Compendio della Dottrina Islamica

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Il presente libro è un compendio dei princìpi e dei precetti della religione islamica ed è la traduzione (dall’originale persiano) dell’opera “Kholàseye Ta’àlime Eslàm” dell’Allàmah Tabatabai.
Esso è composto di tre fondamentali parti: «I Princìpi», «L’Etica» e «Le Norme».

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Presentazione

Il presente libro è un compendio dei princìpi e dei precetti della religione islamica ed è la traduzione (dall’originale persiano) dell’opera “Kholàseye Ta’àlime Eslàm” dell’Allàmah Tabatabai.

Esso è composto di tre fondamentali parti, che abbiamo denominato: «I Princìpi», «L’etica» e «Le Norme».

Nella prima parte sono esposti i princìpi fondamentali della fede islamica (Unicità Divina, Profezia, Risurrezione), i quali sono stati illustrati mediante delle dimostrazioni relativamente semplici e concise, sulle quali il lettore deve meditare. La seconda parte riguarda l’etica; in essa è trattata la questione del dovere ed è illustrato in breve il dovere dell’uomo verso Dio, verso se stesso e verso i suoi simili. Nella terza parte invece sono spiegate alcune delle norme che regolano la quotidiana vita del musulmano praticante. Particolare importanza è stata data alle norme che regolano la preghiera, che costituisce il “pilastro” della religione islamica. È stato dato anche un breve accenno alle norme che regolano il digiuno del mese di ramadan.

La presente traduzione è un rifacimento della precedente eseguita dal Centro Culturale Islamico Europeo (prima edizione – aprile 1988). L’Associazione Mondiale dell’Ahl ul-Bayt si propone con essa di far conoscere al pubblico italiano gli aspetti fondamentali della divina dottrina islamica.

Nella speranza che la traduzione di quest’opera possa servire a chi ama approfondire le proprie conoscenze riguardo ai princìpi e ai precetti morali e pratici della religione islamica, chiediamo a Dio di perdonare le nostre colpe e di guidarci sul retto sentiero.

Mostafà Bakhshkon

Santa città di Qum, 22 ottobre 1999

La Religione

Introduzione

La religione costituisce un insieme di princípi e una serie di precetti pratici e morali che i Profeti hanno portato agli uomini, da parte di Dio, per guidarli sul retto sentiero. L’adesione a tali princípi e la pratica di questi precetti, determinano la beatitudine dell’uomo in questo mondo e nell’Aldilà. L’essere religioso e il seguire gli ordini di Dio e del Profeta conduce dunque l’uomo alla beatitudine di quest’effimero mondo e dell’eterna e infinita vita oltremondana.

In effetti, nessuno di noi può negare che il vero beato è chi nella propria vita mira a nobili obiettivi, si astiene dal vivere in istato di traviamento, ha un carattere integro, compie buone azioni e mantiene un cuore sereno e un coraggio indefesso di fronte agli ostacoli della vita. Questa è la beatitudine verso la quale ci guida la Religione di Dio, beatitudine che non può essere raggiunta senza di essa.

I princípi religiosi s’annidano nel cuore umano e, al pari di una guardia segreta, lo accompagnano ovunque e in ogni stato, distogliendolo dal vizio e inducendolo alla virtú. La fede è il piú saldo dei sostegni e permette di allontanare ogni paura, ogni angoscia, ogni malinconia. Gli uomini pii non si fanno prendere dal panico in nessuna circostanza e mai, dentro di sé, si sentono vili e deboli; essi, infatti, si vedono collegati all’illimitato potere del Creatore dell’universo, lo ricordano sempre, godono continuamente della Sua protezione e grazie a Lui hanno costantemente un cuore certo e uno spirito forte.

Oltre ai princípi, la religione ci prescrive anche di avere un carattere integro e di compiere, per quanto possiamo, azioni buone e degne.

Nella religione possiamo pertanto distinguere:

1) i princípi

2) l’etica

3) la pratica

Chiariamo ora questa sommaria esposizione.

I Princípi

L’Esistenza di Dio

Se ci rivolgiamo alla nostra ragione, se ci affidiamo alla no­stra coscienza, comprendiamo che quest’universo non può essere venuto ad esistere da sé e che il suo meraviglioso ordine non può compiersi senza l’opera di un ordinatore. Sicuramente vi è un creatore che, mercé la propria illimitata potenza e infinita cono­scenza, ha dato origine a quest’immenso e magnifico universo e lo ha messo in movimento con un preciso ordine e secondo leggi costanti e invariabili. Nulla è stato creato invano e nessun essere può sfuggire alle divine leggi che governano l’universo.

La Profezia

È forse possibile credere che il Signore, con tutta la misericordia e la sollecitudine che ha verso le sue creature, possa abbandonare a se stesso l’uomo, capolavoro della creazione? È possibile pensare che il Signore possa abbandonare gli individui della società umana ai propri intelletti, che sono per lo piú in preda alle passioni e, perciò, traviati ed erranti? La risposta a queste domande è fin troppo chiara: egli per mezzo d’infallibili messaggeri ha inviato agli uomini le Sue leggi, affinché applicandole possa raggiungere la beatitudine e la felicità.

L’Aldilà

Nel corso della vita terrena i preziosi effetti e gli inestimabili vantaggi della pratica delle norme religiose non si manifestano in modo completo; né i probi raggiungono la loro reale ricompensa né i delinquenti e gli oppressori sono completamente puniti. Da ciò deduciamo che esiste un altro mondo ove tutte le azioni della gente sono attentamente vagliate al fine di ricompensare i probi e punire gli empi.

La religione ispira agli uomini questi e altri1 princípi e li mette in guardia dall’ignoranza e dall’inconsapevolezza.

L’Etica

La religione c’invita ad acquisire tutte le virtú, ad avere un buon carattere, a adornarci con buone e lodevoli qualità. C’invita inoltre ad avere coscienza del dovere, a essere benevoli, filantropi, gentili, fedeli, affabili, garbati e giusti; ci prescrive inoltre di difendere i nostri diritti, senza oltrepassarne i limiti, di non offendere l’onore e non violare i beni e l’integrità fisica degli altri. La religione ci raccomanda di compiere qualsiasi tipo di sacrificio per l’apprendimento del sapere e di scegliere, in tutte le attività della vita, la via della giustizia e della moderazione.

La Pratica

La religione ci comanda di compiere azioni proficue e utili alla società e a noi stessi e vieta quelle che provocano corruzione. Essa c’insegna inoltre a eseguire atti d’adorazione quali la preghiera e il digiuno, che sono segno di sottomissione e ubbidienza a Dio.

Queste sono le norme che la religione ha portato e che ci ordina di rispettare. Alcune di esse riguardano le questioni di fede, altre sono di carattere etico e altre ancora di carattere pratico.

Per finire ripetiamo che l’accettazione e l’applicazione di tali norme costituiscono l’unico mezzo per raggiungere la beatitudine. In effetti, nessuno di noi può negare che l’essere umano non ha altra beatitudine all’infuori di quella derivante dall’essere realista, possedere un carattere integro e agire rettamente.

L’Importanza della Religione ed i vantaggi offerti da essa

È forse necessario che l’uomo segua una religione?

Esiste forse qualche relazione di dipendenza tra la vita degli uomini e la religione, la fede in Dio? Non può forse la società umana proseguire la sua esistenza senza religione e fede in Dio? Non è forse vero che è chiamato religioso chi afferma l’esistenza di una divinità per l’universo ed esegue particolari pratiche al fine di soddisfare la sua volontà?

Qualcuno potrebbe pensare che se nella società i doveri di ogni individuo sono precisamente determinati conformemente alle leggi inventate dall’uomo e ognuno si sforza di compiere il proprio dovere, le leggi umane possono sostituire quelle divine e la religione diviene cosí superflua. Esaminando un minimo i precetti e le norme dell’Islam si giunge però alla conclusione opposta. La religione islamica non si occupa infatti soltanto delle questioni inerenti al culto, ma stabilisce anche per tutte le questioni individuali e sociali dell’uomo, leggi e norme perfette. Certo, l’Islam analizza in modo strabiliante lo sterminato mondo umano, disponendo per ogni azione (individuale o sociale che sia) dell’uomo adeguate norme. Insomma, questa straordinaria religione con i suoi celesti precetti garantisce, sotto ogni aspetto e nel massimo grado possibile, la beatitudine e la felicità dell’umanità.

Ogni persona dotata di giustizia ammetterà quindi che le leggi create dal limitato pensiero e dalle relativamente scarse conoscenze dell’uomo non possono rivaleggiare con le norme e i precetti dell’Islam.

Dio l’Altissimo descrive nel generoso Corano la religione islamica nel modo ora esposto; per convincersene si mediti sul contenuto dei seguenti versetti coranici.

“In verità, presso Dio, la religione {quella vera e giusta} è l’Islam; coloro cui è stato dato il Libro, per via di mutua malevolenza e invidia, non sono entrati in contrasto tra loro se non dopo aver ricevuto la conoscenza della religione vera. Coloro che negano i segni di Dio sappiano che, in verità, Egli è rapido nel regolare i conti cogli empi”(Santo Corano, 3:19)

La religione alla quale tutti i profeti hanno invitato la gente consiste sostanzialmente nell’adorare Dio e nel sottomettersi ai suoi precetti. I sapienti delle religioni passate, nonostante fossero in grado di distinguere il vero dal falso, a causa del loro fanatismo e della loro ostilità, non si sottomisero alla verità, andando ciascuno per una via diversa; fu in tal modo che comparvero le diverse religioni. In realtà essi hanno rinnegato i segni di Dio ed Egli presto li punirà per le loro blasfeme azioni.

“Chiunque scelga di seguire una religione diversa dall’Islam, sappia che essa non gli sarà mai accettata ed egli nell’Aldilà sarà nel novero di quelli che non raggiungeranno la salvezza e la beatitudine ”(Santo Corano, 3:85)

“O voi che avete creduto, entrate tutti nella pace e non seguite le orme di satana, perché, in verità, egli è vostro palese nemico” (Santo Corano, 2:208)

“Osservate il patto di Dio ora che lo avete stretto; non rompete i giuramenti dopo averli rinsaldati, poiché avete costituito Dio come vostro garante. In verità Dio sa ciò che fate”. (Santo Corano, 16:91)

Tale versetto vuole esprimere che il musulmano è tenuto a rispettare tutti i patti stretti con Dio o con gli uomini e che non ha il diritto di violarli.

“Invita la gente al sentiero del tuo Signore con saggezza e graziosa predica; disputa con loro nella maniera migliore. In verità il tuo Signore conosce meglio di chiunque altro chi è uscito dal Suo sentiero; Egli conosce meglio di chiunque altro chi segue la retta via” (Santo Corano, 16:125)

Tale versetto vuole affermare che il Musulmano, per il progresso della propria religione, deve discutere con gli altri conformemente al loro grado di comprensione e in modo che sia loro utile e se non riesce a ricondurre qualcuno sul retto sentiero con l’argomentazione logica, deve servirsi del “jiadàl” {discussione dialettica}, che è uno dei metodi per provare una tesi.

“E quando viene recitato il Corano ascoltatelo e fate silenzio; forse in tal modo sarete toccati dalla misericordia divina”(Santo Corano, 7:204)

“O voi che avete prestato fede, obbedite a Dio, all’Inviato e ai Detentori di Autorità a voi stessi appartenenti. Se poi v’accade di disputare su qualche cosa, devolvetela a Dio e all’Inviato, se credete in Dio e nel Giorno Estremo. Questo modo di procedere è meglio per voi e prospetta una fine migliore” (Santo Corano, 4:59)

Questo versetto c’insegna che nella società islamica per ri­muovere le controversie non v’è altro mezzo che il Corano e le parole del Profeta; ogni controversia deve essere risolta con l’ausilio di queste due fonti. Se poi a volte vediamo un vero Mu­sulmano risolvere una controversia mediante l’uso dell’intelletto, dobbiamo sapere che egli lo fa perché il Corano ha accettato i giudizi del sano intelletto.

“O Profeta, è per misericordia divina che sei diventato cosí bonario nei loro confronti; se tu fossi stato sgarbato e duro di cuore si sarebbero dispersi dintorno a te. Perdonali dunque e chiedi il perdono di Dio per loro. Consultati con loro sulle varie questioni e quando hai preso una decisione confida in Dio, perché, in verità, Dio ama chi confida in Lui” (Santo Corano, 3:159)

Poiché essere cortesi, benevoli e consultarsi reciprocamente sulle varie questioni sono cose che creano affetto e amore tra le persone, poiché gli individui di una comunità devono essere affezionati alla propria guida, affinché il Profeta possa influire sulle persone, Dio gli ordina di essere bonario e di consultarsi con loro. Tuttavia, siccome è possibile che la gente sbagli, il Signore gli ordina anche di essere, dopo aver consultato i suoi, autonomo nelle proprie decisioni e di rimettersi, in ogni cosa che fa, a Dio, poiché nessuno può contrastare la volontà divina.

Dio l’Altissimo nello stesso modo nel quale ha presentato l’Islam presenta la religione giudaica e quella cristiana, i cui rispettivi libri ispirati sono la Torà e il Vangelo, che contengono precetti e norme di carattere sociale. Dice infatti nel Corano:

“Ma come fanno a volerti come giudice, quando, presso di loro, v’è la Torà che contiene la legge di Dio?! E poi, dopo che hai giudicato conformemente ad essa, respingono la tua sentenza! Essi non sono credenti!” (Santo Corano, 5:43)

“In verità, Noi abbiamo fatto discendere la Torà; in essa v’è la guida verso la verità e la luce. I Profeti, che erano sottomessi alla legge di Dio, con essa giudicavano fra chi diventò giudei e lo stesso facevano i loro pii educatori e i loro sapienti, e ciò perché era stata loro chiesta la custodia del Libro di Dio e che erano i suoi testimoni. Non temete dunque la gente ma temete Me! Non barattate i Miei segni a vile prezzo! Coloro che non giudicano mediante ciò che Dio ha fatto discendere, sono miscredenti” (Santo Corano, 5:44)

“Dopo di loro {i profeti inviati prima del Messia} mandammo Gesú figlio di Maria, attestante la verità della Torà, che era stata fatta discendere prima di lui, e gli demmo il Vangelo, nel quale v’era guida {verso il vero} e luce, attestava la verità della Torà, prima di esso inviata, ed era guida e consiglio per i timorati di Dio” (Santo Corano, 5:46)

“La Gente del Vangelo {i seguaci di Gesú} devono giudicare secondo ciò che Dio ha rivelato in esso; quelli che non giudicano in conformità a ciò che Dio ha rivelato sono empi” (Santo Corano, 5:47)

“E Noi facemmo discendere su di te questo libro {il Santo Corano} giustamente; esso attesta la verità dei libri ispirati in precedenza ed è loro guardiano e protettore. Giudica quindi tra loro secondo quanto Dio ha fatto discendere e non andare dietro alle loro passioni, rinnegando cosí ciò che della verità è disceso su di te...” (Santo Corano, 2:208)

Da quanto è stato finora detto, diviene chiaro che, secondo il Corano, la religione è il metodo di vita dal quale l’uomo {se vuole raggiungere la sua reale beatitudine, la propria vera felicità} non può sfuggire; si è inoltre compreso che la differenza esistente tra la religione e la legislazione sociale è che la prima proviene da Dio l’Altissimo, mentre la seconda è frutto del pensiero umano. In altre parole, la religione collega la vita sociale della gente con l’adorazione di Dio, con la sottomissione a Dio, mentre nelle legislazioni sociali non viene data alcun’importanza a questa relazione.

I vantaggi della religione

Da quanto sinora detto si è compreso che la religione esercita una profonda influenza riformatrice sull’individuo e sulla società, tanto che essa può essere tranquillamente considerata l’unica via di salvezza dell’uomo, l’unico modo che egli ha a disposizione per raggiungere la beatitudine.

In effetti, gli individui di una società non vincolata alla religione perdono il proprio realismo, la propria attitudine a pensare e a ragionare, vanificano i giorni della propria preziosa vita nello smarrimento, nella superficialità, nell’incoscienza e ignorano ciò che dice il loro intelletto. Essi si riducono insomma a vivere al pari di sciocchi animali e cadono inevitabilmente nell’immoralità e nel vizio, perdendo del tutto quelle caratteristiche proprie dell’essere umano.

Gli individui di una tale società, non solo non raggiungeranno il loro finale grado di perfezione e l’eterna beatitudine, ma subiranno anche, nella loro breve e fugace vita di questo mondo, le nefaste conseguenze e gli spiacevoli effetti delle proprie turpi azioni; alla fine vedranno le conseguenze della propria incoscienza, comprenderanno in modo assai chiaro che l’unica via che porta alla beatitudine è quella della religione, della fede in Dio e, alla fine, si pentiranno della loro indegna condotta. Dio l’Altissimo nel Santo Corano dice:

“Chi si tiene lontano dal male e dal peccato è salvo. Chi invece compie il male e pecca non raggiungerà la salvezza {e brucerà nel fuoco dell’Inferno}” (Santo Corano, 91:9-10)

Sí, la beatitudine dell’uomo, la felicità dell’individuo e della società, dipendono dal rispetto dei precetti religiosi e ciò che conta è la sostanza dei fatti, la pratica, non le apparenze, le parole. Chi si ritiene musulmano e attende con animo cupo, vile carattere e cattiva condotta l’angelo della beatitudine è esattamente come il malato che ignora la ricetta che ha preso dal medico e pretende pure di guarire. Certamente con una tale mentalità non raggiungerà mai il suo scopo. A tal proposito Dio l’Altissimo nel Corano dice:

“Tra i Musulmani, gli Ebrei, i Sabei 2 e i Cristiani, quelli che hanno realmente creduto in Dio e nel Giorno del Giudizio e che hanno operato rettamente, avranno presso Dio una generosa ricompensa” (Santo Corano, 2:62)

In conformità a questo versetto, taluni potrebbero ritenere che gli individui che hanno creduto in Dio e nel Giorno del Giudizio e hanno agito rettamente saranno salvi anche pur non avendo riconosciuto per tali tutti o parte dei Profeti. È perciò necessario ricordare che i versetti 150 e 151 della “Sura delle Donne” dichiarano miscredenti le persone che non riconoscono tutti i Profeti o anche alcuni di essi:

“Coloro che negano Dio e i Suoi Profeti, intendono creare divisione tra Dio e i Suoi profeti, dicono: ‘Crediamo in alcuni e neghiamo altri’ e intendono seguire una via intermedia, questi, sono in verità i miscredenti {al pari dei Giudei che hanno negato Gesú e Muhammad (S), e i Cristiani che hanno negato Muhammad (S)}” (Santo Corano, 4:150-151)

Perciò soltanto coloro che avranno creduto in tutti i Profeti e avranno operato rettamente potranno trarre beneficio della propria fede.

La Religione e la Società

La civiltà dell’Uomo

Analizzando le cause e gli agenti che, nelle epoche passate, hanno dato origine alle diverse società umane, costatiamo che l’uomo in vita sua non vuole e non ricerca che la propria beatitudine e la propria felicità. Egli non può realizzare questa beatitudine se non assicurandosi in modo completo la totalità dei mezzi di sussistenza dei quali necessita per vivere.

L’uomo comprende insitamente che non sarà mai in grado di procurarsi da solo l’enorme quantità di mezzi di cui necessita per assicurarsi la tranquillità e la beatitudine a cui aspira. Egli si rende perfettamente conto che da solo non avrà mai il potere di risolvere i problemi della propria vita, non sarà mai in grado di raggiungere la perfezione.

Per questo motivo, per soddisfare i propri bisogni, si vede costretto a adattarsi alla vita sociale, ad accettare che il piú agevole mezzo che ha a disposizione per raggiungere il proprio scopo è la collaborazione con gli altri individui della società in cui vive. È ciò che spinge gli individui di una società a collaborare per assicurarsi i necessari mezzi di sussistenza.

Ciascuno si impegna al fine di assicurare parte di tali mezzi e quando tutti hanno svolto il proprio dovere i singoli risultati vengono combinati tra loro e ognuno, in proporzione alla propria operosità e alla propria posizione sociale, si prende una parte del risultato totale e la sfrutta per portare avanti la propria vita. Questa collaborazione ed equa spartizione del risultato del lavoro comune permette all’uomo di garantirsi il suo benessere e la sua beatitudine.

L’assetto sociale: una necessità

Poiché esiste commistione tra i risultati delle singole attività degli individui della società e siccome tutti vogliono giovarsi di tali risultati, sorgono inevitabilmente determinati conflitti d’interesse. È infatti chiaro che, di solito, gli interessi materiali sono l’origine dei diversi tipi di discordie e distruggono l’amore e la cordialità tra la gente.

Onde preservare l’affiatamento e l’amore tra gli individui della società è necessario instaurare una serie di norme la cui osservanza impedisca ogni possibile disordine e degenerazione anarchica. In effetti, senza un assetto la società umana cadrebbe in uno stato di disordine tale da non poter durare nemmeno per un giorno.

È poi naturale che tali norme differiscano secondo il livello di civiltà o di barbarie proprie a ogni popolo, a ogni nazione, varino secondo i diversi livelli di cultura delle società e delle loro diverse organizzazioni di governo. Ma ripetiamo che in nessun caso la società può fare a meno di una serie di usi, di costumi e di norme rispettate da almeno la maggioranza dei suoi membri. Mai è esistita nella storia dell’umanità una società assolutamente priva di usi, costumi e norme comuni.

Libertà e assetto sociale

Poiché l’essere umano compie tutte le proprie azioni con il proprio arbitrio e la propria elezione, si sente libero di agire e immagina questa sua libertà d’azione come assoluta, libera da vincoli e condizioni. Egli aspira a una libertà totale, rifugge da ogni genere di limitazione ed è perciò insofferente a ogni proibizione, ad ogni privazione a lui rivolte. Quando gli viene imposta una limitazione egli prova dentro di sé un particolare affanno, uno speciale senso di abbattimento. È per questo che le norme che regolano la società, per quanto poche siano, siccome limitano in certa misura l’essere umano, sono sempre contrarie alla sua liberale indole.

L’uomo comprende tuttavia che qualora non accettasse, allo scopo di preservare la società e l’ordine esistente in essa, di cedere, di fronte alle leggi, parte della propria libertà, questa cadrebbe in un disordine tale da annientare del tutto la sua libertà e la sua tranquillità. Egli sarebbe in tal caso libero di violare i diritti altrui, ma non avrebbe alcuna garanzia della difesa dei suoi. Perciò l’uomo, allo scopo di preservare parte della propria libertà, rinuncia a parte di essa e rispetta le norme che regolano la società.

Ciò che minaccia l’esecuzione delle leggi

Secondo quanto abbiamo detto, giungiamo a riscontrare una sorta di contrasto, di incompatibilità tra l’indole liberale dell’uomo e le norme vigenti nella società; è come se le leggi, al pari di una robusta catena, lo legassero ed egli cercasse costantemente di liberarsi. Tale atteggiamento è il maggior pericolo per il mantenimento dell’ordine sociale e delle leggi che ad esso presiedono.

Pertanto, a fianco delle norme e dei doveri di carattere pratico, vengono sempre disposte una serie di norme applicate per punire i contravventori, intimorire la gente e impedire loro di violare le leggi. Al fine poi di animare gli individui al rispetto delle leggi, si infonde in loro la speranza di ricevere ricompense e premi. Non si può tuttavia negare che il timore di essere puniti e il desiderio di essere ricompensati sono fattori che possono contribuire solo in parte all’esecuzione delle leggi penali.

Tali fattori non consentono infatti di abolire al cento per cento la trasgressione delle leggi e non sono in grado di preservarne completamente l’autorità e la padronanza, perché le leggi penali, al pari delle altre leggi, possono venire infrante dall’uomo e sono costantemente minacciate dalla sua liberale indole. Cosí le persone dotate di influenza e di potere possono, senza alcun timore, violare pubblicamente la legge oppure, servendosi della loro influenza, costringere l’organo giudiziario e il potere esecutivo ad accettare le loro illecite pretese.

Coloro che non possiedono una posizione influente, per raggiungere i loro scopi, possono invece approfittare della disattenzione e della debolezza delle autorità che hanno la responsabilità di dirigere e governare la società e trasgredire di nascosto, oppure possono sfruttare altri mezzi come le tangenti, gli agganci e le parentele. È ovvio che tali comportamenti finiscono per mandare in rovina la società.

Le migliaia di violazioni e di trasgressioni che ogni giorno costatiamo nelle diverse società umane sono la migliore prova di quanto abbiamo ora detto.

La fonte principale di questo pericolo

Occorre a questo punto vedere donde provenga il pericolo di cui al paragrafo precedente e come si debba domare la superba e liberale indole dell’uomo, al fine di ostacolare la violazione della legge nella società.

L’origine di questo pericolo, che costituisce la principale causa della corruzione sociale, che le stesse leggi non riescono a prevenire, risiede nel fatto che le normali metodologie sociali, che danno luogo alle leggi create dall’uomo, prendono in considerazione la sola dimensione materiale dell’esistenza dell’uomo, tralasciando quella spirituale e trascurando i suoi istinti interiori. Tali metodologie mirano esclusivamente alla coordinazione e al mantenimento dell’ordine, dell’equilibrio esistente tra le azioni della gente affinché queste si svolgano in modo tale da non sfociare in contrasti e conflitti.

La legge sociale pretende dagli individui della società il rispetto dei suoi articoli, mira a controllare tutte le loro azioni che riguardano la vita sociale, senza curarsi minImamente delle loro qualità interiori, degli intimi sentimenti che li spingono a compiere tali azioni e che costituiscono i nemici interiori e nascosti delle leggi.

Pertanto, ogniqualvolta nel dirigere la società venga trascurata l’indole liberale dell’uomo e centinaia di altri fattori interni {come l’egoismo, la lussuria}, che costituiscono la principale causa della corruzione, la società cadrà in uno stato di disordine e i conflitti, i disordini esistenti si intensificheranno giorno dopo giorno; tutte le leggi sono infatti continuamente minacciate dalle aggressioni di potenti ribelli e dai “notturni” assalti di abili ladri, causati da questi stessi fattori interni. Nessuna legge può quindi opporsi da sola alla corruzione o prevenire l’insorgere dei conflitti.

Le Religione e le Leggi create dall’Uomo

L’eccellenza della religione sulle altre leggi

La piú avanzata metodologia sociale per garantire l’esecuzione della legge consiste nel varare leggi penali e istituire un organo di sorveglianza. Tuttavia, come abbiamo già detto in precedenza, né le sanzioni né l’esistenza di una forza di polizia sono in grado di avere ragione degli istinti ribelli dell’uomo e fare in modo che le leggi da esso inventate per dirigere la società vengano effettivamente applicate.

La religione oltre a incaricare una forza di polizia del mantenimento dell’ordine pubblico e varare leggi per punire i contravventori e gli scellerati, dispone anche di potenti strumenti con i quali è in grado di vincere ogni forza avversa.

La religione a seguito del legame che crea tra vita sociale e adorazione di Dio l’Altissimo rende l’essere umano responsabile dinanzi a Dio di tutte le proprie azioni, sia di quelle che riguardano la sua vita individuale sia di quelle che riguardano la sua vita sociale. Poiché Dio l’Altissimo, con il Suo infinito potere e la Sua illimitata conoscenza, domina l’essere umano sotto ogni aspetto ed è perfettamente al corrente di ogni suo pensiero e intimo segreto, la religione affida il compito di sorveglianza e di custodia dell’uomo, oltre che a una guardia esteriore, a una guardia interiore, la quale, nel suo lavoro di vigilanza, è infallibile. A tal proposito, Dio l’Eccelso nel Santo Corano dice:

“Dio sa perfettamente ciò che essi fanno” (Santo Corano,8:47)

“Ed Egli è con voi ovunque voi siate” (Santo Corano, 57:4)

“Il tuo Signore ripagherà completamente le loro azioni, ché, in verità, Egli sa perfettamente ciò che fanno” (Santo Corano,11:111)

“ In verità Dio vi sorveglia”(Santo Corano,4:1)

Se ora poniamo a confronto la persona che vive in un ambiente in cui vige il diritto umano con quella che vive in un ambiente religioso, l’eccellenza e la superiorità della religione ci apparirà in tutta chiarezza.

In una società i cui individui sono religiosi, siccome sanno che Dio osserva costantemente le loro azioni, la vita si svolge in assoluta pace e armonia. Gli individui che vivono in una tale società si rispettano, non si comportano tra loro in modo violento, non si calunniano ed evitano persino di essere sospettosi nei confronti del prossimo. La religione vieta infatti all’uomo di essere sospettoso nei confronti degli altri, cosa che viene però trascurata dalle leggi create dall’uomo. Il Santo Corano a tal proposito dice:

“O voi che avete prestato fede, tenetevi lontano da molti dei sospetti, ché, in verità alcuni sospetti costituiscono peccato” (Santo Corano,49:12)

In un ambiente religioso l’uomo sta completamente tranquillo, vive i giorni della sua vita in assoluto benessere e alla fine raggiunge l’eterna beatitudine.

Contrariamente a quanto è stato finora detto, in un ambiente in cui vigono solamente le leggi inventate dall’uomo, gli individui evitano di compiere atti vietati solo quando vedono che la forza di polizia osserva le loro azioni, diversamente è possibile che compiano qualsiasi trasgressione.

Ogni individuo religioso, secondo quanto gli ha insegnato la religione, sa che la sua esistenza non si circoscrive ai pochi giorni trascorsi in questo mondo effimero ed è conscio del fatto che dopo la sua morte un’altra vita, illimitata e infinita, l’attende; egli sa bene che con la morte non si annienta ed è altresí conscio del fatto che l’unica via che l’uomo ha per raggiungere la perpetua beatitudine e l’eterna tranquillità consiste nell’osservare i precetti religiosi, inviati dal Signore Altissimo mediante i Suoi messaggeri.

Egli sa che i precetti religiosi provengono da Dio, l’Onnipotente, l’Onnisciente, l’Onniveggente, che conosce perfettamente ogni azione esteriore dell’uomo e ogni suo sentimento intimo e pensiero nascosto. Egli sa che verrà da Lui ripagato per ogni buona azione che ha compiuto nel corso della sua vita e punito per ogni sua trasgressione. Nessuno può sfuggire alla giustizia di Dio nascondendogli i peccati che ha commesso.

Ogni individuo religioso in base ai principi della propria religione, sa che ogni volta che osserva un precetto religioso ubbidisce al proprio Signore e che, nonostante che solitamente il servo, in quanto servo, non abbia diritto a nessun compenso dal suo padrone per l’esecuzione di un suo ordine, riceverà, per grazia e benevolenza del Signore, una generosa ricompensa per aver eseguito i Suoi ordini. Da questo punto di vista, ogni suo atto d’obbedienza costituisce in realtà una transazione che egli accetta di eseguire di propria volontà.

Egli cede volontariamente una parte della propria libertà in cambio del compiacimento di Dio Benevolo e della Sua futura ricompensa. Cosí la persona osservante, rispettando i precetti religiosi, è, in assoluta beatitudine, occupata a transare volontariamente la propria libertà con una merce infinitamente piú preziosa.

Al contrario, colui che non è religioso, siccome considera l’osservanza delle norme e delle leggi un danno per se stessa, siccome la sua liberale indole non riesce a sopportare di perdere parte della propria libertà, cerca sempre di violare la legge e riconquistare cosí la libertà perduta.

La religione presenta caratteristiche che la differenziano ulteriormente dal diritto umano; ad esempio gli osservanti rifuggono volontariamente dal peccato, mentre coloro che seguono il diritto umano non lo fanno che per timore di essere puniti dalla legge; la religione governa totalmente l’essere umano, mentre la legge non è dotata di un simile potere: essa lo domina sia esteriormente sia interiormente, contrariamente alla legge che non può ordinare e dominare che esteriormente. La religione non è solamente un’autorità che impedisce di agire in modo biasimevole, è anche un maestro che insegna all’essere umano le virtú e le doti, il che non accade nel caso del diritto umano, di natura esclusivamente repressiva.

Se i vantaggi offerti dal diritto umano fossero considerati eguali a una unità, quelli della religione sarebbero superiori a diverse migliaia. Coloro dunque che si adoperano al fine di annientare la religione e non vedono altro che il diritto laico, sono simili a chi amputa con le sue stesse mani la propria gamba sana per sostituirla con una di legno.

Da quanto precede, possiamo dedurre che la religione è il migliore mezzo per dirigere e guidare la società umana, e piú di ogni altro metodo riesce a indurre la gente al rispetto delle leggi vigenti nella società.

Un tentativo di soluzione

I paesi sottosviluppati del mondo che, nel corso del secolo scorso, hanno voluto impegnarsi sulla via del progresso e dello sviluppo, accettando il metodo di governo laico senza tenere conto delle manchevolezze del diritto laico e del grande potere della religione, si sono immersi nella barbarie e nella decadenza.

Di contro, le nazioni progredite e astute del mondo, accortesi delle lacune presenti nel diritto laico, al fine di salvarlo da una sconfitta certa, si sono dedicate alla ricerca di una soluzione e hanno cambiato metodo. Tali nazioni hanno organizzato il loro metodo di istruzione e educazione in modo tale che gli individui della società vengano, in ogni caso, a formarsi acquistando una serie di virtú e considerino in tutte le loro attività sociali la legge come un qualcosa di sacro e inviolabile.

Questo tipo di formazione è in grado di salvare la legge non religiosa, fa sí che essa trovi il suo corso ordinario e garantisce di conseguenza, in modo notevole, il benessere e la felicità degli individui della società.

Bisogna però prestare attenzione che questi metodi si basano su teorie e concetti che possono essere suddivise in due diverse categorie:

concetti e princípi (come umanitarismo, benevolenza, compassione verso i propri dipendenti) fondati sul realismo e presi indubbiamente dalle religioni rivelate. In effetti, la religione, dai tempi piú antichi, ancora prima del sorgere delle civiltà avanzate, invitava gli uomini a seguire tali princípi. Perciò la beatitudine e la felicità venute a esistere nelle società progredite a causa dell’applicazione di tali concetti sono parte dei doni concessi dalla religione all’umanità.

Concetti e principi inconsistenti e illusori, che appartengono al mondo delle favole. In tale ambito rientra ad esempio il comportamento di coloro che fanno credere alla gente che se soffriranno oppure verranno uccisi per la salvezza della loro patria, i loro nomi verranno incisi in lettere d’oro nelle pagine della storia. Non si può negare che in molti casi queste fandonie danno risultati pratici; è possibile infatti che taluni rimangano impressionati da esse e facciano dei sacrifici in campo di battaglia, uccidendo un gran numero di nemici.

Bisogna tuttavia sapere che esse arrecano danni molto maggiori dei vantaggi che offrono, poiché rendono l’uomo superstizioso e rovinano il suo senso della realtà; per coloro che non hanno fede in Dio, nel Giorno del Giudizio e che considerano la morte dell’uomo come il suo annientamento, la vita eterna e la beatitudine imperitura che viene dopo la morte non avranno infatti piú alcun senso.

  • 1. Che verranno in seguito dettagliatamente esposti.
  • 2. - Gli Zoroastriani che si avvicinano alla religione degli Ebrei e che scelgono un credo risultante dalla commistione di quello zoroastriano e quello ebreo, vengono detti Sabei.

Parte I: I Principi

L’Islam

Il desiderio di religione è insito nell’uomo

L’essere umano desidera insitamente la religione. Egli durante tutta la sua vita si dà costantemente da fare per realizzare la propria felicità, ricerca i mezzi piú efficaci a consentirgli di soddisfare i propri bisogni e raggiungere cosí i propri scopi; egli, senza dubbio, aspira a un mezzo invincibile e sempre efficace per realizzare i suoi desideri.

In natura non esiste alcuna causa il cui effetto sia perpetuo, invincibile e insoggiogabile. Da ciò si deduce che questa naturale tendenza dell’uomo a ricercare un invincibile mezzo per raggiungere la felicità e la reale pace interiore, è in realtà desiderio d’Islam, perché soltanto Dio l’Altissimo è invincibile, insoggiogabile nella sua volontà, immune da qualsiasi difetto e mancanza, e il solo metodo di vita avente una reale e totale relazione con Dio l’Altissimo è quello indicato dalla religione islamica.

È possibile quindi affermare che tale desiderio istintivo dell’uomo è una delle migliori prove in favore dei tre princípi della religione (l’Unicità di Dio, la Profezia e la Risurrezione), poiché la comprensione innata dell’uomo, necessaria conseguenza della sua particolare natura, non sbaglia mai. Cosí egli non confonde mai il concetto di amicizia con quello di inimicizia, come non confonde la sensazione di sete che prova dentro di sé, con quella che avrebbe nel caso in cui fosse dissetato.

È poi vero che talvolta l’uomo desidera cose che apparentemente non hanno nulla a che vedere con quanto abbiamo sinora detto; desidera ad esempio, avere, al pari di un uccello, ali e piume per volare, o addirittura essere, al pari di un astro, nell’alto dei cieli. Tuttavia nel fondo del cuore egli desidera seriamente una reale causa che lo conduca alla beatitudine, desidera raggiungere la pace assoluta, aspira a una vita realmente umana e finché vivrà, questo desiderio non si estinguerà mai.

Insomma, se nell’universo non fosse esistita una causa invincibile {Dio}, l’uomo, con l’essenza incontaminata che ha, non l’avrebbe pensata; se non fosse esistita una pace assoluta {propria della vita oltremondana}, se il metodo religioso {trasmessoci da Dio attraverso l’invio di profeti} non fosse stato vero, il loro desiderio non avrebbe mai trovato spazio nell’animo umano.

Breve sguardo alla storia delle religioni

La piú sicura e affidabile (dal punto di vista religioso) fonte con cui è possibile effettuare una sommaria ricerca riguardo alla comparsa delle religioni è il generoso Corano. Esso è infatti immune da ogni sorta di errore, esente da ogni tipo di faziosità.

Il glorioso Corano descrive in forma sintetica le origini della religione affermando che la religione di Dio, che non è altro che la religione islamica1, accompagna l’uomo fin dal primo giorno della sua comparsa.

L’attuale generazione umana, come afferma espressamente il Corano, deriva da un’unica coppia formata da un uomo, chiamato dal Corano Àdam {Adamo}, e da una donna, chiamata da questo sacro libro Hawwà {Eva}. Adamo era profeta di Dio e come tale riceveva la rivelazione divina. La sua religione era assai semplice; essa comprendeva alcuni comandamenti generali come il dovere di ricordare Dio, di fare del bene al prossimo (in modo particolare ai genitori), di preservarsi dalla corruzione, di non uccidere i propri simili e di non commettere atti turpi.

Dopo la morte di Adamo e della sua sposa, i loro figli condussero un’esistenza assolutamente tranquilla, senza contrasti. Man mano che la popolazione umana aumentava di numero, veniva a crearsi la prima forma di vita collettiva; fu a questo punto che l’uomo inizio a imparare a organizzare la propria vita e fece il primo passo verso la civiltà.

Aumentando ulteriormente la popolazione, questo gruppo primitivo si divise dando luogo alle prime tribú della storia umana. In ognuna di esse v’erano delle eminenti persone, rispettate e onorate dai membri della tribú alla quale appartenevano. Tali personalità erano cosí riverite e venerate, che dopo la loro morte i membri del clan costruivano i loro monumenti e ne facevano oggetto di lode ed encomio. Fu cosí che l’idolatria iniziò a diffondersi tra la gente. Ciò è confermato sia dalle tradizioni degli Imam che dalla storia dell’idolatria.

Gradualmente per effetto dei soprusi fatti dai potenti ai danni dei deboli comparvero i primi contrasti tra la gente che, aggravati di contrasti casuali, sfociarono in veri e propri conflitti. L’insorgere di tali contrasti, di tali conflitti, che deviarono l’uomo dal sentiero della beatitudine e lo trascinarono verso la rovina, verso la malasorte, fu la causa per la quale Dio, il Benevolo, inviò i Profeti e assieme a loro i Libri Ispirati, risolutori dei contrasti degli uomini. A tal proposito, Dio l’Altissimo, nel Corano, dice:

“La gente {inizialmente} formava un’unica comunità; {in seguito ai contrasti insorti tra gli individui di tale comunità} Dio inviò i Profeti affinché rendessero lieta novella {ai probi} e ammonissero {gli empi}, e con essi inviò il Libro affinché giudicasse di ciò in cui discordavano...”(Santo Corano, 2:213)

La religione islamica

La sacra religione islamica è, in ordine cronologico, l’ultima religione celeste e, per questo motivo, la piú completa. L’avvento di questa religione abolí le precedenti; è infatti logico che quando esiste il completo non v’è piú bisogno dell’incompleto.

L’Islam è stato inviato all’umanità mediante il venerato profeta Muhammad (S) figlio di Abdillàh (S)2. Questa porta della salvezza e della beatitudine fu aperta agli uomini nel momento in cui, superate le ere dell’immaturità e dell’ignoranza, essi divennero atti a raggiungere la perfezione umana e a ricevere e mettere in pratica i sublimi insegnamenti divini.

L’Islam ha perciò portato all’uomo verità e conoscenze adeguate alla comprensione dell’individuo realista, gli ha donato virtú che lo distinguono dalle restanti creature e precetti in grado di organizzare la sua vita individuale e sociale.

Da questo punto di vista, l’Islam costituisce una serie di princípi e di norme {di validità universale e perpetua} di carattere morale e pratico, la cui messa in pratica garantisce la beatitudine dell’uomo in questo mondo e nell’Aldilà.

Le norme della religione islamica sono tali che ogni singolo individuo appartenente alla grande famiglia umana e ogni società umana che le metta in pratica potrà raggiungere le migliori condizioni di vita e la piú elevata forma di perfezione. La religione islamica dona ugualmente i suoi proficui effetti a ogni individuo, a ogni società: qualsiasi individuo, grande o piccolo, sapiente o ignorante, uomo o donna, bianco o nero, orientale od occidentale che sia, senza alcuna differenza, può giovarsi dei vantaggi offerti da questa pura religione e soddisfare nel migliore e piú completo dei modi le sue esigenze. Infatti, l’Islam fonda infatti i suoi princípi e i suoi precetti sulla natura insita delle cose ed è perciò in grado di considerare le necessità dell’essere umano e indicare i mezzi in grado di soddisfarle.

In effetti, la natura insita dell’uomo è, in ogni individuo, in ogni razza e in ogni era, la stessa: piccoli o grandi, uomini o donne, sapienti o ignoranti, bianchi o neri che siano, sono in ogni caso membri di questa grande famiglia e hanno perciò stessa natura primordiale e gli stessi bisogni. Lo stesso dicasi per le generazioni future che appartenendo anch’esse alla grande famiglia umana avranno le stesse esigenze di quelle passate.

Ripetiamo quindi che l’universale ed eterna religione islamica, è in grado soddisfare tutte le reali e naturali esigenze dell’uomo. È questo il motivo per cui Dio l’Altissimo la chiama “Religione Naturale”, invitando gli uomini a mantenere viva la propria natura umana, ed è questo suo carattere naturale che ha portato gli eminenti sapienti islamici ad affermare che essa è semplice da osservare e non è severa con l’uomo.

Confronto tra l’Islam e le altre religioni

Abbiamo in precedenza spiegato come la religione sia superiore agli altri metodi di organizzazione e guida della società. Abbiamo poi accennato all’eccellenza dell’Islam sulle altre religioni. In base a tali conclusioni siamo poi riusciti a comprendere che i vantaggi che offre l’Islam alla società umana sono notevolmente maggiori di quelli offerti da qualsiasi altra religione o metodologia sociale. Questa realtà diviene ancora piú chiara quando si confronti l’Islam con le altre religioni e con i diversi metodi sociali.

La dottrina islamica non è come l’attuale dottrina cristiana che considera solo la felicità ultraterrena della gente, trascurando quella terrena. Essa non è nemmeno come l’attuale religione giudaica, che si preoccupa solo di istruire e educare un’unica nazione, e neppure come gli insegnamenti zoroastrici {e di talune altre sette e religioni}, limitati a pochi argomenti di carattere etico e liturgico.

L’Islam prende infatti in considerazione l’istruzione, l’educazione, la felicità terrena e la beatitudine ultraterrena di tutti gli uomini, in tutti i luoghi e in tutte le ere, fino al Giorno del Giudizio.

Solo in questo modo è possibile correggere le società e condurre l’uomo verso la beatitudine di questo mondo e dell’Aldilà; infatti, correggere una sola società o un’unica nazione, con i rapporti internazionali che si fanno di giorno in giorno sempre piú vicini e intensi, è un lavoro inutile ed è come voler depurare una goccia d’acqua in un fiume inquinato. Inoltre limitarsi a riformare una sola società, trascurando le altre, è un comportamento che contraddice lo spirito di riformismo.

Negli insegnamenti islamici sono state considerate tutte le idee che è possibile che vengano in mente all’uomo a proposito della creazione del mondo e dell’essere umano, tutti i vizi e le virtú che è possibile che vengano ad annidarsi nell’animo umano, tutte le azioni, le attività eseguibili da un essere umano nell’ambiente in cui vive.

Dio ha eletto quei princípi aventi carattere realistico {a capo dei quali v’è l’Unicità di Dio l’Altissimo} e li ha costituiti fondamento e origine della religione islamica. Per quanto concerne poi l’etica, l’Islam elegge ogni qualità che, nella realtà e presso la retta ragione, è buona, è virtú. Sulla base dell’etica, l’Islam dispone poi una serie di norme pratiche nelle quali sono stati considerati tutti i particolari, i dettagli della vita dell’uomo e, di conseguenza, determinati i doveri individuali e sociali d’ogni individuo, sia egli nero o bianco, cittadino o contadino, uomo o donna, piccolo o grande, servo o padrone, comandante o comandato, abbiente o povero.

Dice Dio l’Altissimo: “Una buona parola {una vera e giusta fede} è simile a un buon albero, la cui radice è salda e la cui fronda si eleva alta in cielo”(Santo Corano, 14:24)

Chiunque esamini attentamente i principi, l’etica e le norme della religione islamica, scoprirà un oceano sconfinato e straordinariamente armonico di sapienza e di spiritualità {che perfino la mente perspicace è incapace di comprenderne i limiti, di raggiungerne gli abissi} con l’ausilio del quale l’uomo può avvicinarsi a Dio, adorarlo e formarsi spiritualmente.

È questo straordinario insieme di princípi e di precetti che il Dio, l’Unico, ha rivelato al Suo prediletto profeta Muhammad (S).

Confronto tra l’Islam e le altre metodologie sociali

Esaminando attentamente le metodologie delle società progredite del mondo, comprendiamo bene che se da un lato esse hanno dato luogo al loro straordinario progresso scientifico e industriale, hanno permesso loro di raggiungere la luna, Marte e di creare sconcertanti organismi statali, dall’altro però hanno mandato in rovina l’umanità, hanno provocato in meno di un quarto di secolo, ben due guerre mondiali {nelle quali sono morte milioni di persone innocenti} e ora stanno spingendo l’umanità verso una terza guerra mondiale, che se scoppiasse provocherebbe l’annientamento dell’umanità.

Con questi metodi, fin dal primo giorno della loro comparsa, in nome dell’umanitarismo e col falso proposito di voler liberare i popoli oppressi, il continente europeo è riuscito a schiavizzare completamente i popoli dei quattro continenti e pochi individui sono riusciti a diventare, sotto tutti gli aspetti, assoluti padroni di centinaia di milioni di persone innocenti.

Non si può certo negare il fatto che le nazioni progredite fruiscano dei beni e dei piaceri materiali e che siano riuscite a realizzare molte delle aspirazioni umane {come la giustizia sociale e i progressi in campo culturale, industriale e artigianale}, però, considerando il rovescio della medaglia, vediamo che sono afflitte da innumerevoli disgrazie e sventure, le piú importanti delle quali sono i conflitti internazionali e gli stermini che continuano ogni giorno ad aggravare i problemi del mondo.

È evidente che tutti questi frutti, talvolta amari, tal altra dolci, sono il prodotto dell’albero della civilizzazione e il diretto risultato del metodo di vita di queste nazioni, di queste società, apparentemente impegnate sulla via del progresso.

Per ciò che riguarda i frutti dolci, i quali hanno portato la felicità nella società umana e dai quali l’uomo ha tratto vantaggio, essi non sono stati originati solo dalla mera applicazione della legge, ma anche da una serie di virtú {quali la sincerità, l’onestà, la coscienza del dovere, la benevolenza e l’abnegazione} possedute dagli individui appartenenti a tali nazioni. La legge infatti esiste anche nelle nazioni arretrate dell’Asia e dell’Africa, eppure vediamo il loro sottosviluppo e la loro infelicità in continua crescita.

Per quanto riguarda invece i frutti amari di quest’albero, i quali hanno reso difficile la vita all’uomo, hanno provocato sventura e malasorte e stanno ora trascinando le stesse nazioni per cosí dire “progredite” al pari delle altre, verso la rovina, derivano da una serie di vizi quali la cupidigia, l’iniquità, la crudeltà, la superbia e la pervicacia.

Esaminando attentamente i precetti della sacra religione islamica, ci accorgiamo che essa ha ordinato all’uomo di acquisire le virtú e ha proscritto i vizi poc’anzi richiamati. In linea generale, l’Islam invita l’uomo ad assumere un comportamento giusto, corretto, nel quale vi sia il bene e l’interesse dell’umanità, mettendolo in guardia contro ogni azione ingiusta, scorretta, che turba la pace, la quiete degli uomini {benché assicuri il bene e l’interesse di una particolare nazione}.

Da quanto precede possiamo concludere che:

il metodo dell’Islam offre vantaggi maggiori di quelli offerti da qualsiasi altro metodo sociale: “Questa è la religione retta e salda, ma la maggior parte degli uomini non sanno” (Santo Corano, 30:30);

gli aspetti positivi riscontrabili nella contemporanea civiltà occidentale, sono tutti, indistintamente, doni della pura religione islamica, dei quali hanno usufruito i popoli occidentali. Infatti, diversi secoli prima del sorgere della civiltà occidentale, l’Islam esortava la gente verso quegli stessi precetti morali la cui osservanza ha permesso agli occidentali di superare i Musulmani. A tal proposito, il Principe dei Credenti, Alí (as)3, dal letto di morte, disse alla gente: “Non sia che vi comportiate in modo tale da essere superati dagli altri nell’osservanza del Corano”.

Secondo i precetti dell’Islam, il principale obiettivo deve essere la moralità e su di essa si debbono fondare le leggi. È infatti il trascurare la moralità, il disporre le leggi al solo scopo di raggiungere determinati interessi materiali che spinge gradualmente l’umanità verso il materialismo, priva gli uomini della spiritualità {unica cosa che distingue l’uomo dall’animale}, sostituendola con l’indole feroce del lupo e della pantera e con gli istinti propri alla vacca e alla pecora. A tal proposito, il sommo Profeta (S) disse: “Il mio principale obiettivo è l’educazione morale degli uomini”.

  • 1. Dice Dio l’Eccelso nel sacro Santo Santo Corano,:

    “In verità la religione, presso Dio, è l’Islam” (Santo Corano, 3: 19).

  • 2. (S) abbreviazione di “salla allahu wa alehi wa aliyhi wa sallam”: “pace e benedizioni di Allah (SwT) su di lui e sulla sua famiglia”.
  • 3. (as) abbreviazione di “‘aleyhi-ha-hum assalam”, “che la pace sia su di lui-lei-loro”, che viene utilizzato accanto ai nomi dei profeti, degli angeli, dei puri Imam e delle donne del Paradiso (Khadija, Fatima, Maria, Asya ) e secondo alcuni pareri viene usato anche accanto a nomi di altre donne come Zeynab, Ruqayya, Oum Kulthum,Fatima Masuma…

L’Esistenza, l’Unicità e gli attributi di Dio

L’uomo ricerca in modo innato l’origine della creazione

L’uomo tende, in modo innato, a ricercare la causa della comparsa di ogni fenomeno e nega categoricamente la possibilità che i fenomeni vengano a esistere da sé, senza l’intervento di alcuna causa.

Cosí un autista la cui vettura si arresti improvvisamente scenderà dall’auto per controllare la parte che sospetta essersi guastata e scoprire cosí la causa dell’arresto; non riterrà invece che l’auto si sia arrestata senza un preciso motivo. Quando poi vorrà farla ripartire prenderà gli strumenti appositamente disposti in essa e si metterà a lavoro per ripararla, senza restare passivo in attesa di una partenza casuale.

Quando l’uomo ha fame pensa a procurarsi del cibo, quando ha sete va alla ricerca dell’acqua e quando sente freddo cerca di procurarsi un abito pesante o una stufa. Anche in tali casi, mai resterà passivo affidandosi al caso e attendendo che le cose si risolvano da sé.

Colui che desidera costruire un edificio naturalmente si sforzerà di procurare i materiali da costruzione necessari e un sufficiente numero di operai e muratori. Non spererà invece che il suo desiderio si realizzi da sé, in modo del tutto casuale.

Da quando l’uomo esiste sulla terra, vede intorno a sé montagne, foreste e immensi mari. Egli ha sempre visto il sole, la luna e le stelle in ordinato e perpetuo movimento. Gli scienziati, con il loro instancabile lavoro di ricerca scientifica, hanno sempre indagato sulle cause della comparsa di questi stupefacenti esseri e nessuno di loro ha mai affermato che siccome l’uomo da quando ha messo piede sulla terra ha visto questi esseri nello stesso stato in cui ancor oggi si trovano, allora essi sono venuti a esistere da sé, senza l’intervento di alcuna causa.

Quest’innata disposizione a ricercare le cause, le ragioni, spinge l’uomo a indagare riguardo alla comparsa del creato e del suo stupefacente ordine e a chiedersi se quest’immenso universo (le cui componenti sono in relazione tra di loro e che, in realtà, formano un unico grande fenomeno) sia venuto a esistere da sé, senza l’intervento di alcuna causa, oppure tragga origine da un fattore esterno.

