La designazione di ‘Ali: implicita o esplicita?

La designazione di ‘Ali: implicita o esplicita?

Hujjatulislam Sayyid Muhammad Rizvi

Il presente articolo costituisce il quarto capitolo del libro “Shi’ism: Imamate and Wilayat” dell’Hojjatulislam Sayyid Muhammad Rizvi: https://www.al-islam.org/shiism-imamate-and-wilayat-sayyid-muhammad-rizvi

Altri capitoli dello stesso libro sono già stati pubblicati sul nostro sito. Dell’autore, figlio di Allamah Sayyid Saeed Akhtar Rizvi, il gruppo di traduzione della nostra Associazione ha inoltre già tradotto e stampato in italiano i seguenti libri: “Il Khums: una tassa Islamica”, “Un’introduzione alla Shariah Islamica” e “Matrimonio e Morale nell’Islam”. Chiunque desideri riceverli può contattarci al nostro indirizzo di posta elettronica o postale.

Introduzione

Ci siamo riuniti1 qui questa notte in memoria della persona che ci ha dato la nostra identità come musulmani sciiti. Siamo orgogliosi di definirci “Shi´a di ‘Ali” – vale a dire i Seguaci di ´Ali ibn Abi Talib (A).

Questa notte parlerò sul califfato dell’Imam ´Ali ibn Abi Talib (A) a causa delle domande poste da molte persone in riferimento alla recente controversia sulla “designazione implicita”. Non soltanto adulti, ma anche giovani mi hanno avvicinato con queste domande; ed è mio dovere assicurare che le credenze dei nostri giovani sull’imamato ed il califfato dell’Amir al-Mu’minin (A) rimangano salde senza alcun’ombra di dubbio. La controversia è iniziata con le esternazioni di un accademico sciita nell’Enciclopedia Bioetica sotto il titolo di “Islam”, nella quale egli ha scritto quanto segue:

“Muhammad morì nel 632 dopo di Cristo, avendo portato tutta l’Arabia sotto il governo di Medina. Comunque non lasciò istruzioni specifiche rispetto alla successione della sua autorità politico-religiosa2

Inizialmente, quando mi venne presentata una copia dell’articolo, non gli prestai molta importanza, perché avevo compreso che era stato redatto per un pubblico molto ampio (sebbene teoricamente il tema della successione non avrebbe dovuto esser assolutamente menzionato in questo articolo e la sua esclusione non avrebbe scalfito il corpo principale del discorso). La risposta dell’erudito scrittore alle domande inviategli via internet da alcuni sciiti d’Inghilterra divenne però per me una questione di importanza. Egli rispose quanto segue:

“Con riferimento all’argomento che non vi fu un’istruzione ESPLICITA riguardo la successione dell’‘autorità politico-religiosa’ del Profeta, bisogna chiarire che l’espressione che asserisce che non vi fu ESPLICITA (vale a dire, chiaramente espressa, chiaramente enunciata, e non semplicemente implicita) istruzione nella questione della successione all’‘autorità politico-religiosa’ del Profeta, assicura per implicazione che vi fu un’istruzione IMPLICITA (vale a dire, contenuta necessariamente sebbene non espressa totalmente). Questa istruzione implicita del Profeta fu espressa durante la sua vita in varie occasioni, inclusa, alla fine, Ghadir.

Fu dovuta anche a questa assenza di un enunciato esplicito in tali occasioni, che l’Imam ´Ali mai utilizzò alcuno di questi eventi, Ghadir incluso, per avanzare la propria candidatura come unico successore legittimo del Profeta.”3

Successivamente al 21 di Ramadan del 1418, questo erudito emise un’altra dichiarazione nella quale riaffermò la sua credenza nell’assenza di una designazione esplicita dell’Imam ‘Ali (A), scrivendo:

“Il fondamento della nostra fede, che è la Fede Sciita, è basato su questo senso IMPLICITO. Storicamente (l’unica posizione che si può prendere qui nell’articolo) la fonte del dissenso nella prima comunità fu l’assenza di istruzioni ESPLICITE rispetto alla successione nella comunità.”

