Il desiderio sessuale e il potere di riproduzione sono permanenti presso l’uomo mentre quasi sempre la donna non può rimanere incinta dopo i 50 anni.

Numerose sono le donne sterili i cui sposi non vogliono separarsi perché le amano. Ma d’altra parte essi si augurano di avere dei figli, che è cosa naturale. Il quotidiano “Ettelaat” pubblica un articolo intitolato Le tre spose di un uomo hanno accettato che egli si sposi per la quarta volta:
“Ieri pomeriggio, un uomo si è recato con le sue tre spose al tribunale della famiglia della città di Rashat, dove ha chiesto ai responsabili di concedergli di sposare una quarta donna. Cosa impressionante è che le prime tre erano d’accordo.

Quest’uomo ha spiegato al tribunale che le sue tre donne erano tutte sterili ma che non voleva divorziare poiché esse l’aiutavano nel lavoro della fattoria. Egli aveva l’intenzione di sposare una ragazza che gli facesse avere dei figli. Quest’ultima dichiarò da parte sua al nostro giornalista a Rashat: “Il mio futuro marito è uno dei migliori uomini del nostro comune. Vi sono in questo paese duemila donne mentre il numero degli uomini non è che di quattrocento, di cui la metà sono adolescenti dai dieci ai sedici anni. Vuol dire che presso di noi, ogni donna ha diritto a un quinto di un uomo. Non vi è dunque nulla di sconvolgente al fatto che io divenga la sua quarta moglie70

Non sarebbe ingiusta, questa legge che priverebbe l’uomo del piacere di avere dei bambini?

In ciò che concerne il numero elevato delle donne in rapporto agli uomini, come la legge dovrà risolvere una tale situazione sociale? Che cosa c’è di più giusto da proporre oltre la poligamia, per stabilire questo equilibrio?

Nel caso in cui suo marito fosse colpito da una malattia incurabile, una donna può indirizzarsi al giudice islamico, che obbligherà il marito a divorziare. Se quest’ultimo si rifiutasse, il giudice ha il potere di annullare il matrimonio. Ma in caso contrario, non sarebbe meglio che vedere sofferente una donna sotto la nostra tutela e prendere un’altra donna (poligamia) piuttosto che divorziare e rigettarla in una società in cui non ha nessun riparo?

Non sarebbe ingiusto abbandonare una donna che ha vissuto una parte della sua vita con suo marito e che ha condiviso gioia e dolori, semplicemente perché è stata colpita da una grave malattia, mentre ha bisogno di cure e compassione? Come reagirebbe la ragione umana?

Perché gli uomini che possiedono i mezzi finanziari, e che sono capaci di stabilire la giustizia tra le loro donne, non dovrebbero avere il diritto di sposare donne povere e prenderle sotto la propria tutela, al fine di migliorare le loro condizioni di vita? La poligamia è un mezzo che propone l’Islam per preservare la società dalla corruzione e per proteggere i costumi.

“Dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale sono stati uccisi milioni di uomini, l’Associazione delle Vedove ha chiesto al governo di legalizzare la poligamia in Germania, al fine di rispondere alle esigenze naturali e legittime delle donne, cioè di avere un marito e dei bambini. La Chiesa si è opposta, e noi tutti sappiamo che ciò ha condotto alla depravazione dei costumi in tutta l’Europa71

“La solitudine angoscia le ragazze di vent’anni e ancor più le donne di trenta e quaranta. Anche la libertà attuale non ha potuto diminuire, presso le donne, il desiderio di sposarsi. Gli occhi di Eva rimirano sempre Adamo. Ma nonostante tutte le possibilità di cui le donne usufruiscono per lavorare e progredire in Germania, le figlie di Eva ricercano nel matrimonio la sicurezza e la protezione.

Mentre le ragazze dai venti ai venticinque anni incontrano meno difficoltà a trovare un marito, le donne di trenta e quarant’anni hanno più problemi. Ciò diviene quasi impossibile all’età di cinquanta. Secondo le statistiche ufficiali, il 50% delle donne di trentadue anni e il 20% delle donne di quaranta avrebbero la possibilità di sposarsi, mentre il 5% solamente delle cinquantenni potrebbero avere tale spirito di speranza.

Di conseguenza, in Germania, sei milioni di donne, di più di quaranta anni, non hanno attualmente marito.

Al contrario, gli uomini celibi della stessa età sono piuttosto rari. Ve ne sono 1/3 di milione in confronto ai sei milioni di donne, cioè un uomo ogni quattro donne.

Dato che il 13% di questi uomini sono pensionati, e che il 97% di queste donne desiderano sposarsi, questa condizione è abbastanza squilibrata.