A proposito poi dello strabiliante ordine del creato, egli è spinto da questo innato istinto di ricerca a chiedersi se tale ordine (che guida ogni cosa verso il proprio specifico obiettivo ed è presente in tutto l’universo secondo costanti e assolute leggi) sia retto da un essere dotato di potere e sapere infiniti, oppure sia venuto ad esistere in modo casuale.

La prova dell’esistenza di un Creatore

Quando l’uomo segue il proprio istinto di realismo, trova in ogni angolo dell’universo numerose prove dell’esistenza del Creatore, del Sostentatore dell’Universo. Egli infatti, con tale innato istinto, comprende che ognuna delle creature che godono del beneficio dell’esistenza, che nel loro essere, volenti o nolenti, percorrono un ben determinato sentiero e dopo un po’ lasciano il proprio posto ad altre creature, non sono venute a esistere da sé; il preciso itinerario che percorrono durante la propria esistenza non è stabilito da loro stesse.

Esse, insomma, non hanno il minimo ruolo nella propria creazione e nell’assetto dell’itinerario della propria esistenza. Ad esempio, non è stato l’essere umano a scegliere d’essere uomo o d’avere le caratteristiche proprie dell’essere umano.

Parimenti, l’istinto poc’anzi citato, non accetterà mai l’ipotesi che tutti gli esseri che circondano l’uomo siano venuti ad esistere da sé, in modo del tutto casuale e mai approverà che l’ordine che li governa sia privo di qualsiasi fondamento, sia frutto del caso. Vediamo infatti che la coscienza umana nega tale casualità persino nel caso di pochi mattoni disposti ordinatamente l’uno sull’altro.

Ecco perché un’innata voce annuncia dal profondo dell’animo che l’universo è sicuramente dotato di una causa che lo ha creato e che provvede a mantenerlo. Tale causa, tale essere infinito, tale fonte di sapere e potere illimitati, è Dio, creatore di tutto ciò che esiste:

“Dio è Colui che ha donato a ogni cosa la sua particolare creazione e poi l’ha guidata sul sentiero della vita e della permanenza”(Santo Corano, 20:50)

La fede in Dio è sempre esistita tra gli uomini

Attualmente, la maggioranza degli uomini è credente, è convinta del fatto che esiste una divinità che ha creato l’universo e adora tale divinità.

In base a quanto afferma la storia, anche gli uomini del passato erano per la maggior parte credenti. Benché tra le diverse comunità religiose vi fossero divergenze di vedute e nonostante che ogni popolo descrivesse l’origine della creazione in modo diverso dall’altro, tutti però erano d’accordo sulla fondamentale questione dell’esistenza del Creatore.

Oltre all’Islam, anche le altre religioni (quali Cristianesimo, Giudaismo, Zoroastrismo e Buddismo) ammettono che l’universo ha un creatore. Coloro che negano invece l’esistenza del Creatore non hanno e mai troveranno una prova che dimostri la Sua inesistenza. Essi in realtà dicono: “Non abbiamo alcuna prova che dimostri l’esistenza del Creatore”, ma non possono dire: “Abbiamo una prova che dimostra la Sua inesistenza”. L’ateo dice: “Non so”, non dice: “Non esiste”. In altre parole egli è in grado di dubitare, ma non di negare.

Al riguardo Dio l’Altissimo, nel Corano, dice:

“E {i miscredenti} dissero: ‘Essa {cioè l’esistenza umana} si circoscrive alla nostra vita terrena. Alcuni muoiono, altri nascono e non ci fa perire se non il {trascorrere del} tempo’. Essi però non possiedono alcuna cognizione a riguardo e non fanno che congetturare” (Santo Corano,45:24)

Persino nelle piú antiche tracce lasciate dagli uomini primitivi si riscontrano indizi che confermano l’esistenza della religione e che indicano la loro credenza circa l’esistenza di un mondo soprannaturale.

Anche nei nuovi continenti (come l’America e l’Australia), nelle remote isole del continente antico (nelle regioni cioè scoperte in questi ultimi secoli) la popolazione indigena credeva in Dio. Benché non sia stato rinvenuto alcun documento storico che dimostri che tali popolazioni abbiano avuto relazioni con il mondo antico essi, con qualche divergenza di prospettiva, erano in grado di dimostrare l’esistenza di un creatore per l’universo.

Riflettendo sul fatto che la convinzione dell’esistenza di Dio è sempre esistita tra gli uomini, si comprende chiaramente che essa è innata, l’uomo cioè comprende insitamente che l’universo possiede un creatore.

Il generoso Corano fa riferimento a quest’innata caratteristica umana dicendo:

“Se tu chiederai loro {a coloro cioè che adorano altri al posto di Dio} chi li ha creati, essi diranno sicuramente: ‘Dio’ (Santo Corano,43:87)

Se tu chiederai loro, chi ha creato i cieli e la terra, essi diranno sicuramente: ‘Dio’” (Santo Corano,31:25)

Effetti che questo tipo di ricerche hanno sulla vita dell’uomo

Se l’uomo riesce a trovare la giusta risposta agli interrogativi (che si pone a causa del suo innato istinto di ricerca della verità) inerenti all’esistenza di un creatore per l’universo e per il suo strabiliante ordine, se riesce a dimostrare l’esistenza dell’imperitura causa dell’esistenza dell’universo e del suo stupefacente ordine, ha in realtà collegato ogni cosa all’invincibile volontà (basata su un infinito potere e un illimitato sapere) di tale causa.

In conseguenza di ciò, una sorta di conforto, di speranza invade l’intero suo essere; di fronte alle difficoltà della vita, ai problemi che non riesce in alcun modo a risolvere non cade mai in istato d’assoluta disperazione, poiché sa che ogni causa (per quanto potente sia) è dominata da Dio l’Altissimo e che ogni cosa soggiace alla Sua volontà.

Colui che è dotato di tale consapevolezza non si sottomette mai in modo assoluto a nulla all’infuori di Dio; quando la sorte gli sorride, non diventa superbo, non dimentica la sua reale condizione né quella del mondo. Egli sa infatti che le cause esteriori {con le quali ha ogni giorno a che fare} non sono indipendenti, bensí procedono secondo gli ordini che ricevono da parte del Signore Eccelso. Un tale individuo comprende che non deve prostrarsi se non dinanzi a Dio l’Altissimo e non deve sottomettersi in modo incondizionato se non ai Suoi ordini.

Al contrario, chi non riesce a raggiungere una tale consapevolezza non potrà mai avere la serenità, il realismo, l’elevato temperamento e l’innato coraggio di chi invece è riuscito a raggiungerla.

È proprio questa inconsapevolezza che di giorno in giorno fa aumentare, nelle nazioni in cui predomina la tendenza ad apprezzare e ricercare solo i beni e i piaceri materiali, il numero dei suicidi. Coloro infatti che non considerano che le cause e i mezzi materiali, alla minima difficoltà disperano di riacquistare la propria felicità e {in molti casi} pongono fine alla propria vita.

Di contro, coloro che sono pervenuti a una prospettiva divina del mondo, anche quando si trovano in punto di morte, non si fanno prendere dalla disperazione e trovano conforto e fiducia in Dio l’Onnipotente, l’Onnisciente.

Il nobile Imam Husain(as), nelle ultime ore della sua vita, nelle quali veniva colpito da ogni lato dalle spade nemiche, diceva: “La sola cosa che mi rende facile {da sopportare} questa spiacevole disgrazia, è vedere che Dio osserva costantemente le mie azioni”.

Il nobile Corano, a tal proposito, dice:

“Coloro che considerano Dio come il loro creatore, ammettono la Sua divinità e poi si attengono a ciò, non saranno mai presi da timore e da tristezza” (Santo Corano,46:13)

In un altro versetto leggiamo poi:

“{...essi sono} coloro che hanno creduto e i cui cuori si placano al ricordo di Dio. Badate! I cuori si placano soltanto col ricordo di Dio” (Santo Corano,13:28)

La via indicata dal Corano per giungere ad una prospettiva divina del mondo

Il lattante che afferra il seno materno e lo succhia per nutrirsi è veramente alla ricerca del latte. Quando un bambino raccoglie un oggetto e tenta di mangiarlo è soprattutto alla ricerca di qualcosa di commestibile e nel momento in cui si accorge di aver sbagliato getta via l’oggetto raccolto.

In generale, quando l’uomo insegue uno scopo, desidera raggiungere esattamente ciò che si è prefissato e ogni volta che si accorge di aver sbagliato si rammarica per il suo insuccesso, per gli inutili sforzi che ha compiuto. L’uomo insomma tenta costantemente di evitare di cadere in errore, si applica con tutte le sue forze affinché tutto ciò che fa sia corretto.

Tutto ciò ci fa comprendere che l’essere umano è innatamente realista. Egli, volente o nolente, è sempre alla ricerca della realtà, segue sempre il vero. Se poi a volte capita che qualcuno dimostra caparbietà, si rifiuta di accettare una data verità, è per il fatto che è caduto in errore, non è riuscito ancora a discernere il vero dal falso. A volte, invece, la ragione di questo rifiuto risiede nel fatto che l’uomo per effetto della propria sensualità, incorre in una specie di “malattia psichica” che gli rende amaro il dolce gusto della verità. Allora, pur riconoscendo le verità, pur ammettendo che è necessario aderirvi si rifiuta di sottomettersi ad esse.

Ad esempio, molto spesso succede che l’assuefazione a sostanze dannose (quali il tabacco, gli alcolici e gli stupefacenti) spinge l’uomo a calpestare il suo istinto di rigetto di ciò che è dannoso, di fuga da ciò che è pericoloso, e a compiere atti che sa che sono a suo danno.

Il generoso Corano invita insistentemente l’uomo a essere realista, a seguire il vero, gli chiede di mantenere vivo il proprio istinto di realismo e di aderimento alla verità:

“Oltre la verità non v’è che il traviamento” (Santo Corano,10:32)

In un altro versetto leggiamo:

“Invero gli uomini sono in {continua} perdita, eccetto coloro che credono, operano il bene e si raccomandano reciprocamente {di aderire al} la verità e la pazienza” (Santo Corano,103:2-3)

È chiaro che Dio fa tutte queste raccomandazioni per salvare l’uomo dalla rovina. In effetti, quando l’uomo non si sforza di aderire alla verità e di mantenere vivo il suo istinto di realismo, quando non s’interessa piú della propria reale beatitudine, cade nella corruzione, diviene vittima di futili pensieri e assurde superstizioni. È allora che si discosta dalla propria natura e cade, in uno stato di totale ignoranza e traviamento, sotto il dominio dei sensi, divenendo cosí simile a un quadrupede.

Dio l’Altissimo a tal proposito dice:

“Cosa ne pensi di coloro che adorano le proprie passioni? Pensi forse di essere in grado di correggerli, di educarli? Credi forse che la maggior parte di essi sia in grado di sentire o di comprendere? No, essi sono simili ai quadrupedi, e ancor piú sviati” (Santo Corano, 25:43-44)

Naturalmente, quando riaffiora l’innata attitudine realista dell’uomo, le verità gli si palesano una dopo l’altra ed egli accoglie ogni nuova realtà con entusiasmo, avanzando quotidianamente sul sentiero della beatitudine.

Cosa dice il Corano riguardo all’esistenza Creatore?

A proposito dell’esistenza del Creatore, il Corano afferma:

“È forse possibile dubitare intorno all’esistenza di Dio, creatore dei cieli e della terra?” (Santo Corano, 14:10)

Ci proponiamo ora di spiegare la precisa argomentazione contenuta in questo nobile versetto.

Di giorno tutto è visibile: le persone, le case, il deserto, le montagne, le foreste, i mari. Quando invece l’oscurità della notte pervade lo spazio, tutte queste chiare e manifeste cose, spariscono avvolte dalle tenebre. È in quel momento che comprendiamo che quella luce non era un attributo ingenito di quegli oggetti, ma che proveniva dal sole (dotato di luce propria) che le illuminava. Se infatti la luce fosse stata un loro ingenito attributo mai l’avrebbero persa.

L’uomo e gli altri animali percepiscono le cose per mezzo dei loro sensi (vista, udito, ecc. ecc.) e si muovono grazie alle membra e agli organi del loro corpo. Dopo un certo periodo però perdono le loro facoltà percettive e motorie divenendo inerti: è allora che si dice che muoiono. Se ne deduce che la percezione e il movimento constatati in questi esseri animati non provengono esclusivamente dal loro corpo ma riguardano anche il loro spirito. Con la dipartita di quest’ultimo tali esseri perdono infatti la propria vita, la propria attività. Ad esempio, se la vista e l’udito fossero esclusivamente dovute all’occhio e all’orecchio, fino a quando questi due organi esistono è necessario che anche la vista e l’udito permangano, mentre cosí non è.

Le stesse considerazioni valgono per l’universo di cui facciamo parte e sulla cui esistenza non possiamo assolutamente dubitare: se la sua esistenza derivasse da sé stesso, mai la perderebbe. Al contrario constatiamo che i suoi elementi perdono uno dopo l’altro la propria esistenza, sono soggetti a incessante trasformazione e perdono continuamente una forma per assumerne un’altra.

Bisogna quindi decisamente affermare che l’esistenza di tutti gli esseri trae origine da un altro essere, il quale non appena interrompe il proprio rapporto esistenziale con un essere, questo sprofonda negli abissi del nulla, si annienta.

Colui il cui infinito essere è la causa dell’intero universo e che mantiene tutti gli esseri che compongono il creato, si chiama Dio. Egli è un essere al quale non è possibile attribuire nulla che denoti mancanza e difetto, altrimenti, al pari degli altri esseri, non sarebbe totalmente autosufficiente e la sua esistenza non sarebbe totalmente indipendente.

Il Corano e l’Unicità di Dio

Se l’uomo getta uno sguardo privo di pregiudizi sul creato, constaterà ovunque i segni e le prove della pura esistenza del Creatore e sentirà ogni cosa testimoniargli la sussistenza di tale realtà.

In effetti, tutto ciò che l’uomo è in grado di osservare in questo sterminato universo o appartiene alla categoria degli esseri creati da Dio, o a quella delle proprietà che Egli ha posto in essi, oppure è una manifestazione di quell’ordine che per divino decreto governa ogni cosa.

L’uomo stesso, con l’intera sua esistenza, testimonia l’esistenza del Creatore; egli infatti non si è autocreato, le proprietà che manifesta non dipendono dalla sua scelta, l’ordine dal quale è governato sin dal primo istante della sua nascita non è frutto dei propri provvedimenti. Come può quindi supporre che questo strabiliante sistema sia frutto del caso? Come può attribuire la propria esistenza e l’ordine che la governa all’ambiente nel quale è nato? Non è infatti vero che l’esistenza di tale ambiente e l’ordine dal quale è governato non derivano da questo stesso ambiente e non sono nemmeno frutto del caso?

L’uomo non può negare tali verità ed è per questo che non ha altra alternativa che accettare l’esistenza di una suprema causa che ha dato origine a ogni cosa e ha fondato l’infallibile ordine cosmico. Con un minimo di attenzione si renderà conto che è il Creatore che dona l’esistenza a ogni essere e secondo un particolare ordine lo fa permanere guidandolo verso la propria particolare perfezione.

Ora, nell’istante in cui l’uomo diviene consapevole del fatto che gli esseri sono tutti in relazione tra di loro e tutti insieme formano un unico straordinario sistema governato da un unico perfetto ordine, non può non accettare l’unicità del Creatore.

A tal proposito il generoso Corano dice:

“Se oltre al Dio Unico fossero esistite altre divinità nell’universo, questo sarebbe certamente andato in sfacelo” (Santo Corano, 21:22)

Il versetto intende dire che se diverse divinità avessero governato l’universo e se, come affermano gli idolatri, ogni parte del cosmo fosse stata diretta da una divinità particolare (e la terra, il cielo, il mare, le foreste avessero avuto ciascuno un dio a parte), la diversità di tali divinità avrebbe fatto sí che in ogni parte dell’universo venisse a stabilirsi un ordine diverso e di conseguenza tutto sarebbe andato in rovina. Vediamo però che esiste una coordinazione perfetta tra le diverse componenti del cosmo; esse, tutte insieme, formano un unico immenso sistema.

Bisogna quindi concludere che è un unico essere che ha creato l’universo e che lo sta magnificamente mantenendo e dirigendo.

Taluni potrebbero a questo punto supporre che siccome questi ipotetici dèi sono saggi e sanno che le loro eventuali divergenze manderebbero in rovina il cosmo, evitano di contrastarsi a vicenda. Questa supposizione è però assurda, poiché una divinità che dirige il creato (o una parte di esso) e ne regge l’ordine, non la bisogno come noi di pensare e meditare sulla creazione per svolgere le proprie azioni. Cerchiamo di spiegare meglio la questione.

Dal momento in cui rivolgiamo la nostra attenzione al mondo e contempliamo lo straordinario ordine dal quale è governato, la nostra mente inizia a raccogliere riguardo al sopraccitato ordine, una serie di informazioni, le quali si pongono a fondamento del nostro sapere, della nostra conoscenza. Successivamente, nel momento in cui ci diamo da fare per soddisfare i nostri bisogni quotidiani, conformiamo le nostre azioni alle sopraccitate informazioni, affinché risultino concordi all’ordine che governa l’intero universo. Ad esempio, per saziarci mangiamo, per dissetarci beviamo, per proteggerci dal freddo e dal caldo indossiamo abiti adeguati. Facciamo tutto ciò in quanto abbiamo visto che nell’ordine universale tali bisogni sono soddisfatti con questi mezzi.

Da questo punto di vista allora le nostre azioni sono subordinate al nostro pensiero, il quale, a sua volta, è subordinato all’ordine universale. Ne risulta che le nostre azioni sono indirettamente subordinate all’ordine cosmico.

Tale subordinazione però non esiste nel caso della divinità che ha creato l’universo (o una parte di esso) e che lo sta mantenendo e dirigendo. È infatti assurdo che tale divinità agisca conformemente a una precedente meditazione che deriva da ciò che essa stessa ha creato e sta mantenendo e dirigendo. Ora, facendo attenzione su quanto è stato sopra detto si comprende l’assurdità della supposizione inizialmente citata.

Perché alcuni individui negano l’esistenza del Dio Unico

Quanto è stato finora detto mette chiaramente in evidenza che l’esistenza del Dio Unico è una realtà che non presenta alcun tipo di ambiguità.

Accade tuttavia che alcuni individui siano talmente presi dai problemi della vita da applicare tutte le proprie capacità intellettive alla lotta per la sopravvivenza, da spendere tutto il loro tempo per ottenere i mezzi necessari a vivere, e, di conseguenza, divenga loro impossibile dedicarsi alla soluzione degli interrogativi concernenti l’esistenza di Dio.

In tal modo queste persone dimenticano completamente questa fondamentale realtà e, nella maggior parte dei casi, rapiti dalle seducenti apparenze della natura, non pensano ad altro che divertirsi e fare la bella vita. Siccome poi l’aderire a simili verità previene molte delle abitudini e delle azioni dissolute derivanti dal materialismo, è naturale che si rifiutino di effettuare indagini riguardo a esse, è ovvio che le neghino.

Nel generoso Corano le questioni concernenti la creazione e l’ordine che governa l’intero universo sono state curate maggiormente, discusse con naturali, semplici e allo stesso tempo rigorose argomentazioni. Questo perché la maggior parte degli uomini, ammaliata dalle seducenti apparenze della vita mondana e tendente a identificare la beatitudine umana con la mera fruizione dei beni materiali, non è in grado di meditare in campo filosofico, di esaminare precise teorie razionali.

Non bisogna tuttavia dimenticare che l’uomo è comunque parte del creato ed egli non può, nemmeno per un istante, fare a meno delle altre componenti dell’universo, dell’ordine che lo governa. Può cosí costantemente rivolgere il proprio pensiero all’universo e all’ordine che lo governa e rendersi conto dell’esistenza del Creatore Unico.

Il sacro Corano dedica particolare attenzione a questo fondamentale aspetto dell’esistenza umana e fonda su di esso le sue naturali e precise argomentazioni:

“Invero, nella creazione dei cieli e della terra, per i credenti, vi sono segni che li guidano all’unicità divina. Nella vostra stessa creazione e in quella della moltitudine di animali che Egli ha sparso sulla terra vi sono segni che guidano coloro che credono fermamente all’unicità divina. Nel diversificarsi della notte e del giorno (per le variazioni di durata, temperatura eccetera eccetera, che vengono di continuo a subire), nella pioggia che Dio fa discendere dal cielo, vivificando con essa la terra morta, e nella direzione e nel rivolgimento dei venti da una direzione all’altra vi sono segni e prove che portano i dotati di intelletto ad ammettere tale verità” (Santo Corano,45:3-5)

Nel nobile Corano esistono molti altri versetti che invitano gli uomini a meditare sulla creazione del cielo, del sole, della luna, delle stelle, della terra, delle montagne, dei mari, dei vegetali, degli animali e dell’uomo stesso, facendo loro notare lo strabiliante ordine che governa ciascuna di queste specie.

Certo, meditare sulle stupefacenti verità dell’universo porta l’uomo ad ammette l’esistenza e l’unicità del sommo Vero. Ogni cosa, ogni fenomeno in questo universo è capace di illuminare la mente umana riguardo a Dio.

Il chicco di grano o il nocciolo di mandorlo seminati in terra, germogliano e diventano una spiga o un albero da frutto. Dall’istante in cui essi penetrano nel suolo sino al momento in cui sono pronti a donare i loro frutti operano funzioni organiche straordinariamente estese e complesse.

Le stelle del cielo, il sole splendente, la luna radiante, la terra (con i loro moti di rivoluzione e rotazione, con le loro recondite forze), le misteriose forze contenute in quel chicco di grano, in quel nocciolo di mandorlo, l’alternarsi delle stagioni, le diverse condizioni atmosferiche, le nuvole, la pioggia, il vento, l’alternarsi del giorno e della notte sono tutti fattori che, insieme a moltissimi altri, concorrono alla formazione di una semplice spiga o un normale albero. Non è forse questa un’evidente prova dell’esistenza del Dio Unico?

Ancora piú complessa e stupefacente della nascita di un vegetale (o di qualsiasi altro essere) è quella di un essere umano. Essa infatti è il prodotto di miliardi di anni di complessa e ordinata attività del creato.

Un’altra chiara ed evidente prova dell’esistenza del Dio Unico è il corso della quotidiana vita di un uomo che, a prescindere dai rapporti che ha all’esterno con il mondo che lo circonda, trae origine da uno stupefacente e misterioso ordine che si svolge nell’intimo della sua esistenza. È da secoli che le acute menti degli scienziati sono impegnate a osservare le manifestazioni esteriori di tale ordine e ogni giorno viene scoperto un nuovo segreto. L’argomento è tuttavia cosí esteso e complicato che le ingenti scoperte fatte non sono nulla in confronto a quanto ci sarebbe ancora da scoprire, da conoscere in materia.

Dio l’Altissimo possiede tutti gli attributi della perfezione

Una casa è perfetta quando soddisfa tutte le necessità di una famiglia, vale a dire allorché possiede un numero sufficiente di stanze per abitare e ricevere gli ospiti, una cucina, dei servizi igienici, un bagno eccetera eccetera. In caso contrario la casa sarà imperfetta e il grado di imperfezione sarà tanto maggiore quanto elevato sarà il numero delle componenti necessarie mancanti.

Allo stesso modo, un individuo sarà perfetto quando possederà tutto ciò di cui è dotato un uomo sano e normale.

Definiamo quindi “attributo della perfezione” qualsiasi qualità che sia in grado di soddisfare un particolare tipo di necessità esistenziale, di eliminare un difetto. Ad esempio, la sapienza elimina le tenebre dell’ignoranza e soddisfa il bisogno di sapere, la potenza rimuove l’impotenza e mette chi la possiede nelle condizioni di prevalere su determinate cause, di vincerle.

La nostra coscienza ci dice che il Creatore, vale a dire l’essere dal quale deriva l’esistenza dell’intero universo, Colui che è in grado di soddisfare ogni bisogno possibile e immaginabile, che dona ogni bene e ogni dote esistente, possiede tutti gli attributi della perfezione. È infatti assurdo pensare che un essere possa donare ad altri ciò che nemmeno lui possiede o possa eliminare dagli altri un difetto che lui stesso possiede.

A tal proposito il nobile Corano dice:

“Lui solo è assolutamente autosufficiente ed è in grado di soddisfare le necessità di ogni bisognoso” (Santo Corano, 6:133)

In un altro versetto leggiamo poi:

“I piú belli, i migliori attributi appartengono a Dio che è l’unica, la sola divinità esistente” (Santo Corano, 20:8)

Dio è il creatore assolutamente unico, eterno, autosufficiente, onnipotente, onnipresente, onniveggente, onnisciente. Egli possiede insomma tutti gli attributi della perfezione ed è completamente privo di difetti e limiti.

Se avesse infatti posseduto qualche difetto non sarebbe piú stato totalmente autosufficiente e, di conseguenza, avrebbe avuto determinati bisogni; una divinità, superiore a Esso, avrebbe dovuto quindi provvedere a soddisfarli, il che {in base a quanto abbiamo in precedenza detto sulla Sua unicità} è assurdo.

La potenza e la sapienza di Dio

Constatando l’armonia che governa il cosmo, l’ordine generale e gli ordini particolari che esistono in esso e che guidano ogni fenomeno verso il suo specifico fine, ogni uomo dotato di ragione comprende che l’universo trae la sua origine e viene mantenuto da un essere imperituro, che con la propria infinita potenza e sterminata sapienza ha creato il cosmo, sostenta tutte le Sue creature e le guida verso la loro perfezione finale. Egli è perciò assolutamente onnipotente e onnisciente.

Il Corano ce lo ricorda in numerosi versetti, tra cui:

“Il regno, l’assoluto dominio dei cieli e della terra appartiene a Dio. Egli vivifica e dà morte ed è assolutamente onnipotente. Egli è il Primo e l’Ultimo, il Palese e il Nascosto; egli è assolutamente onnisciente” (Santo Corano, 57:2-3)

Il reale dominio dell’universo appartiene solo ed esclusivamente a Dio. Egli crea ciò che vuole ed è assolutamente onnipotente”.(Santo Corano,5:17)

Spieghiamo piú ampiamente cosa si deve intendere per potere.

Quando diciamo che una tal persona ha il potere di acquistare un’autovettura, intendiamo che possiede il mezzo indispensabile (il denaro) a tal fine. Quando si dice che qualcuno ha la capacità di sollevare un masso pesante piú di cento chili, ciò vuol dire che egli dispone di una forza fisica tale da consentirgli di farlo.

In generale, il potere di fare una data cosa si identifica con il possesso dei mezzi necessari a compierla.

Ora, dal momento che nell’universo ogni essere deve la sua esistenza e la sua vita a Dio l’Altissimo, possiamo affermare che Egli è assolutamente onnipotente.

Per quanto riguarda invece la sapienza divina, siccome tutte le creature devono la loro esistenza e loro vita all’infinito essere di Dio, è impossibile che Egli non le conosca completamente ed è assurdo pensare che sia possibile nascondergli qualcosa. Nulla Gli rimane nascosto ed Egli conosce perfettamente ogni cosa, manifesta o celata che sia.

A tal proposito il Corano dice:

“Dio non conosce forse ciò che Egli stesso ha creato?!” (Santo Corano,67:14)

La Giustizia Divina

Dio l’Altissimo è giusto e agisce secondo giustizia, poiché la giustizia è uno degli attributi della perfezione, e, come abbiamo già detto in precedenza, il Signore dei Mondi possiede tutte le qualità a essa inerenti.

Dio nel Corano, a piú riprese, loda la giustizia, biasima l’ingiustizia, ordina alla gente di agire giustamente e vieta loro di comportarsi in modo ingiusto. Com’è allora possibile attribuire a Dio ciò che Egli stesso biasima oppure pensare che non possieda ciò che Egli stesso approva.

Nel nobile Corano Dio, il Supremo, dice:

“Invero Dio non fa il minimo torto ad alcuno” (Santo Corano,4:40)

“Il tuo Signore non fa ingiustizia a nessun essere” (Santo Corano, 18:49)

“Dio non intende far torto ai Suoi servi” (Santo Corano,40:31)

“Ogni bene che ti coglie viene da Dio e ogni male che ti coglie viene da te stesso” (Santo Corano,4:79)

“...Colui che tutto ciò che ha creato, lo ha creato bene”(Santo Corano,32:7)

Riguardo a quest’ultimo versetto è necessario sapere che ogni essere è stato creato in assoluta bellezza e perfezione. Ci si può rendere conto di ciò osservando le creature di Dio in sé. Le bruttezze, i difetti sorgono infatti quando si paragonano i diversi esseri tra di loro.

Ad esempio, il serpente e lo scorpione si rivelano esseri cattive e sgradevoli solo quando vengono paragonati ad altri esseri, ad esempi all’uomo. Del pari, la spina è lungi dall’essere bella se paragonata al fiore. Tuttavia, tali esseri quando vengono considerati in sé si rivelano meravigliosi, straordinari, bellissimi.

È infine errato riferire i peccati umani a Dio, mettendo cosí in discussione la giustizia divina. Il Signore Onnipotente ha considerato, dal punto di vista legislativo, certe azioni volontarie dell’uomo come cattive e gli ha ordinato di non compierle. Attribuire soci e pari a Dio, molestare i genitori, uccidere illecitamente un essere umano, bere vino, giocare d’azzardo sono solo alcuni esempi delle sopraccitate azioni (chiamate solitamente peccati).

Tali atti sono cattivi perché trasgrediscono i comandamenti divini; perciò non possono assolutamente essere riferite a Dio. Vengono invece riferite a coloro che li compiono di proposito, i quali verranno ritenuti responsabili e saranno puniti per averli compiuti.

La Misericordia Divina

Numerose azioni sono da noi considerate come frutto della misericordia e viste come atti graditi e lodevoli: dare soccorso a chi si trova in istato di bisogno, salvare un povero sventurato, aiutare un cieco a trovare la sua strada eccetera.

Tutte le azioni di Dio, l’Ausiliatore, l’Autosufficiente, testimoniano l’infinita misericordia che Egli ha per le Sue creature. Elargendo, infatti, i Suoi infiniti doni rende beneficio a tutte le Sue creature; con ogni elargizione soddisfa, in assoluta autosufficienza, una parte dei loro bisogni.

Il Corano dichiara:

“Se voi voleste enumerare i benefici di Dio, non sapreste contarli”.(Santo Corano, 14:34)

“La Mia misericordia si estende ad ogni cosa”.(Santo Corano,7:156)

Gli altri attributi della Perfezione

Dice il nobile Corano:

“Lui solo è assolutamente autosufficiente ed è in grado di soddisfare le necessità di ogni bisognoso” (Santo Corano,6:133)

Ogni virtú esistente nell’universo, ogni attributo della perfezione che è possibile immaginare costituisce un dono che Dio l’Altissimo ha concesso alle Sue creature, soddisfacendo in tal modo una delle necessità della creazione. È ovvio che se Dio non avesse posseduto una di tali virtú, di tali qualità della perfezione non sarebbe stato in grado di donarla alle sue creature e anche lui, al pari delle sue creature, sarebbe stato affetto da bisogno.

Dio possiede pertanto tutti gli attributi della perfezione, come l’eternità, la sapienza, la potenza, la misericordia, la saggezza, la volontà, la divinità, la parola. Egli è inoltre immune da qualsiasi difetto, da qualsiasi cosa che determina bisogno, come l’incapacità, l’ignoranza e la morte.

La Profezia

Introduzione

Dio l’Altissimo con il Suo infinito potere, in assoluta autosufficienza, ha creato l’universo e lo ha colmato di innumerevoli benefici.

Tutte le creature, dal primo giorno della loro comparsa, vengono da Dio sostenute, guidate verso un ben determinato obiettivo e godono costantemente dei suoi benefici. Ci è sufficiente considerare le diverse fasi della nostra vita (dall’allattamento alla vecchiaia, passando per l’infanzia e la gioventú) per comprendere l’infinita cura e l’illimitata misericordia che il Signore ha riversato su di noi.

La persona dotata di sano intelletto, meditando su tale questione, comprenderà che Dio è piú misericordioso di qualsiasi altro essere nei confronti di ciascuna delle Sue creature. È per effetto di questa Sua immensa misericordia che Egli vuole costantemente il bene delle Sue creature e mai desidera il loro danno, la loro rovina.

L’uomo è una delle creature di Dio; noi sappiamo che se aspira alla felicità e alla beatitudine deve essere realista e retto. In altre parole, se l’uomo aspira alla felicità deve avere una fede fondata su saldi e corretti principi, un carattere integro e una buona condotta. Ci chiediamo però a questo punto come può l’uomo raggiungere una tale condizione?

È possibile che qualcuno arrivi alla conclusione che l’uomo tramite il proprio intelletto può distinguere il bene dal male, il vero dal falso e in tal modo raggiungere tale obbiettivo. Bisogna però sapere che l’intelletto da solo non ha il potere di fare ciò, non è in grado di guidare l’uomo al realismo e alla rettitudine. Tutti i vizi e le cattive azioni che tormentano ogni giorno le diverse società umane riguardano infatti uomini dotati di intelletto; esso per effetto di egoismo, avidità e passionalità rimane sopraffatto dai sentimenti, diventa succube delle passioni e di conseguenza essi si traviano, escono dal retto sentiero.

Si conclude quindi che è necessario che Dio l’Altissimo ci guidi verso la beatitudine, ci inviti alla salvezza con un mezzo che, a differenza dell’intelletto, non possa essere soggiogato dalle passioni e sia infallibile nella propria funzione di guida delle genti sul retto sentiero. Si dimostra che questo mezzo non può essere altro che la “missione profetica”.

Prova relativa alla Profezia

Da quanto è stato detto riguardo all’unicità divina si è compreso che la formazione e lo sviluppo delle cose, come pure la loro creazione, è opera di Dio l’Altissimo. In altre parole è Dio che guida e dirige ogni essere dell’universo (che dal primo istante della propria comparsa si dà continuamente da fare per sopravvivere, completarsi e diventare cosí relativamente autonomo) sulla via della permanenza e del compimento.

In base a ciò si può con certezza dedurre che ogni specie esistente permane secondo un particolare piano genetico che ogni individuo a essa appartenente esegue col suo specifico modo di vivere. Piú esplicitamente, ogni genere ha una ben determinata serie di doveri nell’armonia dei mondi, verso i quali viene guidata da Dio l’Altissimo.

A tal proposito il nobile Corano afferma:

“(Mosè) disse: ‘Il nostro Dio è Colui che ha donato a ogni cosa la sua particolare natura e poi l’ha guidata” (Santo Corano, 20:50)

Tutte le componenti dell’universo seguono tale norma: le stelle del cielo, la terra che calpestiamo, gli elementi che vi si trovano, i composti che danno luogo ai fenomeni elementari, i vegetali e gli animali. In termini generali, tale condizione si estende anche all’uomo. Il suo caso presenta però una fondamentale differenza, della quale intendiamo ora dare una breve spiegazione.

Il globo terrestre, creato milioni di anni fa, esercitando (nel proprio raggio d’azione e nella misura in cui i fattori contrari gli lo permettono) le proprie recondite forze svolge le sue diverse azioni e produce, con i suoi moti di rotazione e di rivoluzione, gli effetti relativi alla propria esistenza, garantendosi in tal modo la propria permanenza. Fino a quando un fattore piú potente non lo ostacolerà questo straordinario pianeta continuerà a svolgere le sue azioni, a eseguire tutti i doveri che ha nell’ordinato e armonico sistema universale.

Il mandorlo, dal momento in cui il nocciolo da cui deriva germoglia fino al giorno in cui diviene un albero completo, ha determinati doveri inerenti alla propria nutrizione, alla propria crescita, al proprio sviluppo, eccetera eccetera (inerenti cioè al proprio itinerario di vita), ai quali adempierà, o meglio sarà obbligato a adempiere, finché un fattore contrario e piú forte non lo ostacolerà.

Lo stesso avviene per tutti gli altri esseri dell’universo, a eccezione dell’uomo che presenta una peculiare caratteristica: l’arbitrio.

Egli può rifiutare di compiere un’azione che non comporta ostacoli e gli è interamente favorevole e, al contrario, impegnarsi in un’azione che risulti per lui completamente deleteria. Talvolta rifiuta di prendere un antidoto, talaltra beve un veleno per porre fine ai suoi giorni.

È chiaro che Dio, che (come è già stato detto in precedenza) guida tutte le Sue creature verso il bene e la perfezione, non costringerà una creatura dotata di arbitrio a seguire il retto sentiero. Ciò è confermato dal comportamento dei Profeti, inviati da Dio Onnipotente per guidare l’uomo verso il bene, la perfezione e la beatitudine.

Essi, da parte di Dio l’Altissimo, annunciano all’uomo la via del bene e della beatitudine e quella del male e della perdizione; comunicano ai seguaci della religione di Dio che riceveranno da Lui una generosa ricompensa per il loro retto agire e li fanno sperare nella misericordia divina. Mettono invece in guardia gli empi e i peccatori dal castigo divino; gli uomini saranno poi liberi di scegliere tra il bene e il male, tra la beatitudine e la perdizione.

Questo è ciò che ha disposto il Signore per guidare l’uomo verso il bene, la perfezione e la beatitudine e salvarlo dal male, dai vizi e dalla perdizione.

Ora, se è vero che l’uomo attraverso il proprio intelletto è in grado di comprendere in modo generale il bene e il male, è anche vero che questo stesso intelletto (come è già stato detto in precedenza) viene per lo piú sopraffatto dalle passioni e talvolta cade anche in errore.

È perciò necessario che Dio, oltre all’intelletto, metta a disposizione dell’uomo un mezzo assolutamente infallibile e insoggiogabile. In altre parole, è necessario che il Signore confermi con un mezzo invincibile i precetti che fa comprendere, in modo generale, attraverso l’intelletto. Questo insormontabile mezzo è appunto la “profezia”: Dio l’Altissimo rivela a uno dei Suoi servi {il profeta} i Suoi salvanti precetti e lo incarica di trasmetterli agli uomini e di indurli (facendoli sperare nella Sua ricompensa e mettendoli in guardia dal Suo castigo) a seguire queste sacre leggi.

Dice Dio l’Altissimo nel nobile Corano:

“Invero Ci siamo rivelati a te {o profeta Muhammad (S)} come Ci siamo rivelati a Noè e ai profeti che vennero dopo di lui… Inviammo agli uomini dei messaggeri, i quali comunicarono ai seguaci della religione di Dio che avrebbero ricevuto da Lui una generosa ricompensa per il loro retto agire, mettendo invece in guardia gli empi dal castigo divino, affinché dopo i Messaggeri la gente non avesse potuto piú argomentare contro Dio per non aver potuto disporre di questo tipo di guida” (Santo Corano,4:163-165)

Gli attributi del Profeta

Da quanto precede risulta che è necessario che il Signore Onnipotente istruisca alcuni dei Suoi servi sui princípi e le leggi che garantiscono la beatitudine umana e li invii agli uomini come Suoi messaggeri.

L’uomo incaricato di trasmettere i messaggi divini è chiamato “profeta” o “inviato di Dio” e l’insieme dei messaggi divini trasmessi da esso agli uomini prende il nome di “religione”.

Da quanto è stato detto in precedenza è inoltre facile dedurre che il profeta deve:

Essere immune dall’errore nell’esecuzione della propria missione, affinché possa trasmettere agli uomini la rivelazione, senza il minimo errore. In caso contrario, la guida divina risulterebbe inefficace e la “Legge della Guida Universale”, implicitamente citata in precedenza, perderebbe la sua generalità, il che, in base a quanto è stato in precedenza detto, è assurdo. A tal proposito, il Corano dice:

“Il Conoscitore dell’Occulto non lo manifesta ad alcuno, salvo che a colui che sceglie come messaggero. Egli lo fa sorvegliare affinché i messaggi divini vengano trasmessi alla gente senza il minimo errore, cosí come gli sono stati rivelati” (Santo Corano, 77:26-28)

Essere immune dal peccato, in quanto la minima trasgressione annullerebbe la sua credibilità e renderebbe di conseguenza inefficace la sua missione. La gente non dà infatti alcun valore alle parole dell’individuo i cui atti contraddicono le sue parole; la sua cattiva condotta viene persino presa come evidente prova della sua falsità. Si può riassumere quanto è stato detto finora riguardo agli attributi del profeta dicendo che affinché la trasmissione dei messaggi divini avvenga in modo corretto e risulti efficace è necessario che il profeta sia immune dall’errore e dal peccato.

Possedere tutte le virtú morali, come il pudore, il coraggio, la giustizia, eccetera eccetera. Infatti, chi è immune da ogni sorta di peccato e osserva integralmente la religione di Dio non può avere alcun vizio.

I Profeti

Introduzione

La storia conferma che diversi profeti sono venuti tra gli uomini per invitare la gente a aderire alla religione di Dio. La loro biografia non ci è però molto chiara, a eccezione di quella del nobile profeta Muhammad (S).

Il nobile Corano descrive la missione dei Profeti e mette bene in luce i loro obbiettivi. In questo celeste libro troviamo che il Signore Onnipotente ha inviato numerosi messaggeri per invitare gli uomini a aderire al monoteismo e alla religione di Dio:

“Non abbiamo inviato alcun profeta prima di te senza avergli rivelato: ‘Non v’è altra divinità all’infuori di Me! Adorate dunque solo Me!’” (Santo Corano,21:25)

I Profeti Ulil’azm

I profeti che hanno apportato un libro ispirato e una legislazione indipendente sono cinque: Noè {Nuh}, Abramo {Ibràhim}, Mosè {Musa}, Gesú {Isà} e Muhammad (S).

Riguardo a loro il Corano afferma:

“Dio vi ha decretato una religione che raccomandò {in precedenza} a Noè. Ciò che abbiamo rivelato a te {o profeta Muhammad (S)} e raccomandato ad Abramo, Mosè e Gesú è: ‘Innalzate la religione {preservatela cioè aderendovi e mettendola in pratica} e non dissentite su di essa’” (Santo Corano,42:13)

Questi cinque profeti, chiamati “Profeti Ulil’azm {risoluti}”, non sono i soli inviati di Dio; numerosi altri profeti sono stati infatti inviati all’umanità. Secondo quanto dice il nobile Corano, ogni popolo ha avuto il suo profeta:

“Ogni nazione ha avuto il suo profeta” (Santo Corano,10:47)

“Ogni popolo ha avuto la sua guida”(Santo Corano,13:7)

Per quanto riguarda poi i nomi di questi nobili profeti, il sacro Corano ne cita solo venti:

“Vi sono profeti di cui ti abbiamo parlato e altri di cui non ti abbiamo parlato” (Santo Corano,40:78)

Gli inviati di Dio venuti dopo ciascuno dei Profeti Ulil’azm hanno invitato l’uomo a seguire la legislazione apportata da questi ultimi. La funzione profetica si è cosí perpetuata sino al giorno in cui Dio inviò Muhammad (S) Ibniabdillàh(S), l’ultimo del profeti divini, per trasmettere all’uomo l’ultima e la piú completa legislazione religiosa e inviare il Corano, che è l’ultimo e il piú completo libro ispirato. È per questo motivo che la religione portata da questo nobile profeta non perirà mai e la sua legislazione rimarrà in vigore fino al Giorno del Giudizio.

Il profeta Noè

Noè fu il primo dei profeti apportatori di legislazione e libro ispirato. Egli invitò gli uomini del suo tempo a aderire al monoteismo, a non adorare altri all’infuori di Dio l’Unico e a liberarsi del politeismo e dell’idolatria.

Secondo il glorioso Corano questo nobile profeta lottò tenacemente per mettere fine alle differenze di classe, all’oppressione, all’ingiustizia e si sforzò di insegnare quanto gli era stato rivelato da Dio attraverso l’argomentazione, cosa del tutto nuova per gli uomini di quell’epoca.

Predicò per un lungo periodo la religione di Dio e a parte un ristretto numero di persone il resto della gente preferí restare nell’ignoranza e nell’abiezione. Il signore allora, provocando un diluvio, purificò il mondo di queste empie creature. Solo Noè e i suoi seguaci furono risparmiati e destinati a ricostituire sulla terra una società religiosa.

Questo venerato profeta fondò il monoteismo e fu il primo incaricato divino che combatté l’ingiustizia, la tirannia e l’empietà. È per questo servizio inestimabile che ha reso alla religione di Dio che ha ricevuto dal Signore una benedizione della quale godrà fino alla fine del mondo:

“Sia benedetto Noè tra la gente del mondo” (Santo Corano,37:79)

Il profeta Abramo

Molti anni passarono dalla scomparsa del santo Noè. Benché dopo di lui numerosi altri profeti (quali Hud e Sàlih) avessero guidato anche loro gli uomini verso Dio e alla rettitudine, giorno dopo giorno, il politeismo e l’idolatria si diffusero, fino ad arrivare al punto da conquistare l’intero mondo. Fu cosí che il Signore Onnipotente, nella Sua imperscrutabile saggezza, inviò Abramo.

Egli era il perfetto esempio di uomo puro. Con intento sincero e senza il minimo pregiudizio si mise alla ricerca della verità e comprese che all’infuori del Creatore dell’universo non v’è altra divinità. Egli inoltre combatté senza posa contro il politeismo e la tirannia.

Come afferma chiaramente il Corano e confermano le tradizioni degli Imam dell’Ahl ul-Bayt, Abramo trascorse il periodo della propria fanciullezza in una grotta lontano dallo strepito delle masse e dal tumulto delle città. Non vedeva che sua madre, che, di tanto in tanto, gli portava da mangiare e da bere.

Un giorno ritornò in città con la madre e andò a casa dello zio Àzar. Là ogni cosa gli parve sconosciuta e assai stupefacente; con infinito interesse e assoluta calma, immerso nello stupore e nella meraviglia, esaminava attentamente gli oggetti e le cose che lo circondavano e cercava di scoprire la causa della loro esistenza. Vide delle persone, tra cui lo zio Àzar, adorare idoli da loro stessi fabbricati. Cercò allora di informarsi intorno a quegli oggetti, ma le spiegazioni che gli vennero date sulla loro presunta divinità non lo convinsero.

Vide poi alcuni adorare la stella Diana, altri adorare la luna e altri ancora il sole. Siccome però ognuno di questi astri tramontava nel giro di qualche ora, Abramo non credette alla loro natura divina.

Dopo tali esperienze e constatazioni, Abramo, senza riserbo, annunciò alla gente la sua sottomissione all’unica divinità esistente e la sua totale e fortissima avversione verso il politeismo e l’idolatria.

Fu cosí che il nobile Abramo si dedicò a combattere l’idolatria e il politeismo e a lottare instancabilmente contro gli idolatri per ricondurli alla fede nel Dio Unico. Riuscí addirittura a penetrare nel locale dove erano conservati gli idoli e li frantumò. Per tale atto (considerato dagli idolatri come il piú grande “crimine”) fu processato e condannato al rogo. Vennero cosí eseguiti i relativi rituali e dopodiché il probo Abramo fu gettato crudelmente nelle fiamme, dalle quali venne però salvato da Dio Onnipotente.

Qualche tempo dopo lasciò la Babilonia, di cui era originario, per raggiungere la Siria e la Palestina; in quelle terre egli proseguí la sua missione profetica.

Verso la fine dei suoi giorni ebbe due figli: l’uno Isacco {Ishàq}, da cui discendono i figli d’Israele, l’altro Ismaele {Ismàil}, da cui discendono gli Arabi.

Egli condusse, per ordine del Signore, Ismaele ancora lattante e la madre di Ismaele nell’Hijàz. Stabilí la sua famiglia tra le montagne della zona di Tihàmah, in una terra arida e disabitata e invitò cosí gli Arabi nomadi ad abbracciare il monoteismo. Edificò poi la Ka’bah e istituí il pellegrinaggio alla Mecca {Alhajj}, che rimase una pratica diffusa tra gli Arabi fino all’avvento dell’Islam.

La religione portata da Abramo era conforme alla natura umana. Egli, secondo quanto afferma espressamente il Corano, portò un libro ispirato e fu il primo a chiamare la religione di Dio “islàm” {sottomissione} e i suoi seguaci “muslimín” {sottomessi}.

Le religioni monoteistiche e cioè il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islàm, discendono tutte da Abramo. Mosè, Gesú e Muhammad (S), profeti di queste tre religioni, appartenevano infatti tutti alla progenie di Abramo ed erano nella sua stessa linea di invito.

Il profeta Mosè

Mosè, figlio di Imràn, era il terzo dei Profeti Ulil’azm e apparteneva alla progenie di Israele (Giacobbe).

Ebbe una vita assai travagliata. Quando nacque, i figli d’Israele vivevano tra i Copti (in Egitto) in istato di abiezione e prigionia e, per ordine del Faraone, i loro figli venivano decapitati. La madre di Mosè, in base a quanto gli era stato ordinato da Dio in sogno, depose Mosè in una cesta e la lasciò andare alla deriva sul Nilo. La corrente fece allora approdare la cesta davanti al palazzo del Faraone.

Su ordine di questi, la cesta fu raccolta; quando fu aperta ne uscí un piccolo neonato. Il faraone cedette alle insistenze della moglie e rinunciò a uccidere il bambino. Siccome poi i sovrani non avevano figli, essi l’adottarono e l’affidarono a una nutrice, che altri non era che la sua stessa madre.

Mosè visse alla corte del Faraone fino agl’inizi della sua gioventú, dopodiché, avendo ucciso una persona, fuggí dall’Egitto e si rifugiò nella città di Madian. Là conobbe il profeta Sciuàib e ne sposò la figlia. Dopo aver trascorso alcuni anni presso Sciuàib come pastore delle sue greggi, Mosè decise di ritornare in Egitto. Con sua moglie, i figli e il suo bestiame, tornò quindi al paese natale; lungo il cammino, quando nottetempo arrivò al monte Sinai, il Signore Onnipotente lo incaricò della missione profetica.

Doveva inizialmente invitare il Faraone a convertirsi al monoteismo, liberare i figli d’Israele dal giogo copto e prendere suo fratello Aaronne come proprio ministro. Il Faraone, che era idolatra e si presentava agli Egiziani come una divinità, respinse l’invito di Mosè e si rifiutò di riconoscere la sua missione e di liberare i figli d’Israele.

Benché Mosè richiamasse per anni gli Egiziani al monoteismo e realizzasse a tal proposito numerosi miracoli, il Faraone e il suo popolo seppero solo dimostrarsi ostinati e sgarbati nei suoi confronti.

Alla fine, su ordine divino, Mosè partí nottetempo con i figli di Israele verso il Deserto del Sinai. Quando raggiunsero il Mar Rosso, il Faraone venne a conoscenza dell’esodo e si lanciò con le sue truppe al loro inseguimento. Fu in quella circostanza che Mosè, con un miracolo, divise le acque e con il suo popolo varcò il mare, il quale si richiuse davanti al Faraone e ai suoi uomini annegandoli.

Dopo questo avvenimento Dio gli rivelò la Torà e istituí tra i figli d’Israele la legge ebraica.

Il profeta Gesú

Gesú, il quarto dei Profeti Ulil’azm, apportò anch’egli un libro ispirato e una legislazione religiosa.

La sua nascita avvenne in modo del tutto eccezionale: sua madre, Maria {Mariam}, che era una casta vergine, stava pregando nella città di Bàitulmuquaddàs {Città Santa}, quando d’un tratto discese Rúhulquddús {l’arcangelo Gabriele} e le annunciò, da parte di Dio, la venuta del Messia. Con un leggero soffio sulla manica del vestito della nobile donna, la fecondò poi del Cristo.

Dopo la sua nascita, dinanzi alle ingiuste accuse che la gente rivolgeva a sua madre, il neonato (ancora nella culla) prese le sue difese e annunciò agli uomini la sua missione profetica e il libro ispiratogli da Dio.

Iniziò in età giovane a predicare la religione di Dio e restaurò, con qualche modifica, la legislazione apportata da Mosè. Inviò poi alcuni dei suoi discepoli nelle diverse regioni a predicare la sua religione.

Qualche tempo dopo la divulgazione del suo messaggio, i Giudei {il popolo di Gesú} tentarono di ucciderlo; Dio però lo salvò e gli Ebrei uccisero un altro al suo posto.

Nel nobile Corano è detto che un libro ispirato, chiamato “Ingíl” {Vangelo} è stato rivelato a Gesú. Questo però non si identifica con alcuno dei Vangeli scritti dopo di lui (e relativi alla sua vita e alla sua predicazione) dei quali solo quattro, quelli composti da Luca, Marco, Matteo e Giovanni, sono stati ufficialmente riconosciuti {dalle chiese cristiane}.

Il profeta Muhammad (S)

Introduzione

La biografia del venerato profeta Muhammad (S) è conosciuta meglio di quella di qualsiasi altro profeta. Col passare del tempo e per effetto delle evoluzioni storiche avvenute, il libro celeste, la legge religiosa e persino la divina personalità dei profeti che lo hanno preceduto hanno subito notevoli alterazioni, le quali hanno, di conseguenza, reso ambigue le loro biografie.

Invero, all’infuori delle limitate nozioni forniteci dal Corano e dalle tradizioni del Profeta e della sua Ahl ul-Bayt {Alí, Fatima e dodici infallibili Imam da loro discendenti}, non v’è nulla di preciso e chiaro riguardo alla loro biografia.

Al contrario, la biografia del nobile profeta Muhammad (S) è assai chiara ed è in grado di descrivere a sufficienza i diversi caratteri della sua straordinaria vita.

L’amatissimo profeta dell’Islam è l’ultimo dei messaggeri che il Signore misericordioso ha inviato agli uomini per guidarli sul retto sentiero. Quattordici secoli orsono, del monoteismo non era rimasto che un semplice nome e gli uomini avevano totalmente abbandonato l’adorazione del Dio Unico, si erano completamente allontanati dalla fede in Dio, dall’umanità e dalla giustizia. La sacra Ka’bah era divenuta un santuario di idoli e la religione di Abramo s’era trasformata in idolatria.