“La frase della Wilaya (man kuntu mawla[hu] fa hadha ‘Aliyyun mawla[hu]), che è la prova per il sostegno sciita in supporto all’imamato dell’Imam ‘Ali, è vista come una dichiarazione implicita piuttosto che esplicita da parte del Profeta riguardo la successione della sua autorità universale. La ragione è che il termine mawla in arabo è ambiguo per quanto riguarda la ‘successione’.”4

Esplicito vs implicito

Vediamo innanzitutto se questa divisione della designazione del califfato in “implicita” ed “esplicita” abbia qualche precedente storico nella storia della teologia islamica. A causa del tempo ristretto, lasciatemi menzionare soltanto i seguenti fatti storici:

1. Sul tema del califfato, i musulmani possiedono differenti opinioni. I musulmani sunniti non credono che il Profeta (S) designò qualcuno come suo successore, né esplicitamente né implicitamente, e questa decisione venne lasciata nelle mani della Comunità affinché scegliesse chi essa desiderasse. Gli sciiti, dall’altro lato, credono che il Profeta (S) designò ‘Ali bin Abi Talib (A) come califfo e suo successore dopo di lui.

2. Tutte le scuole sciite (vale a dire, gli imamiyya/ithna-‘ashariyya ed entrambi i gruppi isma’iliyya esistenti: i bohra e gli agha khani) credono che il Profeta dell’Islam (S) designò l’Imam ‘Ali (A) esplicitamente, in molteplici occasioni, come suo successore e califfo.

3. La scuola zaydiyya possiede una credenza differente dai sunniti ed anche dagli sciiti. Sebbene creda che ‘Ali fosse il migliore e la persona più qualificata per il califfato, accetta Abu Bakr e ‘Umar ibn al Khattab rispettivamente come primo e secondo successore del Profeta (S); ma non accetta ‘Uthman bin ‘Affan come terzo califfo.

4. Parlando in termini storici, è la kharudiyya, una sottosetta degli zaydiyya, a credere che il Profeta (S) abbia designato l’Imam ‘Ali (A) non nominandolo ma soltanto descrivendone le qualità: “nassa bi ‘l-wasf duna ‘t-tasmiyya – egli (il Profeta) designò descrivendo senza nominare [la persona].”5

E’ in base a questa credenza che il nass (la nomina per designazione) si divide in “an-nass al-jali –la direttiva chiara/esplicita–” e “an-nass al-khafi –la direttiva occulta/implicita–”.

Ma mai gli sciiti imamiyya ithna-‘ashariyya hanno sottoscritto l’idea che “il fondamento della nostra fede è basato su questo senso implicito.” Tutti essi hanno creduto, unanimemente, che il Profeta Muhammad (S), in varie occasioni, molto chiaramente e apertamente, designò ´Ali bin Abi Talib (A) come suo successore, califfo e Imam dei musulmani dopo di lui6. Soltanto quando i teologi sciiti imamiti si trovavano a dibattere con i loro oppositori (inclusi gli zaydiyya), essi utilizzarono il termine “an-nass al-jali” in base al principio del discutere con gli oppositori con le loro stesse parole.7

Per tanto, storicamente, nessun teologo shi’a imamiyya ha intrapreso il cammino della designazione implicita dell’Amir al-Mu’minin ‘Ali bin Abi Talib (A) come “il fondamento della nostra fede” e nessuno di essi ha considerato l’hadith di Ghadir come una designazione implicita.

5. Perché gli zaydiyya insistono sul senso implicito della designazione di ‘Ali al califfato? Poiché alcune loro sottosette avevano accettato il califfato di Abu Bakr e ‘Umar, e credere nelle dichiarazioni esplicite del Profeta (S) designanti ‘Ali collocherebbe questi due califfi sotto una luce molto negativa – questo significa che essi coscientemente si opposero alle dichiarazioni esplicite del Profeta! Per tanto, per proteggere il prestigio dei due primi califfi, la designazione di ‘Ali fu avvolta nell’ambiguità affermando che non fu esplicita ma solamente implicita. E visto che non fu esplicita, i califfi non sarebbero stati incolpati per aver usurpato il califfato all’Amir al-Mu’minin ‘Ali!