E poiché le possibilità di matrimonio con uomini più giovani sono limitate e ciò non può dunque risolvere il problema di sei milioni di nubili tedesche, molte fra loro hanno dovuto emigrare. Il 50% circa dei tedeschi che emigrano sono donne che sperano di sposarsi”72.
Solo la poligamia può risolvere questo problema e porre fine a questa situazione deplorevole delle donne e impedire che gli uomini cadano nella devianza sessuale.

Perché l’Occidente che pretende di esser giusto nei confronti delle donne e che pretende di aver dato loro la libertà totale, ha alzato un ostacolo davanti alle loro esigenze legittime e al miglioramento della loro condizione familiare al fine che esse si carichino del loro principale dovere, che è di fare e crescere figli?

Perché non permette a un uomo e a una donna che lo vogliano, di sposarsi e di formare una famiglia (cosa completamente legittima)? Quale deve essere la sorte delle donne nubili? Bisogna privarle per sempre del focolare familiare e della soddisfazione dei loro istinti? La poligamia, autorizzata dall’Islam nell’interesse della società, è forse nociva per le donne? Accorda loro la libertà o la limita? E’ alla coscienza del lettore che lasciamo la risposta.

Il fatto che una donna accetti di condividere la propria vita coniugale con una o parecchie altre donne è la miglior prova che ella preferisce questa situazione alla solitudine; infatti è l’uomo che sposando più donne, si addossa una maggiore responsabilità e si complica la vita.

Una signora, dottoressa in diritto, riconosce sinceramente:

“Nessuna sposa, che sia la prima, la seconda o…verrà lesa a causa della poligamia. Al contrario, è senza alcun dubbio agli uomini che questo nuocerà, poiché il peso della loro responsabilità non farà che aumentare. Ogni uomo che sposa una donna è responsabile legalmente, moralmente e legittimamente. Deve provvedere ai suoi bisogni fino alla fine dei suoi giorni. Egli è ugualmente responsabile della sua salute, e deve proteggerla contro ogni pericolo.

E se egli trascura i propri doveri, la Legge lo punirà e lo condannerà ad assumersi le proprie responsabilità. Egli dovrà sempre render conto al Signore. A mio parere sono gli uomini che hanno consigliato alle donne di criticare la poligamia, al fine di ostacolare il matrimonio. Così, essi possono avere relazioni illegittime con loro ed evitare tutte le responsabilità che implicano i legami coniugali.

Così, se l’uomo ha due donne, nessuna perderà nulla a livello di relazioni sessuali. In ciò che concerne il livello spirituale e psicologico, sicuramente gli uomini non hanno suggerito alle donne che la poligamia comporta malevoli conseguenze psicologiche per loro. In altri tempi, la poligamia era assai corrente e due o tre donne vivevano assieme nella medesima casa, legittimamente, senza che nessuna fosse malcontenta. Ma attualmente, a causa delle suggestioni mascoline, le donne si inquietano solo a pensarvi, mentre se questa irrequietudine fosse reale e naturale, la poligamia non avrebbe potuto essere praticata, anche in tempi antichi”73

Si, l’Occidente consiglia la libertà attraverso la scostumatezza ma ha ostacolato le esigenze naturali e legittime degli uomini. Al contrario l’Islam accorda loro una ragionevole libertà e rigetta la libertà malvagia, che si scontra con gli interessi dell’individuo e della società.

Dato che l’Islam rivolge una particolare attenzione alla giustizia, autorizza la poligamia a patto che questa giustizia venga rispettata. Il diritto islamico ha fissato numerosi regolamenti in ciò che concerne la stabilizzazione dell’equità tra le spose. I diritti concernenti il matrimonio assicurano nel miglior modo l’indipendenza e l’uguaglianza delle donne di un unico marito.

Numerose sono le donne che consentono che il loro marito sposi altre donne, cosa che prova che la poligamia è conforme alla natura degli esseri umani. Se questo fosse un caso, le donne non avrebbero mai accettato di sposarsi con un uomo che ha altre spose. Se alcune donne rifiutano il fatto che il loro marito si sposi un’altra donna, è perché hanno paura che il loro uomo non rispetti i principi e i regolamenti coniugali, correttamente e integralmente, e che i loro diritti siano così scherniti.