Gli Arabi conducevano una vita strettamente tribale, persino nelle diverse città che avevano formato nell’Hijàz e nello Yemen. Essi vivevano in condizioni tra le piú vili e arretrate: in luogo della civiltà e della virtú, tra la gente regnava la scostumatezza e il vizio e peccati quali bere vino e giocare d’azzardo erano assai diffusi; le figlie femmine venivano sotterrate vive e la maggior parte della gente si procurava da vivere attraverso il furto, il brigantaggio, l’omicidio e il saccheggio dei beni e del bestiame altrui. Essere sanguinari, spietati e tiranni era poi il piú gran vanto.

In un tale ambiente il Signore misericordioso scelse Muhammad (S) per riformare e guidare l’intera umanità; gli rivelò quindi il Corano (comprendente sublimi conoscenze, preziose nozioni che aiutano l’uomo a conoscere Dio, un concreto programma per realizzare la giustizia e utili ammonimenti) incaricandolo di invitare, servendosi di questo divino libro, la gente a comportarsi in modo umano e a aderire alla verità.

Dalla nascita all’inizio della missione

Il sommo Profeta nacque alla Mecca nell’anno 570 dopo Cristo (cioè cinquantatré anni prima dell’Egira) nella piú nobile e onorata delle famiglie arabe.

Prima di venire al mondo perse suo padre e dopo aver perso, all’età di sei anni, anche la madre, fu il nonno Abdulmuttalíb a prendersi cura di lui. Quest’ultimo però morí due anni dopo e il nobile bambino passò cosí sotto la diretta tutela del suo gentile zio Abutàlib (padre di Alí, il Principe dei Credenti). Egli amò il suo nobile nipote come un suo stesso figlio e fino a pochi mesi prima dell’Egira non mancò mai di proteggerlo e sostenerlo.

Gli Arabi della Mecca, come gli altri Arabi, allevavano pecore e cammelli e talvolta commerciavano con i paesi vicini, in particolare con la Siria. Erano ignoranti e rozzi, in nessun modo interessati all’istruzione e all’educazione dei propri figli. Muhammad (S), al pari degli altri, non aveva imparato né a leggere né a scrivere.

Tuttavia, sin dall’infanzia si distinse dagli altri per le sue virtú: non adorava mai idoli, non mentiva, non rubava, non tradiva, non commetteva mai atti turpi, non si comportava mai in modo superficiale ed era dotato di una straordinaria intelligenza e di grandi capacità. Queste nobili qualità gli fecero in breve tempo acquistare una notevole popolarità tra la gente. Divenne cosí famoso con l’appellativo di “Al-amín” {il Fidato}. Era per questa sua straordinaria fidatezza che la gente affidava per lo piú a lui i beni che intendeva depositare e lodava la sua onestà e le sue grandi capacità.

Aveva all’incirca vent’anni quando una delle ricche dame della Mecca, la nobile Khadíjah, lo scelse come suo agente commerciale. L’onestà, l’intelligenza e le notevoli capacità di Muhammad (S) assicurarono abbondanti guadagni a Khadíjah che attratta sempre di piú dalla sua straordinaria personalità, gli propose di sposarla. Dopo il matrimonio il giovane Muhammad (S) continuò per diversi anni le attività commerciali della moglie.

Fino a quarant’anni, egli intrattenne normali rapporti con la gente e venne considerato uno dei membri della comunità; a differenza degli altri però possedeva un carattere integro, una condotta esemplare e aborriva l’oppressione, la crudeltà e l’arrivismo. Tali virtú gli avevano fatto guadagnare il rispetto e la fiducia della gente. Si narra che un giorno, durante i lavori di riparazione della Ka’bah, sorse una disputa tra le diverse tribú su chi dovesse collocare al suo posto la Pietra Nera {Hajar ul-Aswàd}.

Per risolvere la controversia scelsero unanimemente il nobile Muhammad (S) come arbitro. Quest’ultimo fece depositare questa sacra pietra in un mantello e i capi delle tribú presero i lembi del mantello e lo alzarono; fu poi il nobile Muhammad (S) a collocarla al suo posto. Grazie a questo intervento, il litigio si risolse senza alcun spargimento di sangue.

Prima dell’inizio della sua missione profetica, benché fosse monoteista e quindi categoricamente contrario all’idolatria e al politeismo, siccome non combatteva direttamente le assurde e superstiziose credenze degli idolatri, la gente era in pace con lui, come lo era del resto con i seguaci delle altre religioni (quali i Giudei e i Cristiani) che vivevano in pace con gli Arabi idolatri.

Al Tempo in cui Muhammad (S) viveva presso suo zio Abutàlib e non aveva ancora raggiunto la pubertà, accompagnò quest’ultimo in un suo viaggio di affari in Siria.

Era una carovana assai imponente e un folto gruppo di persone viaggiava assieme a dell’abbondante mercanzia. Dopo essere penetrata in territorio siriano e aver raggiunto la città di Busrà fece una sosta nelle vicinanze di un monastero. Un monaco chiamato Bahirà uscí dal convento e invitò i viaggiatori a riposare all’interno del monastero. Abutàlib, al pari degli altri viaggiatori, accettò l’invito lasciando Muhammad (S) a sorvegliare i suoi beni. Bahirà, venuto a sapere che tutti erano presenti nel convento tranne Muhammad (S), chiese che lo si facesse entrare. Abutàlib chiamò allora il nipote e insieme si recarono dal monaco.

Dopo aver a lungo scrutato il nobile Muhammad (S), Bahirà lo prese da una parte e disse: “Giurami nel nome di Lat e Uzzà (due idoli adorati dagli abitanti della Mecca) che risponderai a quanto ti chiederò ora”. Muhammad (S) rispose: “Questi due idoli sono le cose che detesto maggiormente”. Il monaco disse allora: “In nome del Dio Unico, ti prego di dire la verità”. Il nobile bambino rispose: “Io dico sempre la verità, non ho mai mentito in vita mia; rivolgimi la tua domanda”. Bahirà chiese allora: “Qual è la cosa che ami di piú?”.

Rispose: “La solitudine”. Il saggio monaco allora lo interrogò di nuovo: “Che cosa ami guardare di piú?”. Rispose: “Il cielo e le sue stelle”. A questo punto Bahirà chiese: “A che cosa pensi?”. Muhammad (S) rimase in silenzio e Bahirà guardò attentamente la sua fronte; disse poi: “Quando e con quali pensieri ti addormenti?”. Rispose: “Quando, guardando le stelle, le sento vicine a me, mi vedo sopra di esse”. Bahirà chiese allora “Fai anche sogni?”. Muhammad (S) rispose: “Sí e tutto quel che sogno lo vedo pure quando sono desto”.

Il monaco proseguí chiedendo: “Che cosa vedi in sogno?” e Muhammad (S) non disse nulla; dopo un momento di silenzio il saggio uomo si rivolse al nobile Muhammad (S) e gli disse: “Posso vederti tra le spalle?”; quest’altro acconsentí e Bahirà, denudandogli le spalle, scoprí un neo: “È proprio questo” mormorò. Abutàlib sorpreso gli chiese: “A che cosa ti riferisci? Cosa vuoi dire?”. Bahirà rivolgendosi allo zio del nobile bambino gli chiese: “Qual è il legame di parentela che ti lega a questo giovane”. Dal momento che Abutàlib amava Muhammad (S) come un suo stesso figlio, affermò: “È mio figlio”.

Replicò allora Bahirà: “No, il padre di questo giovane deve essere già morto”, “Come fai a saperlo?” chiese Abutàlib sorpreso, prima di rivelare al monaco che Muhammad (S) era suo nipote. Bahirà disse allora ad Abutàlib: “Ascoltami bene, un radioso e sorprendente avvenire attende questo giovane. Se altri oltre a me vedranno ciò che io ho visto e lo riconosceranno, lo uccideranno. Devi nasconderlo e proteggerlo dai nemici”. Abutàlib domandò allora: “Dimmi chi è!”. Bahirà disse: “Nei suoi occhi e sul suo dorso vi sono due inconfondibili segni di riconoscimento di un grande profeta del futuro”.

Qualche anno piú tardi Muhammad (S) si recò nuovamente in Siria, ma questa volta in qualità di agente commerciale della nobile Khadíjah. Quest’ultima lo fece accompagnare dal suo servo Maisaràh raccomandandogli di prestargli assoluta ubbidienza.

Dopo essere penetrati in territorio siriano, fecero una sosta nei pressi della città di Busrà. Nelle vicinanze v’era l’eremo di un monaco chiamato Nasturà che già conosceva Maisaràh. Il monaco rivedendo Maisaràh, riferendosi a Muhammad (S), gli chiese: “Chi è quell’uomo che sta riposando sotto quell’albero?”. Egli rispose: “È un uomo della tribú dei Quraish”. Il monaco dichiarò allora: “Sotto quell’albero non fanno tappa se non i profeti di Dio”. Poi domandò:” I suoi occhi presentano forse segni di arrossamento”. Maisaràh rispose: “Si, costantemente”. Nasturà concluse: “E proprio lui! Egli è l’ultimo dei profeti di Dio. Potessi vedere il giorno in cui riceverà da Dio l’incarico di invitare la gente alla Sua religione!”

Numerose tribú ebree, avendo saputo dalle loro scritture del profeta Muhammad (S) e del luogo in cui sarebbe sorto, avevano lasciato la loro patria per andare a insediarsi nell’Hijàz. Fermatisi a Medina e nei dintorni di questa città, vissero per anni nell’attesa dell’avvento del profeta dell’Islam.

Poiché i membri della comunità trapiantata erano ricchi e opulenti, succedeva che talvolta fossero depredati dagli Arabi. Ma gli Ebrei sopportavano pazientemente tali soprusi e si lamentavano sempre con coloro che li opprimevano dicendo: “Sopporteremo i vostri saccheggi, i vostri soprusi fino al giorno in cui il Profeta Illetterato emigrerà dalla Mecca per venire a stabilirsi a Medina. Sarà allora che noi, dopo avergli prestato fede, ci vendicheremo di voi”.

Fu in tal modo che gli Arabi di Medina acquistarono una precedente conoscenza della missione profetica del nobile Muhammad (S). Tale conoscenza divenne in seguito uno dei principali fattori della loro rapida conversione all’Islam. Accadde poi che essi si convertirono, mentre gli Ebrei, a causa del loro fanatismo, si rifiutarono di prestare fede al profeta che tanto avevano atteso e del cui avvento tanto avevano parlato.

A tal proposito il Corano dice:

“Quando il Libro di Dio {il Corano} giunse ai Giudei, sebbene esso confermasse le conoscenze e gli insegnamenti del libro ispirato da loro accettato e seguito, la Torà, e sebbene da tempo aspettassero di vincere (con l’aiuto del profeta dell’Islam) gli Arabi miscredenti, essi non si convertirono. Sia dunque la maledizione di Dio sui miscredenti”(Santo Corano,2:89)

A proposito invece della conversione di un gruppo di persone appartenenti alla Gente del Libro {Cristiani ed Ebrei} dice:

“...presto concederò la Mia misericordia a coloro che si comportano rettamente, che pagano la zakàh e che credono ai Nostri segni; {la concederò a} quelli {della Gente del Libro} che seguono l’Inviato, il Profeta Illetterato, il cui nome e i cui connotati vengono da loro trovati nella Torà e nel Vangelo. Egli ordina loro di compiere il bene, vieta loro di commettere il male, rende loro lecite le cose pulite e gradevoli e illecite le immonde e repellenti; egli li ha alleviati da ogni tipo di difficoltà e fatica, e, spezzando le catene che li tenevano legati, ha donato loro la libertà” (Santo Corano,7:156-157)

Dall’inizio della missione all’Egira

Il Signore Onnipotente suscitò nella penisola arabica (che era, senza esagerazione, un ricettacolo di miseria, corruzione e tirannia) il Suo prediletto profeta, il nobile Muhammad (S), incaricandolo di invitare l’umanità a aderire al monoteismo, rispettare la giustizia, compiere il bene e consolidare i rapporti sociali.

Fu incaricato di seguire e difendere costantemente e decisamente la verità e la giustizia e di fondare le basi della beatitudine umana sul principio della fede, del timor di Dio, della solidarietà e dell’abnegazione.

All’inizio il Profeta era stato incaricato solo di invitare la gente ad abbracciare l’Islam e poiché l’ambiente in cui si trovava era pieno d’oppressione, crudeltà e ostinatezza, parlò della sua missione divina solo a chi sperava che accettassero il suo divino invito. In questa prima fase della sua missione, non vi fu perciò che un numero ristretto di fedeli.

Secondo le tradizioni, la prima persona che accettò l’invito del Profeta fu suo cugino paterno Alí (figlio d’Abutàlib); dopo di lui si convertí Khadijah, la nobile moglie del profeta Muhammad (S).

Trascorso un certo tempo, egli ricevette l’ordine di invitare i suoi parenti stretti ad accettare la fede islamica; seguendo il decreto divino convocò i parenti (circa una quarantina di persone) a casa sua e annunciò loro la missione affidatagli dal Signore.

Dopo un po’ il sommo Profeta, per ordine divino, rese pubblico il suo invito e lo estese all’intera umanità. La reazione degli Arabi, in special modo della gente della Mecca, fu assai dura: i miscredenti e i politeisti respinsero con ferocia e crudeltà questo sincero invito del profeta Muhammad (S).

Talvolta lo chiamavano indovino e stregone, talaltra pazzo e poeta. Era schernito e canzonato e quando si accingeva a invitare la gente ad abbracciare la neonata religione islamica, oppure quando voleva eseguire i suoi atti d’adorazione, veniva brutalmente ostacolato dall’infernale baccano dei suoi nemici, i quali giunsero persino a versargli in testa della spazzatura e dello sterpame, a picchiarlo, insultarlo e a prenderlo a sassate.

Talvolta poi si tentava di corromperlo, promettendogli potere, denaro e simili, nella speranza di sviarlo in tal modo dal suo sacro obiettivo. Tutti questi tentativi risultarono però vani poiché il Profeta restò impassibile.

Talvolta si rattristava e rimaneva dispiaciuto per l’ignoranza e l’ottusità del suo popolo. È per questo che in alcuni versetti del Corano, il Signore Eccelso lo conforta ordinandogli di portare pazienza. In altri invece gli ordina di non dare assolutamente retta alle parole della gente e di continuare, con la massima decisione, la propria missione.

Coloro che si convertirono all’Islam furono fatti oggetto di terribili torture e tormenti dai miscredenti; spesso accadeva che alcuni di loro perdessero la vita a causa di tali torture. A volte, la pressione diveniva talmente intollerabile che i fedeli chiedevano al Profeta il permesso di organizzare una sanguinosa rivolta e porre cosí fine all’oppressione dei loro empi nemici. Il Profeta diceva però: “A tal proposito non ho ricevuto alcun ordine da Dio l’Eccelso: occorre pazientare”. Alcuni, sfiniti dai continui soprusi dei miscredenti, raccolsero la loro roba ed emigrarono.

A un certo punto la situazione divenne talmente critica per i Musulmani che il nobile Profeta autorizzò i propri compagni a emigrare in Abissinia per mettersi cosí al riparo, per un certo periodo, dalle torture e dalle molestie della propria gente. Un gruppo di fedeli, capeggiato da Ja’far {figlio di Abutàlib, fratello del Principe dei Credenti e uno dei migliori compagni del sommo Profeta}, si trasferí quindi in Abissinia.

Quando i miscredenti della Mecca vennero a sapere dell’esilio dei Musulmani mandarono due dei loro abili ed esperti uomini, con una notevole quantità di doni, a chiedere al Negus l’estradizione degli esiliati. Ja’far con uno straordinario discorso tenuto alla presenza del Negus, dei sacerdoti cristiani e delle diverse autorità abissine, descrisse loro la divina personalità del sommo profeta Muhammad (S) e recitò anche alcuni versetti della “Sura di Maria”.

Le sue sincere parole erano talmente profonde e incantevoli che fecero piangere tutti, compreso il Negus. Quest’ultimo si rifiutò ovviamente di estradare gli esuli e respinse altresí i doni inviatigli dai miscredenti della Mecca. Ordinò poi di facilitare la residenza dei profughi musulmani e di mettere a loro disposizione ogni comodità.

Dopo questo fallimento, i miscredenti della Mecca concordarono di troncare ogni rapporto con i Baní Hàshim, parenti e seguaci del Profeta, e di isolarli e interrompere ogni loro relazione economica e sociale con l’esterno. Redatto in tal senso un accordo, lo fecero firmare a tutti e lo deposero nella Ka’bah.

I Baní Hàshim, accompagnati dal sommo Profeta, si trovarono costretti a lasciare la Mecca. Si rifugiarono in una gola conosciuta con il nome di “Gola di Abutàlib”, nella quale vissero per lungo tempo nelle piú difficili condizioni. Nessuno aveva il coraggio di uscire dalla gola, nella quale si doveva sopportare, durante il giorno, un tremendo caldo e, di notte, i lamenti delle donne e dei bambini.

Tre anni dopo i miscredenti a causa della scomparsa del documento deposto nella Ka’bah e dei numerosi rimproveri ricevuti dalle tribú della regione per il disumano atteggiamento da loro assunto nei confronti dei Baní Hàshim, rinunciarono all’accordo e questi ultimi poterono cosí porre termine al loro esilio.

Fu in quel periodo che la giovane comunità islamica perdette il nobile Abutàlib, unico protettore del sommo Profeta, e la generosa Khadíjah. Con la scomparsa di questi due saldi sostegni la vita del Profeta si complicò notevolmente; egli non poteva piú mostrarsi in pubblico e la sua vita era costantemente in pericolo.

L’Egira

L’anno in cui il sommo Profeta e i Baní Hàshim uscirono dalla “Gola di Abutàlib” era il tredicesimo della sua missione. In esso compí un breve viaggio a Taièf (città situata a circa cento chilometri dalla Mecca) e invitò gli abitanti di questa città ad abbracciare l’Islam. Gli ignoranti e i malvagi di Taièf si riversarono da ogni parte della città e iniziarono a ingiuriare e a prendere a sassi il Profeta; gli empi riuscirono alla fine a scacciarlo dalla città.

Tornò quindi alla Mecca e vi rimase per un certo periodo. Anche in questa città, come è già stato detto in precedenza, v’erano individui ignoranti e malvagi che gli erano fortemente ostili; di conseguenza, la sua vita era costantemente in pericolo.

I notabili della Mecca, ravvisando circostanze favorevoli, decisero nel corso di una riunione segreta (svoltasi in un luogo chiamato Dàrunnadwàh, l’analogo di un parlamento odierno) di eliminare il Profeta. Concordarono di scegliere una persona da ognuna delle tribú arabe e formare cosí una squadra che sarebbe dovuta penetrare nella casa del profeta e ucciderlo; questi empi volevano far partecipare tutte le tribú al delitto per mettere i Baní Hàshim (la tribú alla quale apparteneva il sommo Profeta) nell’impossibilità di vendicarsi. La partecipazione di un membro di questa stessa tribú all’assassinio avrebbe inoltre fatto completamente tacere gli altri.

Il progetto venne messo in atto e circa quaranta volontari nottetempo circondarono la dimora del Profeta con l’intento di attaccare la casa all’alba e assassinarlo. Tuttavia la volontà di Dio era diversa e il progetto fallí miseramente. Il Signore si rivelò infatti al Profeta, lo mise al corrente del complotto e gli ordinò di lasciare la Mecca ed emigrare a Medina. Il Profeta, informato Alí (as) dell’intrigo, gli comandò di trascorrere la notte dormendo nel suo letto e, dopo avergli fatto le ultime raccomandazioni, se n’andò.

Per la strada vide Abubàkr e lo portò con sé a Medina. Arrivarono nottetempo in una grotta del monte Saur. Dopo essersi nascosti nella grotta per tre giorni, proseguirono il loro viaggio fino a Medina ove la popolazione accolse calorosamente il sommo Profeta. Del resto, prima dell’Egira, alcuni dei notabili di Medina avevano incontrato alla Mecca il Profeta e si erano convertiti all’Islam; gli avevano inoltre promesso di appoggiarlo e difenderlo con tutte le loro forze nel caso in cui si fosse recato a Medina.

Nel frattempo gli empi, che avevano circondato la casa, la assalirono, trovando inaspettatamente Alí nel letto del Profeta; appena vennero al corrente della sua fuga si precipitarono fuori della città, ma tutte le loro ricerche furono vane.

L’insediamento del Profeta a Medina e le guerre del primo decennio dell’Egira

Il sommo Profeta Muhammad (S), fuggito dalla Mecca, si stabilí a Medina, i cui abitanti abbracciarono la religione da lui apportata e lo appoggiarono devotamente. Coll’arrivo del Profeta la città di Medina assunse un aspetto islamico, prese il nome di Madínat ur-Rasúl (Città dell’Inviato) in sostituzione di Iasríb e divenne la prima città islamica della storia. In essa circa un terzo degli abitanti erano ipocriti, falsi credenti; questi simulavano l’adesione all’Islam per timore della maggioranza musulmana.

Il sole dell’Islam iniziò a risplendere nel limpido cielo di Medina e la sua divina luce arrivò dappertutto, illuminando ogni cosa. Come prima cosa, trasformò in pace e serenità lo stato di guerra che da anni esisteva tra le due grandi tribú degli Aws e dei Khazraj. Illuminò poi i cuori dei membri delle tribú della regione, i quali, gradualmente, si convertirono tutti alla religione islamica. Ebbe poi un fondamentale ruolo nel riformare la società: l’applicazione dei precetti che venivano gradualmente rivelati da Dio al Profeta, estirpava ogni giorno una delle radici della corruzione e del male, sostituendola con giustizia e timor di Dio.

Gradualmente molti dei musulmani della Mecca, oppressi e torturati dagli empi miscredenti di questa città, abbandonarono le loro dimore per emigrare a Medina, ove vennero calorosamente accolti dai loro fratelli di fede. Il musulmani emigrati presero cosí il nome di “Muhàjirun” (emigrati), mentre i benevoli musulmani della città di Medina furono chiamati “Ansàr” (soccorritori).

Di questa celeste luce non riuscirono però a giovarsi le numerose tribú giudee che vivevano a Medina, nei suoi dintorni, a Khaibar e a Fadàk. Queste tribú, infatti (come abbiamo già detto in precedenza), nonostante avessero per anni annunciato agli Arabi la venuta del profeta Muhammad (S), si rifiutarono di convertirsi all’Islam, limitandosi a siglare un patto di non aggressione con i Musulmani.

I miscredenti della Mecca erano fortemente preoccupati della rapida espansione dell’Islam e diventavano sempre piú ostili nei confronti del Profeta e dei suoi seguaci; erano invero alla ricerca di un pretesto per disperdere la giovane comunità musulmana. I seguaci dell’Islam (soprattutto quelli che erano emigrati dalla Mecca), che si erano profondamente risentiti per il malvagio comportamento di questi malvagi miscredenti, attendevano a loro volta l’ordine divino che consentisse loro di punirli e liberare dai loro soprusi i fedeli (donne, bambini e inabili vecchi) che non avevano avuto modo di emigrare a Medina.

La battaglia di Badr, nell’anno secondo dell’Egira, fu il primo conflitto tra i Musulmani e i miscredenti della Mecca. Nel corso di questo combattimento, che si svolse nell’omonima piana (situata tra la Mecca e Medina), i fedeli mal equipaggiati e in numero di circa trecento affrontarono mille infedeli armati fino ai denti. La divina grazia donò però una brillante vittoria ai Musulmani che sconfissero pesantemente i miscredenti, i quali subendo enormi perdite (sia in uomini - morti, feriti, prigionieri - che in materiale bellico), fuggirono verso la Mecca.

Si narra che gli infedeli lasciassero sul campo di battaglia settanta cadaveri (di cui circa la metà era caduta per opera d’Alí) e settanta prigionieri.

La battaglia d’Uhúd, nell’anno terzo dell’Egira, vede di nuovo opporsi i miscredenti della Mecca, guidati da Abú Sufiàn, ai Musulmani: tremila infedeli (alcune tradizioni dicono cinquemila) partirono dalla Mecca e si scontrarono con settecento musulmani, guidati dal nobile Inviato di Dio nella deserta piana d’Uhud, nei pressi di Medina. All’inizio gli uomini del Profeta prevalsero, ma un errore commesso da alcuni di loro provocò l’assedio; i Musulmani vennero quindi violentemente attaccati e subirono pesanti perdite: lo zio (paterno) del Profeta, Hamzàh, morí martire con circa settanta altri compagni dell’Inviato d’Allah, per lo piú appartenenti agli Ansàr.

Il Profeta stesso rimase ferito alla fronte, si ruppe un dente e rischiò pure di rimanere ucciso. Uno dei miscredenti dopo averlo colpito alla spalla gridò: “Ho ucciso Muhammad (S)”, seminando il panico tra i Musulmani, che fuggirono tutti all’infuori d’Alí e qualcun altro, che rimasero a difendere il Profeta. Morirono tutti a eccezione d’Alí che con incredibile coraggio e vigore si batté fino alla fine e salvò cosí la vita dell’Inviato di Dio.

Verso la fine del giorno i fuggitivi dell’armata islamica ritornarono a fianco del Profeta preparandosi nuovamente a combattere. L’esercito di Abú Sufiàn si accontentò però della parziale vittoria ottenuta e abbandonò il campo di battaglia per ritornare alla Mecca. Questi empi però, dopo aver percorso alcune parasanghe si pentirono seriamente di non aver approfittato della situazione per sconfiggere completamente i Musulmani, catturare le loro donne, i loro bambini e depredare i loro beni; si misero persino a consultarsi per riprendere le ostilità.

Nel frattempo però vennero informati che le truppe musulmane li stavano inseguendo per riprendere le ostilità; la notizia (che tra l’altro era fondata, poiché il sommo Profeta, dietro ordine di Dio, aveva mandato Alí con degli uomini a inseguire i nemici) li intimorí e in gran fretta fecero ritorno alla Mecca.

Benché i Musulmani avessero subito in questa battaglia gravi perdite, gli effetti della sconfitta furono proficui; i fedeli provarono infatti sulla loro stessa pelle le infauste conseguenze della violazione degli ordini del santo profeta Muhammad (S) e presero cosí un’importante lezione da questa spiacevole esperienza.

Le due parti si erano impegnate, alla fine della battaglia, a ritrovarsi l’anno successivo nel medesimo luogo per affrontare una nuova battaglia. Il Profeta, con un gruppo dei suoi compagni, si presentò all’appuntamento, cosa che non fecero però Abú Sufiàn e i suoi uomini.

Dopo la battaglia di Badr, i Musulmani si organizzarono in maniera piú completa e riuscirono cosí ad avanzare in tutta la penisola arabica, a eccezione della regione della Mecca e di quella di Taièf.

La battaglia di Khandaq fu il terzo conflitto tra i Musulmani e i miscredenti (i quali venivano guidati per l’ultima volta dagli infedeli della Mecca). In questo cruento combattimento, i nemici avevano mobilitato tutte le proprie forze e capacità allo scopo di annientare i Musulmani. Questo scontro è famoso nella storia col nome di battaglia di “Khandaq” (fossato) o “Guerra delle Fazioni”.

Dopo la battaglia di Uhud, i notabili della Mecca (il capo dei quali era l’empio Abú Sufiàn) avevano l’intenzione di dare il corpo di grazia al Profeta e ai suoi seguaci spegnendo cosí definitivamente la divina luce dell’Islam; istigavano perciò le tribú arabe ad aiutarli in tale impresa. Anche le tribú giudee, nonostante avessero concluso con i Musulmani un patto di non aggressione, contribuivano segretamente alla formazione di questo fronte antislamico, al quale, alla fine, si unirono, violando cosí il patto stretto con il Profeta.

Fu cosí che, nell’anno quinto dell’Egira, un possente esercito, composto dalla tribú dei Quraish e dai clan arabi e giudei, attaccò la città di Medina. Il Profeta, che ancora prima dell’attacco era a conoscenza dei piani del nemico, si consultò con i compagni sul da farsi. Dopo un lungo dibattito, si accettò la proposta di Salmàn il Persiano (uno dei piú nobili compagni del Profeta): venne scavato intorno alla città un fossato difensivo per impedire alle truppe nemiche di aggredirla.

Quando i nemici arrivarono alle porte della città non riuscirono a superare il fossato e furono cosí costretti a insediare la città. In quelle condizioni iniziarono a combattere con i Musulmani; l’assedio e la battaglia si protrasse per un certo tempo, ma alla fine, per effetto del vento, del freddo, della stanchezza degli Arabi idolatri (dovuta all’eccessivo protrarsi dell’assedio) e delle discordie nate tra i clan arabi e quelli giudei, l’assedio fallí e le truppe nemiche lasciarono Medina.

In questo conflitto Amr Ibniabdiwud, tra i piú rinomati cavalieri e celebri guerrieri d’Arabia, trovò la morte per mano del nobile e potente Alí.

Dopo la battaglia di Khandaq, i cui principali istigatori furono i Giudei, i quali collaborarono con i miscredenti arabi violando il tal modo il patto stretto con i Musulmani, il sommo Profeta, su ordine di Dio, s’impegnò a punire le tribú giudee di Medina. A tal proposito affrontò assieme ai suoi uomini diverse battaglie contro di esse, che si conclusero tutte con la vittoria dei Musulmani.

La piú importante di queste battaglie fu quella di “Kaibar”. In essa i Giudei disponevano di solide rocche, di un notevole numero di uomini, di abili guerrieri e sufficienti equipaggiamenti bellici. I Musulmani avevano invece dalla loro parte il grande Alí che, dopo aver ucciso il celebre, potente e coraggioso guerriero ebreo Marhab e aver disperso le truppe giudee, attaccò la famosa Rocca di Khaibar e, dopo averne staccato miracolosamente il pesantissimo portone, assieme alle truppe musulmane, la conquistò, sconfiggendo in tal modo i Giudei.

Con queste guerre, che terminarono nell’anno quinto dell’Egira, i Musulmani sconfissero definitivamente i Giudei dell’Hijàz.

Nell’anno sesto dell’Egira, il sommo Profeta inviò lettere a re e imperatori di diversi paesi (come lo Scià di Persia, il Negus d’Abissinia, il Re d’Egitto e l’Imperatore di Bisanzio) invitandoli ad abbracciare l’Islam. Egli concluse poi un patto di non aggressione con i miscredenti della Mecca, i quali firmandolo s’impegnarono, tra le altre cose, di non molestare e non torturare piú i Musulmani che vivevano alla Mecca e di non aiutare i nemici dell’Islam a danno dei fedeli del profeta Muhammad (S).

Questi empi però, dopo un po’ di tempo violarono il patto e fu cosí che il Profeta decise di conquistare la Mecca. Nell’anno ottavo dell’Egira attaccò, con diecimila uomini, questa città e senza alcun conflitto e spargimento di sangue la conquistò: gli idoli presenti nella Ka’bah vennero da lui infranti e l’intera popolazione si convertí all’Islam. Convocò poi i notabili della città (che per vent’anni si erano sempre dimostrati fortemente ostili nei suoi confronti ed erano stati sempre crudeli e ingiusti con lui e con suoi fedeli) e, senza fare loro il minimo sgarbo, con infinita magnanimità li perdonò tutti.

Dopo la conquista della Mecca il Profeta cominciò a ripulire i dintorni di questa città dalle ultime tracce di idolatria e miscredenza. A tal proposito affrontò diverse battaglie contro gli idolatri che ancora non si erano sottomessi, tra le quali ricordiamo quella di Hunain, che si svolse nell’omonima valle e fu una delle importanti battaglie che il Profeta affrontò in vita sua.

In essa dodicimila guerrieri musulmani affrontarono migliaia di cavalieri della tribú degli Hawàzin. All’inizio del conflitto i nemici presero un tale sopravvento che, a parte Alí (che era l’alfiere delle truppe islamiche e che combatteva davanti al Profeta) e pochissimi altri uomini, le truppe musulmane batterono in ritirata. Dopo qualche ora però, dapprima gli Ansàr poi gli altri Musulmani ripresero le loro postazioni, caricando vittoriosamente il nemico.

Al termine di questa battaglia i cinquemila prigionieri catturati dalle forze musulmane, vennero liberati per richiesta del Profeta, eccetto alcuni che spettavano {come schiavi} a quei pochi Musulmani che non se la sentivano di rinunciare alla propria quota, la quale venne acquistata dal nobile Profeta, che cosí riuscí a liberare il resto dei prigionieri.

La spedizione di Tabuk fu intrapresa nell’anno nono dell’Egira. Il Profeta inviò le sue truppe a Tabuk (alla frontiera dell’Hijàz e della Siria) perché correva voce che l’Imperatore di Bisanzio vi avesse concentrato delle truppe costituite da Arabi e Bizantini. Prima di questa spedizione le truppe islamiche avevano affrontato i Bizantini a Mutah (nei pressi di Tabuk) e in quell’occasione valorosi comandanti dell’esercito islamico come Ja’far (figlio di Abutàlib), Zaid (figlio di Hàrisah), Abdullàh (figlio di Rawàha) caddero martiri in battaglia.

Quando i trentamila uomini del Profeta raggiunsero Tabuk, il nemico aveva già lasciato il luogo. L’Inviato di Dio restò a Tabuk tre giorni e, dopo aver ripreso il controllo della regione, tornò a Medina.

Nel corso dei dieci anni del suo soggiorno a Medina, oltre alle battaglie ricordate, il Profeta condusse altri ottanta scontri armati. Partecipò in prima persona a circa un quarto di essi assumendo sempre un comportamento del tutto differente da quello adottato di solito dagli altri capi militari che si rifugiano in un luogo di assoluta sicurezza e si limitano solamente a impartire ordini ai soldati. Egli infatti partecipava attivamente alle battaglie che conduceva in prima persona e combatteva sempre sul fronte di guerra a fianco dei suoi uomini. E interessante però sapere che in tutte queste battaglie non capitò mai che uccidesse qualcuno.

La vicenda di Ghadir e la morte del Profeta

Nell’anno decimo dell’Egira il sommo Profeta si recò alla Mecca ed effettuò in questa santa città l’ultimo pellegrinaggio della sua vita (questo pellegrinaggio è noto col nome di Hàjjat-ul-Widà, che significa pellegrinaggio d’addio).

Dopo aver compiuto i riti del pellegrinaggio e avere impartito alla gente alcune necessarie istruzioni relative a questo importante atto di adorazione, rientrò a Medina. Durante il viaggio di ritorno, fece fermare la carovana in una località chiamata Ghadir. Ivi, dinanzi a centoventimila pellegrini, venuti da ogni parte della penisola arabica, il Profeta sollevò la mano di Alí e lo proclamò suo successore.

Con tale atto l’Inviato di Dio designò la persona che, dopo la sua morte, avrebbe dovuto guidare la società islamica, dirigerne gli affari, custodire il sacro Corano e la tradizione del Profeta e conservare le conoscenze e le leggi religiose; il profeta Muhammad (S) ubbidí in tal modo all’ordine datogli da Dio:

“O Profeta, comunica alla gente ciò che ti è stato rivelato dal tuo Signore e {sappi che} se non lo farai, non avrai compiuto la Sua missione” (Santo Corano,5:67)

Poco tempo dopo aver fatto ritorno a Medina il sommo Profeta morí.

L’insediamento del Profeta a Medina e il progresso dell’Islam

L’invito del profeta dell’Islam a Medina si innalzò e raggiunse tutte le case, tutti i circoli, si propagò in ogni vicolo, in ogni quartiere. La gente si convertí a schiere, gli abitanti della Mecca, di Medina e i membri delle varie tribú della zona si sottomisero tutti all’Islam. Insomma, nel corso dei dieci anni del soggiorno del Profeta a Medina, l’Islam arrivò a conquistare completamente la vasta penisola arabica.

Durante questi dieci anni, il sommo Profeta si preoccupò senza posa della sua divina missione: insegnava alla gente i princípi, le norme etiche e i precetti rivelatigli dal Signore Eccelso, esortava gli individui al bene e alla rettitudine, rispondeva alle loro domande, disputava con gli oppositori e i sapienti delle altre religioni (in special modo con i sapienti giudei) e dirigeva gli affari statali, garantendo il normale svolgimento della vita quotidiana della gente. Egli costruí a Medina la famosa Moschea del Profeta (Masjíd an-Nabí) e altre ancora furono erette successivamente. Mandò inoltre diversi missionari a predicare l’Islam nelle varie regioni d’Arabia e concluse una serie di trattati con le tribú giudee della zona di Medina e con alcune tribú arabe.

Nonostante i pesanti oneri connessi alla sua funzione di profeta e guida della comunità musulmana, il sommo Inviato riuscí in questo decennio a dedicare una considerevole parte del suo tempo alla preghiera e al culto di Dio: digiunava spesso nel corso dell’anno, nei tre mesi di ragiàb, scia’bàn e ramadan (in modo quasi consecutivo) e in altri giorni dell’anno (per un totale di un mese). Talvolta eseguiva un particolare digiuno che consisteva nel non mangiare nulla per piú giorni e notti consecutive. Dedicava inoltre ogni giorno una parte del suo tempo alle faccende di casa; talvolta poi si guadagnava da vivere lavorando per gli altri.

Dio l’Altissimo, nel Corano, rievoca le vicende di questi dieci anni dicendo:

“I miscredenti vogliono spegnere la luce di Dio, ma Egli, a loro dispetto, perfezionerà la Sua luce. Egli è Colui che ha mandato alla gente il Suo Inviato con la Retta Guida e la Religione del Vero per farla prevalere, a dispetto dei politeisti, su tutte le altre” (Santo Corano,61:8-9)

{Considerando lo straordinario processo di espansione dell'Islam, dagli inizi della missione del Profeta fino ai nostri giorni, nei quali l’Islam, con piú di un miliardo di seguaci, è la prima religione del mondo, non è difficile comprendere che ci stiamo avvicinando alla completa realizzazione della promessa divina della quale parla questo versetto coranico}.

Dice poi in un altro versetto:

“Voi Musulmani siete il miglior popolo che sia stato mai creato per gli uomini, {poiché} ordinate {loro} il ma’rúf {eseguire ciò che è bene}, vietate {loro} il munkar {eseguire ciò che è male} e credete in Dio” (Santo Corano, 3:110)

Uno sguardo alla personalità morale e spirituale del sommo Profeta

Secondo indubitabili fonti storiche il sommo Profeta è cresciuto in un ambiente tra i piú abietti, ove regnavano l’ignoranza, la corruzione e il vizio. In tale atmosfera passò la sua infanzia e la sua gioventú, senza beneficiare della minima formazione scientifica.

Benché il profeta Muhammad (S) non adorasse idoli e non commettesse atti iniqui, pure viveva in mezzo a simili persone e la sua ordinaria vita non prospettava assolutamente un futuro clamoroso. Chi se lo sarebbe infatti aspettato un simile futuro da un orfano povero, illetterato e inesperto!

Una notte, mentre si trovava assorto nella preghiera, la sua personalità subí un improvviso cambiamento: da spenta com’era divenne celeste e divina. Le idee e le convinzioni millenarie della società umana divennero per lui assurde e le leggi e le dottrine umane gli apparvero tiranniche e oppressive; collegando il passato e l’avvenire del mondo, egli individuò perfettamente quale fosse il sentiero della beatitudine umana. Da quel momento in poi non vide e non sentí che il vero e dalla sua bocca non uscirono che discorsi divini, parole di saggezza e prediche celesti.

La sua sfera interna, impegnata nel futile e vile ambiente degli affari e del commercio a risolvere i quotidiani problemi della vita, improvvisamente si elevò ed egli decise di riformare il mondo, di correggere gli uomini, di distruggere ciò che di ingiusto ed empio si era venuto a creare in seguito a migliaia di anni di traviamento e tirannia dell’uomo.

Cosí, senza curarsi delle terrificanti e imponenti forze nemiche, insorse da solo per restaurare la verità. Parlò alla gente del sapere divino e dedusse tutte le verità del creato dall’unicità del creatore dell’universo. Illustrò nel migliore dei modi le sublimi qualità morali dell’uomo, scoprendo e mettendo in luce le relazioni tra di esse esistenti. Era convinto piú di qualsiasi altra persona di ciò che diceva e metteva prima in pratica lui ciò che diceva alla gente di praticare.

Apportò leggi e precetti comprendenti una serie di atti di adorazione che esprimono, nella piú bella delle forme, la sottomissione dell’uomo di fronte alla magnificenza e alla maestà di Dio l’Unico. Apportò inoltre altre leggi di carattere civile e penale, perfettamente in accordo tra loro e saldamente fondate sull’Unicità di Dio e sul rispetto delle sublimi qualità morali dell’uomo. Il complesso delle leggi da lui apportate (tanto per quel che concerne le norme che regolano gli atti di adorazione quanto per i rimanenti precetti islamici) è di portata cosí vasta da essere in grado di valutare tutti i problemi della vita individuale e sociale dell’uomo e le diverse necessità che insorgono col passare del tempo, e caso per caso fornire la norma adatta.

Secondo il sommo Profeta queste leggi sono universali e perpetue, sono in grado di soddisfare, in ogni epoca, tutti i bisogni della vita terrena e ultraterrena di tutti gli uomini. Egli affermava che gli uomini, se vogliono conseguire la beatitudine, debbono adottare il metodo di vita indicato dalla religione islamica. A tal proposito, egli stesso ha piú volte affermato: “La religione che vi ho portato garantisce la vostra felicità in questo mondo e nell’Aldilà”.

Egli invero non ha fatto questa affermazione in modo gratuito, è bensí arrivato a tale conclusione dopo aver esaminato la creazione e previsto il futuro dell’umanità. In altre parole, solo dopo aver riconosciuto la perfetta concordanza e armonia esistente tra le leggi da lui apportate e la costituzione fisica e spirituale dell’essere umano, e aver altresí valutato, in modo generale, i futuri cambiamenti e i danni che avrebbe subito la società islamica, ha giudicato perpetui ed eterni i precetti della propria religione. Le predizioni fatte dal sommo Profeta (giunte a noi documentate da indiscutibili prove storiche) illustrano la situazione generale del mondo islamico, dopo la sua morte, per un lunghissimo periodo di tempo.

Il nobile Profeta svolse tutte le opere che abbiamo in precedenza citato nel corso di ventitré anni, di cui tredici passati a sopportare le torture e i tormenti intollerabili dei miscredenti della Mecca e dieci a combattere sia il nemico esterno sia quello interno (gli ipocriti e gli ostruzionisti), a dirigere gli affari della comunità islamica, a correggere i Musulmani nelle loro convinzioni, nel loro carattere e nella loro condotta e a risolvere migliaia di altri problemi. Il Profeta percorse questo lungo cammino grazie all’incrollabile decisione di aderire al vero e di restaurare la verità. Il suo pensiero realista non conosceva che la verità e non faceva alcun caso a ciò che era contrario a essa, sebbene fosse favorevole ai propri interessi o in accordo con le tendenze e i sentimenti comuni. Egli accettò, di tutto cuore e senza mai piú rinnegarlo, quel che egli riconobbe essere vero e rifiutò, senza mai piú accettarlo, quel che era falso.

Una personalità spirituale straordinaria

Se riflettiamo obiettivamente e in tutta onestà su quanto è stato esposto nel paragrafo precedente non ci rimarrà alcun dubbio sul fatto che, nelle circostanze citate, la comparsa di una simile personalità non poteva essere che un miracolo, non poteva avere altra causa che la particolare grazia divina.

Dio nel Corano ricorda a piú riprese che all’inizio il Profeta era illetterato, orfano e indigente, e, considerando un miracolo la personalità che gli donò, si serve di essa per dimostrare che egli è realmente un profeta:

“Non eri forse quell’orfano al quale il Signore diede rifugio e protezione? Non eri forse quello sconosciuto che Dio rese famoso e rinomato? Non eri forse quell’indigente che Egli rese autonomo?” (Santo Corano,93:6-8)

“Prima di diventare profeta, prima della rivelazione del Corano, non sapevi né leggere né scrivere” (Santo Corano,29:48)

Se dubitate riguardo a ciò che abbiamo rivelato al nostro servo (Muhammad (S), che è cresciuto in un ambiente ove regnava l’ignoranza e la corruzione e che non ha ricevuto alcuna istruzione e formazione) portate una sura di quelle {rivelate} da una persona simile a Muhammad (S)” (Santo Corano,2:23)

L’esemplare condotta del sommo Profeta

L’unica base sulla quale il nobile Profeta ha istituito il fondamento della sua religione è il principio di unicità divina, che egli considerava come la fonte della beatitudine umana. Secondo questo principio Dio, l’Unico, è il creatore dell’universo, è degno di essere adorato e non ci si può prosternare se non davanti a Lui.

La condotta che deve essere perciò adottata dall’intera umanità consiste nell’accettare comunemente la parità di tutti gli uomini, far regnare la fratellanza e non sottomettersi incondizionatamente se non a Dio. A tal proposito il Signore Altissimo dice:

“{O Profeta} di’: ‘O Gente del Libro, aderite a un principio comunemente accettato da noi e da voi: non adoriamo altri che Dio, non associamogli pari e nessuno di noi prenda altri al posto di Dio come padroni e dominatori assoluti” (Santo Corano,3:64)

Il nobile profeta Muhammad (S) non mirava che a diffondere la religione monoteista, invitava la gente a aderire al principio dell’unicità divina nel modo piú educato, piú gentile, con le piú efficaci prove e con le piú chiare dimostrazioni, raccomandando ai suoi seguaci di seguire questo stesso metodo. Del resto tutto ciò gli era stato ordinato da Dio l’Altissimo:

“{O Profeta} di’: ‘Il mio metodo è questo: io invito a Dio con assoluta perspicacia e lo stesso fanno i miei seguaci’” (Santo Corano, 12:108)

Il sommo Profeta si comportava in modo fraterno e giusto con tutti. Nell’eseguire le sentenze e nel far scontare le pene non faceva mai discriminazioni ed eccezioni. Per lui non v’era differenza tra chi conosceva e chi non, tra il potente e il debole, il ricco e il povero, l’uomo e la donna, il nero e il bianco: dava a ognuno quanto secondo i precetti e le leggi della religione gli spettava. A tal proposito diceva: “Se mia figlia Fatima, che è la persona a cui voglio piú bene, rubasse, le taglierei la mano”.

Sotto il suo governo nessuno aveva il diritto di dominare e opprimere gli altri e la gente, nell’ambito della legge, aveva massima libertà (non ha invero senso parlare di libertà fuori dell’ambito della legge, non solo nell’Islam ma in qualsiasi altra legge). È a questo metodo incentrato sulla libertà e sulla giustizia sociale che fa riferimento Dio l’Altissimo, allorquando presenta il suo diletto profeta Muhammad (S):

“Io attribuirò la Mia misericordia a coloro che Mi temono, pagano la zakàt e credono nei Nostri segni, gli stessi che seguono l’Inviato, il Profeta Illetterato, che essi trovano descritto presso di loro nella Torà e nel Vangelo. Egli ordina loro di compiere ciò che essi insitamente comprendono essere bene, vietando loro ciò che in modo naturale e insito riconoscono non essere bene. Egli rende loro lecite le cose pure e gradevoli, proibendo quelle immonde; li libera da ogni norma gravosa e difficile e spezza le catene che li privano della loro libertà. Coloro che gli hanno prestato fede, lo hanno rispettato, lo hanno aiutato e hanno seguito la luce discesa su di lui (il Corano), sono i beati. O Profeta di’: ‘O gente io sono stato inviato da Dio a tutti voi! (ovvero: ‘Eseguirò tra voi la legge che Dio mi ha prescritto’)” (Santo Corano,7-156-158)

La pratica di vita del Profeta si modellava in maniera perfetta sui comandamenti che il signore gli impartiva. È per questo che egli non si concesse mai alcun privilegio e, di conseguenza, agli occhi di chi non lo conosceva sembrava una persona comune, come tutte le altre.

Faceva i lavori domestici, riceveva di persona tutte le persone che volevano incontrarlo e ascoltava le parole di chi aveva delle richieste da fargli. Non sedeva sul trono e nelle riunioni non occupava mai il posto d’onore; si spostava senza seguito e senza cerimoniale. Quando otteneva un bene si prendeva l’indispensabile per vivere e donava il resto ai poveri; talvolta poi donava tutto ai poveri e sopportava la fame. Egli viveva sempre come i poveri ed era loro compagno.

Nulla trascurava nel rivendicare i diritti della gente, ma per quel che riguardava i propri si mostrava pieno di perdono e indulgenza. Al tempo della conquista della Mecca, quando gli portarono i capi della tribú dei Quraish, nonostante tutte le ingiustizie che gli avevano fatto prima dell’Egira e tutti i tumulti che avevano provocato dopo di essa, senza dimostrare la minima severità, li perdonò tutti.

Il sommo Profeta era, per il suo carattere e le sue virtú umane, citato ad esempio sia dagli amici sia dai nemici; la sua socievolezza, la sua affabilità, la sua pazienza, la sua modestia, la sua padronanza di sé e il suo decoro erano senza eguali. È per questo che il Corano lo loda in questi termini:

“Invero tu possiedi un carattere veramente magnifico” (Santo Corano,68:4)

Ogni volta che il Profeta incontrava qualcuno, anche quando si trattava di un bambino, di una donna o di un dipendente, egli salutava per primo. Un giorno uno dei suoi compagni gli chiese il permesso di prosternarsi dinanzi a lui. Egli rispose: “Che cosa dici?! Questi sono i modi di Cesare e Cosroe! Io sono un profeta, un servo di Dio!”

Da Quando fu incaricato da Dio di divulgare l’Islam e di guidare la gente sul retto sentiero, si applicò senza posa e senza la minima distrazione, e senza il minimo errore portò a termine la propria missione.

Durante i tredici anni della sua missione vissuti prima dell’Egira alla Mecca, nonostante gli estenuanti problemi creatigli dai politeisti arabi, era costantemente occupato a adorare Dio e divulgare la Sua religione. Nel corso dei dieci anni successivi della sua missione, nonostante i crescenti problemi creatigli dai nemici della religione e nonostante l’ostruzionismo attuato dai Giudei e dalla gente ipocrita, che si fingeva musulmana, riuscí a propagare tra la gente le conoscenze e i precetti dell’Islam (a dispetto della grandissima estensione che tali conoscenze e tali precetti hanno) e affrontò ben ottanta guerre con i nemici di questa religione.

Oltre ad occuparsi dell’amministrazione e della gestione della nazione islamica (che allora consisteva nell’intera penisola arabica) si occupava, in modo diretto e personale, anche delle lamentele e delle esigenze personali della sua gente.

Per quanto riguarda il suo coraggio, basti ricordare che, con il suo sincero invito, insorse da solo contro l’intero mondo, in un’era nella quale non regnava che la prepotenza e l’ingiustizia, e sopportò tutte le torture e i tormenti dei tiranni, senza mai perdersi d’animo. In guerra non indietreggiò mai davanti al nemico.

Il sommo Profeta si manteneva sempre assai pulito e ordinato; egli a proposito della pulizia disse: “La pulizia è parte della fede”.

Oltre a curare la pulizia degli abiti e del corpo, vestiva anche in modo elegante e usciva sempre con il miglior aspetto; oltre a ciò amava molto i profumi.

Nel corso della sua vita non cambiò mai carattere e finí i suoi giorni conservando quell’umiltà e quella modestia che lo contraddistinguevano. Benché occupasse una posizione eccezionale non si concesse mai alcun privilegio che dimostrasse il suo elevato valore sociale. In vita sua non insultò mai nessuno, non parlò mai invano, non rise mai in modo rumoroso e sguainato e non si comportò mai in modo superficiale e vano.

Amava molto meditare e riflettere. Ascoltava completamente le parole degli afflitti e le proteste degli obiettori, quindi rispondeva; non interrompeva mai le parole di nessuno e non sopprimeva la libertà di pensiero. Faceva tuttavia notare alle persone i loro errori, riempiendo cosí le loro lacune.

Il sommo Profeta era assai gentile e dimostrava sempre una grande sensibilità rispetto alle altrui sofferenze. Tuttavia era rigoroso nel punire i criminali e i malfattori. Nell’eseguire le leggi divine non faceva discriminazioni tra la gente. In un furto avvenuto nella casa di uno degli Ansàr erano accusati un Giudeo e un Musulmano. Molti degli Ansàr, al fine di preservare l’onore dei Musulmani e vista l’aperta ostilità dei Giudei nei confronti della comunità islamica, vennero dal Profeta e gli chiesero insistentemente di punire l’Ebreo. Il Profeta però, siccome vide che la richiesta era illegittima, prese manifestamente le parti del Giudeo e condannò il Musulmano.

Durante la battaglia di Badr, mentre ordinava le schiere del proprio esercito, si accorse di un soldato che si era disposto un po’ piú avanti degli altri. Con il bastone che aveva in mano fece allora pressione sul ventre del soldato al fine di ordinare la schiera; quest’ultimo gli disse: “O Inviato di Dio, giuro su Dio che ho sentito male al ventre e devo dunque vendicarmi”. Il Profeta gli diede allora il bastone e, denudandosi il ventre, disse: “Rendimi dunque la pariglia”. Il soldato però, invece di colpire, si precipitò verso il Profeta e ne baciò il ventre. Disse quindi: “So che sarò ucciso oggi! Volevo solo prendere contatto con il tuo sacro corpo”. Poco dopo quell’uomo caricò il nemico e si batté finché non cadde martire.

Il sommo profeta Muhammad (S) proteggeva sempre i deboli e gli oppressi; raccomandava ai suoi compagni di comunicargli, senza nulla trascurare, le necessità dei bisognosi e le lamentele dei deboli. Si racconta che le ultime parole della sua vita le proferí per fare una raccomandazione riguardo agli schiavi e alle donne. Su di lui e sulla sua venerata famiglia sia la benedizione di Dio.

Il testamento del sommo Profeta ai Musulmani

Introduzione

L’umanità, al pari delle altre parti del creato, è destinata a mutare, ad alterarsi. Analogamente, la netta differenza che esistente nella costituzione di ogni singolo essere umano crea negli uomini disposizioni diverse, per effetto delle quali le persone differiscono tra loro nel grado di comprensione e nella capacità di memorizzare delle idee e dei concetti.