Questo mostra le gravi implicazioni nel credere che la designazione di ‘Ali fu meramente implicita; significherebbe che la colpa di ciò che è accaduto dopo la morte del Profeta (S) rispetto alla questione della successione debba attribuirsi al Profeta (S) stesso, e non ai califfi. Vuol dire che non si possono incolpare i primi due califfi di aver usurpato il califfato all’Imam ‘Ali (A) perchè ciò che essi stavano facendo in assenza di un’istruzione esplicita era il meglio per l’Islam.

Quando pertanto si intensificarono le obiezioni della comunità sciita contro l’erudito studioso, negli ultimi giorni del mese di Ramadan del 1418, egli emise una circolare generale diretta agli sciiti tramite Internet:

“Approfitto di questa opportunità per affermare nei termini più ASSOLUTI che non soltanto credo nell’autenticità inequivoca dell’evento di al-Ghadir che ebbe luogo il 18 di Dhul-Hijja dell’anno 11 dell’Egira/632 d.C.; io credo che la dichiarazione fatta dal Profeta “Di chiunque io sono Mawla, ‘Ali anche è Mawla”, è la designazione esplicita dell’Imam ‘Ali al ruolo di Guida della Comunità Islamica, come sostenuto dalla Fede Shi’a Duodecimana Imamita”8.

La prima designazione esplicita

L’Islam iniziò quando il Profeta (S) compì 40 anni di età. Inizialmente la missione rimase segreta. Poi, tre anni dopo l’arrivo dell’Islam, fu ordinato al Profeta (S) di iniziare l’appello pubblico del suo messaggio. In questa occasione Iddio Onnipotente rivelò il versetto:

“E avverti i tuoi parenti più prossimi” (26:214)

Quando venne rivelato questo versetto, il Profeta (S) organizzò un banchetto conosciuto come “Il banchetto – o invito – familiare” (da’wat dhi ‘l-‘ashira). Fu questa la prima volta nella quale il Profeta (S) apertamente e pubblicamente invitò i propri familiari ad accettarlo come Messaggero e Profeta di Dio. E’ inoltre la riunione nella quale il Profeta (S) dichiarò ‘Ali bin Abi Talib (A) manifestamente, molto chiaramente ed esplicitamente come suo successore e califfo. Farò solamente un riassunto di quanto disse il Profeta (S):

“O figli di Abdul Muttalib! Per Dio, non conosco una persona tra gli arabi che abbia portato al proprio popolo qualcosa di migliore di ciò che ho portato per voi. Ho portato per voi il bene di questo mondo e del prossimo, ed il Signore mi ha ordinato di invitarvi verso Lui. Per tanto, chi di voi mi appoggerà in questo compito in modo da esser così mio fratello (akhì), mio successore (wasiyyì) e mio califfo (khalifatì)?”

Il Profeta (S) utilizzò le parole “mio fratello, mio successore e mio califfo”. Nessuno rispose ad eccezione di ‘Ali ibn Abi Talib (A), che aveva allora 14 anni di età. Il Profeta (S) avvicinò ‘Ali (A) verso di lui, collocò la propria mano sul suo collo e disse:

“Certamente questo è mio fratello, mio successore e mio califfo tra voi. Per tanto, ascoltatelo ed obbeditegli.”

Ciò è particolarmente esplicito affinché gli ascoltatori comprendessero la designazione di ‘Ali (A) molto chiaramente. Alcuni di essi, incluso Abu Lahab, si burlarono di Abu Talib (il padre di ‘Ali) dicendogli: “Tuo nipote, Muhammad, ti ha ordinato di ascoltare ed obbedire a tuo figlio”. Almeno questo dimostra che la designazione fu chiara ed esplicita, non solo implicita.