L’Islam dice:

“Tra le donne che vi sono lecite, prendetene in spose due, tre, quattro e se voi credete di non essere giusto, una soltanto…” (Sacro Corano, Sura an-Nisā', 4:3)

Così, sono l’ingiustizia e la violenza di certi uomini che sono alla fonte di numerose controversie in seno alla famiglia. E’ perché essi trascurano la giustizia e le loro responsabilità legittime e morali verso le loro donne; essi trasformano il focolare familiare, che dovrebbe essere colmo di affetto e bontà, in un inferno. In merito, occorre studiare il pensiero e i precetti dell’Islam, senza tener conto degli atti di questo genere di musulmani, al fine di distinguerne la reale identità.

Se l’uomo rifiuta di pagare le spese di sussistenza alla sua donna e non rispetta l’equità nei suoi legami coniugali, e, infine, si sottrae alle proprie responsabilità, sarà perseguito e dovrà passare a giudizio.

Non occorre dunque che l’avversione appaia in seno al focolaio familiare.

Il Sacro Corano dice:

“Non lasciate la donna come in sospeso. Non abbandonatela in un mondo tra la vita e la morte” (Sura an-Nisā', 4:122)

Al tempo del Profeta (S) coloro che avevano quattro donne dovevano, secondo questo decreto, accontentarsi di una sola se erano incapaci di stabilire uguaglianza tra di loro. In ogni caso, anche se potevano, non avevano il diritto di sposarne più di quattro. E’ così che l’Islam impedì l’abuso della poligamia, la scostumatezza, il libertinaggio e la violazione dei diritti della donna.

“Uno dei compagni del Profeta (S), Moadh Ibn Djabal, aveva due spose, che morirono insieme, a causa della peste. Moadh voleva rispettare l’eguaglianza tra loro, così tirò a sorte, per sapere quale doveva essere sepolta prima74

Tra i dotti occidentali, ve ne sono alcuni che hanno studiato la poligamia con realismo e sincerità. Hanno concluso che è una necessità sociale.

Il celebre filosofo tedesco Arthur Schopenhauer scrive nella sua opera sulle donne:
“Presso un popolo in cui la poligamia è legalizzata, vi sono molte possibilità che la maggior parte delle donne abbiano un marito e dei bambini; cioè che le loro esigenze psichiche e istintive vengano soddisfatte. Ma in Europa, dove la Chiesa ce lo impedisce, le donne sposate sono più numerose di quelle nubili. Quante donne e ragazze hanno dovuto soffrire amaramente l’assenza di un marito e dei bambini e quante fra loro, sotto la pressione degli istinti sessuali e di altre obbligazioni, hanno dovuto macchiarsi.

A pensarci bene non comprendo perché un uomo, la cui donna sia sterile o colpita da una malattia cronica, non possa avere il diritto di sposarne un’altra?

E’ la Chiesa che deve rispondere a questa situazione, ma ne è sfortunatamente incapace. Una buona legge è una legge, che una volta applicata, porti la felicità e non la privazione e i complessi. Malvagia sarebbe una legge che ci privasse della nostra libertà, in questo vasto campo in cui noi viviamo e che propagherebbe la corruzione dei costumi e la depravazione.”

L’inglese Anny Besant, a capo di un movimento mistico dichiara:
“L’Occidente pretende di non aver accettato la poligamia, ma la verità è che essa vi si pratica bella e buona, senza assumersi nessuna responsabilità, ciò vuol dire che l’uomo, una volta assolti i propri desideri, può lasciare la sua compagna. Quest’ultima non avrà nient’altro da fare oltre che andare lungo una strada, poiché il suo primo amante non è minimamente responsabile. E’ una pessima situazione, in rapporto a quella di una donna, sposa legittima e madre di famiglia, e che gode della protezione del proprio marito.

Quando vediamo migliaia di donne infelici che durante la notte passeggiano per le strade dell’Occidente, diciamo che gli occidentali farebbero meglio a tacere invece di criticare la poligamia islamica. Una donna che, grazie alla poligamia, ha un marito e dei bambini legittimi gode indissolubilmente di una miglior condizione rispetto alle donne che vagabondano per le strade, probabilmente con un figlio illegittimo e quando nessuna legge le protegga e che esse siano vittime dei capricci degli uomini”

Il dottor Gustave Le Bon scrive:
“Nessun costume orientale è mai stato così mal rappresentato in Europa come la poligamia, e le opinioni non sono mai state così erronee.
Sono sconvolto e non vedo in cosa la poligamia legittima orientale sia inferiore alla poligamia ipocrita dell’occidentale. Penso ugualmente che la poligamia legittima sia migliore e più conveniente75