Perciò, se le convinzioni, le tradizioni e le norme che governano una comunità non sono ben radicate, se non sono protette da fedeli e affidabili guardiani, cadono rapidamente in balia di alterazioni e falsificazioni e si annientano. L’esperienza lo dimostra chiaramente.

Per prevenire questo pericolo il sommo Profeta presentò un saldo e sicuro documento e dei guardiani competenti per la sua universale e perpetua religione: raccomandò alla gente il Libro di Dio e la nobile Gente della sua casa.

Tutte le scuole (sia quelle sunnite sia quelle shi°ite) hanno, infatti, tramandato in modo reiterato {cioè in modo tale da non lasciare il minimo dubbio sull’autenticità della tradizione} che il sommo Profeta ha piú volte detto: “Me ne vado e vi affido due preziose cose: il Libro di Dio (il Corano) e la Gente della mia casa (Al’itrah). Queste due cose non si divideranno mai tra loro e finché vi atterrete a esse non vi travierete”.

Il nobile Corano

Il nobile Corano è la fonte delle verità e delle conoscenze islamiche, è il libro ispirato al profeta dell’Islam ed è la prova della sua funzione profetica.

Il generoso Corano è la parola di Dio l’Altissimo, è un insieme di sublimi insegnamenti rivelati al sommo Profeta dall’Onnipotente, è il mezzo con il quale è stato mostrato all’uomo il sentiero che conduce alla beatitudine.

Il Corano rivela all’essere umano una serie di fondamenti teorici e pratici mediante la cui applicazione egli può raggiungere la felicità, in questo mondo e nell’Aldilà.

Questo celeste libro è stato gradualmente rivelato nel corso dei ventitré anni della missione del sommo Profeta e ha risposto a tutte le necessità della società umana. È un libro che nelle sue dichiarazioni non mira ad altro che a guidare la gente verso la beatitudine. Esso insegna, con chiare ed efficaci espressioni, ad acquisire tre cose che costituiscono le basi della beatitudine dell’individuo e della società umana: un credo giusto, un carattere integro e una buona condotta:

“Ti abbiamo rivelato questo libro come chiarimento d’ogni cosa” (Santo Corano,16:89)

Il Corano esprime in breve il sapere islamico e indirizza la gente verso il Profeta per una descrizione dettagliata dei princípi e delle norme di questa sacra religione, specialmente per le spiegazioni intorno alle varie questioni di diritto islamico:

“Ti abbiamo rivelato il Corano affinché tu chiarisca alla gente ciò che è stato loro inviato da Dio” (Santo Corano,16:44)

“Ti abbiamo rivelato questo libro affinché tu risolva le controversie della gente e chiarisca loro la verità” (Santo Corano,16:64)

Lungi dall’invitare gli uomini a una cieca accettazione della religione, il Corano, rivolgendosi a essi con la loro usuale lingua e innata logica, ricorda loro una serie di conoscenze che essi comprendono insitamente e che non possono assolutamente negare. Dice Dio l’Altissimo:

“Il Corano è il verbo che distingue il vero dal falso e non è stato pronunciato invano, sventatamente” (Santo Corano,86:13-14)

I concetti esposti dal Corano, nel loro dominio di validità, si applicano ad ogni uomo e in ogni tempo. La parola coranica si distingue dai soliti discorsi della gente, nei quali di un problema vengono considerati quegli aspetti che l’intelletto e il pensiero umano è in grado di comprendere e trascurati invece gli altri. Nel verbo divino sono stati invero considerati tutti gli aspetti (sia quelli manifesti sia quelli nascosti) delle questioni trattate, esso tiene conto di tutti i vantaggi e gli svantaggi delle cose.

È perciò necessario che ogni Musulmano assuma un atteggiamento realista, ricordi costantemente il versetto poc’anzi citato, consideri la parola di Dio come vivente ed eterna, non si limiti a ciò che gli altri hanno compreso e detto riguardo ad essa e non chiuda dinanzi a sé le porte del libero pensare (che è l’unico esclusivo capitale umano e il Corano esorta insistentemente l’uomo a giovarsi di esso). Infatti il Libro di Dio è per sempre e per tutti la parola che distingue il vero dal falso e un simile libro non si limiterà mai alla comprensione di un determinato gruppo di persone. Dio l’Altissimo dice:

“O Musulmani, non siate come quelli che ricevettero il Libro in precedenza e che per effetto del periodo trascorso i loro cuori si indurirono ed essi non accettarono le verità divine” (Santo Corano,57:16)

Il nobile Corano chiede agli uomini di accettare la verità facendo appello alla loro intima natura. In altre parole, essi devono in primo luogo prepararsi ad accogliere incondizionatamente la verità e ad accettare, senza prestare ascolto alle tentazioni di Satana e al richiamo delle passioni, ciò che hanno riconosciuto essere giusto, ciò che è utile e proficuo per la loro vita terrena e ultraterrena; dopodiché devono esaminare il sapere islamico e se vedono che questo è conforme alla verità, se vedono che il loro reale vantaggio, la loro effettiva tranquillità sta nell’accettarlo, nell’applicarlo, lo accettino incondizionatamente.

È evidente che una volta accettato, il metodo di vita dell’uomo e lo statuto che sarà attuato nella società umana consisteranno in una serie di norme e leggi desiderate e ricercate istintivamente e naturalmente dall’essere umano. Sarà insomma un metodo uniforme, tutti i suoi elementi e tutti i suoi fondamenti saranno in perfetto accordo con la particolare conformazione dell’uomo. In esso non vi sarà alcuna contraddizione, alcuna incoerenza; non sarà un metodo che in un punto trae origine dalla spiritualità e in un altro dalla materialità, in un caso è conforme al sano intelletto e in un altro va dietro alle passioni:

“Il Corano guida la gente alla verità, a una via, un metodo uniforme, assolutamente privo di contraddizioni e incoerenze” (Santo Corano,46:30)

“Questo Corano guida la gente verso la religione piú potente e giusta di qualsiasi altra religione”.(Santo Corano,17:9)

In un altro versetto il Signore considera l’assoluta conformità esistente tra l’Islam e la natura umana come la ragione della sua potenza e della sua giustezza. È infatti evidente che il metodo che soddisfa i naturali desideri e le reali necessità dell’uomo, realizzerà quest’ultimo e lo renderà beato come meglio non è possibile:

“Aderisci saldamente alla religione che è perfettamente conforme alla particolare natura dell’uomo, la quale è immutabile e inalterabile. Questa è la religione che è in grado di amministrare e dirigere la società umana e di condurla alla beatitudine” (Santo Corano,30:30)

“Questo è un libro chi ti abbiamo rivelato perché tu conduca gli uomini dalle tenebre alla luce”.(Santo Corano,14:1)

Il nobile Corano invita la gente a seguire un chiaro sentiero che conduce agevolmente l’uomo all’ambita meta. Questa via dà una corretta risposta ai desideri innati dell’uomo (che non sono altro che i suoi reali bisogni) e sarà in accordo la sana ragione umana. Questa via, questo sentiero non è altro che l’Islam, religione conforme a quanto di innato, di insito esiste nell’uomo.

Di contro, il metodo basato sulle passioni e volto fondamentalmente a soddisfare gli istinti animali delle persone influenti della società, quello basato su una pedissequa imitazione degli avi e degli antenati e il metodo che una nazione sottosviluppata e impotente prende (senza esaminarlo minImamente né confrontarlo con la logica dettata dalla sana ragione) dalle nazioni capaci e potenti, accettando acriticamente tutto ciò che trova in questi paesi e rendendosi cosí simili a essi, si, tutti questi metodi fanno sprofondare l’uomo nelle tenebre e non garantiscono assolutamente a chi li applica il raggiungimento della meta prefissata. A tal proposito Dio l’Altissimo dice:

“Colui che era {spiritualmente} morto e che Noi (per mezzo della religione) abbiamo resuscitato e a cui abbiamo dato una luce con la quale percorre tra la gente il sentiero della vita è forse simile a chi brancola nelle tenebre senza poterne uscire?” (Santo Corano,6:122)

Quanto abbiamo finora detto può far bene comprendere quanto sia importante questo sacro libro per l’Islam e i Musulmani. Esso inoltre, dal tempo in cui è stato rivelato fino a oggi (quattordici secoli), ha costantemente goduto, sotto diversi punti di vista, di una grande stima e riverenza nelle diverse società umane e ha sempre attirato verso di sé l’attenzione degli uomini.

Il Corano è il garante dell’Islam, religione universale e perpetua e in esso sono stati incantevolmente esposti gli aspetti fondamentali del sublime sapere islamico. Sotto questo punto di vista quindi il suo valore è pari a quello della stessa religione islamica.

Per concludere ricordiamo che questo sacro libro oltre a essere la parola di Dio è anche l’eterno miracolo del sommo profeta Muhammad (S).

Il Corano è un miracolo

L’arabo è una lingua ricca e potente, capace d’esprimere nel piú chiaro e piú preciso dei modi gl’intimi propositi umani e in questo ambito nessuna lingua può reggere il confronto con quella araba.

La storia testimonia che gli Arabi dell’era pagana (preislamica), che erano per lo piú nomadi, lontani dalla civiltà e privi di molte delle comodità della vita, in materia di eloquenza e capacità espressive occupavano una posizione di spicco. Non è infatti possibile trovare, lungo il corso della storia, un solo avversario capace di rivaleggiare con essi in questo campo.

Nel mondo letterario arabo, un eloquio forbito aveva il piú alto dei valori, discorsi pronunciati con elegante stile letterario godevano di una grande stima. Con lo stesso rispetto con il quale installavano i loro idoli e i loro dèi all’interno della Ka’bah, affiggevano sui muri di questo sacro edificio le incantevoli e piacevoli poesie dei loro piú insigni poeti. Senza commettere il minimo errore usavano una lingua vasta e piena di simboli e precise regole com’è quella araba; nell’abbellire e decorare il loro eloquio erano poi straordinari.

Quando i primi versetti del Corano furono rivelati al sommo Profeta e letti alla gente, grande fu l’agitazione che si creò tra gli Arabi e i loro letterati. Lo stile incantevole, piacevolissimo e profondo del Corano aveva completamente conquistato i cuori della gente e aveva fatto innamorare di sé i ricercatori di spiritualità, tanto che aveva fatto dimenticare loro tutte le proprie forbite ed eleganti composizioni; arrivarono addirittura a tirare via dai muri della Ka’bah le poesie dei loro grandi maestri (chiamate mu’allaqàt).

Queste divine parole, con la loro infinita bellezza e il loro immenso fascino incantavano ogni cuore e con il loro piacevole ritmo cadenzato facevano azzittire i piú facondi oratori. Tutto ciò era però assai difficile da accettare per le tribú politeiste e idolatre, poiché il Corano, con la sua efficace esposizione e la salda logica spiegava e provava la religione monoteista, biasimando fortemente il politeismo e l’idolatria, spregiando gli idoli che la gente considerava delle divinità, ai quali ricorreva nei momenti di bisogno, in onore dei quali faceva sacrifici e che adorava al posto di Dio. Il Corano presentava tali idoli come delle inerti e inutili statue di pietra e di legno.

Questo sacro libro invitava gli Arabi, che erano selvaggi, superbi, presuntuosi e che si procuravano da vivere attraverso l’assassinio e il brigantaggio, a seguire la religione incentrata sull’adorazione del Dio Unico, a essere giusti e umani.

Erano questi i motivi che spinsero gli Arabi idolatri a battersi con ogni mezzo a loro disposizione per spegnere questa fulgente luce della guida sul retto sentiero (senza però mai giungere al loro scopo).

Il Profeta, agli inizi della sua nobile missione profetica, fu portato da Walíd, che era un maestro di eloquenza e un celebre retore arabo. Il nobile Profeta gli recitò i primi versetti della sura “Ha Mim Sajdah” e il superbo e presuntuoso oratore li ascoltò attentamente; quando l’Inviato di Dio arrivò al seguente versetto:

“Se quindi si rifiutano {di prestare fede}, di’ loro: ‘Vi metto in guardia da un castigo simile a quello che hanno ricevuto le tribú di Ad e Samúd”(Santo Corano,41:13)

Walíd rimase sconvolto e iniziò a tremare, quindi perse i sensi. L’incidente mise termine all’incontro e i presenti se ne andarono.

In seguito, un gruppo di persone vennero da Walíd e si lamentarono con lui affermando che il suo comportamento li aveva umiliati e disonorati dinanzi a Muhammad (S). Walíd rispose: “Vi giuro che siete in errore! Voi sapete bene che io non ho paura di nessuno e che non miro al benché minimo utile e privilegio: sono un letterato, un retore! Le parole che ho sentito da Muhammad (S) non assomigliano a quelle della gente comune; esse sono attraenti e seducenti, non si possono qualificare né come poesia né come prosa. Esse sono profonde e piene di significato. Se proprio volete il mio giudizio, sappiate che al momento non ho nulla da dire; lasciatemi tre giorni di tempo per riflettere”. Dopo tre giorni ritornarono ed egli disse: “Le parole di Muhammad (S) sono opera di magia e stregoneria: esse ingannano e seducono i cuori”.

In seguito a questo giudizio, i politeisti considerarono il Corano come atto di stregoneria, di magia. Evitavano di ascoltarlo e impedivano alla gente di prestare orecchio alla recitazione dei suoi versetti. Talvolta, quando il sommo Profeta recitava i sacri versetti di questo divino libro nella Moschea Sacra (Masjid ul-Haràm) gridavano e battevano le mani affinché la gente non sentisse la sua voce. Tuttavia, l’avvincente stile del Corano li aveva attratti cosí tanto che spesso, approfittando del buio della notte, si riunivano dietro il muro della casa del Profeta e ascoltavano la recitazione di questo sacro libro. Mormoravano allora l’un l’altro: “Questa non può essere considerata la parola di una creatura”.

A tal riguardo Dio l’Eccelso afferma:

“Noi sappiamo meglio con quale intenzione i miscredenti si mettono ad ascoltare il Corano quando tu lo reciti; Noi meglio sappiamo cosa si bisbigliano tra di loro nell’orecchio quando gli iniqui dicono ai seguaci del Profeta: ‘Non seguite che un uomo stregato’” (Santo Corano,17:47)

Quando il sommo Profeta recitava accanto alla Ka’bah il Corano e invitava la gente all’Islam, gli oratori arabi di passaggio si piegavano per non visti, per non essere riconosciuti:

“Essi si piegavano per nascondersi dal sommo Profeta” (Santo Corano,11:5)

La messa sotto accusa del Profeta

I miscredenti e i politeisti non soltanto consideravano il nobile Corano come un’opera di magia, ma vedevano l’intera missione del Profeta come un’opera di stregoneria. Ogniqualvolta l’Inviato di Dio invitava le persone a seguire il sentiero di Dio, trasmetteva loro determinate verità oppure le consigliava al bene, essi affermavano che egli le stava stregando. Egli non faceva altro che esporre dei concetti la cui validità poteva essere insitamente compresa dall’intelletto umano e mostrare il retto sentiero nel quale si poteva concretamente vedere la beatitudine umana.

Tutto ciò non può essere chiamato stregoneria. È forse stregoneria dire agli uomini di non adorare oggetti di pietra e di legno da loro stessi intagliati? È stregoneria dire di non sacrificare i propri figli per degli inerti e insignificanti oggetti e di non essere superstiziosi? È stregoneria una morale basata su virtú quali la sincerità, l’onestà, la benevolenza, la filantropia, il pacifismo, l’equità e l’essere rispettosi verso i diritti umani?

Dio l’Altissimo, nel Corano, dice:

“Quando dici ai miscredenti: ‘Sarete risuscitati dopo la morte’ essi dicono: ‘Non si tratta che di evidente opera di stregoneria’” (Santo Corano,11:7)

Il Corano sfida i politeisti

I miscredenti e i politeisti che credevano fermamente nell’idolatria, non erano assolutamente disposti ad accettare l’invito dell’Islam e a sottomettersi alla verità. Di conseguenza diffamavano il sommo Profeta accusandolo di essere un bugiardo e affermando che il Corano non era la parola di Dio ma un suo personale componimento.

Per confutare questa accusa, il nobile Corano sfidò gli impareggiabili letterati arabi dell’epoca a produrre versetti simili ai suoi e dimostrare cosí la falsità della religione islamica, se erano sinceri nell’accusare il Profeta:

“...oppure dicono: ‘Il Corano se lo è inventato lui’?! Ma {ciò non è vero; in verità, a causa della loro empietà e della loro invidia} essi non credono. Portino dunque anche loro un testo simile a esso se sono sinceri” (Santo Corano,52:33-34)

In un altro versetto leggiamo poi:

“Dicono forse: ‘Il Corano è un testo menzognero che è ingiustamente attribuito a Dio {in realtà è la parola di Muhammad (S), non quella di Dio}’?! Di’: ‘Se siete sinceri portate anche voi una sura simile a quelle del Corano e chiedete aiuto ai vostri dèi {gli idoli} e a chi potete all’infuori di Dio’” (Santo Corano,10:38)

I miscredenti e i politeisti arabi, che erano maestri di eloquenza, con tutta quella superbia e presunzione che avevano nel dimostrare le loro capacità oratorie, non raccolsero la sfida lanciata dal Corano e si tirarono indietro. Essi furono cosí costretti a trasformare la disputa letteraria in conflitto armato. Da ciò è possibile dedurre che per questi empi era piú facile morire che perdere la faccia in una contesa letteraria.

I letterati arabi, sia quelli che vissero all’epoca della rivelazione che quelli che vennero dopo, furono incapaci di sconfiggere il Corano; dopo un lungo braccio di ferro furono infatti costretti a indietreggiare e arrendersi.

L’uomo tende insitamente a rivaleggiare in modo costante con gli altri al fine di creare capolavori e opere d’arte simili o migliori di quelle create dagli altri; ciò avviene anche nei casi in cui tali opere non hanno la benché minima influenza diretta sulla società, come nel caso delle gare di pugilato o di acrobazia. Da ciò si deduce che esistono sempre delle persone che si danno costantemente da fare per sconfiggere il Corano e che non perdono un istante di tempo per applicare qualsiasi metodo da loro trovato per vincere questo celeste libro.

In ogni caso i miscredenti arabi non sono stati capaci di vincere il Corano e non sono riusciti a presentarlo come opera di stregoneria, perché la stregoneria è un atto che consiste nel far apparire il vero come falso e viceversa. Ora, il fatto che il Corano riesce, con il suo elegante stile e il suo avvincente ritmo cadenzato, a conquistare i cuori degli uomini è dovuto alle sue straordinarie doti e non al fatto che esso strega e inganna la gente.

Quando poi invita l’uomo a raggiungere una serie di importanti obiettivi, gli ricorda dei princípi che già comprende insitamente essere giusti, esorta la gente ad assumere una serie di virtú (quali l’essere equi, filantropi, riconoscenti e benevoli) che il sano intelletto non può non approvare e non lodare, lo fa solo al fine di esporre la verità.

La divina e miracolosa natura del Corano non ha permesso ai suoi nemici di dire: “Noi ammettiamo che il Corano è l’apice dell’espressione letteraria umana e che la sua eleganza, la sua facondia e il suo fascino sono impareggiabili; tutto ciò però non è sufficiente a dimostrare che esso ha natura divina. Per ogni virtú nella quale vi sia possibilità di progresso, la storia ricorda una persona che ha posseduto tale virtú in misura maggiore rispetto agli altri; lo stesso dicasi per le arti. Ora, pur ammettendo che il Profeta occupi tra gli Arabi il primo posto nel discorrere con un particolare ritmo cadenzato, tale eloquio avrebbe in ogni caso natura umana e, in quanto tale, sarebbe raggiungibile”. Nessuno dei letterati dell’epoca del Profeta è riuscito a fare o dimostrare una tale affermazione.

In effetti, una qualsiasi virtú o arte che grazie a un persona particolarmente dotata ha raggiunto il suo massimo grado di progresso, ha in ogni caso preso origine dalle capacità e dalle attitudini umane; perciò anche gli altri sono in grado di percorrere il sentiero tracciato da questa persona e, sforzandosi, possono compiere o produrre opere simili alle sue e sotto certi aspetti anche superiori, pur non riuscendo a eguagliarlo sotto tutti gli aspetti. Egli è stato un pioniere ed ha aperto la strada agli altri, ai suoi futuri rivali.

Ad esempio, ammettendo che nessuno possa superare in generosità il celebre Hàtam Tai, non si può tuttavia escludere che qualcuno possa compiere opere simili alle sue. Allo stesso modo, ammettendo che nessuno possa superare la calligrafia di Mir o la pittura di Màni, non si può però escludere che qualcuno, impegnandosi, possa scrivere perlomeno una parola alla maniera del primo oppure dipingere un quadro con lo stesso stile del secondo.

Se il nobile Corano fosse stato la piú faconda espressione letteraria dell’uomo (e non il verbo divino), in base alla sopraccitata regola generale, altre persone, in particolare i rinomati letterati del mondo, avrebbero potuto, sforzandosi e lavorando seriamente sullo stile coranico, creare un libro simile ad esso o perlomeno una sura simile alle sue. Ora, il Corano sfida i suoi nemici a produrre un verbo simile al suo, non uno migliore:

“Portino dunque un verbo simile a esso se sono sinceri” (Santo Corano, 52:34)

Portate una sura simile alle sue (Santo Corano,10:38)

“Se siete sinceri, portate anche voi dieci sure inventate simili alle sue e chiamate in vostro aiuto chiunque potete all’infuori di Dio” (Santo Corano,11:13)

“Di’: ‘Se gli uomini e i jinn si associassero al fine di creare un libro simile al Corano non riuscirebbero a crearlo, neanche se si aiutassero a vicenda’”(Santo Corano, 17:89)

Per concludere bisogna ricordare che il Corano non prevale sugli altri solamente per la sua facondia e il suo straordinario ritmo cadenzato, ma anche per altre cose (quali il potere di rispondere concretamente a tutte le necessità dell’uomo, la capacità di comunicare notizie riguardanti l’occulto e di esprimere determinate verità) che appaiono in esso.

Il Corano sfida tutti gli uomini e proclama loro che non riusciranno mai a creare un libro simile a esso.

L’Ahl ul-Bayt del Profeta

Nel lessico, sia in quello classico che in quello familiare, col termine “Ahl ul-Bayt di un uomo” si indicano le persone che vivono nella sua casa, quali la moglie, i figli e i servitori. Talvolta il significato di questa parola viene esteso in modo da indicare i parenti stretti quali il padre, la madre, le sorelle, i fratelli, i nipoti, le nipoti, gli zii, le zie, i cugini e le cugine.

Tuttavia l’espressione “Ahl ul-Bayt” che troviamo nel Corano e nelle tradizioni del Profeta e degli Imam assume un significato diverso dai due sopraccitati. Secondo tradizioni tramandate (sia dalle fonti sunnite che da quelle shi°ite) in modo tale da non lasciare la minima ombra di dubbio sulla loro autenticità, il termine “Ahl ul-Bayt” indica l’insieme delle seguenti quattordici persone: il profeta Muhammad (S), Alí, Fatima, Hasàn, Husàin e i nove infallibili Imam discendenti da quest’ultimo.

Perciò il resto delle persone che vivevano nella casa del sommo Profeta e cosí pure i suoi parenti, nonostante vengano correntemente considerati facenti parte dell’Ahl ul-Bayt, in base all’accezione poc’anzi citata non facevano parte di essa. In tal modo, perfino Khadíjah, che era la prediletta moglie del Profeta e la madre di Fatima, e Ibrahím, che aveva il grande onore di essere il figlio del Profeta, non devono essere considerati come facenti parte dell’Ahl ul-Bayt.

Con in termine “Ahl ul-Bayt del Profeta” si intende poi solitamente le seguenti tredici persone: Alí, Fatima, Hasan, Husain e i nove infallibili Imam da lui discendenti.

I membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta si distinguono per le loro numerose virtú, i loro eccezionali meriti e gli irraggiungibili e impareggiabili gradi spirituali da loro posseduti, i piú importanti dei quali sono:

il grado di infallibilità e purezza, secondo quanto dice il seguente versetto coranico:

“O membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, in verità Dio vuole allontanare da voi ogni impurità e purificarvi completamente” (Santo Corano, 33:33)

È bene sapere che chi possiede tale grado spirituale non commette alcun peccato.

Secondo la nota tradizione dello Thaqalayn, citata in precedenza, l’Ahl ul-Bayt del Profeta e il Corano staranno sempre insieme, non si separeranno mai tra di loro; di conseguenza i suoi componenti non sbaglieranno mai nell’interpretare i versetti del sacro Corano e nel comprendere i sublimi propositi dell’illuminante religione islamica.

Il possedimento di questi due gradi spirituali da parte dei componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta implica necessariamente che tutti i loro detti e tutte le loro azioni siano, al pari dei detti e delle azioni dello stesso Profeta, legge e argomento; questo è uno dei principi della dottrina shi°ita.

Le espresse virtú di Alí e degli altri componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta

Riguardo alle virtú del nobile Alí e dei restanti componenti dell’Ahl ul-Bayt, le fonti sunnite e cosí pure quelle shi°ite hanno tramandato molte tradizioni risalenti al sommo Profeta. Ci limiteremo a citarne tre.

Nel sesto anno dell’Egira, i Cristiani della città di Najràn scelsero alcuni dei loro notabili e sapienti e li inviarono a Medina.

Questi delegati affrontarono dapprima una disputa con il sommo Profeta, dalla quale uscirono vinti e sopraffatti; fu cosí rivelato il Versetto della Mubàhalah:

“Dopo i chiari argomenti che ti sono pervenuti, se qualcuno disputa ancora con te riguardo a lui {Gesú}, di’: ‘Venite, chiamiamo i nostri figli e i vostri figli, le nostre donne e le vostre donne, noi stessi e voi stessi; preghiamo e supplichiamo quindi Dio e malediciamo i mendaci” (Santo Corano, 3:61)

Obbedendo all’ordine contenuto in questo versetto, il sommo Profeta propose agli emissari di Najràn di chiamare le loro donne e i loro figli e fare mubàhalah, di maledire cioè i mendaci affinché Dio li punisca. Essi accettarono la proposta e si diedero appuntamento il giorno successivo. Un folto gruppo di Musulmani e cosí pure la delegazione venuta da Najràn si presentarono all’appuntamento e si misero in attesa dell’arrivo del Profeta per vedere come e con chi si sarebbe presentato per affrontare la mubàhalah. Gli astanti videro a un certo punto giungere il profeta Muhammad (S) che teneva in braccio Husain e Hasan per la mano, seguito da sua figlia Fatima, seguita a sua volta da Alí. Indi il Profeta si volse ai suoi nobili accompagnatori e ordinò loro di dire “àmin” nel momento in cui avesse invocato il Signore {per maledire i mendaci durante la mubahalah}.

Lo spettacolo di questo piccolo gruppo risplendente di luce, di giustizia, di verità, di assoluto affidamento a Dio Eccelso, sconvolse i componenti della delegazione giunta da Najràn; il loro capo disse allora: “Giuro su Dio che vedo dei volti che se si rivolgono a Dio tutti i Cristiani della terra saranno sterminati”. Cosicché vennero dal sommo Profeta per chiedergli di esimerli dalla mubàhalah. Il Profeta disse allora: “Diventate quindi Musulmani” ed essi risposero: “Noi non siamo in grado di fare guerra ai Musulmani, c’impegnamo però a pagare annualmente una tassa e vivere cosí sotto la protezione del governo islamico”. Cosí ebbe termine la controversia.

Dal fatto che solo Alí, Fatima, Hasan e Husain, la pace sia su di loro, accompagnarono il Profeta per eseguire la mubàhalah con i Cristiani, si deduce che il sopraccitato versetto con le espressioni “i nostri figli”, “le nostre donne”, “noi stessi” intende solamente il sommo Profeta, Alí, Fatima, Hasan e Husain. In altre parole, quando il profeta Muhammad (S), rivolgendosi ai delegati di Najràn, diceva “noi stessi” intendeva sé stesso e Alí, con l’espressione “le nostre donne” intendeva la pura Fatima e con “i nostri figli” voleva dire Hasan e Husain.

Da ciò è possibile dedurre che Alí è come se fosse lo stesso Profeta e che l’Ahl ul-Bayt di quest’ultimo consta delle quattro sopraccitate persone; se altre persone all’infuori di queste fossero appartenute a essa, egli le avrebbe portate con sé a sostenere la mubàhalah.

Da quanto si è detto si può altresí dedurre che queste quattro persone sono infallibili; Dio l’Altissimo, nel seguente versetto, attesta infatti l’infallibilità e la castità dell’Ahl ul-Bayt del Profeta:

“O membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, in verità Dio vuole allontanare da voi ogni impurità e purificarvi completamente” (Santo Corano,33:33)

Secondo una tradizione, tramandata sia dalle fonti sunnite che da quelle shi°ite, il profeta dell’Islam ha detto: “La mia Ahl ul-Bayt è come l’Arca di Noè che chiunque vi salí si salvò e chiunque l’abbandonò annegò”.

In un’altra tradizione narrata (sia da fonti sunnite che da quelle shi°ite) in modo tale da non lasciare alcun dubbio sulla sua autenticità, il sommo Profeta dice: “Lascio in ricordo tra voi due preziose cose che non si separeranno mai tra loro: il Libro di Dio e la mia Ahl ul-Bayt. Fintanto che vi atterrete a esse non vi travierete”.

L’Imamato

Introduzione

Un’organizzazione statale che viene istituita in un paese e che ha il compito di amministrare gli affari pubblici della gente, non funziona in modo automatico. Finché un gruppo di persone esperte e competenti non s’impegnano a mantenere e dirigere quest’organo statale, esso non potrà funzionare e servire la gente.

Lo stesso avviene per tutti gli altri enti che vengono creati nelle diverse società umane, come gli istituti culturali e i vari enti economici esistenti. Tali organismi non possono assoluta­mente fare a meno del supporto di dirigenti onesti e competenti; senza di essi sono destinati in breve tempo a fallire e chiudere. Questa è un’evidente verità che è attestata da numerose concrete prove.

Senza dubbio tale discorso vale anche per l’istituzione reli­giosa islamica, che può essere considerata la piú vasta mai esistita al mondo. Essa per continuare a esistere e a funzionare ha bisogno di chi la protegga e la diriga; ha continuamente bisogno di persone competenti che con assoluta cura e negligenza trasmettano alla gente il suo sapere e le sue leggi ed eseguano nella società islamica i suoi precisi precetti.

La gestione degli affari materiali e spirituali della società islamica viene da noi chiamata “Imamàto” e la persona incaricata di questa gestione e guida viene invece detta “Imam”.

Secondo gli Shi°iti è indispensabile che dopo la morte del sommo Profeta venga designato da parte di Dio l’Altissimo un Imam per la gente, che conservi e custodisca il sapere religioso e i precetti dell’Islam e guidi gli uomini sul retto sentiero.

Chiunque affronti da vero ricercatore lo studio del sapere islamico e sia dotato di giustizia nel giudicare, non avrà alcuna difficoltà a riconoscere l’Imamato come uno degli incontestabili princípi della sacra religione islamica. Questo concetto è stato espressamente menzionato da Dio l’Altissimo nei versetti coranici.

Dimostrazione dell’Imamato

Come abbiamo dimostrato nel capitolo dedicato alla profezia, l’attenzione che il Signore dell’Universo ha nei confronti del creato, implica che Egli guidi ogni Sua creatura verso il raggiun­gimento della propria perfezione.

Cosí un albero fruttifero viene guidato a crescere, a svilup­parsi, a gemmare e a produrre frutti. La sua evoluzione differisce da quella di un uccello che persegue il suo fine speci­fico.

È la stessa cosa per ogni altra creatura: essa trova una via tracciata a sua misura e viene guidata su di essa fino a che non raggiunge la propria meta. È evidente che l’essere umano, in quanto creatura di Dio, non sfugge a questa legge.

Abbiamo inoltre spiegato che siccome la beatitudine dell’uomo viene ottenuta attraverso l’arbitrio e la volontà, la guida destinata da Dio all’essere umano dovrà realizzarsi attra­verso l’invio delle religioni per mezzo di profeti incaricati di dif­fonderle e predicarle, affinché l’uomo non abbia piú alcun prete­sto per giustificare, dinanzi a Dio, il suo errato comportamento. A tal proposito il Corano dice:

“{Abbiamo mandato} degli inviati, nunzi di buone novelle e ammonitori, affinché la gente, dopo di essi, non avesse piú alcuna scusa di fronte a Dio” (Santo Corano, 4: 165.)

Questo versetto ci fa comprendere che lo stesso motivo che rende necessario l’invio dei profeti e l’invito alla religione, rende necessario che il sommo Profeta, che, mercé la sua infalli­bi­lità, custodiva l’Islam e guidava la gente sul retto sentiero, dopo la sua morte venga sostituito da Dio con una persona che, all’infuori del poter ricevere l’ispirazione divina e del possedere una missione profetica, possieda il suo stesso grado di perfe­zione, affinché possa come lui custodire il sapere e i precetti della religione islamica e guidare gli uomini sul retto sentiero.

Senza tale guida il programma di guida universale verrebbe scombinato e l’uomo avrebbe delle scusanti per giustificare le sue colpe.

Non si può fare a meno dell’Imam

Nello stesso modo in cui l’intelletto, a causa della sua falli­bilità, non è in grado di fare in modo che la gente possa fare a meno del profeta, la presenza dei sapienti religiosi nel mondo islamico e le loro attività di divulgazione della religione non ha il potere di far sí che la gente possa fare a meno dell’Imam.

Da ciò che è stato detto in precedenza, risulta infatti chiaro che non si discute sul fatto che la gente segua o no la reli­gione, bensí il discorso è che la religione di Dio giunga alla gente intatta, come Dio l’ha rivelata, senza subire la minima al­terazione.

È evidente che i sapienti Musulmani, per quanto timorati di Dio e probi siano, non sono immuni dall’errore e dal peccato; non si può quindi escludere che essi, anche se in modo involon­tario, distruggano oppure alterino alcune delle conoscenze e delle leggi islamiche. Ciò che meglio dimostra questo concetto sono le diverse sette, le varie scuole e le numerose divergenze sorte in seno all’Islam.

Concludiamo perciò che è sempre necessario che esista un Imam presso il quale rimangano custodite le autentiche leggi e le esatte conoscenze della religione islamica e della cui guida pos­sano usufruire gli uomini, allorché abbiano raggiunto un ade­guato grado di maturità spirituale.

Il generoso Profeta e la questione dell’Imamàto

Dio l’Altissimo descrive il venerato profeta dell’Islam di­cendo:

“Vi è giunto un profeta, appartenente a voi stessi, che sof­fre e si dispiace per i vostri problemi, le vostre sofferenze; egli è affezionato a tutti voi ed è sollecito e gentile con i cre­denti”( Santo Corano, 9: 128.)

Non è possibile che l’amato Profeta che, secondo quanto di­chiara espressamente il Corano, era, piú di qualsiasi altra per­sona, sollecito e gentile nei confronti dei suoi seguaci, non si sia pronunciato sul piú importante dei comandamenti divini per la società islamica, che anche il sano intelletto è in grado di com­prendere.

Il sommo Profeta sapeva meglio di chiunque altro che la va­sta e complessa religione islamica non era stata mandata solo per dieci o venti anni, egli sapeva perfettamente che essa è una reli­gione universale e perpetua, che ha il compito di dirigere e go­vernare l’intera umanità fino alla fine del mondo. È per questo che egli, prevedendo la situazione e le condizioni che si sareb­bero venute a creare nei millenni successivi alla sua morte, diede le istruzioni necessarie in merito a esse.

Il sommo Profeta sapeva bene che l’Islam è un organismo so­ciale e che nessun organismo sociale può sopravvivere, nem­meno per un’ora, senza un responsabile, una guida. Era quindi perfettamente conscio del fatto che v’è sempre bisogno di una guida che custodisca le conoscenze e le leggi della religione, che diriga la società e guidi la gente verso la felicità di questo mondo e dell’Aldilà.

Come si può quindi pensare che egli abbia dimenticato questa fondamentale questione oppure si sia disinteressato di essa?! Appena si assentava da Medina per qualche giorno per affrontare una guerra oppure per svolgere il pellegrinaggio alla Mecca, metteva sempre qualcuno al suo posto e lo incaricava di ammi­nistrare gli affari della gente in sua assenza. Allo stesso modo, nominava un governatore per ciascuna delle città che venivano conquistate dai Musulmani e designava un comandante per ognuna delle armate e delle squadre che mandava a combattere in guerra. A volte designava addirittura uno o piú comandanti di riserva per evitare che i suoi uomini rimanessero senza guida nel caso in cui uno di essi fosse morto. Com’è possibile credere che il Profeta, prima di morire, non abbia presentato alla gente il suo successore?!

In sintesi si può affermare che chi consideri attentamente i sublimi propositi dell’Islam e il puro obiettivo del santo Profeta, acquisterà la certezza che la questione dell’Imamato è stata da quest’ultimo completamente risolta e chiarita.

Il sommo Profeta designa il suo successore

Riguardo al problema dell’Imamato il sommo Profeta non si è limitato ad affermazioni evasive; al contrario, sin dai primi giorni della sua missione, egli lo ha chiaramente esposto {as­sieme alla questione dell’Unicità di Dio e a quella della Profe­zia} annunciando che dopo di lui sarà Alí a dirigere gli affari temporali e spirituali della società islamica.

Secondo una tradizione, narrata sia dalle fonti sunnite che da quelle Shi°ite, il Profeta, nel giorno in cui, per ordine divino, ini­ziò in modo pubblico a invitare la gente all’Islam, invitò i suoi parenti a casa sua e tenne con loro una riunione, nel corso della quale indicò manifestamente il suo successore e vicario in Alí, il Principe dei Credenti.

Negli ultimi giorni della sua vita, nella località di Ghadir Khum, dinanzi a centoventimila persone, il santo Profeta alzò la mano di Alí e disse: “Di chiunque sono io il padrone, la guida, è Alí suo padrone e guida”.

Oltre a ciò il nobile Inviato di Dio ha menzionato espressa­mente il numero, i nomi e le altre caratteristiche degli Imam che avrebbero dovuto succedergli nella guida della nazione islamica. In una celebre tradizione, narrata tanto dai Sunniti quanto dagli Shi°iti, il Profeta dice: “Gli Imam sono in numero di dodici e appartengono tutti ai Quraish”.

In un’altra famosa tradizione, il Profeta dice a Jàbir Al’ansàri che gli Imam sono in numero di dodici, gli rivela uno a uno i loro nomi e gli dice: “Tu sarai ancora vivo all’epoca del quinto Imam; trasmettigli dunque il mio saluto”.

Il nobile Profeta designò inoltre in modo particolare il suo immediato successore, vale a dire Alí, Principe dei Credenti, il quale, a sua volta, presentò l’Imam che sarebbe venuto dopo di lui e lo stesso fecero tutti gli altri Imam.

L’infallibilità, le virtú e la sapienza dell’Imam

Da quanto è stato affermato in precedenza, si è compreso che l’Imam, al pari del profeta, deve essere immune dall’errore e dal peccato. Se cosí non fosse, il messaggio religioso arriverebbe in­completo e la guida divina perderebbe la sua efficacia.

L’Imam deve possedere inoltre virtú quali coraggio, audacia, purezza, generosità, e giustizia. Chi infatti è immune dal peccato osserva tutti i precetti divini e il possedimento di buone qualità morali è una delle conseguenze necessarie di una corretta pratica religiosa.

L’Imam deve inoltre possedere le virtú in misura superiore a qualsiasi altra persona; non avrebbe infatti senso e sarebbe in­vero contrario alla giustizia divina che una persona faccia da capo, da guida a chi è superiore a sé.

Dal momento poi che l’Imam e il custode della religione e la guida degli uomini, deve possedere quelle conoscenze necessarie a risolvere i problemi riguardanti la vita materiale e spirituale della gente e a condurre l’essere umano alla beatitudine. È infatti assurdo e, dal punto di vista dell’universale guida divina, insen­sato che chi guida gli altri non abbia le conoscenze neces­sarie per farlo.

I Quattordici Infallibili e i dodici Imam

Il sommo Profeta, sua figlia Fatima e i dodici Imam sono chiamati i “Quattordici Infallibili”. Di loro, cinque e cioè il pro­feta Muhammad, l’Imam Alí, la nobile Fatima e gli Imam Hasan e Husain, sono chiamati “Àli Kisà” {gente del mantello} oppure “Ashàbi Kisà” {compagni del mantello}.

Questi ultimi due soprannomi sono dovuti al fatto che un giorno il Profeta indossando un mantello, riuní sotto di esso Alí, Fatima, Hasan e Husain e iniziò a pregare. Dio rivelò allora il “Versetto della Purificazione”1.

Gli Imam, degni successori del nobile Profeta e guide tempo­rali e spirituali della gente, sono in numero di dodici; i loro nomi sono rispettivamente:

Alí Ibn Abu Talib, detto Amír ul-mu’minin {Principe dei Credenti};

Hasan, detto Almujtabà;

Husain, detto Sayyid ush-Shuhadà {Signore dei Martiri};

Alí, detto As-Sajjad;

Muhammad, detto Al-Baqer;

Ja°far, detto As-Sadeq;

Músa, detto Al-Khadem;

Alí, detto Ar-Ridhà;

Muhammad, detto At-Taqi;

Alí, detto An-Naqi;

Hasan, detto Al-°Askari;

Hujjat Ibn al-Hasan, detto l’Imam del Tempo.

L’esemplare condotta dei membri dell’Ahl ul-Bayt

I membri dell’Ahl ul-Bayt, sono i perfetti esempi dell’istruzione e dell’educazione dispensate dal sommo Profeta. La loro condotta era in tutto e per tutto simile a quella del nobile Messaggero di Dio.

Invero, nel corso di duecentocinquanta anni (dalla morte del Profeta, avvenuta nell’anno undici dell’Egira, fino all’occultamento del dodicesimo Imam, avvenuta nell’anno 260), durante i quali gli Imam vissero tra la gente, essi si trovarono a fronteggiare circostanze assai disparate e tali cambiamenti die­dero alle loro vite forme diverse. Tuttavia perseguirono tutti, per quanto poterono, gli obiettivi principali del sommo Profeta, vale a dire la preservazione dei princípi e dei precetti dell’Islam e l’istruzione e la formazione della gente.

Nel corso dei ventitré anni della sua missione, il sommo Pro­feta attraversò tre fasi: durante i primi tre anni egli invitava se­gretamente la gente ad abbracciare l’Islam; nei dieci anni suc­cessivi diffuse pubblicamente il messaggio e assieme ai suoi se­guaci fu costretto a sopportare i duri tormenti e le crudeli torture dei miscredenti della Mecca. In tale periodo i Musulmani non potevano fare nulla che potesse servire a riformare e correggere la società in cui vivevano. Negli ultimi dieci anni (dopo l’Egira) l’Inviato di Dio si trovò a vivere in una società che mirava a re­staurare la verità, nella quale il puro Islam aveva ogni giorno un notevole progresso, nella quale le porte del sapere e della perfe­zione, una dopo l’altra, venivano aperte dinanzi alla gente. Questi tre diversi ambienti ebbero le loro diverse esigenze e in essi l’esemplare condotta del Profeta (che non aveva altro obiet­tivo che restaurare la verità) si manifestò sotto differenti forme.

I vari ambienti nei quali vissero gli Imam, furono in com­plesso simili a quelli in cui visse il Profeta nel corso dei ventitré anni della sua sacra missione.

In certi periodi, al pari dei primi tre anni della missione del Profeta, non era assolutamente possibile esprimere pubblica­mente la verità e l’Imam svolgeva la sua funzione con estrema cautela. Si possono citare ad esempio il periodo in cui visse il quarto Imam e gli ultimi anni dell’Imamato del sesto Imam. In altri periodi, al pari della seconda fase della missione del Pro­feta, l’Imam era impegnato a insegnare alla gente il sapere isla­mico, a diffondere i precetti religiosi ed era costretto a subire le torture e i tormenti dei potenti dell’epoca, che gli creavano ogni giorno un nuovo problema.

Il periodo della vita degli Imam che in certa misura assomi­gliava al terzo periodo della missione, era invece l’epoca del ca­liffato di Alí, Principe dei Credenti e cosí pure un breve periodo della vita di Fatima, dell’Imam Hasan, dell’Imam Husain e dei compagni di quest’ultimo. In tali periodi la verità brillava di viva luce, rievocando lo splendore dell’ultimo decennio della sa­cra missione del sommo Profeta.

Riassumendo, si può affermare che gli Imam, all’infuori dei casi citati, non hanno avuto il potere di esercitare una consistente e aperta opposizione nei confronti degli usurpatori sovrani della loro epoca; erano perciò costretti a adottare, nel parlare e nell’agire, il metodo della Taqiyyah {dissimulazione} e a non fornire pretesti ai governi dell’epoca in cui vivevano. Malgrado ciò, i loro nemici sfruttavano ogni occasione per spegnere la loro luce e interrompere il loro influsso spirituale.

Causa principale del contrasto tra gli Imam e i governi della loro epoca

I diversi governi che nel mondo islamico presero uno dopo l’altro il posto di quello del sommo Profeta e assunsero tutti il nome di “governo islamico”, erano tutti in fondamentale contra­sto con i membri dell’Ahl ul-Bayt. Tale contrasto traeva ori­gine da un inestinguibile causa che ci proponiamo ora di analiz­zare.

Il sommo Profeta aveva fatto ai Musulmani delle raccoman­dazioni riguardo alla sua nobile figlia e agli Imam e li aveva in­formati delle loro virtú e delle loro doti (le piú importanti delle quali consistevano nella perfetta conoscenza del Corano e dei precetti divini); di conseguenza, era necessario che ciascuno degli elementi della comunità islamica li rispettasse e li riverisse. Quest’ultima però non diede a tali raccomandazioni, a tali parole del Profeta l’importanza che meritavano.

L’Inviato di Dio nel giorno in cui rese pubblica la propria missione invitò i suoi parenti all’Islam e presentò loro Alí in qualità di suo successore, cosa che fece in diverse altre occasioni anche negli ultimi giorni della sua vita (tra le quali ricordiamo quella famosa di Ghadir Khum). I Musulmani però, dopo la morte del santo Profeta, scelsero altri successori, privando cosí gli Imam del loro legittimo diritto alla successione. Avvenne cosí che i regimi al potere considerassero sempre i membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta come pericolosi rivali, temendoli e im­piegando tutti i mezzi possibili per eliminarli.

Tuttavia, ciò che li opponeva fondamentalmente ai regimi che usurpavano il loro legittimo potere era un altro fattore (il pro­blema della successione era un aspetto secondario di questo fon­damentale fattore): i membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta consi­deravano il rispetto della condotta e del metodo di vita dell’Inviato di Dio un dovere per il popolo islamico e ritenevano i governi in carica responsabili della custodia e dell’esecuzione dei celesti precetti dell’Islam, mentre i governi islamici che ven­nero al potere dopo la morte del Profeta, come dimostra il loro comportamento, non ci tenevano molto a eseguire integralmente i pre­cetti islamici e a seguire e adottare l’esemplare condotta del sommo Profeta.

Dio l’Altissimo in diversi versetti del Corano vieta al nobile Profeta e alla comunità islamica di modificare e cambiare i pre­cetti divini, mettendoli persino in guardia dal dimostrare la mi­nima propensione per tutto ciò che è contrario alle norme e alle leggi religiose. Il sommo Profeta, basandosi su queste stesse leggi, aveva adottato una condotta tale che nell’eseguire i co­mandamenti divini non si faceva influenzare dalle diverse per­sone, dai diversi luoghi e dai differenti periodi: li eseguiva pre­cisamente come Dio li aveva rivelati.

L’osservanza dei precetti divini era un dovere per tutti, anche per lo stesso Profeta. La legislazione religiosa doveva essere eseguita, senza eccezioni, nei confronti di chiunque e valeva in ogni caso e in ogni luogo.

Era grazie a tale parità e giustizia che il Profeta era riuscito a eliminare tra la gente qualsiasi discriminazione. Egli stesso, che, per ordine divino, era il capo assoluto della comunità e doveva essere ubbidito incondizionatamente, non aveva il benché mi­nimo privilegio rispetto al resto della gente, sia nella sua vita pubblica sia in quella privata.

Viveva e governava in modo molto semplice, senza pompa né fasto. Non si vantava mai della propria eccellenza e della propria posizione e non faceva mai mostra del suo potere e della sua grandezza. Si comportava insomma in modo tale che fosse impossibile distinguerlo dal resto della gente.

Durante il suo governo nessuna delle differenti categorie so­ciali cercava, servendosi della propria posizione, di prevalere sulle altre: le donne e gli uomini, i nobili e i vili, i ricchi e i po­veri, i potenti e i deboli, i cittadini e i paesani, gli schiavi e i li­beri, i neri e i bianchi erano tutti su uno stesso piano e nessuno era gravato in misura superiore ai propri doveri religiosi. La gente era libera dal doversi chinare dinanzi ai potenti della so­cietà ed era al sicuro dalla prepotenza degli oppressori.

Con un minimo di attenzione comprendiamo (soprattutto con­siderando le esperienze che abbiamo fatto da dopo la morte del Profeta fino ai nostri giorni) che il sommo Profeta, con la sua retta e perfetta condotta, non mirava che a eseguire in modo equanime tra la gente i celesti precetti islamici e a preservare le leggi islamiche dalle modificazioni e dalle falsificazioni.

I governi islamici che vennero dopo il Profeta, non conforma­rono però il loro metodo a quello di questo nobile messaggero di Dio, scelsero bensí un metodo completamente diverso dal suo.

Di conseguenza, accadde che:

• la società islamica, si divise nettamente in due classi, una potentissima e l’altra assai debole; i beni, la vita e l’onore di una parte della società divennero in tal modo preda delle passioni e della concupiscenza di un altro gruppo di persone.

• I governi in carica modificarono gradualmente le leggi islamiche e, prendendo a pretesto ora i bisogni della società islamica, ora le necessità di difesa della posi­zione dello stato e della politica del governo, si astene­rono dall’agire in base ad esse. Questa inosservanza raggiunse proporzioni tali che le persone che avevano il dovere di dirigere e mandare avanti gli enti che com­ponevano lo stato islamico non sentivano piú il benché minimo senso di responsabilità riguardo all’osservanza e all’esecuzione delle leggi islamiche. Si capisce qual è la fine che fanno di solito le leggi e le norme pubbliche quando non esiste un adeguato preposto alla loro esecuzione.

Da quanto è stato finora detto, abbiamo compreso che i re­gimi contemporanei dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, adattandosi alle circostanze, modificarono i precetti dell’Islam e per questo mo­tivo la loro condotta fu completamente diversa da quella del sommo Profeta, mentre i membri dell’Ahl ul-Bayt del Messag­gero di Dio, conformemente al comandamento coranico, conside­ravano costantemente necessario il rispetto delle norme dettate dall’esemplare condotta del Profeta.

Fu a causa di questa fondamentale divergenza che i potenti regimi dell’epoca fecero tutto quello che poterono per danneg­giare i nobili componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, usarono ogni mezzo possibile pur di riuscire a spegnere la loro luce.

Essi a loro volta, nonostante gli innumerevoli problemi che avevano costantemente di fronte e gli ostinati e nefasti nemici che li contrastavano, conformemente a quanto era stato loro or­dinato da Dio, si impegnarono nell’opera di invito della gente verso le verità religiose, sforzandosi di divulgarle; non trascura­rono poi di educare le persone probe.

Per convincersene basta consultare la storia e considerare il grande numero di Shi°iti esistenti all’epoca del califfato di Alí, Principe dei Credenti. Questa folta popolazione si era formata nei venticinque anni del ritiro di questo nobile Imam. Allo stesso modo, l’enorme quantità di Shi°iti esistenti all’epoca dell’Imam Al-Baqer era stata in precedenza formata e educata segreta­mente {nelle piú difficili condizioni} dall’Imam As-Sajjad. Le centinaia di migliaia di Shi°iti, amici dell’Ahl ul-Bayt e devoti se­guaci dell’Imam Ar-Ridhà, trassero vantaggio dalle verità divulgate (persino dagli oscuri angoli delle prigioni) dal nobile Imam Músa figlio dell’Imam Ja°far As-Sadeq.

Insomma, fu per effetto di un’assidua opera d’insegnamento e educazione attuata dall’Ahl ul-Bayt del Profeta che la comunità Shi°ita (che il giorno della morte del sommo Messaggero di Dio era composta da un esiguo numero di persone) raggiunse, verso la fine dell’epoca degli Imam, dimensioni impressionanti.

Come abbiamo visto, i membri dell’Ahl ul-Bayt del Profeta hanno passato il periodo della loro vita in condizione d’oppres­sione e di prigionia. Essi hanno eseguito i compiti affidatigli da Dio facendo Taqiyyah e in condizioni assai difficili. Solamente quattro di loro, per un brevissimo periodo, hanno po­tuto vivere e operare liberamente, senza aver bisogno di fare Taqiyyah.

Affinché quanto abbiamo detto riguardo ai componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta appaia piú chiaro, nei prossimi para­grafi daremo una breve illustrazione della loro biografia.

L’Imam Alí

Il nobile Alí Ibni Abu Talib, Principe dei Credenti, è il primo perfetto prodotto dell’istruzione e della formazione spirituale impartita dal sommo Profeta.

Alí è stato allevato sin dall’infanzia dal nobile Messaggero e, come la sua ombra lo ha accompagnato ovunque sino alla morte; fu infatti lui stesso a deporlo nella tomba e a seppellirlo.

Alí è una personalità di fama mondiale. Si può affermare che nes­sun’altra grande personalità del mondo è stata al par suo oggetto di tante discussioni e dibattiti. I sapienti e gli scrittori Shi°iti e Sunniti o, piú in generale, Musulmani e non Musulmani, hanno scritto piú di mille libri sulla sua personalità.