La prova più chiara della natura esplicita di questa designazione agli inizi della missione del Profeta Muhammad (S), è il tentativo degli scrittori sunniti di occultare le parole utilizzate dal Profeta (S). Ad esempio il famoso storico musulmano Ibn Jarir at-Tabari (morto nel 310 A.E.) ha riportato questo avvenimento con le parole cruciali intatte nel suo Ta’rikhu ‘l-Umam wa ‘l-Muluk. L’edizione del 1879 di questo libro, pubblicato a Leiden (Olanda) ha le parole: “…questo è mio fratello, mio successore e mio califfo…” Ma quando ci si riferisce al Tafsir di at-Tabari, nel commento del versetto 26: 215, lo stesso at-Tabari, o gli editori, hanno cambiato le parole nella seguente forma “…questo è mio fratello, ecc., ecc.”9

Tutti questi tentativi di cancellare l’evento completo dalle pagine della storia o di cambiare le parole cruciali “mio successore e mio califfo” con “ecc. ecc.” mostrano chiaramente che quei termini erano particolarmente espliciti per appoggiare la designazione dell’Imam ‘Ali (A) come successore del Profeta (S). Se fosse stato diversamente, allora non vi sarebbe stata necessità da parte dei nostri oppositori di occultare o cambiare queste parole.

Forse Abu Sufyan sapeva ma gli altri no?

Persistere nell’aspetto della designazione implicita di ‘Ali (A) salvaguarda il prestigio dei primi due califfi. Invece di cercare la verità e poi giudicare le persone, essi vogliono modificare la verità per salvaguardare la posizione della gente.

E’ difficile credere che i compagni del Profeta (S) non abbiano ascoltato il Messaggero di Dio (S) designare ‘Ali (A) in varie occasioni; e sapendo che si tratta di gente arabofona come i Quraish, è inaccettabile pensare che non compresero chiaramente la designazione. Un modo per conoscere al riguardo è tornare all’evento che ebbe luogo dopo la morte del Profeta (S).

Mentre ´Ali (A) ed i Banu Hashim si trovavano impegnati con i riti funebri del Profeta (S), una persona giunse alla loro porta ed offrì il suo aiuto per il califfato. Questa persona era Abu Sufyan. Si, Abu Sufyan, l’arcinemico del Profeta (S), lo stesso che aveva combattuto in molte battaglie contro l’Islam ed i musulmani, e che si arrese solamente quando non potè più lottare contro i musulmani. Si arrese un paio di anni prima della morte del Profeta (S).

Abu Sufyan giunse alla casa di ‘Ali (A) e recitò un poema in cui lodava la famiglia del Profeta (S). Poi disse: “O Banu Hashim! O Banu ‘Abd Manaf! Accetterete che Abu Fasil…regni su di voi? Per Allah! Se volete, io posso riempirla [la città di Medina] di cavalli e soldati”.

‘Ali ibn Abi Talib (A) sapeva che Abu Sufyan non era sincero e che cercava solo di trarre vantaggio dal conflitto sulla questione della successione al Profeta (S). Abu Sufyan voleva che i Banu Hashim ed il gruppo di Abu Bakr/’Umar combattessero gli uni contro gli altri e si indebolissero così che i Bani Umayya potessero trarre profitto dalla situazione e riacquisire la supremazia che avevano perduto sugli arabi. E così l’Imam ‘Ali (A) replicò: “Vattene, Abu Sufyan! Per Allah, non capisci ciò che dici! Hai sempre ingannato l’Islam e le sue genti; e siamo occupati con il funerale del Messaggero di Allah (S). E riguardo a coloro che cospirano per il califfato, ogni persona è responsabile per ciò che compie.”10

E’ realmente incredibile che Abu Sufyan, con i suoi antecedenti, sapesse che ‘Ali (A) aveva il diritto al califfato, mentre gli altri “grandi” compagni del Profeta non ne fossero a conoscenza o non lo avessero chiaramente compreso.

Pare che Abu Sufyan cercò inoltre di incitare ‘Ali (A) a prendere le armi e difendere il suo diritto al califfato. In quel momento, ‘Ali (A) rispose dicendo: “Se io parlo [sul mio diritto], dicono: “Egli è affamato di potere”. E se rimango tranquillo, essi dicono: “Ha paura della morte”. No, assolutamente, dopo tutto questo caos. Per Allah, questo figlio di Abu Talib ha più desiderio della morte di quello nutrito da un bambino del seno di sua madre.”11

Perchè ‘Ali (A) non utilizzò questi argomenti?