  • 1. Tafsir Tantawi, tomo 1, p. 196
  • 2. Making of humanity
  • 3. Making of humanity
  • 4. L’Islam secondo Voltaire
  • 5. Enciclopedia (in persiano) Farid Wajdi
  • 6. Dal libro: I pensieri e le idee
  • 7. Nahj ul-Balagha.
  • 8. Safinah al-Bihar, tomo 1, p. 13
  • 9. Tafsir al-Burhan
  • 10. Feyz-of-Eslam Nahj ul-Balagha, Semone 227
  • 11. Dal giornale iraniano, Marom, n.2, 3° anno.
  • 12. Sobhi Saleh Nahj ul-Balagha p. 416.
  • 13. Civilizzazione islamica e araba p. 146, 516, 517
  • 14. Civilizzazione islamica e araba p. 515-516.
  • 15. L’Islam dal punto di vista dei Sapienti occidentali p. 239-240.
  • 16. Civilizzazione islamica e araba p. 516.
  • 17. Il mondo nel XX secolo p. 34-35
  • 18. Was’al ush-Shi°a, kitab al-Jihad, parte 1, tomo 15, p. 5.
  • 19. Storia Tabari, tomo 4, p. 520
  • 20. Was’al ush-Shi°a, tomo 4 p. 30
  • 21. La guerra e la pace nell’Islam, p. 214
  • 22. Il Profeta dell’Islam sul campo di battaglia p. 9
  • 23. Was’al ush-Shi°a tomo 11 p. 43
  • 24. Nahj ul-Balagha, sermone n. 252
  • 25. Storia araba tomo 2 p. 638
  • 26. Was’al ush-Shi°a tomo 11 p. 49
  • 27. Abdul Afif Tabbareh Ruh al-din al-Islami
  • 28. Il pentimento presso Muhammad e il Corano pp. 105-106
  • 29. Civilizzazione islamica e araba p. 345
  • 30. Il pentimento presso Muhammad e il Corano p. 139
  • 31. Il pentimento presso Muhammad e il Corano
  • 32. Il pentimento presso Muhammad e il Corano p. 133
  • 33. Storia della civilità islamica tomo 4, p. 282
  • 34. La gloria dei mussulmani in Spagna p. 243
  • 35. Le crociate tomo 1 pag. 47
  • 36. L’Islam dottrina di lotta p. 9
  • 37. Bihar tomo 20 p. 312
  • 38. Samuel King, sociologia, p. 232
  • 39. Was’al ush-Shi°a tomo 14 cap 23 p. 39
  • 40. Was’al ush-Shi°a tomo 14 cap 28 p. 51
  • 41. Was’al ush-Shi°a tomo 14 p. 31
  • 42. Was’al ush-Shi°a tomo 14 p. 3
  • 43. Safineh al-bihar tomo 1 p. 561
  • 44. Was’al ush-Shi°a, Kitab al-nikah tomo 14 p. 29
  • 45. Makarim al-akhlaq p. 248
  • 46. Man la yahkhuruh al-faqih p. 425
  • 47. Was’al ush-Shi°a tomo 14 p.116
  • 48. Was’al ush-Shi°a tomo 15 p.3-4
  • 49. Citazione da: I piaceri della filosofia.
  • 50. Civilizzazione islamica e araba p. 519 (citazione della Bibbia).
  • 51. Ruh al-Din al Islami p. 231.
  • 52. Roshanfekr n. 829.
  • 53. L’uomo questo sconosciuto p. 84 a 87.
  • 54. Mustadrak tomo 3 p. 2.
  • 55. Was’al ush-Shi°a tomo 3 p. 144.
  • 56. Il divorzio e la civiltà di oggi p. 99.
  • 57. Khandaniha n. 103 25°anno.
  • 58. Farid Wajdi al-Mar’ aht al-Muslimah.
  • 59. L’Islam dal punto di vista di Voltaire.
  • 60. Was’al ush-Shi°a tomo 44 p. 447.
  • 61. Was’al ush-Shi°a tomo 14 p.436, 440.
  • 62. Dal libro Al-Ghadir tomo 6 p. 200.
  • 63. La santità del matrimonio dal punto di vista dell’Islam p. 175.
  • 64. I diritti della donna nell’Islam e in Europa p. 215.
  • 65. Re iraniano fondatore della dinastia Sassanide (VII secolo).
  • 66. Ettelaat 11-9-35 (1956).
  • 67. Khandaniha n. 71 14° anno.
  • 68. Keyhan 3-12-38 (1959).
  • 69. Ettelaat n.12239.
  • 70. Ettelaat n.1316, 20-11-48 (1969).
  • 71. Ettelaat 29-8-40 (1961).
  • 72. Ettelaat 3-3-49 (1970).
  • 73. Il matrimonio dell’Islam p. 150-152.
  • 74. Majmà al-bayan, tomo 3, p. 121.
  • 75. Civilizzazione islamica e araba p. 526.

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