Con tutte le ricerche che i suoi amici e cosí pure i suoi nemici hanno compiuto su di lui, nessuno mai è riuscito a trovare un solo punto debole inerente alla sua fede, al suo coraggio, alla sua purezza, alla sua sapienza, alla sua giustizia o alle altre sue virtú. Egli infatti non conosceva e non aveva che virtú e perfe­zione.

Come attesta la storia, Alí tra tutti gli uomini di governo che, dal giorno della morte del Profeta fino ai nostri giorni, hanno governato i Musulmani, è stato il solo ad aver adottato integral­mente, durante tutto il periodo del suo governo, la condotta del sommo Profeta. Egli non deviò minImamente dal metodo del no­bile Messaggero di Dio ed eseguí le leggi dell’Islam esattamente nel modo in cui venivano eseguite all’epoca del Profeta.

Nella vicenda inerente il consiglio di sei persone che era stato costituito per ordine del secondo Califfo e che aveva il compito di designare il suo successore, dopo un lungo dibattito i componenti del consiglio, che esitavano tra Alí e Uthman, offri­rono il califfato ad Alí, a condizione però che egli adottasse la stessa condotta di governo del primo e del secondo Califfo. Egli rifiutò e disse: “Io non passo sopra il mio sapere”. Fecero quindi la stessa offerta, alla stessa condizione a Uthman, il quale accettò e divenne cosí califfo, anche se poi assunse una condotta diversa da quella dei primi due Califfi.

Le imprese eroiche, i sacrifici e gli atti di abnegazione com­piuti da Alí sul sentiero della verità lo hanno reso unico, senza pari tra i compagni del Profeta. Non si può negare che se non ci fosse stato lui, i miscredenti nella notte dell’Egira e, dopo di essa, in ciascuna delle battaglie di Badr, Uhúd, Khandaq, Khaíbar e Hunàin, sarebbero facilmente riusciti a spegnere la luce della profezia e a rovesciare il vessillo della verità.

Alí condusse sempre una vita assai semplice. Viveva, all’epoca del Profeta, dopo la sua morte e persino durante il suo califfato, come i poveri e nelle piú umili condizioni. La sua abi­tazione, il suo cibo e i suoi indumenti erano gli stessi della piú povera delle persone.

Questo santo Imam non si concedeva mai alcun privilegio e diceva: “La guida di una società deve vivere in modo tale da consolare i bisognosi e i diseredati e non in modo tale da pro­vocare in loro dispiacere e abbattimento”.

Il giorno del suo martirio, nonostante fosse il capo dell’intera nazione islamica, non possedeva che settecento dirham che aveva intenzione di spendere per assumere un servitore per casa sua.

Alí, per soddisfare le necessità della propria vita, lavorava. Egli aveva particolare interesse per l’agricoltura, l’arboricoltura e lo scavo di canali sotterranei. Tutti gli introiti derivanti da tali attività e tutto ciò che otteneva dagli abbondanti bottini di guerra lo distribuiva fra i poveri. I possedimenti che bonificava li desti­nava a opere pie oppure li vendeva e dava il ricavato ai poveri. Un anno, nel periodo del suo califfato, ordinò che, prima di di­stribuirle, gli si portassero le entrate riguardanti le sue do­nazioni: l’importo totale ammontava alla straordinaria cifra di ventiquattromila dinàr2.

In tutte le guerre alle quali partecipò il nobile Alí sconfisse sempre gli avversari e non batté mai in ritirata. Diceva: “Anche se tutti gli Arabi si levassero in guerra contro di me, io non avrei paura”.

Nonostante il suo sorprendente coraggio ed impareggiabile eroismo, Alí era incommensurabilmente gentile, affettuoso, gene­roso e magnanimo. Nelle guerre non uccideva e non faceva pri­gionieri i bambini, le donne e i deboli né inseguiva chi scappava. Nella battaglia di Siffín le truppe di Muàwiah occuparono la zona dalla quale era possibile prelevare acqua dall’Eufrate, im­pedendo cosí alle truppe di Alí di dissetarsi. Dopo un sanguinoso scontro, Alí riuscí però a conquistare tale zona e dopodiché or­dinò ai suoi uomini di lasciare al nemico libero accesso a essa.

Durante il suo califfato riceveva tutti con semplicità, senza intermediari né portieri. Circolava da solo e a piedi e andava nei vicoli e nei mercati, ordinando alle persone di agire rettamente e impedendo loro di farsi reciproca ingiustizia.

Aiutava con cortesia e umiltà gli indigenti e le vedove e te­neva a casa sua gli orfani indifesi, provvedendo di persona a soddisfare i loro bisogni e a educarli.

Per l’Imam Alí la scienza e il sapere avevano uno speciale valore ed egli dedicava una particolare cura alla loro divulga­zione. Diceva: “Nessun male è pari all’ignoranza”.

Nella san­guinosa battaglia di Jamal, mentre era occupato a ordinare le schiere del proprio esercito, un Arabo venne avanti e gli chiese il significato della parola “tawhíd”; la gente, da ogni parte, inveí contro quest’uomo, rimproverandolo per questo suo inopportuno comportamento. Il nobile Imam Alí allontanò allora la gente dal nomade arabo e disse loro: “Noi combattiamo per restaurare proprio queste verità”. Dopodiché avvicinò il nomade e, mentre ordinava le schiere, con un’incantevole esposizione, gli espose la questione del tawhíd.

Un episodio simile, che rivela la disciplina religiosa e la stu­pefacente e divina forza di questo nobile Imam, accadde, se­condo le tradizioni islamiche, nella battaglia di Siffin. Mentre la battaglia infuriava al pari di un mare in tempesta, in quel bagno di sangue, l’Imam Alí incontrando uno dei suoi uomini gli chiese dell’acqua per dissetarsi. Il soldato estrasse allora una ciotola di legno, la riempí e la diede all’Imam, il quale, notando una crepa nella ciotola, disse: “Nell’Islam è makrúh {sconsigliato} bere ac­qua in un tal recipiente”. Il soldato rispose: “In tali condizioni, sotto un diluvio di frecce e il fulgore di migliaia di spade, non v’è posto per simili dettagli”. La risposta che sentí da Alí può es­sere riassunta nelle seguenti parole: “Noi combattiamo per l’esecuzione di queste stesse norme religiose; le norme sono norme e vanno rispettate tutte, senza badare alla loro maggiore o minore portata”.

Alí è stato, dopo il Profeta, il primo che si è espresso sulle verità scientifiche attraverso il pensiero filosofico (ovvero per mezzo della libera argomentazione) coniando numerosi termini scientifici. Inoltre, onde preservare il nobile Corano da errori e falsificazioni, creò le regole della grammatica araba (la scienza che si occupa di tali regole viene chiamata in lingua araba Il­munnahw).

Le acute osservazioni scientifiche, le conoscenze divine, le questioni etiche, sociali, politiche e persino matematiche conte­nute nei suoi discorsi, nelle sue lettere e nelle altre sue eloquenti dichiarazioni sono a dir poco stupefacenti.

Alí, come testimoniano i suoi discorsi, le sue lettere, le sue sentenze e le altre sue incantevoli dichiarazioni, è per i Musul­mani la persona che meglio di chiunque altro ha conosciuto i su­blimi scopi del Corano e ha compreso i princípi e i precetti dell’Islam.

Egli, con la sua straordinaria sapienza, ha invero confermato la tradizione del Profeta che dice: “Io sono la città della sa­pienza e Alí è la sua porta”.

Egli riuscí a combinare tale sa­pienza alla pratica.

Per finire, possiamo affermare che la straordinaria per­sonalità di questo nobile Imam è tale che non può essere de­scritta completamente, le sue infinite virtú sono innumerabili e mai un personaggio ha attirato tanto l’attenzione dei sapienti e dei pensatori del mondo.

La nobile Fatima

La nobile Fatima era l’unica, la cara e la diletta figlia del sommo Profeta. Con la sua sapienza, la sua fede, il suo timor di Dio e le nobili virtú che possedeva aveva riempito d’amore il cuore del proprio nobile padre.

La sua sapienza, il suo disinteresse per le cose del mondo e la sua devozione le valsero il soprannome di Sayyidat

Un-Nisà {la migliore di tutte le donne}, che gli venne dato dal suo nobile pa­dre.

Il sommo Profeta diceva: “L’assenso di Fatima è il mio e il mio assenso è quello di Dio. L’ira di Fatima è la mia e la mia ira è quella di Dio”.

La nobile Fatima fu messa al mondo da una grande donna dell’Islam, Khadíjah la Suprema, nell’anno sesto della Missione. Nell’anno secondo dell’Egira sposò Alí, Principe dei Cre­denti. Tre mesi dopo la morte del suo nobile padre Fatima rese l’anima.

Nel corso della sua vita, la santa Fatima preferí sempre il consenso di Dio al proprio compiacimento personale. In casa si occupava dell’educazione dei propri figli e i lavori domestici li spartiva con la sua aiutante: un giorno li lasciava a quest’ultima e un giorno li eseguiva lei. Rispondeva ai quesiti delle donne musulmane e nel tempo libero si dedicava all’adorazione di Dio.

Fatima spendeva i suoi averi personali, specialmente gli ab­bondanti introiti della proprietà di Fadàk (costituita da alcuni villaggi siti nei pressi di Khaibar), sulla via di Dio e per sé non teneva che lo stretto necessario per vivere. Talvolta giungeva persino a donare ai poveri e agli indigenti la sua stessa razione di cibo, preferendo sopportare la fame.

Il dettagliato discorso che Fatima pronunciò nella Moschea del Profeta per i compagni del Messaggero di Dio e il gruppo di Musulmani presenti, le sue argomentazioni contro il primo Ca­liffo a proposito del sequestro della proprietà di Fadak e le altre sue dichiarazioni costituiscono un chiaro segno del suo eminente grado spirituale, del suo coraggio, della sua forza e della sua perseveranza.

Dalla santa Fatima, diletta figlia del sommo Profeta e sposa di Alí, Principe dei Credenti, discendono undici dei dodici Imam e la discendenza del Profeta origina unicamente dalla sua prole.

Secondo quanto afferma espressamente in nobile Corano Fa­tima è infallibile.

L’Imam Hasan e l’Imam Husain

Queste due nobili persone sono i figli di Alí e di Fatima. Le tradizioni dimostrano in modo certo che il sommo Profeta voleva un immenso bene a questi suoi due nipoti (che lui chiamava figli) e che non potesse sopportare di vederli soffrire ed essere tristi. Egli diceva: “Questi due miei figli sono Imam, indifferente­mente dal fatto che si alzino o si siedano”.

Nella tradizione si è fatto uso di metafore: l’espressione “si alzino” significa “si facciano carico del califfato esteriore e combattano i nemici dell’Islam”. L’espressione “si siedano” si­gnifica invece “non si facciano carico del califfato esteriore e non combattano i nemici dell’Islam”.

Il Profeta disse altresí: Hasan e Husain sono i signori dei giovani del Paradiso”.

L’Imam Hasan fu scelto, conformemente al testamento del suo nobile padre, come califfo e la gente gli promise fedeltà e ubbidienza. Egli governò per sei mesi gli stati islamici (a ecce­zione della Siria e dell’Egitto, ove Muàwiah aveva imposto il suo potere) e seguí la condotta di vita e di governo del suo no­bile padre.

Nel corso di questo periodo, l’Imam Hasan cercò di prepa­rare un’armata per sedare, una volta per tutte, la ribellione di Muàwiah. Costatò però che la gente era stata sedotta da quest’ultimo e che i capi del suo esercito avevano instaurato con lui un rapporto di corrispondenza ed erano solo in attesa di un suo ordine per ucciderlo o consegnarlo all’empio ribelle. Fu per­ciò costretto a concludere la pace col nemico.

L’Imam Hasan concluse la pace con Muawiah sotto precise condizioni; quest’ultimo però non tenne fede alle sue promesse. Dopo aver firmato il trattato di pace, andò infatti in Iraq e di­chiarò alla gente: “Io non combattevo con voi per la religione, per indurvi a pregare o a digiunare, volevo bensí arrivare a go­vernarvi e ora ho raggiunto il mio obiettivo”. Proseguí poi: “Non manterrò nessuna delle promesse che ho fatto a Hasan”.

L’Imam Hasan dopo questa pace imposta visse circa nove anni e mezzo, in condizioni difficili e opprimenti, sotto il domi­nio di Muawiah. La sua vita era continuamente in pericolo, per­sino all’interno di casa sua; fu infatti avvelenato, su istigazione di Muawiah, dalla propria moglie (Ju’dah) e mori cosí martire.

Dopo il martirio dell’Imam Hasan, conformemente all’ordine divino e al suo stesso testamento, diventò Imam suo fratello Hu­sain.

La situazione era quella dell’epoca dell’Imam Hasan e Mua­wiah, con il potere che aveva acquistato, era riuscito a paraliz­zare completamente l’Imam. Dopo circa nove anni e mezzo Muawiah perí e il califfato, che si era ormai trasformato in un dispotismo monarchico, passò a suo figlio Yazíd.

Al contrario del suo ipocrita padre, Yazíd era un giovane pieno di arroganza, che se la spassava e si comportava in modo dissoluto e lussurioso davanti agli occhi di tutti.

Questo giovane arrogante, appena assunto il potere, ordinò al governatore di Me­dina di fare in modo che Husain gli promettesse alleanza e fe­deltà e nel caso si fosse rifiutato, di decapitarlo e inviargli la sua testa.

Il governatore di Medina fece quindi quanto il perfido Yazíd gli aveva ordinato. L’Imam chiese allora del tempo e nottetempo lasciò Medina, si diresse alla Mecca e si rifugiò nel Santuario di Dio, asilo ufficiale dell’Islam. Tuttavia, dopo qualche mese, egli comprese che Yazíd non lo avrebbe mai lasciato in pace e lo avrebbe sicuramente ucciso se avesse continuato a rifiutarsi di sottomettersi a lui e ad astenersi dal promettergli alleanza e fe­deltà.

D’altro canto, durante questo periodo erano giunte alcune migliaia di lettere Iraq, nelle quali gli si prometteva di aiutarlo e lo si invitava a costituire un movimento di lotta contro i tiranni ommaidi.

L’Imam Husain, dall’esame della situazione generale, dagli indizi e dalle prove esistenti, aveva compreso che il suo movi­mento di rinascita non avrebbe avuto alcun progresso apparente. Nonostante ciò si rifiutò di promettere fedeltà a Yazíd e scelse il martirio. Si diresse con i suoi, a titolo di rivolta, verso Kúfa e lungo la strada, nella zona di Karbalà (a circa sessanta chilometri da Kufa) incontrò la folta schiera di armati mandati da Yazíd a contrastarlo e a combatterlo.

Durante il tragitto l’Imam invitò alcune persone a sostenerlo; a coloro che lo avevano accompagnato annunciò invece la sua definitiva decisione di finire martire sul sentiero di Dio, lascian­doli liberi di scegliere se combattere al suo fianco oppure andar­sene, abbandonarlo.

Fu cosí che il giorno in cui affrontò le truppe nemiche, dei suoi compagni, a parte un esiguo numero di devoti e abnegati uomini, non rimase nessuno. Di conseguenza, vennero facilmente e strettamente circondati dall’imponente esercito nemico e non ebbero persino piú modo di attingere acqua dal fiume. In tali condizioni, gli fu chiesto ancora una volta di decidere tra la sot­tomissione a Yazíd e la morte. L’Imam Husain rifiutò di sotto­mettersi e si preparò a essere ucciso.

Dalla mattina fino al pomeriggio, l’Imam e i suoi prodi com­pagni combatterono valorosamente contro le truppe di Yazíd. In questa battaglia caddero martiri l’Imam Husain, i suoi figli, i suoi fratelli, i suoi nipoti, i suoi cugini paterni e i suoi compagni, per un totale di circa settanta persone. Rimase vivo solo il diletto figlio dell’Imam Husain, che a causa di un fortissimo stato di in­disposizione fisica non aveva potuto combattere a fianco del suo nobile padre.

L’esercito nemico, dopo il martirio dell’Imam, depredò i suoi beni e fece prigionieri i componenti della sua famiglia, traspor­tandoli, assieme alle teste decapitate dei martiri, da Karbalà a Kufa e poi in Siria.

Nel corso di questa prigionia l’Imam As-Sajjad, con un ser­mone pronunciato a Damasco, e Zaínab la Suprema, con dei di­scorsi pronunciati in pubbliche riunioni a Kufa (dinanzi a Ibni­ziàd, governatore di Kufa) e a Damasco (alla presenza di Yazíd), palesarono la verità, rivelando agli occhi del mondo la violenza e la tirannia della dinastia ommaide.

In ogni caso questo movimento husainiano contro la violenza, l’iniquità e la dissolutezza (che si concluse con il martirio dell’Imam Husain, dei suoi figli, dei suoi parenti, dei suoi com­pagni, con il saccheggio dei suoi beni e la cattura delle donne e dei bambini della sua famiglia) con le particolarità e i caratteri distintivi che possiede, è un avvenimento unico nel suo genere, senza eguali nella storia degli autentici movimenti di rinascita del mondo. Si può affermare che l’Islam deve la sua sopravvivenza a esso, poiché senza questa sacra rivolta gli Ommaidi avrebbero finito per annientare completamente la religione islamica.

La linea dell’Imam Hasan diverge forse da quella dell’Imam Husain?

Sebbene questi due onorati Imam siano, stando a quanto espressamente dichiarato dal sommo Profeta, Imam legittimi, sembra all’apparenza che la loro linea di condotta differisca. Al­cuni sono persino arrivati ad affermare che la differenza di vedute di questi due fratelli era cosí forte che il maggiore, pur avendo un esercito di quarantamila guerrieri, acconsentí alla pace, mentre il minore, con quaranta dei suoi compagni (oltre ai suoi parenti), combatté il nemico, sacrificando in guerra persino il suo neonato bambino. Tuttavia un’attenta analisi dimostra che tutto ciò non corrisponde al vero.

Infatti, se è vero che nel corso di circa nove anni e mezzo vissuti sotto la dispotica monarchia di Muawiah, l’Imam Hasan non si oppose in maniera manifesta a questo perfido tiranno, è altrettanto vero che lo stesso Imam Husain, dopo il martirio del suo nobile fratello, visse anch’egli per un periodo di circa nove anni e mezzo sotto il dominio di Muawiah senza mai ribellarsi a questo perfido despota. Occorre quindi cercare la reale origine della differenza di comportamento di questi due nobili Imam nel cambiamento di linea di condotta di Yazíd rispetto a Muawiah e non nella divergenza di opinioni tra l’Imam Hasan e l’Imam Hu­sain.

In effetti, il metodo di governo di Muawiah non si fondava sulla dissolutezza, egli non dileggiava i sacri precetti dell’Islam, peccando e opponendosi a essi apertamente, davanti agli occhi della gente. Al contrario, egli si presentava come uno dei com­pagni del Profeta, come uno di coloro che si preoccuparono di mettere per iscritto le parole che Dio rivelava al Profeta.

A causa di sua sorella (che era stata sposa del nobile Profeta e veniva perciò chiamata “Madre dei Credenti”) veniva chiamato “Zio dei Credenti”. Egli era molto amato dal secondo Califfo, del quale la gente aveva assoluta fiducia e massimo rispetto. Ol­tre a ciò Muawiah aveva assegnato delle responsabilità di go­verno alla maggior parte dei compagni del Profeta che godevano del rispetto e della stima della gente (Abú Hurairah, Amr Ibnias, Samarah, Busr, Mugairah Ibnishu’bah eccetera eccetera) e que­sta scelta gli aveva fatto guadagnare la fiducia della gente.

Venivano poi divulgate tra la gente delle tradizioni a propo­sito delle virtú dei compagni del Profeta, della loro inviolabilità religiosa e del fatto che qualsiasi cosa facciano sono scusati. Di conseguenza, Muawiah qualsiasi atto compiva, se era giustifica­bile veniva giustificato dalle stesse persone che facevano circo­lare tra la gente le sopraccitate tradizioni, se no si mettevano a tacere gli oppositori con sostanziosi doni; dove infine questi mezzi non si rivelavano efficaci, il perfido Muawiah, tramite i suoi complici e i suoi seguaci, eliminava coloro che gli si oppo­nevano.

Fu cosí che decine di migliaia di innocenti Musulmani (Shi°iti e non) e persino alcuni dei compagni del Profeta furono uccisi dagli uomini di questo perfido despota.

In ogni cosa, Muawiah si comportava in modo tale da far credere agli altri che aveva ragione e che era dalla parte della verità. Agiva sempre con particolare pazienza e speciale longa­nimità; la sua caratteristica mitezza gli aveva fatto guadagnare l’affetto e l’ubbidienza della gente. Rispondeva agli insulti e alle aggressioni con gentilezza e clemenza. Era insomma in un cosí favorevole ambiente che metteva in atto i suoi piani e mandava avanti le sue politiche.

Muawiah faceva altresí mostra di rispettare l’Imam Hasan e l’Imam Husain, inviando loro ingenti doni; annunciava poi pub­blicamente che chiunque avesse narrato una tradizione riguardo ai meriti dei componenti dell’Ahl ul-Bayt, non avrebbe piú avuto alcuna protezione né per sé né per i suoi beni né per il suo onore, e chiunque avesse narrato una tradizione a proposito dei meriti dei Compagni del Profeta avrebbe ricevuto un premio.

Muawiah ordinò agli oratori di insultare Alí nei loro discorsi pubblici. Per suo ordine i seguaci di Alí venivano uccisi ovunque venissero trovati. Tale massacro raggiunse proporzioni cosí esa­gerate che anche molti dei nemici dell’Imam Alí, con l’accusa di essere suoi amici, vennero uccisi.

Da quanto è stato detto, si comprende che un eventuale ri­volta dell’Imam Hasan non sarebbe finita che a danno dell’Islam e non avrebbe avuto altro risultato che l’inutile spargimento del suo sangue e di quello dei suoi seguaci. Se l’Imam si fosse ri­bellato Muawiah, molto probabilmente, lo avrebbe fatto uccidere dai suoi stessi compagni e, per calmare l’opinione pubblica, si sarebbe fatto vedere in pubblico profondamente in lutto per la morte dell’Imam; col pretesto poi di vendicarlo sarebbe stato an­che capace di massacrare gli Shi°iti. In modo simile si era com­portato del resto con Uthman, il terzo Califfo3.

La linea politica di Yazíd era invece completamente diversa da quella di suo padre. Egli era un giovane borioso e dissoluto, non conosceva altra logica che la violenza e non aveva la benché minima considerazione dell’opinione pubblica.

Yazíd, durante il breve periodo del proprio governo, palesò tutti in una volta i danni che venivano arrecati di nascosto all’Islam.

Nel primo anno del suo governo massacrò i componenti dell’Ahl ul-Bayt del Profeta, nel secondo distrusse la città di Me­dina e per tre giorni diede agli uomini del suo esercito il per­messo di uccidere la gente di questa città, saccheggiare i loro beni e abusare delle loro donne. Nel terzo anno demolí invece la Ka’bah.

Fu questo il motivo per il quale il movimento husainiano trovò credito presso l’opinione pubblica e, giorno dopo giorno, il suo effetto divenne sempre piú chiaro e profondo. Tale movi­mento si manifestò all’inizio sotto l’aspetto di una sanguinosa rivolta e finí per diventare un modello che spinse un enorme nu­mero di Musulmani a diventare seguaci della verità e amici dell’Ahl ul-Bayt.

Muawiah prima di morire tra le raccomandazioni testamenta­rie che fece a Yazíd, gli raccomandò vivamente di lasciare stare Husain, di non importunarlo. La superbia e la boria di Yazíd non gli permisero però di discernere ciò che era a suo vantaggio da ciò che avrebbe finito per rovinarlo.

L’Imam As-Sajjad

La linea di condotta adottata dall’Imam As-Sajjad nel corso del suo Imamato, pur restando nel complesso conforme alla linea di condotta generale degli altri Imam, assunse due diverse mo­dalità.

Egli visse con il suo venerabile padre il tragico episodio di Karbalà e partecipò cosí al movimento husainiano; dopo il marti­rio del padre fu fatto prigioniero e tratto da Karbalà a Kúfa e poi in Siria. Durante tale prigionia non fece mai Taqiyyah e, impa­vidamente, dichiarò sempre la verità.

Quando le circostanze lo rendevano opportuno, attraverso i discorsi e le dichiarazioni che faceva, ricordava a tutti la rettitudine e l’onestà della Famiglia della Missione e metteva tutti al corrente dei torti che aveva su­bito il suo nobile padre e dei crimini commessi dalla dinastia ommaide, suscitando cosí fortemente i sentimenti della gente.

Quando la sua prigionia ebbe termine, l’Imam As-Sajjad tornò a Medina. L’atmosfera di guerra ed eroismo si trasformò in un’atmosfera di pace e tranquillità. Si ritirò in casa, chiuse la porta della sua dimora agli estranei e si dedicò all’adorazione di Dio. Educava segretamente i seguaci della verità; nel corso dei trentacinque anni del suo Imamato formò, direttamente e indi­rettamente, moltissime persone, mettendole nelle condizioni di comprendere profondamente il sapere islamico.

Le preghiere recitate, con il proprio accento celeste, da que­sto nobile Imam (con le quali supplicava il Signore e si confi­dava con Lui) contengono da sole una completa sintesi delle su­blimi conoscenze islamiche. Queste preghiere sono state raccolte in un libro noto col nome di Assahífat us-Sajjàdiyyah.

L’Imam Al-Baqer

Durante l’Imamato dell’Imam Muhammad Al-Baqer si erano create delle condizioni favorevoli per la divulgazione delle scienze islamiche.

Per effetto delle pressioni esercitate dagli Ommaidi, le tradi­zioni relative alla giurisprudenza dell’Ahl ul-Bayt erano andate perdute. Delle tradizioni del sommo Profeta, che erano state tra­mandate dai suoi compagni, non ne erano rimaste che cinque­cento, mentre, per poter esporre i precetti dell’Islam ne occor­rono migliaia. Insomma, se è vero che per effetto della tragedia di Karbalà e dei trentacinque anni di serio lavoro dell’Imam As-Sajjad si era creata una numerosa comunità Shi°ita, è altresí vero che tale comunità aveva scarse conoscenze rispetto al diritto islamico.

Il regno degli Ommaidi, a causa dei loro contrasti interni, del loro stravizio e dell’incapacità dei loro uomini di governo di di­rigere la società, andava sempre piú indebolendosi e i segni della sua decadenza si facevano sempre piú evidenti. Il quinto Imam sfruttò questa occasione e si dedicò a diffondere le scienze dell’Ahl ul-Bayt e la giurisprudenza islamica, donando in tal modo alla società numerosi sapienti.

L’Imam Ja°far As-Sadeq

All’epoca del sesto Imam le condizioni per la divulgazione delle scienze islamiche erano ancora piú favorevoli. Infatti, da una parte la gente, per effetto del diffondersi delle tradizioni dell’Imam Al-Baqer e il lavoro di divulgazione svolto dai suoi allievi, si era resa conto di aver bisogno del sapere islamico e delle scienze dell’Ahl ul-Bayt, dall’altra invece il regno ommaide si era estinto e quello abbasside, che aveva occupato il suo posto, non si era ancora completamente consolidato.

Inoltre gli Abbas­sidi si mostravano gentili con l’Ahl ul-Bayt, soprattutto per il fatto che, per raggiungere i propri scopi e demolire le basi del go­verno ommaide, avevano preso come pretesto l’oppressione esercitata dalla dinastia ommaide sull’Ahl ul-Bayt e il sangue dei martiri di Karbalà.

L’Imam approfittò allora della situazione e si mise a divul­gare i vari rami del sapere. I dotti e i sapienti venivano da ogni angolo e gli rivolgevano domande riguardanti la teologia isla­mica, l’etica, la storia dei Profeti e delle nazioni, la filosofia e i precetti morali, giovandosi delle sue esaurienti e illuminanti ri­sposte.

Egli tenne discussioni con persone appartenenti ai diversi ceti e dispute con gli esponenti delle varie religioni e dottrine filoso­fiche. Istruí inoltre allievi nei diversi rami del sapere. Vennero poi composti centinaia di libri, chiamati “Usúl” {princípi}, con­tenenti le sue tradizioni e le sue esposizioni scientifiche.

L’Imam, sfruttando un breve periodo di pace presentatosi nell’ostile ambiente di quei giorni, educò migliaia di sapienti al­lievi, lasciando alla cultura islamica preziosi tesori di scienza e di sapienza. Piú di quattromila sapienti beneficiarono della sua ricca fonte di sapienza.

L’Imam As-Sadeq aveva ordinato ai suoi allievi di registrare per iscritto le sue lezioni e di proteggere e custodire i loro ap­punti e i loro libri. Diceva: “Verrà un giorno di disordine e tu­multo e molti scritti andranno distrutti; avrete allora bisogno di questi libri e di questi scritti, che diverranno le uniche fonti scientifiche e religiose dei Musulmani”.

Perciò gli allievi dell’Imam portavano con sé penna e calamaio e registravano le sue parole.

Dedicò tutte le ore della sua vita, eccetto quelle riservate al riposo, a istruire la gente; svolgeva questa attività in ogni luogo, sia in modo manifesto che in modo segreto e metteva la sua sa­pienza a disposizione di tutti.

Insomma, le sue eminenti parole e i suoi preziosi insegna­menti ruppero le barriere dell’ignoranza e restaurarono l’originale religione del nobile profeta Muhammad (S). È per questo motivo che questo nobile Imam viene considerato il fon­datore della dottrina Shi°ita, la quale prese in seguito il suo nome e venne chiamata “Dottrina Ja°farita”.

L’Imam Músa Al-Khadem

Dopo aver rovesciato il governo ommaide gli Abbassidi si impadronirono del califfato e iniziarono a perseguitare i discen­denti della nobile Fatima, cercando con tutte le loro forze di sterminare la Famiglia della Missione: ad alcuni fu tagliata la te­sta, altri furono sepolti vivi e altri ancora vennero messi nelle fondamenta o nei muri degli edifici. La casa del sesto Imam venne data alle fiamme e questi venne diverse volte portato in Iraq.

Fu cosí che negli ultimi anni di vita del sesto Imam la Taqiyyah divenne sempre piú intensa; egli, siccome era sotto stretta sorveglianza, non riceveva che l’élite Shi°ita.

Infine, per ordine del secondo califfo abbasside Almansúr, fu avvelenato e morí martire. Perciò durante l’Imamato del settimo Imam, il nobile Músa Al-Khadem, la pressione dei nemici dell’Ahl ul-Bayt era forte e continuava giorno dopo giorno ad au­mentare.

Nonostante la forte Taqiyyah che era costretto a praticare, il settimo Imam riuscí a occuparsi della divulgazione del sapere, mettendo a disposizione degli Shi°iti un gran numero di tradi­zioni. Si può affermare che questo nobile Imam, dopo il quinto e il se­sto Imam, possiede, tra tutti gli Imam, il maggior numero di tra­dizioni riguardanti il diritto islamico.

A causa della forte Taqiyyah che era costretto a prati­care, nella maggior parte delle tradizioni a lui risalenti non com­pare il suo nome, compaiono bensí i suoi soprannomi, trai quali ricordiamo “Al’àlim” {il sapiente} e “Al’abdussàlih” { il probo servo di Dio}.

L’Imam Musa Al-Khadem fu contemporaneo di quattro califfi abbassidi, Almansúr, Alhàdi, Almahdí e Alhàrun, che gli resero tutti la vita difficile. Alla fine, per ordine di Alhàrun, venne im­prigionato e dopo anni di prigionia, nei quali veniva continua­mente trasferito da una prigione all’altra, venne avvelenato e morí martire.

L’Imam Ar-Ridhà

Qualsiasi attento osservatore dell’epoca poteva, esaminando la situazione, constatare che piú i Califfi e i nemici dell’Ahl ul-Bayt accentuavano le loro pressioni e le loro torture nei confronti degli Imam e dei Shi°iti, piú questi aumentavano di numero e la loro fede si rinforzava. Inoltre questi soprusi, queste violenze non facevano altro che dimostrare loro la corru­zione e la malvagità di coloro che detenevano il potere. Ne erano convinti anche i califfi dell’epoca degli Imam; ciò li tormentava e li faceva disperare.

Alma’mún, il settimo califfo abbasside, contemporaneo dell’Imam Ar-Ridhà, dopo aver ucciso suo fratello Amín, s'impa­droní del califfato. Egli pensò di sbarazzarsi una volta per tutte degli Shi°iti ed eliminare in tal modo le preoccupazioni e i conti­nui tormenti interiori che aveva a causa loro. La politica che scelse per realizzare questo suo proposito, non era assolutamente incentrata sulla violenza e sulla repressione, consisteva bensí nel nominare l’Imam come suo successore, al fine di screditarlo dinanzi agli Shi°iti e far perdere loro la fede nella grandezza e nella rettitudine dell’Imam. In tal caso l’Imamato, fondamento della dottrina Shi°ita, avrebbe subito un letale colpo, annientandosi spontaneamente.

L’esecuzione di questo infernale strategia presentava inoltre il vantaggio di porre fine alle insurrezioni organizzate dai di­scendenti della nobile Fatima al fine di porre fine alla dittatura abbasside; vedendosi infatti eredi al potere avrebbero natural­mente rinunciato alle loro sanguinose insurrezioni. Ovviamente, una volta attuato questo piano, uccidere l’Imam non avrebbe piú creato alcun problema al califfo Alma’mún.

Il perfido Alma’mún prima invitò l’Imam ad accettare il calif­fato e dopo la successione; dopo aver insistito a lungo, il perfido Califfo minacciò l’Imam, il quale si vide cosí costretto ad ac­cettare. Pose però una condizione: volle essere esentato dal do­ver occuparsi delle nomine e delle destituzioni e dal dover inge­rire nelle questioni importanti di governo.

In tali condizioni l’Imam si occupò della guida spirituale della gente ed ebbe, per quanto poté, dei dialoghi con gli espo­nenti delle altre religioni e delle altre dottrine. Egli pronunciò preziosi discorsi in materia religiosa (Alma’múm amava immen­samente discutere delle questioni religiose); le sue asserzioni relative ai princípi del sapere islamico sono in gran numero, tanto che arrivano a eguagliare quelle dell’Imam Alí e a superare quelle degli altri Imam.

Questo santo Imam diede un grande contributo alla dottrina Shi°ita: molte delle tradizioni che erano state conservate dagli Shi°iti e che appartenevano ai suoi nobili padri, gli vennero espo­ste dai suoi seguaci, che servendosi del suo prezioso giudizio ri­uscirono a distinguere quelle autentiche da quelle inventate, da quelle false, che impure mani avevano illegittImamente inserito tra le autentiche tradizioni dell’Ahl ul-Bayt.

Nel corso del suo viaggio tra Medina e Marw (che aveva in­trapreso per assumere la carica di successore del Califfo, impo­stagli dallo stesso califfo Alma’múm) lungo la strada e in parti­colare in Iran, l’Imam suscitò tra la gente un’incredibile anima­zione. La gente, da ogni parte, affluiva a frotte per vederlo; giorno e notte, al pari di farfalle intorno ad una candela, lo cir­condavano devotamente e da lui apprendevano i principi e i pre­cetti della religione islamica.

Alma’múm, dall’eccezionale e sorprendente attenzione della gente verso l’Imam, comprese che aveva adottato una politica sbagliata. Per riparare all’errore che aveva commesso, martirizzò il santo Imam avvelenandolo, e riprese di nuovo la tradizionale politica repressiva dei califfi precedenti nei confronti dell’Ahl ul-Bayt e degli Shi°iti.

Gli Imam Muhammad At-Taqi, Alí An-Naqi e Hasan Al-°Askari

Questi tre grandi Imam trascorsero la loro vita in ambienti simili tra di loro. Dopo il martirio dell’Imam Ar-Ridhà, Alma’múm convocò a Baghdad l’unico figlio di questo santo Imam e cioè il nobile Imam Muhammad At-Taqi. Il perfido Califfo {per rag­giungere i suoi scopi} si comportava in modo gentile e affettuoso con l’Imam; gli diede in sposa la propria figlia e, in assoluto ri­spetto, lo tenne a vivere con sé.

Questo comportamento, all’apparenza amichevole e affet­tuoso, era in realtà una tattica usata da Alma’mún per tenere l’Imam sotto stretta sorveglianza. Analogo fu il soggiorno dei due nobili Imam Alí An-Naqi e Hasan Al-°Askari a Samirrà (che all’epoca del loro Imamato era la capitale del califfato): questi due nobili Imam erano stati trasferiti in questa città solamente per essere tenuti sotto strettissima sorveglianza.

La durata complessiva dell’Imamato di questi tre santi Imam fu di cinquantasette anni. In tale periodo il numero degli Shi°iti, che allora risiedevano in Iran, in Iraq e in Siria, era considere­vole, ammontando a centinaia di migliaia di persone, tra le quali esistevano migliaia di trasmettitori delle tradizioni del sommo Profeta e degli Imam. Ciononostante, le tradizioni risalenti a questi tre nobili Imam sono pochissime.

Essi ebbero inoltre una vita relativamente breve: il nono Imam morí martire a venticinque anni, il decimo a quaranta, l’undicesimo a ventisette.

Tutto ciò dimostra chiaramente quanto stretta fosse la sorve­glianza alla quale questi santi Imam furono sottoposti dai loro nemici. Essi non ebbero perciò modo di eseguire liberamente la loro sacra missione. Ciò non ha però impedito che ci giungessero preziose {anche se, come già detto in precedenza, assai poche} tradizioni risalenti a questi tre illustri Imam e riguardanti i prin­cípi e i precetti della religione islamica.

Il dodicesimo Imam

Il dispotico governo del Califfo, all’epoca dell’Imam Al-°Askari, aveva deciso di eliminare con qualsiasi mezzo possi­bile il successore di questo nobile Imam e porre in tal modo fine all’Imamato e, di conseguenza, alla dottrina Shi°ita. L’undicesimo Imam venne perciò messo sotto sorveglianza anche sotto questo aspetto. Fu questo il motivo per il quale si mantenne il silenzio sulla nascita del dodicesimo Imam.

Sino all’età di sei anni venne tenuto nascosto e solamente un limitato numero di Shi°iti poteva vederlo. Dopo il martirio del suo nobile padre entro, per ordine di Dio, in uno stato di occul­tamento, chiamato Occultamento Minore, che duro alcuni anni. Rispondeva alle domande degli Shi°iti e risolveva i loro problemi tramite quattro vicari, personalmente nominati da lui, che uno dopo l’altro ebbero l’onore di sostituirlo.

A questo primo occultamento ne seguí un altro, chiamato Oc­cultamento Maggiore; esso dura ormai da circa quattordici se­coli. Egli permarrà in questo stato fino a quando, per ordine di­vino, non riapparirà per colmare la terra di giustizia ed equità, dopo che si sarà riempita di violenza e oppressione.

Sono state tramandate numerose tradizioni (risalenti al sommo Profeta e ai nobili Imam) a proposito di questo santo Imam, del suo occultamento e della sua futura manifestazione. Simili tradizioni sono state tramandate sia dai Sunniti che dagli Shi°iti.

Un gran numero di eminenti Shi°iti, quando ancora l’undicesimo Imam era in vita, lo incontrarono e, dal suo nobile padre, appresero che sarebbe diventato Imam dopo di lui. Del re­sto l’umanità non può assolutamente rimanere senza la religione di Dio e un Imam che la difenda e la custodisca (lo abbiamo vi­sto sia nel capitolo dedicato alla profezia che all’inizio del pre­sente capitolo).

Conclusione di carattere etico che è possibile trarre dall’esemplare condotta dei Profeti e degli Imam

La conclusione che può essere tratta dalla biografia dei Pro­feti e degli Imam è che essi erano uomini realisti e seguaci della verità, invitavano gli uomini ad essere realisti e a farsi seguaci della verità e per difendere la verità fecero ogni sorta di sacrifi­cio.

In altre parole, essi si sforzarono di formare nel migliore dei modi l’uomo e la società umana. Volevano liberare la gente dalle tenebre dell’ignoranza e dalle catene della superstizione e do­nare loro una serie di corrette convinzioni e giusti princípi. Vo­levano impedire all’uomo di lordare la sua pura natura umana con un indole animale, di comportarsi come le fiere o gli erbi­vori (che non sanno fare altro che divorarsi l’un l’altro o riem­pirsi il ventre) e indurlo ad acquisire un indole umana e a sfrut­tare la propria umanità per raggiungere la beatitudine.

I Profeti e gli Imam erano uomini che non pensavano assolu­tamente al proprio benessere e alla propria comodità personale, bensí si sacrificavano totalmente per la beatitudine e per il bene dell’umanità.

Essi vedevano la propria beatitudine (che in realtà è l’unica cosa alla quale l’essere umano aspira) nell’essere benevoli verso tutti; volevano che anche gli altri la pensassero in questo modo e che ognuno desiderasse per il prossimo tutto ciò che desidera per sé stesso, rifiutando per gli altri tutto ciò che rifiuta per sé.

È grazie a questo realismo e a questa rettitudine che questi nobili uomini hanno compreso l’importanza di questo dovere ge­nerale dell’essere umano (l’essere benevoli verso gli altri) e de­gli altri doveri particolari che derivano da esso, ed hanno acqui­sito la virtú dell’abnegazione, hanno sacrificato la propria vita e i propri beni per restaurare la verità e sono riusciti a purificarsi da ogni qualità connessa alla malevolenza. Essi non erano attac­cati alla propria vita, ai propri beni, detestavano l’egoismo e la viltà e non mentivano mai; durante tutta la loro vita non calun­niarono nessuno né offesero l’onore altrui.

Esporremo queste qualità e i loro effetti nella parte dedicata all’etica

  • 1. Viene chiamato così il Versetto 33 della Sura 33 del Santo Corano.
  • 2. Antica moneta d’oro araba.
  • 3. Secondo quanto narrano i testi di storia, Muawiah respinse ogni richiesta di aiuto di Usmàn. Dopo il suo assassinio però, col pretesto di vendicarlo, scese in guerra con l’Imam Alí.

La Resurrezione

Introduzione

La Resurrezione è uno dei tre princípi fondamentali della sa­cra religione islamica.

Ogni essere umano (senza eccezione) comprende in modo in­sito la differenza tra compiere il bene e compiere il male e con­sidera la pratica di ciò che è bene (anche se di solito non agisce conformemente a questa sua convinzione) come una cosa posi­tiva e necessaria, e la pratica di ciò che è male (anche se di so­lito lo pratica) come una cosa negativa, da evitare.

Non v’è dubbio che il bene e la sua pratica sono cose positive per effetto delle positive conseguenze che esse hanno e della ri­compensa che meritano; analogamente il male e la sua pratica sono cose negative per effetto delle dannose conseguenze che queste hanno e del castigo che meritano.

Non v’è altresí dubbio che in questo mondo non esiste un giorno nel quale i retti vengano ricompensati per le loro buone azioni e i peccatori per i loro peccati. Ognuno di noi può infatti concretamente constatare che un grande numero di probe persone passano la propria vita in assoluta tristezza e sventura, mentre, al contrario, molti degli scellerati che hanno lordato l’intera loro esistenza con il crimine e il delitto, nonostante il loro indegno modo di agire, la loro cattiva condotta, trascorrono i giorni della loro vita nel piacere e nella soddisfazione.

Concludiamo perciò che se l’uomo, nel suo futuro e in un mondo diverso da questo, non avesse avuto un giorno nel quale le sue buone azioni venissero remunerate e le sue trasgressioni punite, non avrebbe mai giudicato in modo insito che la pratica del bene è positiva e necessaria e la pratica del male è una cosa negativa e da evitare.

Si presti attenzione che è errato pensare che la ricompensa dei probi consista in una parte dei frutti dati dalla felicità conse­guente dalla disciplina e dalla serenità createsi nella società per effetto delle loro buone azioni. Allo stesso modo, è errato cre­dere che il castigo del peccatore consista nel dover subire le spiacevoli conseguenze dell’instabilità creatasi nella società in cui vive a causa delle sue trasgressioni e della sua infame con­dotta.

Quest’ultima ipotesi potrebbe infatti essere in certa misura vera per delinquenti deboli e incapaci, ma non nel caso di quelli che raggiungono i vertici del potere. L’instabilità della società non ha infatti alcun effetto su di loro; si può anzi affermare che più disordine, corruzione e miseria esiste nella società, piú il loro benessere e il loro successo aumenta. Se per i trasgressori non fosse quindi esistita altra punizione che quella poc’anzi ci­tata, questi delinquenti non avrebbero allora insitamente consi­derato la rettitudine come cosa positiva e la scelleratezza come cosa cattiva {mentre possiamo facilmente constatare che queste due convinzioni sono insite anche in questo tipo di persone}.

È altresí errato pensare che la punizione di tali individui con­sista nel fatto che essi perderanno per sempre la reputazione e verranno da tutti disprezzati. Infatti, tali individui perderanno la loro reputazione presso le generazioni future e verranno condan­nati da queste; ciò avverrà però solo quando essi saranno ormai morti e sepolti. È quindi evidente che un tale fatto non può avere il benché minimo effetto sulla loro vita piena di piaceri e gioie.

Quindi se non fosse esistita la risurrezione non vi sarebbe stato alcun motivo per cui l’uomo considerasse positivo il retto agire, cercando di diventare probo, e negativa la trasgressione e la scelleratezza, cercando di evitare di cadere nel male e nella corruzione. Inoltre, se non fosse esistita la Resurrezione, tali considerazioni sulla rettitudine e la scelleratezza sarebbero state sicuramente considerate delle superstizioni.

È insomma da queste pure e salde convinzioni che il Signore ha posto nella nostra natura, che dobbiamo capire che Dio risu­sciterà tutti gli uomini, ricompensando (con l’eterna beatitudine) i probi e castigando i peccatori. Tutto ciò avverrà nel cosiddetto “Giorno del Giudizio”.

La Resurrezione e le Religioni

Tutte le religioni che invitano l’uomo a adorare Dio l’Altissimo, che gli ordinano di agire rettamente e gli vietano di compiere il male, accettano la Resurrezione. Esse infatti non du­bitano assolutamente sul fatto che la rettitudine acquista valore solo quando è ricompensata e che siccome tale ricompensa non si riceve in questo mondo, dovrà necessariamente essere presa in un altro mondo e con un’altra vita.

I reperti di tombe assai antiche rivelano che l’uomo dell’antichità credeva anch’egli in un’altra vita dopo la morte. Secondo tale fede egli eseguiva particolari riti per far sí che i suoi simili defunti trovassero requie nell’Aldilà.

La Resurrezione nel Santo Corano

In centinaia di versetti il nobile Corano rammenta alla gente la Resurrezione e respinge ogni sorta di dubbio riguardo ad essa.

Per far conoscere meglio l’argomento e convincere chi trova assurda e inverosimile la vita ultraterrena, il Corano in molti dei suoi versetti ricorda alla gente la creazione primor­diale e l’assoluto potere divino:

“Non vede forse l’uomo, che si dimostra ora palesemente ostile {nei Nostri confronti}, che lo abbiamo creato da una goccia di liquido? E poi, dimentico della sua creazione, ci porta un esempio dicendo: ‘Chi rivifi­cherà le ossa {quando dopo la nostra morte si saranno putre­fatte e} disperse?’. Di’: ‘Le rivificherà Chi le ha create la prima volta. Egli invero conosce ogni cosa creata’” (Santo Corano, 36: 77-79)

In altri versetti rammenta agli uomini la potenza di Dio, atti­rando la loro attenzione sulla rigenerazione della terra in prima­vera dopo la morte dell’inverno:

“E fra i Suoi segni vi è che tu vedi la terra come morta e non appena facciamo scendere su di essa della pioggia essa entra in movimento e verdeggia. In ve­rità Chi vivifica questa terra risusciterà anche i morti, perché Egli può tutto” (Santo Corano, 41: 39)

Talvolta invece si serve dell’argomentazione logica per ri­svegliare la coscienza umana e spingerla in tal modo ad ammet­tere questa realtà:

“Non abbiamo creato il cielo, la terra e quel che è fra essi invano: coloro che non credono nella Resurrezione pensano che la creazione sia una cosa vana1. Guai dunque ai miscredenti (che saranno bruciati) dal fuoco dell’Inferno! Tratteremo forse alla pari coloro che credono e operano rettamente e coloro che spargono la corruzione sulla terra?!”(Santo Corano, 37: 27-28)

In effetti, in questo mondo i probi non ricevono la {completa} ricompensa del loro retto agire e nemmeno i peccatori il {com­pleto} castigo delle proprie trasgressioni. Se non esistesse un altro mondo nel quale venga dato ai primi la loro ricompensa e ai se­condi il loro castigo, ne conseguirebbe che il probo e l’empio sono uguali presso Dio, il che, considerata la Sua assoluta giu­stizia, è assurdo.

Dalla morte al Giudizio Universale {ciò che muore è il corpo, non l’anima}

Secondo l’Islam l’essere umano è una creatura formata da un corpo e uno spirito.

Il corpo umano è uno dei composti della materia e, in quanto tale, soggiace a determinate leggi. È dotato di volume e peso, la sua esistenza si svolge in un dato tempo e in un determinato luogo, subisce l’effetto del freddo, del caldo e degli altri agenti naturali, invecchia, si logora e, alla fine, si decompone e scom­pare.

Al contrario, lo spirito umano non è materiale e non possiede perciò nessuna delle sopraccitate proprietà, specifiche della ma­teria. La cognizione, la percezione, il pensiero, la volontà, l’amore, l’odio, la gioia, la tristezza, la paura eccetera eccetera, sono le proprietà specifiche dello spirito, le quali, al pari di quest’ultimo, non possiedono le specifiche proprietà della mate­ria.

Nell’adempimento delle loro innumerevoli funzioni, il cuore, il cervello e gli altri organi del corpo obbediscono agli ordini dello spirito e delle sue facoltà. Nessuna delle parti del corpo può essere infatti considerato come “centro di comando”.

Dice Dio l’Altissimo:

“Invero Noi, in principio, creammo l’uomo da una sostanza presa dal fango quindi ne facemmo un seme {in una goccia di liquido, situato} in un saldo ricettacolo; facemmo quindi del seme un grumo di sangue, del grumo una mudgah2 e di questa delle ossa; rivestimmo quindi le ossa di carne e gli demmo una nuova e straordinaria creazione” (Santo Corano, 23: 12-14).

Il concetto di morte nell’Islam

Secondo la religione islamica la morte degli uomini non è il loro completo annientamento. Essa infatti ci insegna che con la morte, lo spirito imperituro recide i suoi legami con il corpo, il quale si decompone e scompare, a differenza dello spirito che prosegue la sua esistenza senza il corpo.

Dice Dio l’Altissimo:

“Coloro che negano la Resurrezione dicono: ‘Come faremo a essere ricreati di nuovo dopo che saremo morti e i nostri corpi si saranno decomposti e dispersi nella terra?’...O Profeta, rispondi loro: ‘L’Angelo della Morte, a voi delegato, vi dividerà dai vostri corpi {perciò non vi annienterete}” (Santo Corano, 32: 10 -11).

Il sommo Profeta dice: “Voi morendo non vi annientate, passate bensí da una dimora a un’altra”.

Il Barzakh

Secondo l’Islam, dopo la morte, l’uomo continua la sua vita secondo una modalità specifica: colui che ha agito rettamente gode della beatitudine e dei doni di Dio, colui che invece ha operato il male diviene preda di tormenti. Quando poi ci sarà il Giudizio Universale tutti dovranno, dinanzi a Dio, rispondere delle azioni che hanno compiuto durante la loro vita terrena. Il mondo nel quale vive l’uomo dalla sua morte fino al Giorno del Giudizio è chiamato “Barzakh”.

Dice Dio l’Altissimo:

“Dietro gli uomini, dopo la loro morte, vi sarà un barzakh {stadio intermedio, che durerà} fino al giorno in cui saranno risuscitati” ( Santo Corano, 32: 10-11).

In un altro versetto dice poi:

“E non considerare morti coloro che sono caduti sulla via di Dio, no, essi sono vivi e vengono, presso il loro Signore, sostentati” ( Santo Corano, 3: 169).

  • 1. Infatti se gli uomini fossero venuti al mondo e tutti, per un periodo limitato di tempo, avessero fatto la loro vita e poi fossero morti, la creazione dell’universo sarebbe stata vana, mentre ben sappiamo che Dio, il Saggio, non commette atti inutili.
  • 2. Massa carnosa che assomiglia ad un pezzo di carne masticato.

Parte II: L'Etica

Il Dovere

Introduzione

Gli innumerevoli mezzi che sono oggi a disposizione dell’uomo e che per l’ottenimento e l’utilizzo dei quali egli si dà incessantemente da fare, non erano a sua disposizione dal primo giorno della sua creazione. Tali mezzi sono gradualmente venuti ad esistere per effetto del suo continuo lavoro.

Dall’uomo primitivo sino a quello civilizzato dei nostri giorni, gli uomini non hanno mai cessato di darsi da fare e lavorare. Spinti da uno stimolo, da un istinto innato hanno continuamente cercato di procurasi mezzi e strumenti sempre migliori e avanzati per vivere.

In effetti, un essere umano la cui forza vitale si esaurisca e i cui organi interni ed esterni (quali l’occhio, l’orecchio, la bocca, le gambe, il cervello, i polmoni e il fegato) smettano di funzionare, altro non è che un cadavere. Perciò egli non lavora solamente perché vi è costretto, ma lo fa anche per il semplice fatto che è essere umano. Egli comprende insitamente che in qualsiasi modo sia deve conseguire la felicità e il benessere e ciò lo spinge a lavorare e a darsi da fare per realizzare le sue aspirazioni.

È inoltre questo il motivo per il quale l’uomo, qualsiasi sia il suo ambiente e il suo metodo di vita (religioso o laico, legale o dispotico, cittadino o nomade), sente che ha una serie di doveri (azioni il cui compimento è necessario nella vita) la cui esecuzione realizza le sue reali aspirazioni umane, donandogli una vita piacevole, serena e felice.