L’Imam ´Ali (A) non utilizzò forse gli argomenti di Da’wat dhi’l-‘Ashira o Ghadir immediatamente dopo la morte del Profeta (S) solo perchè erano dichiarazioni implicite? L’erudito sapiente sciita menzionato scrive: “E’ inoltre dovuta a questa assenza di dichiarazioni esplicite in tali occasioni che l’Imam ‘Ali mai utilizzò alcuno di questi eventi, incluso al-Ghadir, per presentare la sua candidatura quale unico successore legittimo del Profeta.”12

E’ questa una forma davvero molto particolare di guardare al conflitto del califfato. L’oppositore sunnita estenderebbe questa visione giusto un poco più e direbbe che ‘Ali (A) non utilizzò questi argomenti perchè essi non esistevano assolutamente.

Per comprendere perchè ‘Ali (A) non utilizzò le argomentazioni in un momento particolare, dobbiamo comprendere le circostanze, gli oppositori e le conseguenze delle azioni dell’Imam ‘Ali (A).

Quando morì il Profeta (S) esistevano vari tipi di persone tra i musulmani.

Vi erano prima di tutto quelli chiamati “le quinte colonne” tra i musulmani, che erano in attesa di una guerra civile per mettere fine all’Islam e prendere il potere sugli arabi. Abu Sufyan ed il suo clan rappresentavano questo gruppo. Non furono né a Saqifah (il luogo dove alcuni compagni si erano riuniti dopo la morte del Profeta e dove avvenne la discussa elezione a califfo di Abu Bakr, n.d.t.) né con ´Ali ibn Abi Talib (A). Il Corano, inoltre, parla sulla presenza degli ipocriti tra i musulmani.13

Vi erano poi Musaylima al-Kadhdab e Sayya bint al-Haraz, che si attribuirono entrambi la profezia ed avevano guadagnato alcuni seguaci tra i beduini.

Cosa avrebbe potuto fare ‘Ali sotto queste circostanze?

Permettetemi di fornire un esempio per illustrare la decisione dell’Imam ‘Ali (A). Durante il califfato di ‘Umar si narra una storia di un bambino che era reclamato come proprio figlio da due donne. Il giudizio su questo caso fu lasciato nelle mani dell’Imam ‘Ali (A). Quando l’Imam ‘Ali (A) vide che entrambe insistevano nel loro reclamo, ordinò che il bambino fosse tagliato in due parti, ed ogni donna ne prendesse una. La madre-impostore decise di accettare questa decisione mentre la vera madre preferì che fosse l’altra a prendere il bambino.

L’Islam è questo bambino in discussione; gli usurpatori farebbero qualsiasi cosa per rimanere al potere, sebbene questo significherebbe mettere in pericolo la sopravvivenza dell’Islam. L’Imam ‘Ali (A), come vero custode dell’Islam, era preparato a rinunciare al potere per salvare l’Islam dalla distruzione totale. E’ per questo che non ricorse alla spada né permise ad Abu Sufyan o altri di incitarlo ad assumere una posizione armata. Egli accettò di privarsi del suo diritto legittimo e personale al Califfato per evitare la distruzione dell’Islam.

L’Imam ‘Ali (A) accettò di privarsi del califfato ma non di protestare quando e dove ebbe l’opportunità. Quando fu privato del califfato dopo la morte di ‘Umar, si rivolse al Comitato Consultivo che aveva scelto ‘Uthman e disse: “Voi sapete che io ho più diritto al califfato. Per Allah, finché gli affari dei musulmani rimangono intatti e non vi è oppressione, rimarrò tranquillo…”14

Gli oppositori

Quanto agli oppositori, non erano pronti per ascoltare parola o ragione alcuna. Quando sai che i tuoi oppositori non ti affrontano a causa dell’ignoranza, e che sono preparati alla morte, non ha senso menzionare loro tutte le prove. E’ probabile che domandiate perchè dico questo.