Invero il valore di questi doveri, il cui corretto compimento costituisce la sola via per raggiungere la beatitudine, eguaglia quello dell’umanità, che è la piú pregiata cosa posseduta dall’uomo, dotata di valore inimmaginabile e incomparabile.

La “coscienza del dovere” e il suo compimento costituiscono pertanto i piú importanti problemi pratici che l’uomo, nel corso della sua vita, ha dinanzi a sé. Infatti, come abbiamo appena detto, l’importanza di tali problemi è pari a quella della propria umanità. Chi dunque si astiene dal compiere i suoi doveri o talvolta li trascura, perde la sua eminente posizione, la sua dignità di uomo: piú trascura i suoi doveri piú si allontana da tale sublime posizione. Ogni trasgressione che commette costituisce un nuovo danno arrecato alla società in cui vive e in realtà a sé stesso.

Dio l’Altissimo nel Corano afferma:

“In verità gli uomini sono in perdita, eccetto coloro che han prestato fede, compiono le buone e degne azioni e si raccomandano l’un l’altro la verità e la pazienza” (Santo Corano, 103: 2-3).

In un altro versetto dice poi:

“In conseguenza dei turpi atti della gente apparve la corruzione in tutto il mondo”( Santo Corano, 30: 41).

Divergenza di opinioni sul Dovere

La conoscenza dei propri doveri e il loro adempimento costituiscono due certi e incontestabili obblighi per l’uomo. È infatti impossibile trovare un essere umano che neghi questa realtà.

Dal momento che esiste una stretta relazione tra i doveri dell’uomo e la sua vita e la sua beatitudine, e siccome la religione ha con i metodi non religiosi una divergenza di vedute riguardo alla vita dell’uomo, di conseguenza i doveri religiosi differiranno da quelli determinati dagli altri metodi.

Secondo la religione la vita dell’essere umano è illimitata, infinita e non termina con la morte. Essa afferma che i frutti delle corrette convinzioni, della integrità morale e delle buone azioni di questo nostro mondo costituiscono il patrimonio della vita ultraterrena. La religione dunque, nello stabilire i doveri dell’individuo e della società, ha tenuto conto anche della vita oltremondana dell’uomo. La religione stabilisce le sue norme per guidare l’uomo alla conoscenza di Dio, per dargli modo di adorarlo e servirlo correttamente. I chiari effetti di questa conoscenza, di questa adorazione e di questo servizio si manifesteranno dopo la morte, nel Giorno del Giudizio.

I metodi non religiosi invece, nel determinare i doveri degli uomini, considerano solamente l’effimera vita di questo mondo e stabiliscono cosí solo norme e leggi che permettano alla gente di usufruire meglio dei beni materiali, di godere meglio la vita materiale (aspetto comune tra l’uomo e il resto degli animali). In realtà, tali metodi dispongono per l’essere umano una vita animale, governata da una logica derivante da sentimenti e sensazioni propri delle bestie, degli erbivori, degli animali feroci, trascurando completamente il suo realismo e la sua vita eterna e ricolma di spiritualità. È questo il motivo per il quale le sublimi virtú umane scompaiono gradualmente dalle società non religiose e l’immoralità in esse si fa sempre piú chiara e manifesta. L’esperienza ce lo dimostra in modo certo e indubitabile.

Alcuni affermano che la religione si basa sull’imitazione, sull’acritica sottomissione a una serie di doveri e di norme definite, mentre i metodi sociali {non religiosi} sono moderni e conformabili alla logica del mondo contemporaneo. Coloro che affermano ciò non tengono conto del fatto che, in una società, le leggi devono essere eseguite senza tenere conto del fatto che la gente capisca o no le ragioni e le cause per le quali sono state varate. Non è mai accaduto che gli abitanti di un paese si siano sottomessi alle leggi in vigore in esso solo dopo aver discusso e dibattuto sulla loro efficacia, né si è mai verificato che un cittadino che non avesse compreso i motivi per i quali è stata varata una legge fosse stato esentato dall’osservarla. Ora, da questo punto di vista non v’è differenza tra il metodo religioso e quello non religioso.

È bene infine sapere che quanto abbiamo ora detto non esclude che, studiando le condizioni naturali e sociali di un paese ed esaminandone l’assetto generale, sia possibile comprendere alcune delle ragioni delle leggi fondamentali e di parte delle leggi secondarie (non tutte) di tale paese. Lo stesso discorso può essere fatto per le norme religiose: esaminando con realismo e attenzione la creazione, la natura e gli innati bisogni dell’uomo è possibile comprendere parte delle ragioni dei precetti fondamentali della religione e di alcune norme secondarie.

Il nobile Corano e molte tradizioni invitano l’uomo a ragionare e a meditare e riguardo ad alcuni precetti, accennano ai vantaggi fondamentali che ha la loro applicazione. Esistono poi molte tradizioni risalenti al sommo Profeta e ai nobili componenti della sua Ahl ul-Bayt relative alle cause e alle origini dei precetti.

La Coscienza del Dovere

Come abbiamo visto all’inizio del libro, la sacra religione islamica è un programma di validità universale e perpetua, rivelato da Dio l’Altissimo al Sigillo dei Profeti per la vita terrena e ultraterrena dell’uomo. L’Islam deve pertanto essere applicato onde salvare l’umanità dall’ignoranza e dalla malasorte e condurla alla salvezza.

La religione, dal momento che costituisce il {completo e ideale} programma di vita dell’uomo, stabilisce un preciso dovere per ogni cosa che è in relazione con la sua vita e ne esige l’osservanza. In generale, la nostra vita è in relazione con:

• Dio l’Altissimo, di Cui siamo creature e al Quale dobbiamo ogni bene. La riconoscenza nei Suoi confronti è il principale dei nostri doveri.

• Noi stessi;

• i nostri simili, con i quali dobbiamo necessariamente dividere la nostra vita, i nostri sforzi e le nostre attività.

Su di noi incombono quindi tre fondamentali doveri: il dovere verso Dio, quello verso noi stessi e quello nei confronti degli altri esseri umani.

Il Dovere dell’Uomo verso Dio

La cognizione di Dio

Il dovere che abbiamo nei confronti di Dio l’Altissimo è il piú importante dei nostri doveri e dev’essere perciò compiuto con impegno, serietà, devozione e retta intenzione.

Il primo dovere dell’uomo è conoscere il suo creatore, in quanto nello stesso modo in cui l’esistenza di Dio l’Altissimo è l’origine dell’esistenza di ogni Sua creatura, è la causa di ogni fenomeno, la conoscenza della Sua pura e perfetta esistenza è la luce di ogni cuore alla ricerca della verità. Al contrario, la noncuranza di questa innegabile verità è l’origine di ogni sorta di ignoranza, inconsideratezza e di oblio dei propri doveri. Colui che si disinteressa della conoscenza del sommo Vero e annienta in tal modo la chiara luce della propria coscienza, non potrà in alcun modo conseguire la reale beatitudine umana.

Constatiamo che coloro che non amano conoscere Dio e non danno alcuna importanza a questa verità nella loro vita, non hanno un minimo di spiritualità umana e non conoscono altra logica all’infuori di quella degli erbivori e delle belve:

“Stai lontano da coloro che non amano ricordare Dio e che non desiderano che la vita di questo mondo. Questo è il limite d’ogni loro conoscenza”(Santo Corano, 53: 29 e 30)

Si deve rammentare che per l’uomo, che è realista ed è dotato dell’innata capacità di argomentare, la conoscenza di Dio è un fatto inevitabile. L’innata intelligenza umana è infatti in grado di scorgere ovunque i segni rivelatori dell’esistenza, della sapienza e della potenza del Signore dell’Universo. Perciò quando si parla di “conoscenza di Dio” non si intende affermare che l’uomo deve creare in sé tale cognizione, si vuole bensí dire che egli non deve rimanere indifferente di fronte a essa, deve esaudire la propria coscienza che lo invita costantemente a Dio e deve, approfondendola, eliminare dal suo cuore ogni dubbio ed esitazione inerente a essa.

L’ubbidienza a Dio

Dopo la conoscenza di Dio, il nostro secondo dovere consiste nel prestarGli ubbidienza.

Conoscendo il Signore Onnipotente, prendiamo infatti coscienza del fatto che la beatitudine, che costituisce l’unico nostro obiettivo, risiede nell’applicazione del programma di vita che Dio, il Misericordioso, ci ha comunicato attraverso i Suoi inviati. L’ubbidienza agli ordini divini costituisce dunque il fondamentale dovere dell’uomo, nei confronti del quale tutti gli altri appaiono secondari.

Dice Dio l’Altissimo:

“Il tuo Signore ha decretato che non adoriate che Lui” (Santo Corano, 17: 23).

Dice altresí:

“O figli di Adamo, non vi avevo forse ordinato di non ubbidire a Satana, vostro palese nemico, e di ubbidire solamente a Me, in quanto questo è il retto sentiero” (Santo Corano, 36: 60 - 61)

È quindi nostro dovere riconoscere la nostra umile condizione di creature, la nostra totale dipendenza da Dio, tenere continuamente in considerazione l’infinita magnificenza e l’assoluta maestà del Signore Altissimo e, ricordando sempre che Egli, con la Sua assoluta onniscienza, ci circonda costantemente, ubbidire ai Suoi ordini.

Dobbiamo altresí adorare unicamente Dio, l’Eccelso, e, come ordinatoci da Lui, non obbedire che al nobile Profeta e agli Imam:

“Obbedite a Dio, al Profeta e a coloro tra di voi che detengono l’autorità {gli Imam}” (Santo Corano, 4: 59).

Naturalmente l’ubbidienza a Dio, al Profeta e agli Imam comporta il totale rispetto verso tutto ciò che concerne Dio. Dobbiamo ad esempio menzionare il sacro nome di Dio, i nomi dei Profeti e quelli degli Imam con rispetto e riverenza. Allo stesso modo, si debbono onorare il Libro di Dio (il nobile Corano), la sacra Ka’bah, le moschee e i sacri mausolei dei Profeti e degli Imam:

“Colui che rispetta e riverisce i segni di Dio, manifesta il suo timor di Dio interiore” (Santo Corano, 22: 32).

Il Dovere dell’Uomo verso se stesso

Introduzione

L’essere umano, qualunque metodo segua, qualsiasi sentiero percorra, in realtà non desidera che la propria felicità, il proprio successo. Dal momento che la conoscenza della felicità e della beatitudine di una creatura è subordinata alla conoscenza della creatura stessa, deduciamo che per conoscere la propria felicità è necessario prima conoscere sé stessi. Fino a quando non conosceremo noi stessi, non potremo conoscere i nostri reali bisogni, nella soddisfazione dei quali risiede la nostra la nostra beatitudine.

La conoscenza di sé è dunque il dovere piú impellente dell’uomo; solo conoscendo sé stesso egli comprenderà in che cosa consiste realmente la propria beatitudine, la propria felicità e potrà cosí, servendosi dei mezzi che ha a disposizione, soddisfare le sue reali esigenze ed evitare di sprecare la propria vita, bene prezioso e irripetibile.

Il sommo Profeta dice: “Colui che conosce sé stesso ha conosciuto il suo Signore”.

Alí, il Principe dei Credenti, dice: “Colui che conosce sé stesso giunge al piú alto grado di conoscenza”.

Dopo aver conosciuto sé stesso, l’uomo si accorge che il suo piú grande dovere consiste nel rispettare profondamente e non offendere la luminosa essenza della propria umanità e nello sforzarsi di curare la propria purità interiore e pulizia esteriore. In tal modo egli potrà avere una soave e piacevole vita eterna.

L’Imam Alí dice: “Chi rispetta sé stesso giudica le passioni come cose vili e insignificanti”.

L’essere umano è composto dallo spirito e dal corpo. Avere cura e vigilare sulla buona salute di entrambi è parte integrante dei suoi doveri. Ogni Musulmano è tenuto a osservare le norme che l’Islam ha fissato riguardo alla purità dello spirito e del corpo.

La purità del corpo

È necessario evitare le cose dannose

La sacra religione islamica, attraverso una serie di norme pratiche, ha indicato chiaramente all’uomo che cosa deve fare se vuole mantenere sano il proprio corpo. Alcune di queste norme (che qui non è possibile menzionare in modo dettagliato) vietano all’uomo le cose dannose, quali bere sangue, mangiare la carne degli animali morti senza essere macellati secondo il rito islamico, mangiare la carne di certi animali, consumare cibi velenosi, bere alcolici, ingerire acque impure, mangiare all’eccesso e recare qualsiasi danno al corpo.

Il mantenimento della pulizia

La pulizia è uno dei piú importanti princípi dell’igiene. È per questo motivo che la sacra religione islamica ha dato a essa una grande importanza. Si può dire che tra tutte le religioni l’Islam è quella che ha dato maggiore importanza a tale argomento.

Il sommo Profeta ha detto: “La pulizia è parte della fede”.

Questa frase è il piú grande elogio della pulizia.

Riguardo alla lavanda dell’intero corpo ci sono giunte numerose raccomandazioni dai nobili Imam. Il settimo Imam, a tal proposito, dice: “Fare un bagno un giorno sí e un giorno no, rende il corpo carnoso e robusto”.

Dice poi l’Imam Alí: “Il bagno è un amato locale, in quanto in esso è possibile eliminare le impurità del corpo”.

L’Islam oltre a prescrivere in forma generale l’igiene lo fa anche in modo particolare, raccomandando ad esempio di tagliarsi le unghie delle mani e dei piedi, depilare i peli superflui del corpo, lavarsi le mani prima e dopo i pasti, pettinarsi i capelli, risciacquarsi la bocca, aspirare acqua col naso, pulire la casa, mantenere pulito davanti alla propria casa, vigilare la pulizia delle strade, pulire sotto gli alberi eccetera eccetera.

L’Islam ha prescritto degli atti di adorazione che devono essere eseguiti in istato di costante purità. Ad esempio, per le preghiere quotidiane è necessario purificare il corpo e i vestiti dalle impurità, eseguire l’abluzione {il wudú} un certo numero di volte al giorno ed effettuare, quando è necessario, la lavanda1 {il ghosl}. Ora, considerando il fatto che la superficie della cute da lavare durante l’abluzione o la lavanda deve essere completamente raggiunta dall’acqua e, di conseguenza, non ricoperta da grasso e da sporcizia, si capisce come la pulizia del corpo sia stata, in questi casi, implicitamente richiesta dall’Islam.

La pulizia degli abiti

La benedetta Sura Almuddassir è una delle sure rivelate al sommo Profeta all’inizio della sua missione. Nel quarto versetto di questa sura Dio impartisce al Suo inviato questo ordine:

“Purifica le tue vesti” (Santo Corano, 74:4).

La purità degli abiti, nel particolare significato che assume nella giurisprudenza islamica, è necessaria durante la preghiera. È tuttavia meritorio mantenerli puliti dalle impurità e dalle spor­cizie in qualsiasi stato. Il Profeta e ciascuno degli infallibili Imam hanno lasciato qualche raccomandazione in proposito.

Il sommo Profeta disse: “Bisogna curare la pulizia degli abiti che si indossano”.

°Alí, il Principe dei Credenti, disse: “Lavare gli abiti elimina l’angoscia e la tristezza e fa sí che la preghiera venga accettata da Dio”.

Si tramanda che l’Imam As-Sadeq e l’Imam Al-Khadem abbiano detto: “Avere dieci o venti camice, portarle e cambiarle non è uno spreco”.

Oltre alla pulizia del corpo e degli indumenti, il Musulmano deve anche vestire in modo elegante e presentarsi alla gente sotto le migliori apparenze. Il nobile Alí disse: “Indossa abiti pregiati e cura la tua immagine, ché Dio è bello e ama la bellezza; bisogna però in ogni caso rimanere nel lecito”.

Proseguí poi recitando il seguente versetto coranico:

“Di’: ‘Chi ha proibito gli ornamenti che Dio ha creato per i Suoi servi?’” (Santo Corano, 7: 32).

Sciacquare la bocca e spazzolare i denti

Quando si mangia, piccole parti di cibo si infiltrano tra i denti o si fissano sulla lingua e all’interno del cavo orale. In conseguenza di ciò la bocca diviene contaminata e assume un cattivo odore. Talvolta succede perfino che a causa di certe fermentazioni, di determinate reazioni chimiche che avvengono nei piccoli residui di cibo, vengano a prodursi sostanze tossiche che mescolandosi col cibo si introducono nello stomaco. Inoltre, il respiro di una persona il cui cavo orale presenta simili problemi vizia l’aria e, in tal modo, disturba le persone che gli si trovano vicino.

È per questo che la sacra legislazione islamica ha prescritto che ogni giorno (soprattutto prima delle abluzioni) i Musulmani si spazzolino i denti, si sciacquino la bocca con dell’acqua pulita e la puliscano da ogni genere di sporcizia. A tal proposito il sommo Profeta disse: “Se ciò non fosse stato un onere eccessivo per la mia comunità avrei fatto dello spazzolarsi i denti un obbligo”.

Disse altresí: “{L’arcangelo} Gabriele raccomandava sempre di spazzolarsi i denti; pensai persino che questo atto sarebbe divenuto obbligatorio”.

Il risciacquo delle fosse nasali

L’atmosfera dei luoghi nei quali risiede l’uomo è per lo piú polverosa e malsana ed è ovvio che respirare in una tale atmosfera danneggia l’apparato respiratorio. Per prevenire questa possibilità Dio, il Misericordioso, ha fatto crescere dei peli all’interno del naso che impediscono alla polvere di raggiungere i polmoni. Succede, comunque, che il pulviscolo, accumulatosi nel naso, impedisca a questi peli di funzionare come dovrebbero.

È per questa ragione che la sacra legislazione islamica ordina ai Musulmani di risciacquare le fosse nasali diverse volte al giorno (prima delle abluzioni) preservando in tal modo la buona salute del proprio apparato respiratorio.

La purità spirituale

La purificazione del carattere

L’uomo comprende attraverso la sua innata coscienza il valore delle virtú e la loro importanza dal punto di vista individuale e sociale. È per questo motivo che nella società umana non si trova nessuno che non consideri le virtú degne di lode e che non giudichi la persona che possiede un carattere integro degna di rispetto.

Non v’è quindi alcun bisogno di discutere sull’importanza che l’uomo dà alle virtú. I numerosi precetti dell’Islam relativi all’etica sono poi chiari ed evidenti per tutti.

Dice Dio l’Altissimo:

“Per l’anima, per Colui che l’ha creata e poi le ha fatto comprendere il bene e il male, si salva chi la purifica dal male e fallisce chi la lorda” (Santo Corano, 91: 7-10).

Commentando quest’ultimo versetto, l’Imam As-Sadeq disse: “Dio ha chiaramente rivelato all’uomo ciò che è bene e che si deve compiere e ciò che è male e che si deve evitare di compiere”.

L’apprendimento del sapere

Essere colti è una delle qualità spirituali positive. L’eccellenza e la superiorità dell’uomo colto sull’ignorante è assai evidente.

Ciò che distingue l’essere umano dagli altri animali è la sua intelligenza e il suo sapere. Gli altri animali possiedono per natura degli istinti che provvedono automaticamente a soddisfare le loro necessità. Il progresso non ha alcun senso nella vita degli animali: essi sono incapaci di scoprire nuove vie per migliorare e rinnovare la propria vita e quella dei propri simili.

L’uomo è il solo essere che grazie alla propria intelligenza arricchisce senza posa il suo sapere e scoprendo ogni giorno nuove leggi naturali e metafisiche valorizza e perfeziona la sua vita materiale e spirituale. Egli è il solo che è in grado di valutare le epoche passate e progettare il suo futuro e quello degli altri.

Tra i diversi sistemi sociali (nuovi o antichi) tra le differenti religioni, l’Islam è quella che ha incoraggiato ed esortato maggiormente gli uomini a istruirsi. Allo scopo di poter fondare una salda cultura l’Islam ha preteso che tutti i Musulmani, uomini e donne, si istruissero. Esistono a riguardo numerose tradizioni risalenti al nobile Profeta e agli infallibili Imam.

Il sommo Profeta disse: “L’apprendimento del sapere è obbligatorio per ogni Musulmano”.

La parola “sapere” in questa tradizione ha un senso assoluto e comprende tutti i rami della scienza. La tradizione si rivolge inoltre alla totalità dei Musulmani, senza fare alcuna eccezione. Concludiamo perciò che nell’Islam l’obbligo di istruirsi non si limita a una particolare classe di persone e nemmeno a un determinato sesso, è bensí un dovere generale.

Il Profeta disse altresí: “Nell’apprendimento del sapere adoperatevi dalla culla alla tomba”.

I doveri religiosi incombono soltanto ai Musulmani puberi o maggiorenni2. Nel periodo della vecchiaia e della debolezza si viene poi esentati da alcuni obblighi religiosi. L’apprendimento del sapere è però obbligatorio in tutte le fasi della vita umana.

Il Musulmano è perciò tenuto costantemente a istruirsi e ad approfondire le proprie conoscenze; egli deve, in altre parole, ubbidire alla tradizione poc’anzi citata che considera l’istruzione come un dovere che incombe sul Musulmano vita natural durante.

In una {famosa} tradizione il sommo Profeta dice: “Andate alla ricerca del sapere quand’anche questo si trovasse in Cina”.

In un’altra tradizione afferma: “Il sapere è la piú cara cosa persa dal credente ed egli, pur di ritrovarlo, sarebbe disposto anche a recarsi in Cina (nei piú lontani posti del mondo)”.

Secondo questo comandamento ricercare il sapere è un obbligo per ogni Musulmano, anche a costo di intraprendere lunghi viaggi. Egli deve insomma ritrovare a ogni costo ciò che ha perduto.

In un’altra tradizione il sommo profeta Muhammad dice: “Il sapere è il bene perduto del credente; egli lo raccoglie ovunque lo trovi”.

Questa tradizione ci insegna che l’unica condizione nell’apprendimento del sapere è che esso sia giusto ed utile alla società.

In numerose occasioni l’Islam raccomanda ai suoi fedeli di scoprire i segreti della creazione, di meditare riguardo ai cieli, alla terra, alla natura umana, di studiare la storia delle nazioni e le opere (di filosofia, di scienze matematiche, scienze naturali eccetera) degli antichi.

La religione islamica esorta altresí i suoi seguaci a istruirsi sui problemi di etica e di giurisprudenza islamica e ad apprendere le arti e i mestieri che facilitano e migliorano la vita umana.

L’importanza che il nobile profeta dell’Islam attribuiva alla scienza e al sapere era cosí grande, che durante la battaglia di Badr, quando un gruppo di miscredenti fu fatto prigioniero dai Musulmani, egli annunciò che tutti i prigionieri sarebbero stati liberati dietro pagamento di un ingente riscatto. Furono esentati dal pagamento in questione soltanto quelli che sapevano leggere e scrivere. Fu loro promessa la libertà a condizione che ciascuno di loro insegnasse a leggere e a scrivere a dieci giovani musulmani.

Era la prima volta nella storia che veniva creata una scuola per adulti e i Musulmani il grande onore di passare alla storia per questa straordinaria iniziativa del Profeta. È poi interessante sottolineare come, nella storia dell’umanità, egli sia stata la sola persona a considerare l’istruzione come bottino di guerra; mai infatti si era verificato che il capo di un esercito vincitore accettasse in guisa di bottino e riscatto dei corsi di alfabetizzazione.

Il sommo Profeta visitava personalmente queste classi; portava con sé persone che sapevano leggere e scrivere e ordinava loro di esaminare gli allievi e valutare in tal modo i loro progressi. Nel corso di queste visite incoraggiava i piú studiosi.

Uno storiografo riporta pure che una donna di nome Aššifà, che aveva imparato a leggere e a scrivere nell’epoca preislamica, si recava a casa del Profeta e insegnava alle sue mogli a leggere e a scrivere. Ella veniva, per questo suo gesto, stimata ed esortata dal Messaggero di Dio.

L’importanza dello studente nell’Islam

L’importanza dello sforzo che viene compiuto per il raggiungimento di un qualsiasi obiettivo equivale a quella dell’obiettivo stesso. Ora, siccome ogni uomo considera insitamente l’importanza del sapere superiore a quella di qualsiasi altro valore umano, il valore dello studente sarà per lui il piú alto dei valori umani. Considerando invece che l’Islam è una religione conforme a tutto ciò che di insito esiste nell’uomo, non sarà difficile comprendere che anch’essa dà allo studente il piú alto dei valori.

A tal proposito il Profeta disse: “Colui che è impegnato nell’apprendimento del sapere è amato da Dio”.

La gihàd è uno dei pilastri della religione islamica; se il Profeta o uno qualsiasi degli Imam dà l’ordine di guerra, tutti i Musulmani debbono parteciparvi salvo gli studenti di scienze islamiche che sono esentati da tale obbligo. È necessario infatti che esista sempre un numero sufficiente di Musulmani impegnati a istruirsi nei centri religiosi. A tal proposito Dio l’Altissimo dice:

“I Musulmani non devono recarsi alla Jihad tutti assieme, bensí da ogni tribú un gruppo di persone deve recarsi nei centri religiosi, imparare le verità della religione islamica e, dopo aver fatto ritorno in patria, farle conoscere alla propria gente” (Santo Corano, 9: 122).

L’importanza dell’insegnante

L’insegnante è quella fulgente e calda fiamma che si alimenta alla luce della virtú per eliminare dalla faccia della terra l’ignoranza e l’analfabetismo. È grazie a lui che gli stolti diventano perspicaci e gli ignoranti dotti e sapienti, è lui che, con la fulgente fiaccola della sua scienza e del suo sapere, li guida verso la sacra valle della perfezione umana, verso il paradiso della beatitudine.

È per questo che la religione islamica prescrive ai suoi seguaci di rispettare l’insegnante e di eseguire le sue istruzioni; questa sacra religione lo considera come il piú sacro ed eccellente individuo della società. A proposito del suo grande prestigio basti ricordare questa frase dell’Imam Alí: “Chi mi insegna una cosa mi rende suo schiavo”.

Questa saggia affermazione in onore dell’insegnante è assai importante e pregevole.

Questo nobile Imam disse altresí: “Le persone si dividono in tre differenti gruppi: per primi, i sapienti divini, quindi coloro che si dedicano all’apprendimento del sapere per la propria salvezza e quella degli altri, infine, da ultimi, le persone prive di scienza e di intelligenza. Questi ultimi assomigliano alle mosche che si posano sul capo e sul viso dei quadrupedi e che con lo spirare del vento vanno di qua e di là (oppure alle mosche che si dirigono ovunque sentano odore di sporcizia)”.

La glorificazione dei sapienti

Riguardo al valore del sapere e all’eminenza dei sapienti, il nobile Corano dice:

“Dio ha innalzato ad alti gradi coloro che hanno prestato fede e coloro ai quali è stata data la sapienza” (Santo Corano, 58: 11).

Per la Guida dell’Islam (S), il valore dei sapienti era talmente grande che giunse persino a dire: “La morte di tutti i componenti di una tribú è meno dolorosa e meno dannosa della morte di un sapiente”.

Nel Corano Dio l’Altissimo dice:

“Sono forse eguali i sapienti e gli ignoranti? In verità, solo coloro che sono dotati di ragione seguono i buoni consigli” (Santo Corano, 39: 9).

Certo, il sapiente e l’ignorante non sono uguali, non possono essere messi sullo stesso piano; il sapiente ha infatti un’insita superiorità su chiunque sia privo di sapienza. Il versetto sopraccitato ci insegna altresí che la conoscenza non si limita al solo sapere religioso ma comprende tutto ciò che illumina l’uomo e lo guida alla soluzione dei suoi problemi materiali e spirituali.

A proposito della superiorità del sapiente sull’àbid3, si narra che l’Imam Al-Baqer abbia detto: “Il sapiente che metta in pratica la sua sapienza è meglio di settantamila àbid”.

Secondo la Guida dell’Islam (S), il valore di ogni persona è determinato dal livello delle sue conoscenze. Dice il sommo Profeta: “La piú sapiente delle persone è colui che utilizzando sempre l’altrui sapere aumenta le sue conoscenze. Il valore dell’uomo è determinato dal livello delle sue conoscenze: chi piú sa piú vale e chi meno sa minore è il suo valore”.

Due importanti capolavori dell’Islam

In tutti i regimi sociali esistono una serie di segreti la cui divulgazione danneggerebbe coloro che sono al potere, impedendo loro di soddisfare le loro personali ambizioni. È questo il motivo per il quale essi nascondono continuamente alla gente una serie di verità.

Molte delle leggi vigenti nelle società dominate da tali individui sono il frutto delle loro arbitrarie decisioni e poiché tali leggi sono contrarie al sano intelletto e agli interessi della società e dei suoi individui, essi temono di essere scoperti e di venire di conseguenza investiti da un mare di proteste, perdendo in tal modo i loro interessi.

È per questo motivo che la Chiesa Cristiana e i centri spirituali delle altre religioni non danno alla gente libertà di pensiero e considerano il diritto di interpretare e spiegare le conoscenze religiose e il contenuto dei testi religiosi una loro assoluta prerogativa. Gli uomini dovrebbero pertanto accettare tutto ciò che gli esponenti di tali centri religiosi dicono, senza avere alcuna possibilità di discutere o studiare liberamente le varie questioni. Questo monopolio e questo metodo autoritario hanno screditato molti dei metodi religiosi. Ciò è confermato in modo esemplare dall’attuale metodo del Cristianesimo.

Contrariamente a tutti gli altri metodi religiosi e non, l’Islam, siccome è sicuro della propria verità e non vede in sé nessuna ambiguità, nessuna contraddizione:

non cela alcuna verità e non permette ai suoi fedeli di farlo; le leggi di questa pura religione sono state stabilite in modo da essere conformi alla legge della creazione e perciò nessuna di esse può essere smentita dalla verità. L’Islam considera l’occultamento delle verità come uno dei peccati maggiori. Dio l’Altissimo ha maledetto nel Corano coloro che occultano la verità.4

Prescrive ai suoi fedeli di meditare liberamente sulle verità e sulle questioni scientifiche e di fermarsi ovunque si manifesti in loro il benché minimo dubbio, affinché la loro luminosa fede rimanga al sicuro dai danni provocati dalle tenebre del dubbio. Se poi accade loro di dubitare, devono, in tutta coscienza e con l’unico obiettivo di raggiungere la verità, cercare liberamente di dissiparlo.

Dice Dio l’Altissimo:

“Non seguire ciò che non conosci” (Santo Corano, 17:36).

Casi in cui bisogna astenersi dalla libera meditazione e dal palesare la verità

La comprensione delle verità e l’accettazione costituiscono i piú preziosi prodotti dello spirito umano, le uniche cose che distinguono l’uomo dal resto degli animali, il fondamento del suo onore e della sua dignità. La filantropia e l’innato realismo dell’uomo non permetteranno mai che egli venga privato della sua legittima libertà di pensiero e venga costretto a seguire pedissequamente le altrui idee; non acconsentiranno neppure che, con l’occultamento delle verità, la sua mente venga traviata e, di conseguenza, i suoi divini pensieri siano distrutti.

Bisogna tuttavia tenere presente che quando si ha a che fare con persone che non hanno le capacità necessarie per comprendere determinate verità o che sono cosí testarde e dispettose che non esiste alcuna speranza di far valere la verità e che la sua manifestazione finirebbe inoltre per provocare un danno economico, fisico o morale a chi l’ha palesata, la nostra filantropia e il nostro insito realismo danno un giudizio opposto a quello poc’anzi citato e, al fine di santificare e rispettare la verità e di proteggere l’uomo dal traviamento e da eventuali danni economici, fisici e morali, ci ordinano di occultare la verità.

Dio l’Eccelso, in due diversi punti del Corano, ha considerato, in caso di Taqiyyah, lecito l’occultamento della verità.5

Inoltre molte tradizioni risalenti ai nobili Imam vietano rigorosamente all’uomo di meditare su verità che oltrepassano la comprensione umana.

Riassumiamo quindi quanto abbiamo sopra detto dicendo che nell’Islam è necessario:

• occultare la verità nei casi in cui si fa Taqiyyah; ad essa bisogna ricorrere solo quando non v’è piú alcuna speranza di far valere la verità e si teme inoltre di mettere a repentaglio i propri averi, la propria vita o il proprio onore palesandola;

• non esporre la verità nei casi in cui si ha a che fare con chi non è in grado di comprenderla e che a sentirla rimarrebbe traviato oppure sarebbe la verità a rimanere schernita e spregiata;

• astenersi dalla libera meditazione nei casi in cui questa (per mancanza delle capacità necessarie per comprendere determinate verità) finisce per deformare la verità e diviene in tal modo causa di traviamento.

  • 1. Lo stato di purità restituito dalla lavanda è richiesto anche durante il digiuno.
  • 2. Conformemente al responso della maggior parte dei mujtahid le femmine diventano maggiorenni dopo aver completato il nono anno (lunare) di vita, mentre i maschi dopo il quindicesimo.
  • 3. Colui che si dedica solo all’adorazione di Dio.
  • 4. In riferimento al Versetto 159 della Sura al-Baqara, la Sura n.2, del Santo Corano.
  • 5. Riferimento ai seguenti Versetti del Santo Corano: 3:28;16:106.

I doveri dell’Uomo verso i propri simili

Il dovere dell’insegnante e quello dell’allievo

Il nobile Corano considera il sapere come la reale vita dell’uomo. Se infatti non fosse esistito il sapere non vi sarebbe stata alcuna differenza tra l’essere umano e gli oggetti morti e inanimati. L’allievo deve pertanto considerare il suo insegnante come una fonte dalla quale ricevere gradualmente la sua reale vita.

Da questo punto di vista esso deve la sua reale vita al suo insegnante; non deve perciò mancargli di rispetto, deve riverirlo e non deve mai rifiutarsi di ascoltare le sue lezioni, quand’anche egli si dimostrasse duro e severo nell’impartirle. Non deve mai trascurare di onorarlo, tanto in sua presenza che in sua assenza; durante tutta la sua vita e dopo la sua scomparsa deve sempre rendergli omaggio.

Da parte sua, l’insegnante deve sentirsi responsabile della reale vita dei suoi allievi; deve lavorare senza requie sino a che non li abbia trasformati in veri e rispettabili uomini. Qualora avvenga che essi trascurino le sue lezioni egli non deve disperare e nel caso in cui facciano dei progressi deve incoraggiarli. Egli inoltre non deve mai indebolire il morale dei suoi allievi né con le sue parole né con il suo comportamento.

I doveri dell’uomo verso i genitori

La creazione e l’educazione iniziale dell’essere umano si realizza attraverso i suoi genitori. È per questo motivo che la sacra religione islamica ha dato il maggior risalto all’ubbidienza e al rispetto dovuti al padre e alla madre, ha fatto le maggiori raccomandazioni in merito.

Nel Corano l’obbligo di fare del bene ai genitori viene addirittura menzionato immediatamente dopo l’ordine di non adorare altri all’infuori di Dio e ciò dimostra la grande importanza di questo dovere:

“Il tuo Signore ha decretato che non adoriate che Lui e facciate del bene ai genitori” (Santo Corano, 17: 23).

Il maltrattamento dei genitori è stato invece citato, nelle tra­dizioni che enumerano i peccati maggiori, immediatamente dopo alla credenza in piú divinità.

Nel versetto summenzionato Dio l’Altissimo aggiunge:

“Quando uno di loro o entrambi raggiungono presso di te la vecchiaia, non dir loro parole mordaci, non alzare la voce su di loro e rivolgiti a loro rispettosamente. Per misericordia, dimostrati umile e sottomesso nei loro confronti e di’: ‘Mio Signore, abbi misericordia di loro, poiché mi hanno allevato quando ero piccolo’” (Santo Corano, 17: 23-24)

Dice il Poeta: “Ben disse al figliuol suo la vecchierella canuta e bianca, quando lo vide gigante e forte: ‘Se tu memoria avessi della fanciullezza tua, quando bisognoso eri tra le braccia mie, non mi tormenteresti, or che leone sei tu e vecchia son io’”.

Secondo la sacra religione islamica ubbidire ai genitori, eccetto nei casi in cui essi ordinino ai figli di astenersi da un atto obbligatorio o di compiere un atto proibito, è un obbligo. L’esperienza ha dimostrato che coloro che molestano i propri genitori non conducono un’esistenza felice e, alla fine dei loro giorni, non raggiungono la salvezza.

Della disubbidienza ai genitori

Nel microcosmo familiare è possibile paragonare i genitori alle radici e i figli ai rami di un albero. Come l’esistenza dei rami dipende dalle radici, cosí la vita dei figli è legata a quella dei genitori. Considerando poi che la società umana è composta da due categorie, quella dei genitori e quella dei figli, si deduce che i genitori sono la radice fondamentale della società.

Maltrattare e molestare i genitori, oltre a essere un atto di estrema ingratitudine e viltà, provoca la graduale estinzione della razza umana e distruzione della società. In effetti, la mancanza di rispetto dei figli nei confronti dei genitori provoca da un canto l’indifferenza e la mancanza di affetto di questi ultimi nei confronti dei primi, e dall’altro la perdita di speranza di questi ingrati e irriverenti figli di essere un domani stimati, rispettati, amati e aiutati dai loro figli. Essi, con un tale stato d’animo, rinunceranno sicuramente a formare una famiglia. È possibile costatare questo stato d’animo in molti dei giovani del nostro tempo.

Ora, una tale mentalità, se dovesse generalizzarsi, metterebbe in discussione la riproduzione. Nessuna persona sensata dedicherebbe infatti la propria preziosa vita a far crescere un albero, sicuro di non potere un domani né assaggiarne i frutti né sfruttarne l’ombra.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che il problema può semplicemente essere risolto dallo stato che con degli incentivi può incoraggiare gli individui a sposarsi e a procreare. Si può rispondere a tale obiezione che nessun metodo, nessuna consuetudine può durare senza possedere un sostegno naturale (quale l’affetto paterno, l’affetto materno o l’amore dei figli nei confronti dei loro genitori). Prescindendo da ciò rimane comunque il problema che, rinunciando a uno dei suoi istinti naturali, l’uomo si priva di una serie di puri piaceri spirituali.

I diritti dei figli

Un atto che deve essere compiuto, se viene considerato in relazione a chi deve compierlo viene chiamato “dovere”, mentre se viene considerato in relazione a chi deve trarne vantaggio assume il nome di “diritto”.

Ad esempio, quando una persona compie un lavoro in cambio di un compenso, è dovere del datore di lavoro pagare tale compenso e diritto del lavoratore averlo.

Dal momento che l’uomo è stato creato in modo da non vivere in eterno in questo mondo, Dio al fine di salvare il genere umano dall’estinzione ha istituito la riproduzione, munendo l’uomo dei mezzi necessari per realizzarla, rivolgendo i suoi sentimenti e i suoi affetti a essa. È per questo che l’uomo è naturalmente portato a considerare i propri figli come parte di sé stesso, a vedere la loro sopravvivenza come la propria; per la loro tranquillità e il loro successo sarebbe pronto a compiere qualsiasi sforzo e a sopportare qualsiasi tribolazione. Egli considera infatti la distruzione della loro persona o della loro personalità come l’annientamento della propria persona o della propria personalità. Egli in realtà agisce conformemente alle leggi che governano il creato: esse esigono infatti la sopravvivenza del genere umano.

I genitori devono quindi eseguire, nei riguardi dei loro figli, i doveri assegnati loro sia dalla coscienza che dalla legge islamica. Essi devono crescerli e educarli bene affinché divengano delle persone degne. Devono volere per loro ciò che, dal punto di vista umano, vogliono per sé stessi.

Citiamo ora una parte dei doveri che incombono sui genitori:

dal primo giorno in cui i figli sono in grado di comprendere il significato delle parole e dei gesti, i genitori devono inculcare in loro le basi dell’etica, astenersi dall’intimorirli con cose inesistenti e superstiziose, impedire loro di compiere atti turpi e immorali. In loro presenza debbono guardarsi dal mentire, dal far maldicenza, dall’ingiuriare e dal pronunciare parole indecenti; al contrario, dinanzi a loro debbono sempre mantenere una condotta esemplare affinché essi crescano casti e virtuosi. Il padre e la madre debbono inoltre dimostrarsi zelanti, altruisti ed equi affinché queste nobili virtú si trasmettano, in base alla legge di “trasferimento del carattere”, ai loro figli ed essi imparino cosí a tenersi lontano dall’iniquità, dall’indolenza e dall’egoismo.

Occorre che i genitori sostentino i figli sino all’età della ragione e curino la loro igiene e la loro salute corporale, affinché acquisiscano un corpo sano, una mente sana, una robusta costituzione e siano pronti a essere educati e istruiti.

Quando i figli sono pronti a essere istruiti (solitamente verso il settimo anno) i genitori devono prodigarsi al fine di scegliere un buon maestro per essi, affinché le lezioni che ricevono da esso abbiano un effetto positivo su di loro, ingentiliscano il loro spirito, purifichino la loro anima e correggano il loro carattere.

Quando i figli raggiungono l’età adatta per partecipare alle riunioni pubbliche o alle visite ai parenti, i genitori debbono condurli con loro affinché essi apprendano gli usi e i costumi della società e imparino le buone maniere.

Del rispetto dovuto alle persone anziane

È necessario rispettare le persone anziane. A tal proposito il sommo Profeta dice: Onorando e rispettando le persone anziane si onora e si rispetta Dio”.

Dei doveri dell’uomo verso i suoi parenti

I parenti che, attraverso i loro genitori, hanno un vincolo di sangue tra di loro, costituiscono la naturale causa della formazione della società. La comunanza di sangue e di cellule fanno dell’uomo un componente di un unico nucleo familiare. In considerazione di questo legame naturale, l’Islam ingiunge ai suoi fedeli di essere amabili con i propri parenti.

Nel Corano e nelle tradizioni risalenti al Profeta e agli Imam sono state fatte forti raccomandazioni a tal proposito:

“Temete Dio, nel nome del quale vi chiedete {favori} l’un l’altro, e temete {di rompere le relazioni con} i vostri parenti, poiché Dio osserva le vostre azioni” (Santo Corano, 4: 1).

Il sommo Profeta disse: “Raccomando ai miei seguaci di essere amabili con i loro parenti. Anche se la distanza che li separa è quella di un anno di cammino, i parenti devono fare in modo che il legame familiare che li unisce non si rompa”.

Dei doveri dell’uomo verso i vicini

Dal momento che i vicini hanno, a causa della vicinanza delle loro abitazioni, un maggiore rapporto tra di loro e formano naturalmente una sorta di grande famiglia, la buona o la cattiva condotta di uno di essi avrà sugli altri la maggiore influenza.

Ad esempio, chi passa la notte in casa a far baccano non disturba chi abita dall’altra parte della città, ma importuna enormemente il suo vicino. Il ricco che trascorre la sua vita a bisbocciare nel suo bel palazzo non fa patire i poveri che si trovano in luoghi lontani, ma fa costantemente soffrire il vicino indigente che soffre la fame in una misera capanna. Giungerà sicuramente il giorno in cui riceverà un duro castigo per questa sua indifferenza.

È per questo che la sacra legge islamica raccomanda molto di essere solleciti e rispettosi nei confronti dei vicini. Il Profeta disse: “{L’arcangelo} Gabriele mi fece cosí tante raccomandazioni a riguardo del vicino che io pensai che Dio gli avrebbe concesso il diritto di ereditare dal suo vicino”.

Disse altresí: “Colui che crede in Dio e nel Giorno del Giudizio non opprime mai il proprio vicino e se costui gli domanda un prestito egli glielo concede; egli condivide con lui le sue pene e le sue gioie. Il vicino non deve essere molestato nemmeno nel caso in cui sia miscredente”.

In un’altra tradizione il Messaggero di Dio dice: “Colui che molesterà il proprio vicino non sentirà mai il profumo del Paradiso. Colui che non rispetta i diritti del vicino non fa parte di noi. Colui che è sazio e che sa che il suo vicino ha fame e non gli dà di che nutrirsi non è Musulmano”.

I doveri dell’uomo verso i poveri e gli indigenti

Non v’è dubbio che la società si è costituita allo scopo di soddisfare i bisogni dei suoi individui. Il piú importante dovere dei componenti di una qualsiasi società consiste nell’aiutare e nell’assistere i deboli e gli indigenti.

Al giorno d’oggi tutti sanno che l’indifferenza dei ricchi nei confronti dei problemi dei poveri costituisce il maggior pericolo per la società; esso è in grado di distruggerla, annientando per primi gli stessi abbienti.

L’Islam quattordici secoli fa, considerando questo pericolo, ha disposto che i ricchi distribuissero ogni anno dei loro averi tra i poveri. Qualora ciò dovesse rivelarsi insufficiente a soddisfare i loro bisogni è, secondo la religione islamica, meritorio fare (per Dio e nella misura in cui i propri mezzi lo consentano) loro elargizioni.

Dice Dio l’Altissimo:

“Non raggiungerete mai il bene e la salvezza finché non donerete delle cose che amate” (Santo Corano, 3: 92).

Innumerevoli tradizioni concernono l’assistenza ai bisognosi; il sommo Profeta disse in proposito: “Le migliori persone sono coloro che si dimostrano maggiormente utili alla gente”.

Disse altresí: “Nel Giorno della Resurrezione il grado piú elevato, presso Dio, lo avrà colui che sarà stato piú benevolo nei confronti dei servi di Dio”.

Dice il Poeta: “Assisti nel momento della sventura l’amico tuo, se vuoi che t’assista la grazia del Signor tuo. Alfine un giorno raccoglierai, il buon seme che oggi seminerai”.

I doveri dell’uomo verso la società

Come è noto, gli uomini operano in comune e si spartiscono i benefici di questo sforzo collettivo, onde soddisfare i loro diversi bisogni.

La società può essere paragonata all’organismo umano. Ogni organo del corpo umano svolge il proprio specifico compito e gode dei frutti del proprio lavoro e di quelli dell’attività degli altri organi. In altre parole, ogni organo, nel proprio campo d’azione, si garantisce il proprio utile assicurando quello degli altri organi. Ora, se ciascuno degli organi si fosse dimostrato egoista e non fosse stato utile agli altri organi (ad esempio, se nel momento in cui la mano o il piede fosse impegnato a compiere una determinata azione, l’occhio si rifiutasse di collaborare, oppure se la bocca si fosse limitata a masticare e gustare i cibi senza ingoiarli e soddisfare in tal modo le necessità dello stomaco) l’essere umano sarebbe morto e con esso quegli stessi egoisti organi.

Il dovere di ogni individuo verso la società è analogo a quello che ciascuno degli organi del corpo ha nei confronti dell’intero organismo. L’uomo deve ricercare i propri interessi in quelli della società e quando lavora deve tenere presente il bene e l’interesse pubblico; solo in tal modo potrà trarre profitto dai suoi sforzi, dalle proprie fatiche. Ognuno deve insomma rispettare i diritti del prossimo se non vuole vedere i propri calpestati. Questa è una verità che tutti noi comprendiamo in modo insito e l’Islam, religione fondata sulla natura umana, non può che confermarla.

Il sommo Profeta dice: “Musulmano è colui che non danneggi né con gli atti né con le parole gli altri Musulmani”.

Dice altresí: I Musulmani sono fratelli e di fronte agli stranieri sono uniti e solidali tra di loro”.

In un’altra tradizione afferma poi: “Colui che si disinteressa degli affari dei Musulmani non è Musulmano”.

Al ritorno dalla battaglia di Tabúk (alla frontiera dell’impero d’Oriente) tre Musulmani che non avevano partecipato alla battaglia andarono incontro all’armata musulmana per accoglierla. Quando videro il sommo Profeta lo salutarono ma egli voltò il viso in segno di dissenso e non rispose al loro saluto. Gli altri Musulmani seguirono il Profeta e tutti a Medina, persino le loro mogli, si rifiutarono di rivolgere loro la parola. Affranti da questo rifiuto, i tre esclusi si rifugiarono nelle montagne che circondavano la città pentendosi e chiedendo al Signore di perdonarli. Dopo qualche giorno Dio accettò il loro pentimento ed essi poterono fare ritorno in città.

La Giustizia e l’Iniquità

La Giustizia

Nel Corano e nelle tradizioni risalenti al Profeta e agli Imam, la giustizia viene trattata sia sotto l’aspetto individuale che sotto quello sociale. L’Islam ha prestato la massima cura e attenzione a tutte e due queste forme di giustizia.

La giustizia individuale consiste nell’evitare di commettere i peccati maggiori (mentire, far maldicenza eccetera eccetera) e di non persistere nel commettere gli altri peccati. Colui che possiede tali qualità è chiamato “equo” e, secondo le norme islamiche, se possiede pure una determinata idoneità scientifica, può svolgere la funzione di giudice, di capo della comunità islamica, di autorità religiosa e le altre funzioni sociali. Al contrario, una persona non “equa”, quand’anche sia dotta, non può ricoprire tali cariche.

La giustizia sociale consiste invece nel considerare con equanimità, senza cadere negli eccessi, i diritti del prossimo, considerare tutte le persone come uguali dinanzi alla legge divina e non trasgredire la verità, non cadere sotto l’influsso degli affetti e dei sentimenti e non discostarsi mai dal retto sentiero nell’esecuzione delle norme religiose. Dice Dio l’Eccelso:

“In verità Dio vi comanda la giustizia...” (Santo Corano, 16: 90).

In un altro versetto ordina invece ai giudici di giudicare secondo giustizia1. Innumerevoli versetti coranici e tradizioni ci ordinano poi di parlare e agire con giustizia. Il Signore, in diversi punti del Corano, ha esplicitamente maledetto gli iniqui.

L’Iniquità

Dio l’Altissimo nel nobile Corano fa riferimento all’iniquità centinaia di volte, biasimando questa turpe qualità tipica delle belve.2

Non si può trovare chi non consideri insitamente malvagia e scorretta l’ingiustizia oppure chi non conosca, in maggiore o minore misura, da quali tristi disgrazie è stata perseguitata l’umanità, quanto sangue è stato versato e quante case sono state distrutte a causa dell’oppressione e dell’iniquità.

L’esperienza non lascia dubbi sul fatto che per quanto solide e resistenti siano le regge dei tiranni non sono mai durevoli e, presto o tardi, ricadono su di essi. A tal proposito gli Imam hanno detto: “Il regno può durare con la miscredenza ma non coll’ingiustizia e l’oppressione”.

Per concludere ricordiamo che Dio l’Altissimo, nel generoso Corano, ha detto:

“In verità, Dio non guida gli iniqui” (Santo Corano, 6: 144).

  • 1. In riferimento al Versetto 58 della sura n.4 del Santo Corano.
  • 2. Nei due terzi delle sure del generoso Corano, che in totale sono centoquattordici, viene richiamato il tema dell’ingiustizia.

Il rapporto dell’uomo con i suoi simili

Della socievolezza

L’uomo che, volente o nolente, vive in società deve necessariamente entrare in relazione con la gente. D’altra parte, non v’è dubbio le relazioni sociali gli permettono di preservare la propria posizione sociale, di avanzare ogni giorno, sia dal punto di vista materiale che da quello spirituale, e di risolvere in modo migliore e piú semplice i problemi della sua vita.

Occorre pertanto comportarsi con la gente in modo tale da essere amati, da aumentare, giorno dopo giorno, il proprio prestigio e il numero dei propri amici.

In effetti, se gli individui della società, avendo a che fare con una persona, dovessero trovarla pesante e scontrosa, nei loro cuori nascerebbe tristezza e risentimento; di conseguenza, finirebbero per evitarlo, odiarlo e detestarlo ed essa sarebbe costretta a vivere tra la sua gente in istato di emarginazione e passare i giorni della sua vita nella sua patria come un perfetto straniero. Una tale condizione costituisce uno dei piú amari e spiacevoli tipi di infelicità umana.

È per questo motivo che la sacra religione islamica ha raccomandato ai suoi fedeli di essere socievoli e ha messo a loro disposizione le migliori norme a tal proposito. Una di queste norme riguarda il saluto quando ci si incontra; l’Islam considera superiore chi saluta per primo. Il sommo Profeta precedeva tutti nel salutare. Egli salutava persino le donne e i bambini e se qualcuno lo salutava rispondeva con un saluto migliore. Dice Dio l’Eccelso:

“Quando venite salutati rispondete con un saluto migliore o {per lo meno} rispondete nello stesso modo” (Santo Corano, 4: 86).

La religione islamica ordina inoltre di assumere un atteggiamento umile e dimesso con la gente e di rispettare ognuno in proporzione alla sua condizione sociale. Il Sacro Corano afferma:

“I degni servi del Misericordioso sono quelli che si comportano con umiltà e modestia con la gente” (Santo Corano, 25: 63).

Bisogna però ricordare che umiltà non significa avvilirsi davanti agli altri, ledendo cosí la propria dignità umana, significa bensí non vantarsi davanti alla gente dei propri meriti e vanti, non comportarsi da spacconi e non disprezzare e umiliare la gente. Allo stesso modo, rispettare la gente non significa adularla, vuol dire bensí stimare ciascuno in proporzione ai suoi meriti religiosi e sociali: le persone eminenti devono essere rispettate in proporzione alla loro eminenza e le altre considerando la loro umanità.

Aggiungiamo inoltre che rispettare e onorare la gente non significa tacere dinanzi ad ogni atto indegno che si vede; non significa ad esempio partecipare a una festa in cui tutti si comportano in modo indecoroso o compiono azioni proibite dalle norme islamiche solo per compiacere gli altri. Le persone si rispettano infatti per la loro dignità umana, i loro meriti religiosi, le loro virtú, non per la loro statura, per il loro aspetto esteriore. Cosí quando qualcuno perde la propria dignità umana e non possiede alcun merito religioso, non v’è piú alcun motivo per stimarlo e rispettarlo. Il sommo Profeta disse: “Non si deve disubbidire a Dio per ubbidire agli altri”.

Della frequentazione dei probi

Benché l’uomo abbia relazioni con un gran numero di persone nel corso della sua esistenza, il tipo di vita che conduce lo porta ad avere maggiori rapporti con alcune di esse: tali persone vengono solitamente chiamate “amici”.