Ricordate che nel Da’wat dhi ‘l-‘Ashira il Profeta (S) aveva utilizzato le parole “mio fratello, mio successore e mio califfo”. Gli ultimi due termini erano cruciali per la rivendicazione di ‘Ali (A) al califfato. Il primo termine “mio fratello” non era tanto minaccioso per gli oppositori. E’ per questo che quando gli scrittori sunniti iniziarono ad occultare l’hadith del Profeta (S) lasciarono intatte le parole “mio fratello” ma rimpiazzarono “mio successore e mio califfo” con “ecc. ecc.”.

Adesso, per comprendere l’attitudine e ostinazione degli oppositori di ‘Ali (A), vediamo solo una parte dell’accalorato scambio di parole tra l’Imam ‘Ali (A) e ‘Umar ibn al-Khattab durante i primi giorni del califfato.

Riassumerò quanto accaduto prima della vera conversazione: dopo che ‘Umar ed un gruppo imposero Abu Bakr sugli Ansar (gli abitanti di Medina) a Saqifah, giunsero alla moschea del Profeta (S) e dichiararono che Abu Bakr era stato scelto come il califfo e che tutti dovevano prestargli fedeltà. Si resero poi conto che ‘Ali (A), altri membri dei Banu Hashim ed alcuni compagni prominenti del Profeta (S) si erano riuniti nella casa di Fatima (A), rifiutando la fedeltà ad Abu Bakr. Abu Bakr inviò un messaggio ma nessuno gli giurò fedeltà (bay’at). Poi ‘Umar venne con la sua gente e minacciò di appiccare il fuoco alla porta per incendiare la casa se non fossero usciti!

Alla fine forzarono la porta e la aprirono, ferendo in questo intento Fatima (A) e con la forza portarono tutta la gente nella moschea affinché prestasse fedeltà ad Abu Bakr.

L’Imam ´Ali (A) fu arrestato e portato alla moschea. Ci fu uno scambio di parole tra l’Imam e Abu Bakr nel quale l’Imam non utilizzò soltanto l’argomento usato dai Quraish (di Mecca) contro gli Ansar. I Quraish avevano preso il potere sugli Ansar dicendo che il Profeta (S) era della loro tribù, e per tanto avevano maggior diritto al califfato. L’Imam ‘Ali (A) estese la linea dell’argomento e disse: “Noi siamo la famiglia del Profeta, per tanto, abbiamo maggior diritto al califfato rispetto a voi”.15

Ibn Qutayba ad-Dinwari, uno storico sunnita del califfato, continua la narrazione:

Essi dissero ad ‘Ali: “Presta il giuramento”

‘Ali rispose: “Se non lo faccio cosa accadrà?”

Essi dissero: “Allora, per Allah, taglieremo il tuo collo”

‘Ali disse: “Sarete allora gli assassini di un servo di Allah e del fratello del Suo Messaggero”

‘Umar disse: “Quanto ad esser un servo di Allah, si; ma in quanto ad esser il fratello del Suo Messaggero, no!”16

Cosa vuole dire ‘Umar? Delle tre cose che il Profeta (S) menzionò rispetto ad ‘Ali (A), la meno minacciosa era “mio fratello”, ma in quei giorni ‘Umar non era pronto ad accettare ‘Ali (A) neanche come “il fratello del Profeta”. Adesso ditemi: perchè ‘Ali (A) non disse: “Io sono inoltre il successore e califfo del Profeta”?

Ibn Qutaybah continua con la narrazione: mentre avveniva questa conversazione tra l’Imam ‘Ali (A) e ‘Umar, Abu Bakr stava in silenzio, senza dire nulla. Allora ‘Umar si rivolse a lui e disse: “Perchè non emetti il tuo ordine al suo riguardo?”. Abu Bakr disse: “Non desidero imporgli nulla finché Fatima è al suo fianco”.

Si, fu Fatima (A) che protesse la vita di ‘Ali (A) durante questi giorni scuri della storia islamica. ‘Ali (A) lasciò l’atmosfera oppressiva, si diresse alla tomba del Profeta (S) e si lamentò rivolgendosi all’Inviato di Dio (S): “O figlio di mia madre! La gente mi ha oppresso e sono stato quasi ucciso”. Queste sono le stesse parole che Harun (Aronne) utilizzò per lamentarsi degli israeliti quando il Profeta Mosè (A) ritornò con la Torah (Cfr. 7:150). Ricordate che lo stesso Profeta dell’Islam aveva detto: “O ‘Ali, sei per me come Aronne fu per Mosè; con l’eccezione che non verrà Profeta dopo di me.”17

Forse ‘Ali (A) non utilizzò mai questi argomenti?