Invero, l’amicizia trae origine da una sorta di somiglianza nel carattere, nella condotta, nella professione o in altri aspetti della vita della vita di due o piú persone. L’amicizia provoca inoltre il graduale trasferimento delle abitudini e del carattere ed è perciò necessario cercare di fare amicizia con i probi, in modo da assumere il loro integro carattere, trarre profitto dalla loro sincera amicizia, trovare conforto nella loro fedeltà e aumentare il proprio prestigio.

L’Imam Alí disse: “Il migliore amico è colui che ti induce a operare rettamente”. Disse altresí: “L’uomo viene valutato in base alle sue amicizie”.

Dice infine il Poeta: “Tu prima dimmi chi frequenti, affinché io ti dica chi sei. Lo stesso valor degli amici tuoi, è il prezzo e il valor dell’esistenza tua”.

Delle cattive compagnie

Frequentare cattive compagnie ha per conseguenza ogni sorta di sfortuna e infelicità. Per provarlo basta domandare ai criminali e ai malfattori la causa della loro perversione. Senza dubbio essi risponderanno che la frequentazione di cattive compagnie è all’origine delle loro disgrazie. Tra migliaia di delinquenti e traviati non ne esiste uno che abbia scelto da solo la via del male e della corruzione.

Il Principe dei Credenti dice: “Non frequentare cattive compagnie, poiché il cattivo amico ti fa diventare simile a sé; egli, infatti, finché non ti rende simile a sé non ti diventa amico”. Dice altresí: “Non fare amicizia con il dissoluto poiché egli è capace di venderti per un nonnulla”.

Dice il Poeta: “Dai malvagi alla larga devi stare, se alfin brutta fine non vuoi fare. Sapp’infatti ch’è cosí l’umana anima, coll’amico ognor divien una sol’anima”.

Del molestare e del fare cattiverie

Le espressioni “molestare” e “fare una cattiveria” hanno un significato prossimo tra di loro: “molestare” significa infastidire, far soffrire gli altri con le parole o con gli atti, mentre “fare una cattiveria” vuol dire compiere un’azione che danneggia il prossimo.

Comunque sia, la molestia e la cattiveria impediscono all’uomo di realizzare il desiderio per il raggiungimento del quale ha costituito la società: condurre una vita serena e tranquilla.

È questo il motivo per cui la legge islamica vieta la molestia e la cattiveria. Dice Dio l’Eccelso:

“Coloro che molestano ingiustamente i credenti e le credenti si addossano la responsabilità di una calunnia e di un peccato palese” (Santo Corano, 33: 58).

Il sommo Profeta (S) disse: “Colui che molesta un Musulmano molesta me e molestare me significa molestare Dio. Una tale persona viene maledetta nella Torà, nel Vangelo e nel Corano”.

Disse altresí: “Colui che getta uno sguardo torvo su di un Musulmano e lo spaventa, sarà intimorito dal suo Signore nel Giorno del Giudizio”.

Alcuni Peccati Maggiori

Mentire

Le persone comunicano tra di loro attraverso la parola e questo comunicare costituisce la base sociale dell’umanità. La sincerità, che svela all’uomo le verità nascoste, è uno dei valori indispensabili per la società; essa permette di ottenere cose delle quali la società non può assolutamente fare a meno. Si possono riassumere come segue i vantaggi della sincerità:

l’uomo sincero gode della fiducia dei suoi simili ed evita loro il disturbo di dovere verificare ogni volta l’esattezza delle sue parole;

la persona sincera è a posto con la sua coscienza e non conosce affatto i tormenti e i crucci procurati dalla coscienza di aver mentito;

l’uomo veritiero mantiene sempre le sue promesse e custodisce fedelmente ciò che gli è stato lasciato in deposito, poiché la fedeltà e l’onestà non sono separate dalla sincerità;

con la sincerità è possibile risolvere la maggior parte dei contrasti e dei litigi; infatti, la discordia sorge, nella maggior parte dei casi, a causa del fatto che una delle parti, o entrambe, negano la verità;

laddove regna la sincerità gran parte dei vizi e delle trasgressioni scompaiono spontaneamente; è infatti per nascondere misfatti e vili qualità che gli uomini si rifugiano nella menzogna.

L’Imam Alí disse: “Il vero Musulmano è colui che preferisca la verità, quand’anche questa sia a suo sfavore, alla menzogna dalla quale può trarre profitto e tale scelta gli doni tranquillità interiore”.

Quanto è stato finora detto pone chiaramente in rilievo i danni della menzogna. Il bugiardo è il cattivo nemico della società umana; egli mentendo commette un grande crimine e rovina la società. La menzogna può infatti essere paragonata a una sostanza stupefacente che annienta le capacità intellettive e cela la verità o a una bevanda alcolica che inebria e impedisce all’intelletto di discernere il bene dal male.

È per questo motivo che l’Islam considera la menzogna come uno dei peccati maggiori e il bugiardo come privo di individualità religiosa. Il sommo Profeta(S) disse: “Tre tipi di persone, quand’anche preghino e digiunino, sono ipocriti: coloro che mentono, coloro che non tengono fede alle promesse e coloro che tradiscono la fiducia di chi ha lasciato qualcosa in deposito presso di loro”. Alí, il Principe dei Credenti, disse: “L’uomo gusta il piacere della fede allorché smette di mentire e non dice bugie neanche per scherzo”.

Non è solo la legge religiosa a considerare la menzogna un peccato, una cattiva azione, tale giudizio è confermato anche dall’intelletto. La diffusione di questo grande peccato nella società distrugge, nel piú breve tempo, la fiducia, che costituisce l’unico legame sociale della gente; di conseguenza, gli individui diventano estremamente diffidenti, perdono la loro serenità e, in realtà, vivono in istato di isolamento, anche se all’apparenza sembrano vivere in società.

L’essere umano, durante la sua vita, è costantemente in rapporto con la materia esterna. Con le attività che svolge e le trasformazioni che esegue sulla materia si mantiene in vita e realizza i suoi desideri. Questo essere, che svolge le sue attività servendosi dell’intelletto e della volontà, ha fondato la sua complessa vita sulla conoscenza: egli, con il pensiero, elabora direttamente e ordina costantemente le cognizioni che possiede e, in base a esse, compie le proprie attività esterne.

È dunque indispensabile che l’uomo disponga di informazioni corrette. Se il flusso di informazioni esatte che egli riceve dall’esterno dovesse interrompersi la sua vita cadrebbe in scompiglio. Ciò chiarisce che la menzogna è un grande pericolo per la vita sociale e che il bugiardo è una persona vile, priva di personalità e nemica della società. La sua parola non gode di alcun credito presso la gente ed egli è maledetto da Dio.

Sparlare alle spalle dei fratelli di fede e calunniarli

Parlare male degli altri, biasimarli, se corrisponde a verità e avviene in loro assenza è “maldicenza”, in caso contrario è “calunnia”.

Dio (ad eccezione dei Profeti e degli Imam) non ha creato gli esseri umani infallibili; nessuno di noi, a causa dei difetti che ha, è al riparo dall’errore e dal peccato. Gli uomini vivono dietro il velo che Dio l’Eccelso, con la Sua infinita saggezza, ha dispiegato sulle loro azioni. Se solo per un istante questo divino velo venisse tolto da sopra i loro difetti, tutti si detesterebbero e si respingerebbero e le basi della vita sociale andrebbero in rovina.

Affinché gli uomini siano protetti gli uni dagli altri quando si volgono le spalle, affinché l’ambiente in cui vivono appaia bello (di modo che questa stessa bellezza esteriore possa gradualmente correggere la loro bruttezza e abiezione interiore), Dio ha proibito la maldicenza:

“Non sparlatevi alle spalle, in quanto sparlare alle spalle del proprio fratello musulmano è come dilaniare il suo cadavere {che è inconsapevole} e cibarsi della sua carne” (Santo Corano, 49: 12).

La calunnia è un peccato assai piú grave della maldicenza e la ragione umana comprende perfettamente quanto sia grave. Dio l’Eccelso dice:

“Coloro che calunniano non hanno fede” (Santo Corano, 16: 105).

L’adulterio

L’Islam considera l’adulterio come uno dei peccati maggiori e, a seconda dei casi, prevede punizioni assai severe (quali la flagellazione, l’esecuzione capitale e la lapidazione) per punire chi lo commette.

Se si lasciasse via libera al compimento di questo turpe atto il fondamento della parentela, alla quale l’Islam annette una grande importanza, diverrebbe vacillante e l’esecuzione dei precetti riguardanti l’eredità e di quelli simili a essi cadrebbe in serio pericolo. Inoltre, l’amore paterno, l’amore materno e quello filiale perderebbero la loro efficacia e il naturale effetto della riproduzione, che costituisce la reale garanzia della sopravvivenza del genere umano, si esaurirebbe.

L’omicidio

Un altro caso d’ingiustizia condannato dalla sacra legislazione islamica è uccisione volontaria di una persona innocente.

L’omicidio è uno dei peccati maggiori. Dio l’Altissimo, nel Corano, considera l’assassinio di una persona pari a quello di tutti gli uomini.

In effetti, chi uccide un essere umano, attenta all’umanità e sotto questo aspetto uccidere un uomo è lo stesso che ucciderne mille.

Usurpare i beni di un orfano

Nella sacra legislazione islamica vi sono dei casi di ingiustizia e di abuso che sono stati vietati in modo severissimo. Uno di essi è l’usurpazione dei beni dell’orfano. L’Islam annovera tale atto tra i peccati maggiori.

Il generoso Corano dice espressamente che chi usurpa i beni dell’orfano si nutre in realtà del fuoco {dell’Inferno} e verrà ben presto introdotto nelle {sue} fiamme.

Le tradizioni risalenti agli Imam ci insegnano che la causa di tutti questi severi ammonimenti è il particolare stato di debolezza dell’orfano; infatti, se un adulto subisce un’ingiustizia può reagire e difendere i suoi diritti, mentre un bambino orfano non è in grado di fare altrettanto.

Disperare della misericordia di Dio

L’Islam considera il disperare della misericordia divina come uno dei piú pericolosi peccati.

Dice Signore Misericordioso:

“O Miei servi che avete fatto ingiustizia a voi stessi, non disperate della misericordia e del perdono di Dio. In verità, Dio perdona tutti i peccati, ché Egli è Colui che perdona, il Misericordioso” (Santo Corano, 39: 53).

In un altro versetto coranico colui che dispera della misericordia divina è considerato miscredente. In effetti, quando qualcuno perde la speranza nella misericordia e nel perdono di Dio, non ha piú alcun incentivo interiore che lo spinga a compiere buone azioni o ad astenersi dai peccati; infatti il principale stimolo che spinge l’uomo a compiere il bene e che lo trattiene dal compiere il male è la speranza di ricevere la misericordia di Dio e quella di ottenere la liberazione dal Suo castigo, che in un tal individuo non esistono, come non esistono del resto nemmeno nel miscredente. È quindi per questa affinità di stati d’animo e di qualità interiori che colui che dispera della misericordia e del perdono del Signore viene considerato miscredente.

Dare e prendere la Rishwah

Prendere una “rishwah” consiste nel riscuotere una somma di denaro (oppure un regalo) per pronunciare una sentenza o per eseguire un lavoro che costituisce un dovere per chi prende il denaro (o il regalo).

L’Islam considera questo atto come un peccato maggiore. Il Corano e le tradizioni risalenti al Profeta e agli Imam, affermano espressamente che coloro che si macchiano di questo grave peccato perdono la loro equità e si rendono meritevoli del castigo divino.

Il sommo Profeta ha maledetto sia colui che dà la rishwah, sia colui che la prende, sia colui che fa da intermediario. Il sesto Imam dice: “Prendere una rishwah per pronunciare un verdetto in giudizio equivale a negare Dio”.

Per concludere è bene far notare che tutto ciò si riferisce alla rishwah presa per pronunciare un verdetto giusto o per eseguire un’azione lecita. Cosí, prendere una rishwah per pronunciare un verdetto ingiusto o compiere un atto illecito costituisce un peccato molto piú grave, punito con un castigo ancora piú duro.

Il furto

Il furto è una cattiva e ingiusta azione che minaccia l’equilibrio economico della società. È evidente che la prima cosa necessaria alla vita dell’uomo è costituita dai suoi beni, dai suoi averi che egli si è guadagnato a prezzo della sua stessa vita e che protegge, sfruttando la sicurezza esistente nella società in cui vive, per garantire con essi la sopravvivenza della società.

Usurpare i beni altrui significa vanificare una vita spesa ad acquistarli. Chi ruba provoca la paralisi della maggior parte delle attività degli individui della società ed è come se tagliasse le loro mani impedendo loro di lavorare.

È per questo che l’Islam punisce questo odioso atto, condannato pure dalla coscienza di chi lo commette, col taglio della mano (quattro dita della mano destra) del colpevole:

“Tagliate la mano del ladro e della ladra, come punizione per ciò che hanno fatto” (Santo Corano, 5: 38).

Vendere detraendo dal peso

Anche vendere detraendo dal peso è considerato dall’Islam un peccato maggiore.

Dio l’Eccelso minaccia coloro che si macchiano di questo grave peccato dicendo:

“Guai a coloro che vendono detraendo dal peso...Non sanno forse che saranno resuscitati in un grande giorno?” (Santo Corano, 83: 1 e 4 –5).

Colui che vende detraendo dal peso, oltre a fare ingiustizia alla gente e a usurpare i loro beni, perde anche la loro fiducia; di conseguenza, allontana da sé i propri clienti e provoca insomma la distruzione del proprio capitale.

La punizione comune a tutti i peccati maggiori

Dio l’Altissimo nel Corano ha espressamente promesso di punire severamente coloro che commettono i peccati maggiori.

La religione islamica, oltre a stabilire pene assai severe per punire alcune di esse, ha anche previsto una pena comune a tutte queste trasgressioni: colui che commette questi peccati (anche se per una volta sola) perde la propria equità e viene privato dei vantaggi dei quali gode invece un probo membro della società. Una tale persona non può cosí ricoprire nessuna delle diverse cariche del governo islamico e soprattutto quella di guida dei Musulmani. Non può inoltre guidare la preghiera in congregazione né sarà valida la sua testimonianza pro o contro chicchessia.

Egli resterà in questo stato fintanto che non si sarà pentito e non sarà ritornato, dimostrando costante timor di Dio, equo.

Alcune Importanti Virtù e Buone Azioni

La dignità e la fiducia in sé

Il sistema della creazione, che ha fatto dell’uomo un essere sociale e bisognoso di cooperare con gli altri, gli ha fornito le capacità per potersi procurare il necessario per vivere e far volgere la ruota della propria vita grazie ai benefici del proprio lavoro.

Riflettendo su ciò che è stato ora detto, si comprende chiaramente cosa intendiamo con il termine “dignità”. L’uomo deve sfruttare le forze e le capacità donategli da Dio per raggiungere i propri scopi, senza elemosinare l’aiuto degli altri. La dignità è una delle positive e innate qualità morali dell’uomo ed è una barriera che protegge l’uomo dal condurre un’esistenza spregevole e da molte illecite azioni e turpi atti.

Chi è privo di dignità e spera sempre di ricevere ciò di cui necessita dal prossimo, per raggiungere i propri scopi, sarebbe capace di vendere a vil prezzo la propria volontà e la propria personalità; per ottenere il piú insignificante dei guadagni sarebbe pronto a far tutto quello che gli si dice, a dare tutto quello che gli si chiede, persino la propria naturale libertà e il proprio onore.

La maggior parte dei reati e dei vizi (omicidio, brigantaggio, furto, borseggio, menzogna, adulazione tradimento della patria, esterofilia eccetera eccetera) sono le nefaste conseguenze della cupidigia e della mancanza di dignità.

La persona dignitosa non si inchina né si abbassa davanti a nessuna grandezza se non quella di Dio, né dinanzi a nessuna autorità se non quella divina; una tale persona difende sempre ciò che riconosce essere giusto e non calpesta mai la verità per raggiungere i suoi fini. La dignità è dunque il miglior mezzo per conseguire la rettitudine e conservarla.

Nella sezione relativa ai princípi della fede islamica si è piú volte detto che il programma generale dell’Islam mira a che l’uomo non adori che l’Unico Dio e non si inchini che innanzi a Lui. Tutti gli uomini sono stati creati da Lui e vengono da Lui sostentati; nessuno di essi primeggia sull’altro se non in base al suo timor di Dio.

Il Musulmano deve aver fiducia in sé stesso e utilizzare l’indipendenza che Dio gli ha donato. Egli deve impiegare i mezzi che il Signore gli ha dato e portare avanti la sua vita senza sperare nell’aiuto degli altri, senza attribuire soci a Dio, senza costruirsi ogni giorno un nuovo idolo da adorare. Ad esempio, il lavoratore dipendente deve sapere che mangia il suo pane non quello del suo datore di lavoro; egli deve comprendere che lo stipendio che prende è il frutto delle sue fatiche, non un’elargizione del proprio datore di lavoro. Allo stesso modo, l’impiegato statale deve credere che quel che ogni mese riceve è il suo stipendio, non un omaggio del capo dell’ufficio in cui lavora, non un regalo del governo o della società.

Insomma, l’uomo libero non deve riporre speranza se non in Dio e deve inchinarsi soltanto innanzi a Lui, altrimenti avrà, dentro di sé, la stessa bassezza e la medesima abiezione politeista che manifestano gli idolatri.

Per concludere, è bene sapere che per fiducia in sé si intende che l’uomo, per conseguire i propri obiettivi, deve utilizzare le proprie innate capacità senza riporre speranza negli altri, e non che deve tagliare ogni relazione con il Signore e considerarsi causa prima e autentico artefice d’ogni speranza e aspirazione umana.

La carità e l’assistenza verso gli indigenti

In ogni società esistono persone povere e indigenti che hanno diritto ad aiuto e assistenza; è dovere della gente benestante aiutare queste persone e non calpestare questo loro sacrosanto diritto.

La sacra legge islamica raccomanda vivamente il rispetto di questo diritto, obbligando gli abbienti ad assistere e aiutare i poveri.

Dio l’Eccelso nel Corano si presenta come Benefico, Clemente e Magnanimo e incoraggia i Suoi servi ad acquisire queste buone qualità:

“Dio è con le persone benefiche”

e anche:

“Ciò che voi erogate in beneficenza è a vostro stesso vantaggio”.

In un altro versetto afferma:

“Ciò che erogate in beneficenza ritornerà a voi e nulla perderete”.

Lo studio delle condizioni della società e dei vantaggi offerti dalla beneficenza può essere d’aiuto a comprendere il significato di tali versetti coranici.

Le diverse forze della società operano a vantaggio di ogni suo individuo; quindi se in una società un gruppo di persone vive in povertà e a causa di tale condizione non riesce a lavorare e la produzione della ricchezza diminuisce in proporzione. Gli indesiderati effetti di tale diminuzione si ripercuotono allora su tutti gli individui di tale società e a volte succede che i ricchi falliscano e diventino piú poveri di tutti.

Se però gli abbienti assistessero gli indigenti otterrebbero ottimi risultati, trai quali:

erogando in beneficenza risvegliano negli altri dell’affetto e conquistano il cuore di un certo numero di persone;

con un irrisorio capitale acquistano un grande rispetto;

ottengono il sostegno di tutta la gente, poiché gli uomini stanno dalla parte delle persone benefiche;

si mettono al riparo dal pericolo di quel giorno in cui l’odio e la collera dei poveri nei confronti dei ricchi raggiungeranno il colmo e metteranno tutto a ferro e a fuoco;

il poco denaro che hanno erogato in elemosina, si trova, per via della circolazione negli ingranaggi economici della società, a essere raddoppiato e a tornar loro accresciuto.

Esistono innumerevoli versetti e tradizioni islamiche che stimolano e incoraggiano la gente a fare della beneficenza sulla via di Dio e che espongono il merito di questo nobile e umano atto.

La questione dell’assistenza verso i poveri ora affrontata è uno dei numerosi casi particolari del piú generale problema dell’aiuto reciproco che costituisce il fondamento della società umana. In effetti, l’essenza della società consiste nella cooperazione dei suoi individui che con l’aiuto reciproco che si forniscono risolvono i loro problemi e si assicurano una vita tranquilla.

Per concludere ricordiamo che la sacra religione islamica non ha richiesto la carità soltanto a livello economico, bensí essa (e del resto anche la coscienza umana) vuole che si aiuti e si assista tutti i bisognosi, anche quelli non affetti da necessità pecuniarie. Cosí, istruire un analfabeta, aiutare un cieco, ricondurre sul retto sentiero un traviato, sollevare un uomo caduto, sono tutte azioni che significano ed esprimono l’aiuto reciproco (principio la cui validità fu accettata dagli uomini sin dagli albori della formazione della società) e la carità. È evidente che se l’essere umano si rifiuta di svolgere alcuni dei lavori di secondaria importanza, non accetterà mai di svolgere quelli fondamentali; allo stesso modo, se non si adempie ai doveri di minore importanza, non si accetterà ovviamente di eseguire quelli piú importanti.

Le donazioni pubbliche

Il merito della carità è dovuto ai suoi positivi effetti; esso cresce col crescere della durata di tali effetti e del numero di persone che traggono vantaggio da essi. Curare un malato è certamente una buona azione, però costruire e avviare un ospedale in grado di curare centinaia di malati al giorno, è un’azione la cui bontà non può nemmeno essere confrontata con quella della prima. Istruire uno studente è sicuramente un atto meritorio, il cui merito però non potrà mai eguagliare quello della fondazione di un istituto che ogni anno prepara centinaia di scienziati.

È per questo che la donazione pubblica1 deve essere considerata come la piú elevata forma di carità esistente.

Il sommo Profeta disse: “Due cose onorano l’uomo: avere un figlio probo e aver fatto donazioni pubbliche”.

Come si evince dal Corano e dalle tradizioni islamiche, fintantoché la donazione pubblica esiste, Dio l’Altissimo remunera costantemente colui che l’ha fatta.

Sacrificare la vita sul sentiero di Dio

Senza alcun dubbio la coscienza umana, considera vita solo quella condotta con dignità. Una vita priva di dignità, nella quale non venga presa in considerazione la reale beatitudine dell’essere umano non è una vita ma una morte assai piú amara e spiacevole di quella naturale. L’uomo che stima la propria dignità e la propria beatitudine rifugge da questo vile genere di vita esattamente come dalla morte.

L’uomo, in qualsiasi ambiente viva e qualsiasi sia il metodo di vita che segue, comprende insitamente che la morte sulla via di ciò che considera santo e sacro è beatitudine. Nella logica religiosa tale questione è piú chiara che in qualsiasi altra logica e non ha nulla a che vedere con le chimere e la superstizione. Infatti, colui che, per ordine della propria religione, difende la società religiosa in cui vive sino al sacrificio della sua stessa vita, sa che non si è imposto alcuna privazione, sa che in cambio dell’effimera vita che ha perso sul sentiero di Dio avrà una vita eterna, piú piacevole e preziosa di quella di questo mondo. Egli godrà invero di un’imperitura beatitudine.Il sacro Corano afferma:

“Coloro che vengono uccisi sulla via di Dio, non sono morti, bensí hanno una vita eterna e godono presso Dio dei Suoi doni” (Santo Corano, 3: 169).

I metodi non religiosi, che considerano l’esistenza umana li­mitata all’effimera vita di questo mondo, non possono assoluta­mente affermare che l’uomo dopo la morte continua a esistere, oppure che ottiene la beatitudine, la felicità eterna. Essi, sfrut­tando favole e chimere, possono, al limite, far credere alla gente che colui che immola la propria vita per la patria o per i sacri princípi della nazione avrà iscritto il proprio nome in lettere d’oro nelle pagine di storia, nell’elenco degli eroi e dei martiri della patria e rimarranno cosí per sempre vivi.

Gli elogi e gli encomi che sono stati rivolti nell’Islam al sacrificio della vita sul sentiero di Dio, non sono stati rivolti a nessun’altra buona azione. Il sommo Profeta disse: “Sopra ogni buona azione ne esiste un’altra, fino ad arrivare al sacrificio della vita sulla via di Dio; non esiste alcuna buona azione superiore a esso”.

Nei primi anni dell’Islam, i Musulmani chiedevano al sommo Profeta di implorare per loro il perdono divino e per effetto delle sue preghiere essi ricevevano il prezioso dono del martirio. Non si piangeva poi coloro che lasciavano questo mondo sacrificando la propria vita sul sentiero di Dio, poiché essi venivano considerati vivi.

  • 1. L’Islam la chiama “assadaqatuljàriah”, che letteralmente significa “elargizione corrente”.

Alcuni Vizi

L’avarizia

Il ruolo giocato dagli averi nell’equilibrare la vita dell’uomo non ha bisogno di essere sottolineato. È a causa della loro importanza che molte persone nella vita non vedono e non conoscono che il denaro. Essi non considerano per l’essere umano altro valore che la ricchezza e il denaro e concentrano tutti i loro sforzi per aumentare sempre di piú le loro ricchezze, finché questa loro inesauribile sete di denaro li conduce a non permettere piú al prossimo di godere dei loro averi. A volte poi diventano cosí vili che non riescono a goderseli nemmeno loro: non fanno alcuna spesa, né per sé stessi né per gli altri e l’unico loro godimento è di accumulare denaro.

Colui che, per avarizia, non permette agli altri di godere dei suoi beni e del suo denaro (e, peggio ancora, colui che non spende nemmeno per sé stesso) si è allontanato dalla sua reale natura umana e ha fallito nella vita. La ragioni di ciò possono essere riassunte nei seguenti punti:

egli pensa solo alla propria felicità, al proprio successo, alla propria tranquillità e ha una concezione individualista della vita, mentre la natura umana considera la vita sociale come la reale vita dell’essere umano. Ogni forma di individualismo è {secondo essa} destinata a fallire.

Oltre a non fare nulla per attenuare le sofferenze dei poveri, facendo mostra del suo potere, li induce ad assumere un atteggiamento servile nei suoi confronti e li mantiene costantemente in uno stato di avvilente sottomissione, favorendo cosí l’idolatria e facendo di conseguenza sparire ogni merito umano, ogni sorta di eroismo, audacia ed elevatezza d’animo dalla società.

Non solamente calpesta puri sentimenti umani quali la benevolenza, l’amicizia, la filantropia e la compassione, ma favorisce anche la diffusione dei vari tipi di crimini e misfatti e di ogni sorta di volgarità e abiezione. In effetti, le principali cause dei peccati e dei reati (calunnia, impudicizia, furto, brigantaggio, omicidio) sono lo stato di indigenza dei poveri della società e l’odio e il desiderio di vendetta che essi nutrono nei confronti dei ricchi, i quali non fanno altro che contribuire costantemente a intensificarli. È questo il motivo per il quale l’uomo avaro è, nel vero senso della parola, il nemico numero uno della sua società. Egli verrà sicuramente colpito dall’ira di Dio, riceverà un duro castigo da Lui e verrà odiato dagli uomini.

Nel generoso Corano si trovano numerosi versetti di biasimo del vizio dell’avarizia e altrettanti di elogio della generosità, della carità e dell’assistenza verso i poveri e gli indigenti.

Dio l’Altissimo nel Corano promette di restituire i beni e il denaro dati in beneficenza moltiplicati per dieci e in alcuni casi per settanta, se non per settecento e ancora di piú, al loro donatore.

L’esperienza ha dimostrato che coloro che rivelano doti di generosità, assistono magnanImamente i bisognosi ed eliminano i difetti della società vedono giorno dopo giorno aumentare le proprie ricchezze. Se per caso un giorno incontrassero delle difficoltà tutti i cuori sarebbero con loro e verrebbe loro restituita tutta l’assistenza da loro fornita agli altri.

Essi con la loro buona condotta hanno, da degni esseri umani, placato la loro coscienza, hanno eseguito gli ordini di Dio, hanno dato prova dei loro puri sentimenti umani (di grazia, compassione, filantropia e benevolenza), hanno conquistato i cuori della gente, il loro sincero rispetto e, con la minima fatica, il consenso divino e l’eterna beatitudine.

L’irascibilità

L’ira è uno stato dell’animo umano che quando si manifesta spinge l’uomo a vendicarsi, gli fa credere che può placarsi interiormente solo vendicandosi della persona o della cosa con la quale è in collera. Se la persona che si trova in tale stato non si controlla la sua retta ragione viene immediatamente sopraffatta dalla sua ira; ogni turpe e illecita azione diverrà allora ai suoi occhi giusta e lecita ed egli si trasformerà cosí nella piú feroce delle belve.

La religione islamica ha fatto severe raccomandazioni al fine di prevenire le devastanti conseguenze dell’ira e ha fortemente biasimato il lasciarsi prendere da essa.

Dio l’Eccelso ha molto riguardo di coloro che reprimono la propria ira e che dimostrano calma e pazienza quando sono arrabbiati:

“...per i timorati, {che sono} quelli...che reprimono l’ira, che perdonano agli uomini, ...” (Santo Corano, 3: 134).

Nel descrivere i credenti afferma poi:

“{I credenti sono} coloro che quando si adirano perdonano” (Santo Corano, 42: 37).

Il Lavoro

Lavorare è un dovere

Il lavoro costituisce la base sulla quale si fonda l’universo ed è il solo garante della sopravvivenza delle creature. Dio l’Altissimo ha dotato ciascuna delle Sue creature di adeguati mezzi, mediante i quali esse possono trarre profitto ed evitare i danni.

L’uomo, che è la piú stupefacente e complessa specie dell’universo, ha maggiori necessità rispetto alle altre creature. È per questo che gli occorre una maggiore attività per potere da un lato soddisfare le sue numerose esigenze e dall’altro mantenere la famiglia che deve per natura formare.

È questo il motivo per il quale l’Islam, religione naturale e sociale, considera il lavoro come uno dei doveri dell’essere umano.

A tal proposito il sommo Profeta dice: “È dovere di ogni Musulmano, uomo o donna che sia, lavorare per conseguire beni leciti con i quali sostentarsi”.1

Per la religione islamica gli oziosi sono uomini privi di valore. Quando il nobile Profeta vedeva un uomo la cui forza e la cui potenza lo stupivano, chiedeva: “Lavora quell’uomo”. Se gli veniva risposto di no, diceva: “Ha perso la mia stima”2. Ciò mostra come agli occhi del Profeta il giovane ozioso sia privo di valore.

Secondo l’Islam ogni individuo deve, in base alle proprie inclinazioni e al proprio talento, scegliere uno dei numerosi mestieri o delle molte arti verso le quali Dio ha guidato il suo pensiero e, in tal modo, guadagnarsi da vivere, farsi carico di uno dei fardelli della società e lavorare per il benessere della gente.

Dice Dio l’Eccelso:

“L’uomo può ottenere qualcosa solo lavorando e dandosi da fare” (Santo Corano, 53: 39).

Insomma, la religione islamica ha fatto le massime raccomandazioni riguardo al lavoro e allo sforzo compiuto per guadagnarsi da vivere, al punto che l’Imam As-Sadeq, rivolgendosi a Hishàm, uno dei suoi compagni, disse: “In istato di guerra, quando le schiere nemiche ti sono di fronte e la battaglia infuria, tu non abbandonare i tuoi doveri economici, le attività necessarie per assicurarti di che vivere e prosegui nei tuoi sforzi economici”.3

È per questo che nell’Islam è severamente vietato passare il proprio tempo nell’ozio.

Del biasimo dell’oziosità

Da quanto è stato poc’anzi detto diviene evidente che il lavoro è un perfetto mezzo che Dio ha messo a disposizione dell’uomo affinché egli possa, servendosi di esso, avere una vita felice. Naturalmente ogni deviazione, persino la piú piccola, dalla via tracciata dal Creatore non potrà che risultare a detrimento dell’uomo.

Cosí, la deviazione relativa al principio sul quale si poggia la vita dell’uomo non avrà come risultato che l’infelicità di questo mondo e dell’Aldilà. È per questo motivo che il settimo Imam afferma: “Nel compiere i lavori non dimostrare pigrizia e fiacchezza, se no perderai questo mondo e quello dell’Aldilà”.

Il sommo Profeta ha maledetto coloro che abituandosi a oziare gettano il peso della loro vita sulle spalle degli altri.

Oggigiorno, attraverso una serie di considerazioni di carattere psicologico e sociale, si è reso evidente che la maggior parte dei mali della società proviene dall’ozio. È questo devastante vizio che arresta gli ingranaggi economici e culturali della società e provoca la diffusione di ogni genere di immoralità e superstizione.

Dei danni della vita dipendente

Vivere in modo dipendente vuol dire vivere facendo affidamento sull’appoggio e il sostegno degli altri. Ciò significa in realtà perdere la propria dignità umana e l’onore d’esser indipendenti e liberi.

Questo vile modo di vivere è la fonte di ogni sorta di crimine e male sociale che originano dall’abiezione e dalla bassezza. Colui che si attende tutto dagli altri in realtà vende a vil prezzo la sua volontà e la sua intelligenza; egli deve adulare, deve fare tutto ciò che gli altri vogliono (giusto o sbagliato, decente o indecente che sia). Egli deve subire ogni onta, divenire xenofilo e assentire a ogni ingiustizia, a ogni atto illecito. Deve insomma ignorare ogni principio umano.

Per concludere ricordiamo che la religione islamica vieta il mendicare nei casi in cui non vi sia assoluta necessità di farlo. Inoltre, gli appoggi materiali concessi ai poveri riguardano solo gli indigenti il cui salario non sia sufficiente a soddisfare le loro esigenze o che non siano in grado di lavorare.

Dell’agricoltura e dei suoi profitti

L’agricoltura, che fornisce generi alimentari alla società, è, per la sua importanza, una delle professioni umane piú amate. È per questo motivo che l’Islam raccomanda calorosamente agli uomini di abbracciare questa professione.

Il sesto Imam disse: Nel Giorno del Giudizio il grado degli agricoltori sarà il piú alto”.

Il quinto Imam affermò: “Nessun lavoro è meglio e di maggiore utilità pubblica dell’agricoltura, poiché tutti, i buoni e i cattivi, i ruminanti e gli uccelli, ne traggono profitto e tutti, nel cuore, pregano per lui”.

Il sommo Profeta disse: “Il Musulmano che pianta un albero o che fa verdeggiare una coltivazione affinché la gente, gli uccelli e gli animali da pascolo si nutrano dei frutti di tale pianta o di tale coltivazione, compie un atto la cui ricompensa è pari a quella dell’elemosina”.

In generale, i Musulmani hanno il dovere di sfruttare al massimo le risorse naturali; a tal proposito, uno degli Imam giunge persino ad affermare: “Se arriva l’ora della fine del mondo e dello sconvolgimento del sistema solare e uno di voi, nel mentre, ha tra le mani un virgulto, qualora non rimanga che il tempo strettamente necessario per piantarlo, deve piantarlo”4.

Questa tradizione vuole dire che questo atto è cosí nobile e importante che nemmeno il pensiero della fine del mondo deve impedirci di eseguirlo.

L’Imam Alí disse: Che la maledizione di Dio sia su colui che dispone di terra e acqua (vale a dire di risorse naturali) e non impiega le proprie forze per sfruttarle, vivendo nell’indigenza e nella mendicità”.5

  • 1. Bihàrul’anwàr, vol. 23 pag. 6.
  • 2. Almustadrak, vol. 2 pag. 501.
  • 3. Alwasàil, vol. 4 pag. 101.
  • 4. Almustadrak, vol. 2 pag. 501.
  • 5. Bihàrul’anwàr, vol. 23 pag.19.

Parte III: Le Norme

L’Ijtihad ed il Taqlid

Le attività che l’uomo sarebbe costretto ad intraprendere se volesse soddisfare da solo tutte le sue necessità sono cosí tante che un uomo normale non sarebbe neanche in grado di elencarne i nomi, figuriamoci specializzarsi in tutte.

D’altra parte, dal momento che l’uomo svolge le proprie attività attraverso il pensiero e la volontà e siccome prima di prendere una decisione deve possedere sufficienti informazioni, egli deve specializzarsi nelle attività necessarie a soddisfare le sue esigenze oppure deve consultare gli esperti e agire conformemente alle loro istruzioni. Ad esempio, deve ricorrere al medico per curare le sue malattie, rivolgersi a una persona specializzata in ingegneria civile per la pianta dell’edificio che ha intenzione di costruire, all’operaio per costruirlo e al carpentiere per le porte e le finestre.

Perciò, a parte rari casi, l’uomo è costretto a ricorrere costantemente a gente competente per risolvere i suoi problemi e soddisfare le sue esigenze. Colui che dice che non accetterà mai di rivolgersi a gente competente per risolvere i suoi problemi e soddisfare i suoi bisogni, o non si rende conto di quel che sta dicendo oppure esiste qualche deviazione nel suo pensiero.

La religione islamica, che ha fondato la propria legislazione sulla natura umana, prescrive ai suoi seguaci di apprendere le norme religiose, le cui fonti non sono che il Libro di Dio e la súnna del Profeta e degli Imam. È evidente che la deduzione di tutti i precetti religiosi dal Corano e dalla sunna del Profeta e degli Imam1 non è alla portata di tutti; non tutti i Musulmani possono giungervi e solo un ristretto numero ha la possibilità di compiere questa importante opera.

Di conseguenza, la sopraccitata prescrizione può essere completata dicendo che i Musulmani che non sono in grado di dedurre direttamente i precetti della religione islamica dalle loro fonti debbono rivolgersi a coloro che sono in grado di farlo e in base alle loro istruzioni eseguire i propri doveri religiosi. L’esperto che è in grado di dedurre i precetti religiosi dal Corano e dalla sunna del Profeta e degli Imam è chiamato “mujtahíd” e la sua attività “ijtihàd”. Colui o colei che ricorre al mujtahíd è chiamato “mugallid” e il suo ricorso “taqlid”.

È bene ricordare che il taqlid riguarda solo le norme pratiche della religione islamica, mentre per quanto riguarda i suoi princípi non lo si può praticare. L’Islam richiede infatti che l’individuo si convinca di tali princípi e non ammette che imiti coloro che credono in essi. Non è infatti possibile considerare l’altrui convinzione come la propria; non possiamo ad esempio fondare la nostra fede nell’unicità di Dio su quella dei nostri padri, dei nostri sapienti oppure credere nella vita ultraterrena siccome tutti i Musulmani ne sono convinti. Ogni Musulmano è dunque tenuto a conoscere i princípi della propria religione e a saperne dimostrare la validità, anche se con una semplice argomentazione.

  • 1. Che consiste nella loro parola, nella loro condotta e nel loro tacito consenso {tagrír}.

I preliminari della Preghiera

Introduzione

Per eseguire la preghiera, che significa essere alla presenza del Signore dei Mondi e fare atto di adorazione e sottomissione dinanzi a Lui, sono necessari determinati preliminari la cui inosservanza invalida questo importante atto di adorazione. Tali preliminari sono:

• la purità;

• il tempo;

• gli indumenti;

• il luogo;

• l’orientamento.

Affrontiamo ora nei dettagli questi preliminari.

La purità

Introduzione

L’orante deve, nel corso della preghiera, essere in istato di purità; deve cioè eseguirla, conformemente a quanto gli è stato da Dio prescritto, compiendo prima l’abluzione {wudú}, la lavanda {ghosl} oppure il tayammum e avere il corpo e i vestiti non contaminati da impurità.

Le impurità

Tra le sostanze di natura impura si annoverano:

• l’urina e le feci dell’animale della cui carne è proibito cibarsi e il cui sangue sgorga allorché gli venga recisa una vena (come il gatto, la volpe, il coniglio eccetera eccetera). Allo stesso modo, se una gallina o un qualsiasi altro animale, mangiando delle impurità fa in modo che divenga illecito all’uomo cibarsi della sua carne, la sua urina e il suo sterco divengono impuri.

• La carogna dell’animale il cui sangue sgorga allorché gli venga recisa una vena, indipendentemente dal fatto che cibarsi della sua carne sia lecito o no; fanno però eccezione quelle parti che, come la lana, i peli e le unghie, non sono dotate di anima.

• Il sangue dell’animale il cui sangue sgorga allorché gli venga recisa una vena, indipendentemente dal fatto che cibarsi della sua carne sia lecito o no.

• Il cane e il maiale di cui tutte le parti, inclusi i peli della testa, sono impure.

• Il vino e tutto ciò che rende l’uomo ebbro e che sia, all’origine, liquido.

• La birra.

Gli agenti purificatori

Dicesi agente purificatore {mutahhir} tutto ciò che purifica dalle impurità. Alcuni agenti purificanti sono:

l’acqua; essa purifica tutto ciò che è stato contaminato da qualche impurità1; ciò concerne però esclusivamente l’acqua pura. Non si può quindi eliminare l’impurità con acqua composta, come ad esempio acqua di rose o succo di anguria. Inoltre l’abluzione e la lavanda non possono considerarsi corrette se fatte con acqua composta.2

La terra; camminandoci sopra, è possibile purificare la suola delle calzature e la pianta dei piedi.

Il sole; quando con il suo irraggiare secca la terra e la stuoia impure, le purifica.

La trasformazione della specie di una cosa impura in quella di una cosa pura, come la trasformazione in sale di un cane caduto in una salina.

Il trasferimento del sangue dell’uomo (o di un qualsiasi altro animale il cui sangue sgorga allorché gli venga recisa una vena) nel corpo di un animale il cui sangue non sgorga, come il trasferimento del sangue umano nel corpo di una zanzara.

La scomparsa dell’impurità dalla superficie del corpo degli animali e dall’interno del corpo umano. Ad esempio, quando il dorso di un animale e cosí pure la cavità del naso dell’uomo si sporcano di sangue, dopo aver eliminato completamente il sangue, tali zone divengono pure e non c’è piú bisogno di purificarle.

La dipendenza, che consiste nella purificazione di una cosa in seguito alla purificazione di un’altra. Ad esempio, quando un miscredente si converte all’Islam diventa puro e con esso anche i suoi figli impuberi.

La diminuzione. Se si fa bollire il succo d’uva esso diventa impuro; se poi l’ebollizione prosegue sino a che due terzi del succo evaporino, la parte restante diviene pura

L’abluzione (Wudhu)

Prima di procedere all’abluzione è meritorio spazzolarsi i denti, risciacquarsi la bocca e le cavità nasali con dell’acqua pura.

Per eseguire una corretta abluzione bisogna lavare il volto, dall’attaccatura del cuoio capelluto sino al mento, le braccia e le mani, dal gomito sino alla punta delle dita, e umidificare parte della sezione anteriore della volta cranica e il dorso e la punta dei piedi. Non è necessario che l’umidificazione della testa venga eseguita sulla pelle; essa è corretta anche se viene fatta sui capelli della parte anteriore della volta cranica. Se però i capelli delle altre parti ricadono su tale zona è necessario scostarli e poi eseguire l’umidificazione. Se invece i capelli di tale zona sono cosí lunghi che se, ad esempio, dovessero essere pettinati ricadrebbero sul volto, si deve effettuare l’umidificazione alla radice oppure, tracciata una scriminatura, si deve umidificare direttamente la pelle.

Quando si compie l’abluzione si devono tenere presenti i seguenti punti:

le zone sulle quali si effettua l’abluzione devono essere libere da impurità;

l’acqua con la quale si effettua l’abluzione deve essere non commista {non si può cioè usare acqua di rose, succhi di frutta e cose simili}, libera da impurità e ottenuta in modo lecito.

L’abluzione dev’essere eseguita con l’intenzione di adempiere al dovere da Dio prescritto. Se pertanto l’intenzione è quella di rinfrescarsi o qualsiasi altra, l’abluzione non è da considerarsi valida.

Bisogna compiere gli atti relativi all’abluzione rispettando rigorosamente il seguente ordine: prima si deve lavare il viso, poi la mano destra e poi quella sinistra. Quindi si deve umidificare la testa, il piede destro e infine quello sinistro.

La consecutività nei movimenti è altresí necessaria, vale a dire che gli atti dell’abluzione debbono essere compiuti uno dietro l’altro, in modo che tra essi non vi siano intervalli tali che al momento di lavare o umidificare un membro la parte lavata o umidificata in precedenza si sia già asciugata. Si faccia però attenzione che se la consecutività nei movimenti viene rispettata, ma a causa dell’elevata temperatura dell’ambiente o del corpo, oppure per ragioni simili, le parti bagnate precedentemente si asciugano, l’abluzione deve allora comunque considerarsi corretta.

Otto cose annullano lo stato di purezza acquisito in seguito al compimento dell’abluzione:

• urinare;

• defecare;

• il peto, e questo a condizione che fuoriesca dall’orifizio anale (o, a seguito di una malattia o di un intervento, anche da un altro orifizio);

• lo svenimento;

• l’ebbrezza;

• uno stato di sonno in cui né gli occhi vedono né le orecchie sentono; quindi se ad esempio gli occhi non vedono ma le orecchie odono non vi è annullamento.

• La follia;

• l’emissione di sperma, la copulazione e le altre cose che rendono necessario il compimento della lavanda {ghosl}; nelle donne, le perdite extracicliche annullano altresí l’abluzione.

La lavanda (Ghosl)

La lavanda, al pari dell’abluzione, deve essere compiuta con l’intenzione di adempiere a quanto Dio ha prescritto. Prima della lavanda il corpo deve essere libero da impurità e da qualsiasi sostanza che impedisca all’acqua di bagnare la pelle.

La lavanda può essere compiuta in due diversi modi:

• lavare, in ordine, prima la testa e il collo, poi il lato destro del corpo e infine quello sinistro;

• immergere con un unico movimento tutto il corpo in acqua.

Esistono lavande obbligatorie e lavande meritorie. Le lavande meritorie sono numerose, mentre quelle obbligatorie sono sette:

• le lavande che bisogna eseguire in seguito a emissione di sperma e copulazione;

• la lavanda funebre;

• la lavanda che è necessario compiere in seguito al contatto con un cadavere che sia diventato freddo e che non sia stato sottoposto a lavanda funebre.

• la lavanda che ci si è impegnati a compiere mediante un voto, una promessa fatta a Dio o un giuramento;

• la lavanda che la donna deve eseguire a causa delle perdite mestruali;

• la lavanda resa necessaria dalle perdite dovute al parto;

• la lavanda che la donna deve compiere a causa delle perdite extramestruali.

Si faccia attenzione che le prime quattro lavande concernono sia gli uomini che le donne.

Per chi ha emesso sperma o copulato e non ha ancora effettuato la lavanda, sono proibite le seguenti azioni:

• toccare con una qualsiasi parte del corpo le scritte del Corano, il nome di Dio, quello del Profeta e quelli degli Imam;

• entrare nella Moschea Sacra {Masjid ul-Haràm} e nella Moschea del Profeta {Masjid un-Nabí};

• fermarsi nelle moschee o lasciarvi qualcosa;

• recitare anche una sola lettera delle quattro sure che contengono i quattro versetti che, se recitati, rendono obbligatoria la prosternazione; le sure in questione sono la Sura della Stella {53}, la Sura del Coagulo {96}, la Sura della Prosternazione {32} e la Sura Fussilat {41}.

Per conoscere le altre norme concernenti lo stato della persona che ha emesso sperma o ha copulato e che non ha effettuato la lavanda (questo stato viene di solito chiamato jinàbah) e le norme riguardanti le perdite mestruali, quelle dovute al parto e quelle extramestruali, bisogna rivolgersi al libro dei responsi del mujtahid dal quale si fa il taqlid.

Il tayammum

Se in alcuni casi, per eseguire la preghiera, non è possibile effettuare l’abluzione o la lavanda (come quello in cui effettuare l’abluzione o la lavanda implicherebbe fare la preghiera fuori dal tempo prescritto, o nel caso in cui si abbia una malattia oppure quando non si disponga di acqua), bisogna compiere il tayammum, che è costituito dalle seguenti quattro fondamentali cose:

• l’intenzione di compierla in adempimento al dovere prescritto da Dio;

• toccare contemporaneamente con la palma delle due mani la terra o qualsiasi cosa prescritta dalla religione islamica per eseguire su di essa il tayammum;

• passare la palma delle due mani unite sull’intera fronte e sui due lati della fronte, dalla base del cuoio capelluto sino alle sopracciglia e alla base del naso; è altresí opportuno passare la palma delle mani anche sulle sopracciglia.

• passare la palma della mano sinistra sull’intero dorso della mano destra e quella della mano destra sull’intero dorso della mano sinistra.

Nel tayammum sostitutivo dell’abluzione (Wudhu) è sufficiente quanto sopra; quando però il tayammum sostituisce la lavanda (Ghosl), immediatamente dopo aver passato la palma delle mani sulla fronte, bisogna appoggiare una seconda volta la palma delle mani sulla terra (o su qualsiasi cosa prescritta per eseguire su di essa il tayammum) e poi proseguire come indicato sopra.

Altre norme concernenti il tayammum sono le seguenti:

se non si ha a disposizione della terra si deve fare il tayammum usando della ghiaia e nel caso che non si disponga nemmeno di questa bisogna usare delle zolle di terra e se non si dispone nemmeno di esse si deve usare della pietra; se non esiste nulla di quanto abbiamo finora menzionato occorre fare il tayammum utilizzando la polvere depositatasi su un qualche piano.

Il tayammum fatto con gesso o con sostanze o prodotti minerali non è corretto;

nel caso in cui l’acqua venga venduta a caro prezzo ma si abbia comunque la possibilità di acquistarla, non si può compiere il tayammum; si deve piuttosto acquistarla e fare con essa (a seconda dei casi) l’abluzione o la lavanda.

Il tempo

Sia la preghiera del mezzogiorno che quella del pomeriggio hanno, per la loro esecuzione, un orario specifico e uno comune. Per l’esecuzione della preghiera del mezzogiorno, l’orario specifico comincia dal mezzogiorno3 e dura per un periodo di tempo pari a quello impiegato per eseguire una preghiera del mezzogiorno; se qualcuno compie, anche inavvertitamente, la preghiera del pomeriggio in questo intervallo di tempo, la preghiera è nulla.

L’orario specifico per l’esecuzione della preghiera del pomeriggio, inizia quando resta appena il tempo necessario per effettuarla prima del maghrib4 e termina al suo subentrare. Se qualcuno non ha eseguito fino a quel momento la preghiera del mezzogiorno, è tenuto a recuperarla in un secondo momento; deve invece eseguire, senza perdere altro tempo, la preghiera del pomeriggio.

Tra l’orario specifico della preghiera del mezzogiorno e quello della preghiera del pomeriggio intercorre un intervallo di tempo comune per l’esecuzione. Se qualcuno, per errore, compie nel corso di questo intervallo la preghiera del pomeriggio prima di quella del mezzogiorno, la sua preghiera è valida; dovrà in seguito compiere quella del mezzogiorno.

Le preghiere del tramonto e della sera hanno anch’esse un orario specifico e uno comune. L’orario specifico per l’esecuzione della preghiera del tramonto comincia dal maghrib e dura tutto il tempo necessario al compimento di una preghiera del tramonto. L’orario specifico per l’esecuzione della preghiera della sera inizia invece quando resta appena il tempo necessario per effettuarla prima della mezzanotte5 e termina al suo subentrare. Se qualcuno sino ad allora non ha compiuto la preghiera del tramonto, deve dapprima eseguire, senza perdere altro tempo, quella della sera e poi quella del tramonto.

Tra l’orario specifico della preghiera del tramonto e quello della preghiera della sera intercorre il tempo comune per l’esecuzione di queste due orazioni. Se qualcuno nel corso di tale intervallo di tempo compie, per errore, la preghiera della sera prima di quella del tramonto, la preghiera è valida; dovrà in seguito compiere quella del tramonto.

Il tempo della preghiera del mattino va dall’inizio dell’alba sincera6 sino allo spuntare del sole.

L’abito

L’abito dell’orante deve rispondere alle seguenti condizioni:

deve appartenere all’orante o, se non gli appartiene, deve essere stato concesso dal suo legittimo proprietario;

non deve essere impuro;

non deve essere stato confezionato con la pelle degli animali morti senza essere stati macellati secondo il rito islamico, sia che si tratti di animali la cui carne è lecita che di quelli della cui carne è illecito cibarsi;

non deve essere stato fatto con la lana, i peli o con la lanugine degli animali della cui carne è proibito cibarsi; si può però pregare con un indumento confezionato con la pelliccia di faina.

Se colui che prega è un uomo, il suo abito non deve essere di seta o decorato con fili d’oro; occorre altresí che egli non indossi alcun oggetto d’oro. Ricordiamo che per gli uomini, anche al di fuori della preghiera, portare vestiti di seta e adornarsi con oggetti d’oro è in ogni caso proibito.

Il luogo

Il luogo nel quale l’orante esegue la preghiera deve rispondere alle seguenti condizioni:

non deve essere stato occupato illecitamente;

deve essere fisso; se però l’orante è costretto a fare la preghiera a bordo di un veicolo in movimento, come un’automobile o una nave, la sua preghiera è valida e qualora il veicolo assuma una posizione tale che l’orante non risulti piú orientato in direzione della Ka’bah, esso dovrà volgersi nuovamente in tale direzione.

Se il luogo è impuro e non umido al punto che l’umidità raggiunga il corpo o gli abiti dell’orante, la preghiera è valida. Si tenga però presente che ciò non vale per la zona nella quale si poggia la fronte; infatti, se tale zona è impura, anche nel caso in cui non sia umida, la preghiera è da considerarsi nulla.

Il posto ove l’orante appoggia la fronte non deve essere piú alto o piú basso di quattro dita del posto ove appoggia i ginocchi e la punta degli alluci.

La direzione

La Ka’bah, che si trova nella santa città della Mecca, è il punto verso cui ci si deve nel compiere la preghiera. Per chi è distante dalla Ka’bah, è sufficiente stare in piedi o seduto in maniera tale che possa essere detto che sta pregando in tale direzione. Lo stesso dicasi per qualsiasi altro rito che, come la macellazione delle bestie, ad esempio, va fatto rivolgendosi verso la Ka’bah. Chi poi non è in grado di pregare nemmeno in posizione seduta, deve distendersi sul fianco destro in modo tale che la parte anteriore del corpo sia rivolta in direzione della Ka’bah; se ciò non dovesse essere possibile, è necessario assumere una tale posizione distendendosi sul fianco sinistro, e nel caso che nemmeno ciò sia possibile bisogna distendersi sul dorso in modo che la pianta dei piedi sia rivolta verso la Ka’bah.