‘Ali (A) non utilizzó questi argomenti durante i primi giorni del califfato per due ragioni:

1. Per il benessere e la sopravvivenza dell’Islam.

2. A causa dell’ostinazione dei suoi oppositori. Nulla a che vedere con la natura dell’implicito contro l’esplicito. La verità è che ogni volta che si presentava l’opportunità, l’Imam ‘Ali (A) parlò sempre del suo diritto al califfato del Profeta (S).

Nessuno può incolpare ‘Ali (A) per aver reclamato o presentato le sue prove tardivamente. Egli stesso disse: “Nessuno può esser incolpato per ritardare il proprio diritto, poiché la colpa ricade su chi si appropria di ciò che non gli appartiene.”18

Nell’anno 35 dell’Egira, mentre l’Imam si trovava a Kufa, ascoltò che alcune persone dubitavano della sua rivendicazione rispetto alla precedenza sui tre primi califfi. Per tanto si diresse alla moschea e implorò i testimoni dell’avvenimento di Ghadir Khumm di testimoniare la veridicità della dichiarazione del Profeta (S) riguardo il suo esser “il mawla” di coloro di cui il Profeta (S) era loro mawla. Nella maggioranza delle fonti, abbiamo i nomi di 24 compagni del Profeta (S) che testimoniarono la veridicità del reclamo di ‘Ali (A). Altre fonti, come il Musnad di Ibn Hanbal e Majma´u Zawaid di Haythami riportano i nomi di 30.19

Bisogna tenere in mente che questo accadimento ebbe luogo 25 anni dopo l’evento di Ghadir Khumm, e durante questo periodo centinaia di testimoni erano già morti naturalmente o nelle battaglie che vi furono in quest’epoca. Aggiungiamo a ciò che questo incidente ebbe luogo a Kufa, che si trova lontana da Medina, il centro di residenza dei compagni.

  • 1. Questo capitolo è basato sulle annotazioni di due conferenze in memoria dell’Imam ‘Ali bin Abi Talib (A) tenute nel Centro Islamico Ja’farita, a Toronto, nei giorni 19 e 21 di Ramadan, 1418 (1998).
  • 2. Abdulaziz Sachedina, “Islam”, The Bio Ethics Enciclopedia, vol. 3 (1995) pag. 1289.
  • 3. Cfr. La risposta del Dottor Sachedina ampiamente distribuita in internet tra gli sciiti.
  • 4. Cfr. La circolare di Sachedina rivolta “a tutti i seguaci dell’Ahlulbayt”.
  • 5. Cfr. Allama al-Hilli, Manahiju´l-Yaqin, ed. M.R al-Ansari (Qom, 1416) pag. 306; al-Mufid, Awai´lu ‘l-Maqalat, p. 41-42. Dopo ‘Ali, gli zaydiyya credono in Hasan e Husayn, e poi in Zayd bin ‘Ali. Dopo Zayd, ogni discendente di ‘Ali e Fatima che compie il jihad contro i tiranni, è pio ed è sapiente nella religione, può divenire loro Imam.
  • 6. Cfr. an-Nawbakhti (terzo secolo circa, Firaqu Shi´a (Beirut, 1984) pag. 19. Questo libro costituisce una versione sintetica del Maqalatul Imamiyya di Sa´ad bin ´Abdullah al-Ashari al-Qummi ed è stato erroneamente attribuito a an-Nawbakhti. Cfr. S.M Riza al-Husein al-Jalali, “Firaqushi-Shi´aaw Maqalatul Imamiya lin-Nawbakhati am lil Ashari?” Nella prima edizione del Turãthunã, (Qom: Mu´assasa Ahlil Bayt, 1405) pp. 29-49.
  • 7. Cfr. Ad esempio uno dei famosi libri della teologia sciita, Kashfu ‘l-Murad, il commentario (Sharh) di Allamah al-Hilli sul Tukhridu ‘l-Itiqadat di Muhaqqiq at-Tusi, traduzione di Abul Hasan Sharani (Tehran: Islamiyya, n.d) p. 516-518. In Usul Fiqh, il termine “an-nass” ha il significato di un pronunciamento molto chiaro e specifico. In questo senso, an-nass, per definizione, non può esser implicito o ambiguo, e per tanto non può esser diviso in jali e khafi.
  • 8. Immesso in internet alla fine del mese di Ramadan o agli inizio di Shawwal del 1418.
  • 9. Per maggiori informazioni su questo avvenimento, cfr. l’articolo dello stesso autore “Auto-censura nella storia islamica”
  • 10. Al-Mufid, al-Irshad, pag. 190; al-Ya’qubi, at-Tarikh, vol. 2 (Beirut: Dar Sadir) pag. 126; Sibt ibn al-Jawzi, Tadhkiratu Khawassi l-Umma, pag. 121; Ibn ‘Abdi Rabbih, al-‘Iqdu ‘l-Farid, vol. 4 (Beirut; Dar al-Kitab al-‘Arabi, 1983) pag. 257; al-Qadi Abdu ‘l-Jabbar, al-Mughni fi’ t-Tawhid wa ‘l-Adl, vol. 2 (Cairo: Dar al-Misriyya li ‘t-Talif) pag. 121; Ibn Abi ‘l-Hadid, Sharh Nahjul Balagha, vol. 6 (Cairo: Dar Ihya Kutubi ‘l-Arabiya, 1959) pag. 17.
  • 11. Cfr. Nahjul Balagha, sermone n. 5.
  • 12. Cfr. La citazione nella prima parte di questo capitolo.
  • 13. Cfr. 9: 97.
  • 14. Nahjul Balagha, sermone n. 74; cfr. Anche at-Tabari nel suo Tarikh e Ibn al-Athir nel suo al-Athari, Tahdhibu’l-Lugha, vol. 1 (edizione del Cairo) pag. 341
  • 15. Ciò che riporto non può essere considerato altro che come un riassunto degli avvenimenti di Saqifa e successivi. Per dettagli sugli avvenimenti in inglese, basati sulle fonti più antiche della storia islamica, cfr. Rizvi, Imamat, pp. 113-126; al-´Askari, S. Murteza, Abdullah ibn Saba´and Other Myths (Teherán: Wofis, 1984) pp. 69-95; Jafri, The Origin and Early Develpment, pp. 27-53.
  • 16. Per la conversazione qui menzionata, cfr. Ibn Qutayba ad-Dinwari, al-Imamah was Siyasa, parte I (Cairo: al-Halabi Publications, n.d) pag. 20. Le parole di Ibn Qutaybah sono le seguenti:

    فقالوا: “بايع” فقال:”ان انا لم افعل؟”

    فقالوا: “اذاً والله الذي لا اله الا هو، نضرب عنقك!”

    فقال:”اذا تقتلون عبد الله و اخا رسوله!”

    فقال عمر:”امّا عبد الله، فنعم. امّا اخو رسوله، فلا!”

    و ابو بكر ساكت لا يتكلم. فقال عمر:”الا تامر فيه بامرك؟”

    فقال:”لا اكرهه على شيء ما كانت فاطمة الى جنبه.”

  • 17. Imam al-Bukhari lo ha citato in due parti nel suo Sahih, una volta in forma abbreviata (senza “con l’eccezione che dopo di me non vi sarà Profeta”) e poi completa. Cfr. Sahih, vol. 5, in arabo con la traduzione inglese di M. Mohsin Khan (Beirut: Dar al-´Arabiyya, n.d) pag. 47, 492-493.
  • 18. Nahjul Balaga, detto n. 166.
  • 19. Questo incidente di Kufa è stato narrato da quattro compagni del Profeta e quattordici dei suoi discepoli, ed è stato registrato nella maggioranza dei libri di storia e tradizioni. Cfr. al-Amini, al-Ghadir, vol. 1 (Teherán: Muassatul Muwahidi, 1976) pp.166-186.