Se colui che intende pregare, dopo aver condotto un’accurata indagine, non riesce a trovare la direzione da assumere per la preghiera, deve osservare la direzione nella quale pregano i Musulmani del posto o la disposizione delle tombe dei loro defunti o altre cose, e orientarsi nella direzione che suppone essere quella giusta.

  • 1. Il meato urinario si purifica solo con acqua, mentre l’orifizio anale può essere purificato con acqua oppure con tre pezzi di pietra o qualcosa di simile. Nel caso in cui non si riesca a rimuovere gli escrementi con tre pezzi di pietra si deve aggiungere un numero di pietre tale da pulire completamente l’orifizio. Tutto ciò vale solo nel caso in cui gli escrementi non abbiano lordato le zone circostanti all’orifizio, altrimenti la purificazione si ottiene solamente con acqua.
  • 2. Nelle norme che riguardano la purità viene solitamente usata una particolare unità di misura, chiamata kurr, per misurare l’acqua. Un kurr d’acqua equivale a circa 384 chilogrammi d’acqua e se viene a contatto con qualche impurità non diventa impura. Invece, una quantità di acqua minore a quella di un kurr, che di solito viene chiamata galíl, quando viene a contatto con qualche impurità diviene impura e, una volta contaminata, per purificarla occorre collegarla ad acqua corrente o metterla sotto la pioggia oppure aggiungere ad essa una quantità di acqua pari a un kurr.
  • 3. Se si affonda verticalmente un pezzo di legno (o qualcosa di simile) nel suolo, al sorgere del sole la sua ombra cade verso occidente; piú il sole si alza, piú l’ombra diminuisce, fino a mezzogiorno, quando raggiunge la minima dimensione. Passato tale istante, l’ombra si riversa verso oriente e piú il sole va verso occidente, piú l’ombra aumenta. Ora, quando l’ombra raggiunge il suo minimo, prima di cominciare nuovamente ad aumentare, è mezzogiorno. Si deve tuttavia ricordare che talvolta in certe città (come la Mecca) l’ombra a mezzogiorno scompare del tutto e ricompare immediatamente dopo.
  • 4. Il magrib subentra circa quindici minuti dopo il tramonto del sole, esattamente quando si dilegua il rossore che compare all’orizzonte orientale dopo il tramonto.
  • 5. Secondo la legislazione islamica la mezzanotte subentra undici ore e un quarto dopo il mezzogiorno.
  • 6. Prima della chiamata della preghiera del mattino, appare all’orizzonte orientale un chiarore bianco che si muove verso l’alto; tale chiarore viene chiamato “prima alba” o “alba mendace”. Quando il chiarore si espande subentra la “seconda alba” o “alba sincera”; essa segna l’istante in cui deve essere effettuata la chiamata per la preghiera del mattino e l’inizio del tempo di esecuzione di tale orazione.

La Preghiera

Introduzione

Come abbiamo avuto occasione di dire all’inizio di questo libro i princípi e i precetti della religione islamica si suddividono in tre parti: i princípi della fede, l’etica e le norme. Dopo aver conosciuto Dio, occorre eseguire determinati atti, quali la preghiera e il digiuno, che sono il segno della nostra sottomissione al Signore.

In questo capitolo illustreremo le norme relative alla preghiera e nel prossimo quelle inerenti al digiuno.

Dice Dio l’Eccelso:

“Quando chiedono ai dannati: ‘Che cosa vi ha condotto nel fuoco dell’Inferno?’, rispondono: ‘Non eravamo fra coloro che pregavano’” (Santo Corano, 74: 42 e 43).

Il sommo Profeta disse: “La preghiera è il pilastro della religione; se essa viene accettata da Dio, verranno accettati anche gli altri atti di adorazione, se invece non viene accettata, non verranno accettati neanche gli altri atti di adorazione”.

Dio l’Altissimo, nel Corano, afferma:

“Guai allora a coloro che adempiono all’obbligo della preghiera dimentichi di Dio” (Santo Corano, 107: 4 e 5).

Colui che prega senza attribuire alla preghiera la sua debita importanza è come se non pregasse affatto. Un giorno il nobile Profeta entrò in moschea e vide una persona che pregava senza però compiere in modo completo gli inchini e le prosternazioni della propria preghiera. Il Messaggero di Dio disse allora: “Se quest’uomo morisse in tale stato non lascerebbe questo mondo da Musulmano”.

La preghiera deve essere eseguita con sottomissione e devozione; durante la sua esecuzione bisogna tenere bene presente a chi ci si sta rivolgendo. È inoltre necessario compiere in modo corretto gli inchini, le prosternazioni e tutti gli altri atti della preghiera. È in tal modo che si può trarre beneficio dai suoi sublimi vantaggi.

Se qualcuno si lava cinque volte al giorno in un corso d’acqua, non resterà sul suo corpo nessuna sporcizia; in modo analogo, le cinque preghiere quotidiane purificano l’uomo dal peccato.

Dio nel Corano dice:

“In verità, la preghiera trattiene dagli atti turpi e indegni” (Santo Corano, 29: 45).

In effetti, le norme e le condizioni che regolano questo atto di adorazione sono tali che se l’orante le rispetta mai sarà esposto al male. Ad esempio, una delle condizioni di validità della preghiera è che l’abito che si indossa durante la sua esecuzione non deve essere stato usurpato. La legge islamica dice che se il vestito indossato durante la preghiera possiede anche un solo filo usurpato la preghiera risulta invalida. Ora, l’orante che si astiene fino a tal punto dall’illecito non è possibile che usurpi i beni del prossimo o ne calpesti i diritti. Inoltre la preghiera viene accettata da Dio quando l’individuo abbia allontanato da sé i vizi, i quali sono l’origine di tutti i mali; l’orante che ci tiene a vedere la propria preghiera accettata da Dio si tiene quindi lontano da questi vizi e di conseguenza rimane al riparo da ogni turpitudine, da qualsiasi male.

Se certi individui, pur compiendo le loro preghiere, commettono azioni turpi e riprovevoli, la ragione di ciò risiede nel fatto che essi non rispettano le norme e le condizioni necessarie della preghiera. Di conseguenza la loro preghiera non viene accettata da Dio ed essi non riescono a giovarsi dei suoi sublimi vantaggi.

L’importanza che il sacro Legislatore dell’Islam ha dato alla preghiera è cosí grande che Egli l’ha resa obbligatoria in qualsiasi stato ci si trovi, persino in istato di agonia. In tale stato, se, ad esempio, non si è in grado di recitare la sura Aprente, l’altra sura prescritta e le altre formule della preghiera, bisogna eseguire tali recitazioni nel pensiero. Se inoltre non si riesce a pregare in posizione eretta, bisogna pregare stando seduti e se non si riesce ad assumere nemmeno tale posizione bisogna sdraiarsi. In battaglia, quando, orientandosi in direzione della sacra Ka’bah, si corra il rischio di venire uccisi dal nemico, oppure quando non è possibile orientarsi in tale direzione, l’obbligo di eseguire la preghiera in tale direzione non sussiste piú. Insomma, in nessun caso si viene dispensati dall’eseguire la preghiera.

Le preghiere obbligatorie

Le preghiere obbligatorie sono sei:

le preghiere quotidiane;

la preghiera dei segni;

la preghiera funebre;

la preghiera della circumambulazione obbligatoria intorno alla Ka’bah;

le preghiere non eseguite dal padre e dalla madre, il cui obbligo ricade sul figlio piú anziano;

le preghiere che ci si è impegnati a compiere in cambio di un compenso o mediante un voto, un giuramento o una promessa fatta a Dio.

Le componenti obbligatorie della preghiera

Le componenti obbligatorie della preghiera sono undici:

l’intenzione di compierla in adempimento di ciò che Dio ha prescritto;

il takbíratul’ihràm, e cioè la magnificazione {ovvero il pronunciare Allahu Akbar} con la quale si inizia la preghiera;

le posizioni erette che bisogna assumere al momento di pronunciare il takbíratul’ihràm e immediatamente prima di compiere l’inchino;

l’inchino;

la coppia di prosternazioni;

la recitazione della sura Aprente e della surah1;

la testimonianza;

il saluto;

il rispetto dell’ordine prescritto nell’esecuzione delle parti della preghiera;

mantenere un atteggiamento serio ed essere calmi durante l’esecuzione della preghiera;

l’esecuzione delle varie parti della preghiera senza pause né intervalli, l’una dietro l’altra.

Di queste undici componenti le prime cinque sono indispensabili, nel senso che se una sola di esse viene alterata, indipendentemente dal fatto che lo si faccia in modo intenzionale o meno, la preghiera è nulla. Le rimanenti sei invece sono obbligatorie ma non indispensabili, nel senso che l’alterazione di ciascuna di esse annulla la preghiera solamente nel caso in cui avvenga in modo intenzionale.

Le componenti indispensabili della preghiera

L’intenzione

La preghiera dev’essere compiuta con l’unico scopo di eseguire il comando divino; non è necessario formulare tale intenzione nel cuore o a parole, dicendo ad esempio: “Eseguo le quattro unità della preghiera del mezzogiorno con l’intento di adempiere al comandamento divino”.

Il takbíratul’ihràm

Dopo aver recitato l’adhan {la chiamata per la preghiera} e l’iqamah {formula molto simile all’adhan}, con l’intenzione di compiere la preghiera solamente per adempiere al comandamento divino, si inizia la preghiera pronunciando il takbíratul’ihràm, che consiste nella frase “Allâhu Akbar”.

Pronunciando tale formula azioni quali mangiare, bere, ridere e volgere le spalle alla direzione della Ka’bah divengono proibite.

Nel pronunciare il takbíratul’ihràm è meritorio alzare le mani all’altezza delle orecchie; con tale gesto ricordiamo l’incommensurabile grandezza di Dio, consideriamo tutto ciò che è altro da Lui piccolo e irrilevante e ci astraiamo da esso.

La posizione eretta

Le posizioni erette da assumersi durante la recitazione del takbíratul’ihràm e immediatamente prima dell’inchino sono indispensabili, mentre quelle da assumere durante la recitazione della sura Aprente2 e di un’altra surah3 sono obbligatorie ma non indispensabili. Cosí, se ad esempio qualcuno dimentica l’inchino e prima di compiere la prosternazione si ricorda che non lo ha eseguito, deve prima assumere la posizione eretta e poi compiere l’inchino; se però si alza e compie direttamente l’inchino, la sua preghiera sarà nulla, perché l’assunzione della posizione eretta immediatamente prima dell’inchino è, come abbiamo già detto, indispensabile.

L’inchino

Dopo aver recitato l’Aprente e la surah, occorre piegarsi in modo tale che le mani tocchino le ginocchia; questo atto si chiama “inchino” {rukú}. Raggiunta tale posizione è necessario pronunciare la frase “subĥâna Rabbialºadhîmi wa biĥamdih” o in alternativa la formula “subĥânallâhi subĥânallâhi subĥânallâh”.

Dopo l’inchino, occorre tornare in posizione eretta e quindi prosternarsi.

La coppia di prosternazioni

La prosternazione {sajdah} consiste nel poggiare la fronte, la palma delle mani, la parte prominente delle ginocchia e la punta dei due alluci al suolo. Raggiunta tale posizione è necessario pronunciare la frase “subĥâna Rabbîal-aºlâ wa biĥamdih” o, in alternativa, la formula “subĥânallâhi subĥânallâhi subĥânallâh”. Dopodiché ci si asside, quindi si compie una seconda prosternazione e si ripete la frase {o, in alternativa, la formula} precedente.

La fronte dev’essere appoggiata su della terra o su un prodotto della terra. Si faccia però attenzione che non è lecito appoggiare la fronte su cose commestibili, su indumenti o su prodotti o sostanze minerali.

La testimonianza e il saluto

Se la preghiera è formata da due unità {come quella del mattino}, dopo aver compiuto le prime due prosternazioni bisogna tornare in posizione eretta, recitare l’Aprente e la surah, compiere il qunut4 e dopo aver eseguito l’inchino e le due prosternazioni si recita la testimonianza5 e poi il saluto6.

Se invece la preghiera è formata da tre unità {come quella del tramonto}, dopo aver recitato la testimonianza si torna in posizione eretta e si recita una volta sola la sura Aprente o, in alternativa, si ripete tre volte “subĥânallâhi walĥamdu lillâhi wa lâ ilâha illallâhu wallâhu akbar”. Si porta quindi a termine l’unità di preghiera con un inchino e due prosternazioni e dopodiché si termina l’orazione recitando la testimonianza e il saluto.

Se infine la preghiera è formata da quattro unità {come le preghiere del mezzogiorno, del pomeriggio e della sera}, al termine della terza unità si torna in posizione eretta per compiere un’unità in tutto simile alla precedente, quindi si recitano la testimonianza e il saluto.

La preghiera dei segni

La preghiera dei segni diviene obbligatoria a causa d’eclissi solari, d’eclissi lunari, indipendentemente dal fatto che siano totali o parziali e che spaventino o no la gente, e di terremoti, indipendentemente dal fatto che spaventino o no la gente. Diviene altresí obbligatoria a causa di tuoni, lampi di venti che alterano il colore dell’atmosfera facendola diventare nera o rossa (e fenomeni simili a questi) a condizione però che la maggior parte della gente venga da essi spaventata.

La preghiera dei segni è formata da due unità, ognuna delle quali comprende cinque inchini. Chi intendere compierla deve dapprima recitare il takbíratul’ihràm, quindi recitare l’Aprente, poi la surah e infine compiere il primo inchino. Tornato in posizione eretta dopo l’inchino, deve nuovamente recitare l’Aprente, poi la surah e infine compiere il secondo inchino. L’orante dovrà procedere in tal modo fino ad avere alternato cinque recitazioni a cinque inchini. Dopo il quinto inchino tornerà nuovamente in posizione eretta ed eseguirà quindi le prime due prosternazioni della preghiera. La seconda unità dovrà essere eseguita in modo identico alla prima e dopo la seconda coppia di prosternazioni della preghiera bisognerà recitare la testimonianza e il saluto.

È lecito all’orante compiere la preghiera dei segni in modo piú semplice. Egli può infatti recitare un’unica surah, suddividendola in cinque parti che dovrà recitare ognuna delle cinque volte in cui permarrà in posizione eretta dopo l’inchino. Dopo aver recitato l’Aprente e la prima delle cinque parti della surah che ha scelto di recitare, dovrà eseguire il primo inchino della preghiera; dopodiché dovrà tornare in posizione eretta e, senza recitare l’Aprente, recitare la seconda parte della surah. In modo analogo dovrà recitare le altre tre parti della surah in modo da terminarla prima del quinto inchino. Tornato in posizione eretta dopo il quinto inchino, eseguirà le due prosternazioni, si alzerà nuovamente, eseguirà la seconda unità in modo perfettamente analogo alla prima e terminerà la preghiera recitando la testimonianza e il saluto.

La preghiera del viaggiatore

In viaggio, nel caso in cui siano presenti sei condizioni, bisogna ridurre a due unità le preghiere quotidiane formate da quattro unità. Queste condizioni sono:

la distanza percorsa durante il viaggio non deve essere inferiore a otto parasanghe oppure deve essere di almeno quattro parasanghe all’andata e quattro al ritorno;

fin dall’inizio bisogna avere l’intenzione di compiere uno spostamento di lunghezza non inferiore alle otto parasanghe e

non bisogna inoltre cambiare idea durante il viaggio;

il viaggio non deve avere scopi illeciti;

il viaggiatore non deve essere di quelle persone il cui mestiere implica il viaggiare (come gli autisti); tali persone infatti durante il viaggio devono compiere per intero le loro preghiere di quattro unità, salvo che non dimorino stabilmente per dieci giorni nel proprio luogo di residenza, nel qual caso, fino a tre viaggi, devono compiere le preghiere di quattro unità in forma abbreviata.

Bisogna allontanarsi dalla propria città (o dal luogo in cui si ha l’intenzione di dimorare per dieci giorni) in misura tale da non vederne piú le mura e non sentirne piú la chiamata per la preghiera {adhan}.

Della preghiera in congregazione

È meritorio che i Musulmani eseguano le loro preghiere quotidiane in congregazione. Il merito della preghiera eseguita in congregazione è migliaia di volte superiore a quello della preghiera compiuta isolatamente.

Le condizioni della preghiera in congregazione sono:

l’Imam {viene chiamato cosí chi dirige la preghiera in congregazione} deve aver raggiunto l’età del dovere {età nella quale si è gravati degli obblighi religiosi}, dev’essere credente, equo {°àdil} e figlio legittimo; deve essere inoltre in grado di eseguire correttamente la preghiera. Se il ma’múm {viene chiamato cosí chi segue l’Imam} è un uomo, anche l’Imam deve essere uomo.

Tra l’Imam e il ma’múm non devono esistere tende (o cose simili) che impediscano a quest’ultimo di vederlo; tuttavia se il ma’múm è una donna tale condizione non sussiste.

Il posto nel quale l’Imam esegue la preghiera non deve essere piú alto di quello del ma’múm; se però è leggermente piú elevato (all’incirca quattro dita o meno) non vi è inconveniente.

Il ma’múm deve stare piú indietro dell’Imam o, al limite, a un’altezza pari alla sua.

Per finire ricordiamo alcune delle prescrizioni riguardanti la preghiera in congregazione:

il ma’múm deve recitare sempre tutte le formule della preghiera, ad eccezione dell’Aprente e della surah; nel caso però che la prima o la seconda unità della sua preghiera venga a coincidere con la terza o la quarta unità di quella dell’Imam deve recitare anche queste due formule. In tali casi inoltre, se la recitazione della surah da parte del ma’múm fa sí che esso arrivi in posizione di inchino dopo che l’Imam è già uscito da tale posizione, egli non dovrà recitarla e dovrà limitarsi alla sola sura Aprente. Nel caso poi che arrivi in posizione d’inchino quando ormai l’Imam si è già sollevato, dovrà proseguire la preghiera da solo, senza cioè seguire l’Imam.

Il ma’múm deve eseguire l’inchino, la prosternazione e gli altri atti della preghiera contestualmente o subito dopo all’Imam, eccetto la recitazione del takbíratul’ihràm e del saluto che devono assolutamente essere eseguite dopo l’Imam.

Se il ma’múm, nel momento in cui l’Imam è inchinato, esegue il takbíratul’ihràm e, prima che esso si alzi, lo raggiunge in tale posizione, la preghiera è valida e un’unità di essa viene in tal modo completata.

  • 1. Con tale termine si intende una qualsiasi sura del Santo Corano, a eccezione però delle quattro che contengono i versetti che rendono obbligatoria la prosternazione.
  • 2. La prima Sura del Santo Corano,il cui testo traslitterato è: Bismillahi ar- Rahmani ar-Rahim, Al-Hamdu-li-Illahi Rabbil-A°alamin, ar-Rahmani ar-Rahim, Maliki Yawm id-Din, Iyyaaka Na°abudu wa Iyyaaka Nasta°in, Ihdina-s-Siraat-al-Mustaqim, Sirat-all-Adhina an°Anta °Alayhim, Ghayril Maghdubi °Alayhim wa la-dh-Dhaaliiin.
  • 3. per esempio la sura al-Ikhlas (117), il cui testo traslitterato è: Bismillahi ar- Rahmani ar-Rahim, Qul Huwa-laahu Ahad, Allahu as-Samad, Lam Yalid wa lam Yulad, Wa lam Yakun lahu Kufuwan Ahad.
  • 4. Il qunút consiste nel porre le mani dinanzi al volto e pronunciare una qualsiasi formula religiosa; è possibile ad esempio recitare la seguente supplica coranica: “Rabbanâ âtinâ fiddunîâ ĥasanah, wa fil-âķirati ĥasanah, wa ğinâ ºażâbannâr” (Santo Corano, 2: 201).
  • 5. Recitare la testimonianza significa dire: “Ashhadu allâ ilâha illallâh, waĥdah, lâ sharîka lah; wa ashhadu anna Muĥammadan ºabduhû wa rasûluh. Allâhumma şalli ºalâ Muĥammad, wa âli Muĥammad”.
  • 6. Recitare il saluto significa dire: “Assalâmu ºalaîka ayyuhannabiyyu wa raĥmatullâhi wa barakâtuh; assalâmu ºalaînâ wa ºalâ ºibâdillâhişşâliĥîn; assalâmu ºalaîkum wa raĥmatullâhi wa barakâtuh”.

Il Digiuno

Introduzione

Uno dei fondamentali precetti della sacra religione islamica è il digiuno. È obbligatorio per qualsiasi persona che abbia raggiunto l’età del dovere digiunare durante tutto il mese il mese di ramadàn, ossia astenersi, allo scopo di obbedire al comandamento divino, dalla chiamata per la preghiera del mattino sino al maghrib e per tutta la durata di questo santo mese, da tutto ciò che invalidi il digiuno (gli agenti invalidanti del digiuno si chiamano muftiràt).

Il digiuno nell’Islam è molto raccomandato; questa sacra religione dà un grande valore a questo sacro atto di adorazione. La ricompensa del digiuno è cosí rilevante che il Profeta disse: “Dio ha detto: ‘Il digiuno Mi appartiene e sarò Io stesso a dare la sua ricompensa’”.

Il digiuno, con le sue peculiari condizioni, svolge un ruolo straordinariamente efficace nel liberare l’uomo dal giogo dei suoi desideri, delle sue brame e dei suoi appetiti sensuali, e nel purificare il suo spirito dalle contaminazioni causate dal peccato.

Il sommo Profeta, rivolgendosi a Jàbir Ibni Abdillàh Al’ansàri, dichiarò: “O Jàbir, questo è il mese di ramadan! Chiunque digiuni durante i suoi giorni, vegli in ricordo di Dio durante le sue notti e per tutta la sua durata non mangi nulla di illecito, non commetta peccati carnali e trattenga la lingua dal peccato, diverrà puro come lo era quando venne alla luce”. Disse allora Jàbir: “O Inviato di Allah, qual buona notizia!” e il nobile Profeta replicò: “O Jàbir, come dure sono le sue condizioni”.

L’Imam As-Sadeq disse: “Il digiuno è un solido scudo contro il fuoco dell’Inferno”.

Ramadan, il Mese di Dio

Nelle tradizioni islamiche sono stati usati nomi molto belli e attraenti (quali “Mese Benedetto”, Primavera della recitazione del Corano”) per indicare il santo mese di ramadan. Tuttavia il piú elevato e bello di questi nomi è “Mese di Dio”.

Sebbene ogni mese sia mese di Dio, il mese di ramadan è stato nominato in tal modo per via della sua straordinaria importanza; ciò gli conferisce un’eccellenza e una spiritualità del tutto particolari. È durante questo mese che il piú grande libro celeste (il glorioso Corano) è stato rivelato.

Con l’arrivo del benedetto mese di ramadan le porte della misericordia del Signore si aprono alle Sue creature. Una luminosità e una serenità del tutto particolari sorgono nell’animo umano; nei digiunanti appare una speciale disposizione all’adorazione di Dio, alla purificazione dell’anima e alla correzione del carattere.

Il sommo Profeta, nell’ultimo venerdí del mese di sha’bàn, a proposito del valore e della grandezza del Mese di Dio, disse: “O gente, il Mese di Dio, assieme a prosperità, misericordia e perdono, è giunto a voi; mese che per Dio è il migliore dei mesi, i cui giorni sono i migliori giorni, le cui notti sono le migliori notti e le cui ore sono le migliori ore. È il mese nel quale venite invitati al convito di Dio e godete della Sua grazia e della Sua magnanimità. In esso il vostro respiro avrà la ricompensa della glorificazione, della lode, della menzione di Dio e il vostro sonno dell’adorazione di Dio. In questo mese ogniqualvolta vi volgerete verso Dio e vi fermerete alla Sua soglia, Egli esaudirà le vostre preghiere. Chiedete allora a Dio, con sincerità, devozione e purezza di intenti, che vi accordi la possibilità di digiunare e di recitare il Corano, poiché disgraziato è chi in questo mese pieno di grazia e prosperità non riceva il perdono e la misericordia di Dio”.

Il digiuno e il timor di Dio

Dice Dio l’Altissimo nel glorioso Corano:

“O credenti, vi è stato prescritto il digiuno come fu prescritto ai popoli che vi hanno preceduto, affinché possiate divenire timorati” (Santo Corano, 2: 183).

L’Islam ordina ai suoi fedeli di digiunare un mese intero ed essi eseguendo questo ordine creano in sé delle ottime basi spirituali per diventare timorati. In effetti, se l’uomo riesce ad astenersi dai desideri naturali del proprio corpo, riuscirà facilmente a non farsi dominare dalle proprie passioni.

Per raggiungere un tale grado di perfezione la religione islamica non considera sufficiente la sola astensione dal mangiare e dal bere, ma ordina altresí che chi digiuna si astenga da tutto ciò che è causa di corruzione e peccato, da ogni cosa che porta l’uomo a essere tentato da Satana, che lo spinge a divenire succube dei suoi ribelli desideri passionali.

Gli agenti invalidanti

Diverse cose annullano il digiuno, tra cui:

• mangiare e bere, anche se si mangia o si beve qualcosa di inusitato, come la terra e la linfa degli alberi;

• la copulazione;

• fare in modo da eiaculare;

• attribuire qualcosa di falso a Dio, al Profeta e agli Imam;

• fare arrivare della polvere densa alla gola;

• immergere completamente la testa nell’acqua;

• non compiere la lavanda conseguente al coito, alle mestruazioni e alle perdite di sangue dovute al parto prima del sorgere dell’alba sincera;

• fare un clistere;

• vomitare intenzionalmente.

Per maggiori dettagli si consulti la raccolta dei responsi del mujtahid dal quale si fa il taqlid.

Il Jihad

Dei problemi generali del Jihad

Ogni creatura difende la propria esistenza e i propri interessi e dispone di una forza difensiva che gli permette di respingere i propri nemici.

L’uomo, in modo istintivo, crede necessario difendersi e distruggere il nemico che ha intenzione di annientarlo. Allo stesso modo, se qualcuno cerca di compromettere i suoi interessi vitali, egli si mette in istato di allerta e tenta, con qualsiasi mezzo a sua disposizione, di contrastarne il passo.

Questo naturale istinto, insito in ogni essere umano, si riflette anche sulle società. In altri termini, il nemico che minaccia gli individui di una qualsiasi società o che ne mette in pericolo l’indipendenza sociale viene da essa condannato a morte. Da quando l’uomo e le società umane esistono, questa concezione (che ogni individuo o società ha il diritto di prendere qualsiasi decisione, di reagire con severità e rigore nei confronti del proprio nemico mortale) esiste parimenti.

L’Islam, religione sociale fondata sul monoteismo, considera coloro che rifiutano di accettare la verità e la giustizia suoi nemici vitali e perturbatori dell’ordine mondiale. Per la religione islamica tali individui non hanno nessun valore e non sono degni di alcun rispetto.

Dal momento che essa è una religione universale e non è destinata a classi o nazioni particolari, lotta contro i politeisti che dopo essere stati motivati con chiare e rigorose argomentazioni e aver sentito saggi consigli si rifiutano ancora di accettare la verità e di sottomettersi ai precetti divini, e lo fa al fine di costringerli a piegarsi dinanzi alla verità e alla giustizia.

Questo è in breve il nocciolo delle norme concernenti il Jihad ed è perfettamente conforme al metodo che ogni società adotta istintivamente per contrastare e combattere i suoi nemici vitali.

L’Islam, a dispetto della propaganda che viene fatta da gente presuntuosa e malintenzionata, non è la religione della spada; differisce infatti dal metodo imperialistico la cui ragione si fonda sulla violenza e sugli intrighi politici. Si tratta piuttosto di una religione fondata da Dio, che con la Sua celeste parola si rivolge alla gente mediante la logica e la ragione e invita le Sue creature ad accettare un credo conforme alla loro natura. Una religione il cui saluto comune è “pace” {“salàm”} e il cui programma universale si basa, secondo quanto afferma espressamente il Corano1, sulla pace e la riconciliazione, non può assolutamente essere la religione della spada e della violenza.

Nelle importanti e difficili guerre che i Musulmani affrontarono all’epoca del sommo Profeta, quando la luce dell’Islam illuminava ormai tutta la penisola arabica, le perdite dei Musulmani non oltrepassarono le duecento persone e quelle dei miscredenti non raggiunsero il migliaio2. È quindi alquanto ingiusto affermare che l’Islam è la religione della spada e della violenza.

Dei casi di guerra nell’Islam

L’Islam fa guerra alle seguenti categorie di persone:

• i politeisti, ovvero coloro che non credono all’Unicità di Dio, alla Profezia e alla Resurrezione. Costoro devono prima essere invitati all’Islam e illuminati sulle sue verità in modo tale che non rimanga loro piú alcun dubbio e che non abbiano piú alcuna scusa. Ora, se si convertono, divengono fratelli degli altri Musulmani e restano solidali con loro nella buona e nella cattiva sorte. Se invece, dopo aver compreso chiaramente la verità, si rifiutano di accettarla e di convertirsi, l’Islam agirà verso di loro secondo il dovere religioso della gihàd.

• Gli Ebrei, i Cristiani e gli Zoroastriani, che la religione islamica considera come detentori di una religione rivelata e un libro ispirato e credenti all’Unicità di Dio, alla Profezia e alla Resurrezione. L’Islam permette alle comunità ebree, cristiane e zoroastriane, pagando un annuale tributo (chiamato “gizyàh”) alla società musulmana, di godere della sua protezione. Piú precisamente, lo stato islamico, in cambio di un’irrisoria somma di denaro che essi sono tenuti ogni anno a pagare ai Musulmani, dà loro la possibilità di godere della sua tutela, permette loro di conservare la propria indipendenza, di praticare liberamente la loro religione e, al pari dei Musulmani, avere protetta la vita, l’onore e beni. Essi debbono tuttavia guardarsi dal fare propaganda antislamica o dall’aiutare i nemici dell’Islam o dal compiere qualsiasi altro atto sfavorevole ai Musulmani.

• I ribelli e i corrotti, ovvero i Musulmani ribelli che lottano armi alla mano contro l’Islam e i Musulmani, massacrando la gente. La società islamica lotta contro di loro sino a che non si arrendono.

• I nemici dell’Islam che attaccano con l’intento di distruggerne le basi o con l’intenzione di rovesciare il governo islamico. In questo caso ogni Musulmano ha l’obbligo di opporsi a tali nemici e di trattarli al pari dei miscredenti harbí. Se gli interessi dei Musulmani e dell’Islam lo rendono necessario, la società islamica può temporaneamente concludere con i nemici dell’Islam un patto di non aggressione; non ha però il diritto di stabilire con loro rapporti di amicizia tali che le parole e il comportamento di questi empi influenzino negativamente i Musulmani, corrompendo le loro menti e la loro condotta.

Del fuggire sul campo di battaglia in caso di Jihad o di difesa

Fuggire sul campo di battaglia, volgere le spalle al nemico significa considerare la propria vita piú preziosa di quella degli individui della società. In realtà questo vile gesto equivale a permettere al nemico, che minaccia sotto ogni aspetto la società, di distruggere i sacri princípi dell’Islam, di togliere la vita agli individui della società, di appropriarsi dei loro beni e di offendere il loro onore.

È per questo motivo che fuggire davanti al nemico in caso di Jihad o di difesa è secondo l’Islam un peccato maggiore. Dio l’Altissimo, nel Corano, promette espressamente il fuoco dell’Inferno per coloro che si macchiano di questa gravissima colpa:

“Colui che nella Jihad o nei casi in cui è necessario difendersi dal nemico volta le spalle al nemico e fugge, a meno che non intenda sferrare un nuovo e piú efficace attacco oppure unirsi a un altro gruppo di combattenti, incorrerà nell’ira di Dio e la sua dimora sarà l’Inferno”. (Santo Corano, 8: 16).

Conclusione

Da quanto abbiamo finora detto si evince che la difesa della società islamica, del territorio in cui vivono i Musulmani è uno dei piú importanti doveri islamici.

Dice Dio l’Altissimo:

“E non chiamate morti coloro che sono caduti sul sentiero di Dio. No, essi sono vivi! Voi però non comprendete” (Santo Corano, 2: 154).

La storia degli uomini che all’inizio dell’era islamica, decisi a sacrificarsi, partecipavano a cruente guerre e dei martiri uccisi crudelmente dai nemici dell’Islam, è assai stupefacente e altrettanto esemplare. Sono stati questi eroi a rinsaldare, con il loro santo sangue e con i loro corpi laceri, la base di questa sacra religione.

Della lotta contro i nemici interni

Così come è necessario combattere il nemico esterno e proteggere la società dagli attacchi dello straniero, nella stessa maniera occorre lottare contro il nemico interno. Questo nemico è colui che infrange la linea di condotta generale e le leggi in vigore, turbando in tal modo l’ordine pubblico.

È per prevenire questi inconvenienti e preservare l’ordine pubblico e il regolare svolgimento delle attività della gente che nei gruppi umani organizzati si fa ricorso a delle forze di sicurezza e a punizioni di vario tipo previste per i trasgressori.

L’Islam, oltre alle forze di sicurezza e alle punizioni, ha imposto a tutti gli individui della società, il dovere di ordinare di compiere gli atti che Dio ha reso obbligatorio a coloro che li omettono e di vietare quelli che Egli ha proibito a coloro che li compiono. In tal modo la religione islamica estende la lotta contro il nemico interno a un numero maggiore di persone e la rende cosí piú efficace.

La principale differenza tra l’Islam e gli atri metodi sociali è che questi si interessano solamente a correggere le azioni e le attività degli individui, mentre la religione islamica si preoccupa anche di correggere e migliorare il loro carattere. Essa lotta sia contro la delinquenza e la corruzione materiale che contro la decadenza spirituale.

I peccati che l’Islam ha proibito lasciano nefaste tracce e hanno indesiderate ripercussioni sulla società.

Alcuni di essi corrompono direttamente gli individui che li compiono e indirettamente la società; essi possono essere paragonati alle ferite locali o alle disfunzioni del corpo umano. La maggior parte dei peccati che portano l’uomo a calpestare i diritti divini e non gli permettono di manifestare la sua inferiorità dinanzi a Dio, di adorarlo e onorarlo (come l’astenersi dal compiere la preghiera e il digiuno obbligatori), sono di questo tipo.

Altri invece minacciano direttamente la vita sociale degli uomini, distruggendo la loro società. Possiamo paragonarli a quelle malattie che mettono direttamente in pericolo la vita dell’uomo. Mentire, calunniare, molestare i genitori, far maldicenza e commettere adulterio sono solo alcuni esempi di questo genere di colpe.

Della difesa della verità

Piú complessa e impegnativa della difesa del territorio è la difesa della verità, che costituisce il principale obiettivo della religione islamica, la quale proviene dal Vero, non contiene che il vero e non ha altro scopo che difendere e restaurare il vero. È per questo che viene chiamata “Religione del Vero”.

Dio l’Eccelso descrive il Corano, che comprende ogni verità, nel seguente modo:

“Il Corano guida alla verità e al sentiero nel quale non esiste alcuna contraddizione, alcun contrasto” (Santo Corano, 46: 30).

È per questo che ogni Musulmano è tenuto a seguire la verità, dire la verità, intendere la verità e difenderla con tutte le sue forze e con tutti i mezzi a sua disposizione.

  • 1. “...val meglio la riconciliazione...” (Santo Corano, 4: 128).
  • 2. Tra queste mille persone settecento appartenevano alla tribú dei Baní Guraizah che furono giustiziati per ordine di un arbitro da loro stessi scelto.

La Compravendita

Introduzione

Per compravendita intendiamo lo scambio di un bene contro un altro, in maniera tale che il proprietario del bene, chiamato “venditore”, ne ceda all’altra parte la proprietà in cambio della somma di denaro che riceve. La controparte, chiamata “acquirente”, cede invece, in cambio del bene, il proprio denaro al venditore.

Come si vede, la compravendita è una forma di contratto e come tale deve ottemperare alle condizioni generali che regolano i contratti; ad esempio, le due parti devono essere puberi, devono avere l’intenzione di stipulare il contratto, farlo in assoluta libertà, senza essere costrette da qualcuno, e devono altresí essere nelle loro piene facoltà mentali.

Dell’irrevocabilità del contratto di compravendita

La compravendita è un contratto irrevocabile, ovvero dopo che è stato concluso ciascuno dei due contraenti non può piú annullarlo. Considerando però che talvolta, per effetto di disattenzione o errore, è possibile che ciascuna delle due parti rimanga notevolmente penalizzata, subisca considerevoli perdite, e l’irrevocabilità del contratto di compravendita risulti in tali casi contraria agli interessi pubblici, il Legislatore Islamico, al fine di eliminare questi inconvenienti, ha previsto due diverse soluzioni:

la risoluzione consensuale, che si ha quando una delle due parti della compravendita si è pentita di averla conclusa e chiede alla controparte d’annullarla; in tali casi è meritorio che quest’ultima acconsenta alla risoluzione del contratto.

Il diritto d’opzione, che consiste in una particolare facoltà di cui può giovarsi colui che ha concluso un contratto di compravendita per annullarlo.

I diritti d’opzione

I diritti d’opzione piú noti sono i seguenti:

il diritto che ciascuna delle due parti ha di rescindere il contratto di compravendita fintantoché l’assemblea nella quale è stato concluso non si è sciolta;

l’opzione di rescissione legata al dolo, che si ha quando uno dei due contraenti è rimasto frodato e danneggiato dalla conclusione del contratto. Ad esempio, nel caso in cui un prodotto venga venduto a un prezzo inferiore o acquistato a un prezzo superiore al suo valore reale, colui che è rimasto frodato, può immediatamente rescindere il contratto di compravendita.

L’opzione di rescissione legata al vizio. Se dopo la conclusione del contratto l’acquirente trova un difetto nell’oggetto che ha acquistato, egli può annullare il contratto oppure riscuotere la relativa differenza di prezzo.

L’opzione di rescissione relativa alla compravendita di animali. Colui che ha acquistato degli animali, quali pecore e cavalli, ha il diritto di annullare il contratto entro tre giorni dalla sua conclusione.

L’opzione per rescissione condizionale. Se il venditore o l’acquirente, oppure entrambi, hanno posto una condizione al loro contratto, essi possono, in caso d’infrazione, annullarlo.

Della vendita in contanti, a credito e a pagamento anticipato

La vendita, per quel che attiene alla consegna della merce e al pagamento del denaro, può effettuarsi in quattro diversi modi:

al momento della conclusione del contratto vengono scambiati contestualmente; questa vendita è chiamata “per contanti”.

La merce, all’atto della transazione, viene consegnata all’acquirente, ma il versamento del denaro avviene in un secondo tempo. Questa vendita viene definita “a credito”.

All’opposto di quanto avviene nella vendita a credito, il denaro viene dato in contanti e la consegna della merce viene differita; questa vendita viene chiamata “a pagamento anticipato”.

All’opposto di quanto avviene nella vendita per contanti, la consegna della merce e il pagamento del prezzo vengono posticipati ambedue; questa vendita viene chiamata “a posticipazione reciproca”.

Tra le forme di vendita citate solo le prime tre sono valide, mentre la quarta è nulla.

Norme Riguardanti i Cibi e le Bevande

Introduzione

Nella sacra legislazione islamica è consentito mangiare e bere tutto ciò che è adatto a essere mangiato e bevuto, a eccezione di alcuni particolari alimenti indicati dal Corano o dalle tradizioni del nobile Profeta. Possiamo suddividere le cose delle quali è proibito cibarsi in due diverse categorie: quelle animate e quelle inanimate.

Il primo tipo: gli animali

Questi si suddividono nelle seguenti tre categorie:

animali di mare: solo gli uccelli acquatici e i pesci dotati di scaglie sono leciti; gli altri, come l’anguilla, la tartaruga, la foca, il delfino eccetera eccetera, sono proibiti.

Animali di terra: tra gli animali di terra domestici la pecora, la capra, la vacca, il bue e il cammello sono leciti; lo sono altresí il cavallo, il mulo e l’asino, per quanto sia sconsigliato mangiare la loro carne. Gli altri animali di terra domestici, come il cane e il gatto, sono proibiti. Tra gli animali di terra selvatici invece l’antilope, il muflone, lo stambecco, l’onagro e la gazzella sono leciti; illecita è invece la carne degli animali (di terra) selvatici predatori o muniti di artigli, come il leone, il leopardo, il lupo, la volpe, lo sciacallo e la lepre.

Uccelli: quelli dotati di ingluvie e di ventriglio oppure quelli che battono le ali quando volano e non hanno artigli (come la gallina, il piccione, la tortora, il francolino) sono leciti, mentre gli altri sono proibiti. Per quanto riguarda poi gli insetti, ricordiamo che è lecito cibarsi anche di particolari tipi di locuste (per i dettagli si consulti la raccolta dei responsi del mujtahid dal quale fa il taqlid).

Nota: la liceità della carne degli animali citati {a parte i pesci} è condizionata alla loro macellazione; essa deve essere infatti effettuata secondo il rito islamico, nel modo indicato dalle raccolte dei responsi dei mujtahid.

Il secondo tipo: le cose inanimate

Queste si suddividono in :

solide, come il corpo dell’animale morto senza essere stato macellato secondo il rito islamico, gli escrementi degli animali la cui carne è proibita, ogni cosa commestibile contaminata dal contatto con una cosa impura, la terra, i veleni mortali, le cose che per natura l’uomo aborrisce (come gli escrementi degli animali la cui carne è lecita, le loro secrezioni nasali e ciò che si trova all’interno dei loro intestini), quindici parti del corpo dell’animale la cui è lecita1,

e liquide, come qualsiasi tipo di bevanda alcolica (in qualsiasi quantità, anche se piccola), il latte degli animali proibiti (come il maiale, il gatto e il cane), il sangue e i liquidi impuri (come l’urina e lo sperma) degli animali il cui sangue sgorga allorché venga loro recisa una vena e i liquidi contaminati con una cosa impura.

Per concludere, ricordiamo che i cibi e le bevande illecite sono proibite solo nei casi in cui non ci si trovi in uno stato di urgenza ed estrema necessità (come nel caso di chi, ove non consumasse tali cibi o bevande, dovesse morire per fame o sete, o temesse di prendere una malattia o il peggioramento di quella già posseduta, oppure, a causa di un forte indebolimento fisico, dovesse rimanere indietro dai suoi compagni di viaggio e in tal modo soccombere).

Perciò nei casi di estrema necessità è lecito mangiare e bere, in misura da eliminare lo stato di urgenza, i cibi e le bevande che non è lecito consumare in condizioni normali. Ciò non si applica però al caso di colui che, per furto o ribellione al governo islamico, sia fuggito dalla propria patria e abbia assoluta necessità di mangiare o bere qualcosa.

Della dannosità delle bevande e dei cibi illeciti

Il rispetto dell’igiene è uno primi doveri dell’uomo; ogni essere umano è in grado, in modo facile e naturale, di comprendere che è necessario osservarla.

L’influenza che possono avere i vari tipi di alimenti sulla salute umana è altresí evidente per l’uomo. Oltre a ciò, egli sa bene che gli alimenti influenzano notevolmente i suoi stati d’animo, il suo carattere e le sue relazioni sociali. Nessuno di noi infatti dubita che, ad esempio, la condizione dell’ebbro differisca da quella dell’uomo lucido e che, a livello sociale, la vita condotta dall’uno diverga da quella condotta dall’altro; ciascuno di noi è ad esempio in grado di comprendere che quando qualcuno si abitua a mangiare o bere cose ripugnanti, l’effetto di questa abitudine si rivela insopportabile per le persone che vivono e che hanno a che fare con lui.

È cosí che l’uomo arriva a comprendere naturalmente che deve regolare la propria alimentazione, che non deve mangiare ogni cosa o bere qualsiasi bevanda.

Secondo quanto dichiara espressamente il Corano, il Signore Altissimo, che ha creato tutto ciò che esiste sulla terra per l’uomo (che non ha alcun bisogno né dell’uomo né delle cose cui egli necessita per proseguire la propria esistenza e che conosce meglio di qualsiasi altro essere ciò che è a vantaggio e ciò che è svantaggio delle Sue creature) per il bene e la beatitudine dell’uomo ha consentito alcuni alimenti e ne ha vietati altri.

A tal proposito, l’ottavo Imam dice: “Dio non ha dichiarato lecito come cibo o bevanda se non ciò che è vantaggioso per l’uomo, né ha vietato se non ciò che è causa di danno, morte e corruzione”.

Alcuni dei motivi della proibizione di alcuni degli alimenti vietati sono chiari ed evidenti per coloro che sono dotati di una retta comprensione. Inoltre le ricerche scientifiche hanno messo in luce una parte delle ragioni della proibizione di un certo numero di essi. Ora, riguardo agli altri non si può affermare che non riusciremo a comprendere mai nulla delle ragioni della loro proibizione e, ammesso e non concesso che ciò corrisponda a verità, non si può dire che tali alimenti siano stati vietati senza un valido motivo. Considerando infatti che le norme inerenti alla loro proibizione promanano dal sacro dominio dell’infinita scienza divina, se ne deve dedurre che esse sono sostenute dalle piú valide ragioni e possiedono i piú saldi ed efficaci fondamenti. Siamo noi che, a causa dei nostri limiti e dell’imperfezione dei nostri strumenti scientifici, siamo {tuttora} incapaci di comprendere tali ragioni e di conoscere tali fondamenti.

  • 1. Per maggiori dettagli si consultino le raccolte dei responsi dei mujtahidín dai quali si effettua il taqlid.

Questioni Varie

Della confessione

Nella legislazione islamica per confessione s’intende una frase o un discorso che provi un diritto altrui nei confronti della persona che lo pronuncia; la frase “Debbo mille riàl alla tal persona” è ad esempio una confessione.

Non c’è bisogno di dire quanto essa, per quel che concerne la difesa dei diritti che rischiano di essere calpestati, sia importante per la società. Infatti, il difficile lavoro svolto dall’organismo giudiziario, che, compiendo notevoli sforzi e sopportando grandi fatiche, raccoglie prove, indizi, cita testimoni e vaglia ipotesi, può essere risparmiato da una semplice confessione.

Nella religione islamica la confessione riveste una grande importanza, anche a livello individuale. Essa trae infatti origine dall’umano istinto di venerazione della verità (che si oppone a quello di adorazione dei sensi), per la vivificazione e l’attivazione del quale l’Islam spende tutti i suoi sforzi.

Dio l’Eccelso, rivolgendosi ai seguaci della religione islamica, dice:

“Siate sempre giusti e onesti e dite sempre ciò che sapete, anche se ciò dovesse risultare a vostro scapito, o a scapito di vostro padre, di vostra madre e dei vostri parenti vicini” (Santo Corano, 4: 135).

Per concludere ricordiamo che la persona che fa una confessione, affinché questa abbia valore legale, deve essere pubere, deve confessare per sua libera scelta e deve essere nelle sue piene facoltà mentali. Perciò la confessione di un bambino, di chi non è sano di mente, di chi si trova in istato di ebbrezza, di chi ha perso conoscenza e di chi è stato costretto a confessare, non ha alcun valore.

L’usurpazione

Colui che sottrae con la forza gli altrui beni e, senza che esista una delle cause che determinano l’acquisto della proprietà, se ne appropria ha commesso un’azione illecita chiamata, nella legislazione islamica, usurpazione {gasb}; è usurpazione anche l’azione di colui che, sempre con la forza, mette mano sull’altrui proprietà e si giova illecitamente dei suoi frutti, anche se non se ne appropria.

Possiamo pertanto definire l’usurpazione come il possesso di un bene altrui senza che sussista una delle cause che lo renda lecito (come la vendita, l’affitto e il permesso). Da ciò diviene evidente che l’usurpazione è un atto indegno, che viola il principio di appartenenza e proprietà. Nella stessa misura nella quale tale principio influisce sulla sopravvivenza della società, l’usurpazione contribuisce a distruggerla.

Quando i potenti di una società mettono indebitamente mano sugli averi che i deboli hanno ottenuto con immense fatiche, princípi quali l’appartenenza e la proprietà perdono la loro validità e ognuno calpesta i diritti di coloro che vede piú deboli di sé. I piú deboli poi, per godere dei frutti del proprio lavoro, sono a loro volta costretti a obbedire a qualsiasi ordine e a giocarsi completamente l’onore e la dignità. Se questa situazione divenisse generale la società umana si trasformerebbe in un mercato di schiavi e le leggi perderebbero completamente la loro validità, lasciando il loro posto alla violenza e all’oppressione.

È per questo che l’Islam considera l’usurpazione come uno dei peccati maggiori e prevede norme severissime per punire gli usurpatori.

Il nobile Corano e le tradizioni islamiche affermano espressamente che ogni tipo di peccato, a eccezione della credenza in piú divinità {shirk}, è probabile che venga perdonato da Dio e ogni peccato, persino la credenza in piú divinità, è perdonabile con il pentimento, eccetto l’usurpazione (e la violazione dei diritti altrui), che viene perdonata da Dio solo se coloro i cui beni sono stati usurpati (o i cui diritti sono stati violati) perdonano coloro che hanno usurpato i loro beni (o hanno violato i loro diritti).

Citiamo di seguito alcune prescrizioni concernenti l’usurpazione:

l’usurpatore deve immediatamente restituire il bene che ha usurpato al suo legittimo proprietario; se costui non è piú in vita deve restituirlo ai suoi eredi. È bene sapere che la restituzione deve essere effettuata anche se comporta per l’usurpatore gravi perdite. Se ad esempio un individuo si è appropriato indebitamente di una trave di ferro e se ne è servito in una costruzione, che gli è costata una somma di denaro centomila volte maggiore del valore di tale trave, egli deve demolire la costruzione, estrarre l’oggetto usurpato e restituirlo al proprietario, a meno che questo non accetti di ricevere un’indennità equivalente in denaro. Allo stesso modo, se vengono usurpati trenta chili di frumento e miscelati con tre tonnellate d’orzo, ove il legittimo proprietario del grano non accettasse di ricevere l’equivalente in denaro, l’usurpatore dovrà separare il grano dall’orzo e restituirlo al proprietario.

Se si produce un difetto nel bene usurpato oltre all’obbligo di restituirlo al legittimo proprietario, bisogna anche risarcirgli i danni;

se il bene usurpato dovesse andare perduto, bisogna pagare al suo legittimo proprietario una somma pari al suo valore in denaro;

se l’usurpatore si astiene dal ricavare dal bene che ha usurpato i profitti che esso è in grado di dare, diviene responsabile dell’utile perduto. Ad esempio, chi usurpa un taxi e non lo sfrutta per diversi giorni, deve indennizzare il proprietario del mancato guadagno.

Se l’usurpatore produce degli utili nel bene che ha usurpato (come colui che usurpa una pecora e, nutrendola di buona erba, la fa ingrassare) non avrà alcun diritto su di essi, a meno che non siano separati dall’oggetto usurpato (come nel caso dei frutti dati da un campo coltivato da chi lo ha usurpato), nel qual caso potrà averli e dovrà, oltre a restituire il bene che ha usurpato, pagare una somma di denaro al legittimo proprietario per aver usufruito del suo bene.

Del diritto di prelazione

Se due persone sono in società per una casa o un’altra proprietà comune e le quote non sono ancora state divise, se uno dei due vende la sua porzione a una terza persona, l’altro socio ha il diritto di acquistarla con lo stesso contratto e allo stesso prezzo. Questo diritto è chiamato “diritto di prelazione” {shuf’ah}.

È evidente che tale diritto è stato stabilito dall’Islam allo scopo di equilibrare le società ed eliminare i danni e gli inconvenienti originati dalle alterazioni e dai cambiamenti attuati in esse dai soci. Infatti accade di frequente che l’immissione in proprietà del nuovo socio vada a scapito del socio detentore della prelazione, oppure, a causa di divergenze di gusti e di idee, divenga origine di diatribe e controversie, o ancora che la stessa autonomia nel possesso del bene abbia dei vantaggi per il socio possessore del diritto di prelazione, senza arrecare danni al socio venditore.

Per concludere ricordiamo che la prelazione si applica ai terreni, alle case, ai frutteti e ad altri beni immobili, mentre non v’è diritto di prelazione nei beni mobili.

Del risanare le terre inutilizzabili

L’Islam considera il risanamento di una terra inutilizzabile (sia che si tratti di una prateria o di un canneto, sia che si tratti di un terreno che è sempre stato inutilizzabile sia che, una volta risanato, a causa del completo spopolamento della zona, sia rimasto abbandonato degradandosi al punto di divenire completamente inutilizzabile) una buona azione. Colui che la compie oltre a divenire proprietario del terreno che ha risanato (essa è infatti una delle cause dell’acquisto di proprietà) riceverà anche, nel Giorno del Giudizio, una ricompensa da Dio.

Il nobile Profeta disse: “Chiunque risana una terra inutilizzabile ne acquista la proprietà”.

L’Imam As-Sadeq disse: “Le persone che hanno risanato una terra hanno diritto di priorità ed essa appartiene a loro”.

Nell’Islam le terre inutilizzabili appartengono a Dio, al sommo Profeta e agli Imam (appartengono cioè al governo islamico) e fanno parte dei cosiddetti anfàl.

Un terreno inutilizzabile può essere risanato e divenire proprietà di colui che lo ha risanato1:

dietro permesso di uno degli Imam o di uno dei loro vicari;

se nessuno in precedenza lo ha delimitato o cinto o effettuato su di esso operazioni simili a queste;

se non cade nella zona circostante alla proprietà altrui (che legalmente non deve essere occupata), come nelle vicinanze di un corso d’acqua, dell’argine di un pozzo o ai confini dei campi coltivati;

se non appartiene alla categoria dei cosiddetti “terreni liberi” come ad esempio quelli delle moschee distrutte o quelli lasciati in qualità di fondazioni pie;

se non è di pubblica proprietà dei Musulmani, come i viali e le strade.

Si faccia attenzione che un terreno è da considerarsi risanato quando viene di solito giudicato tale dalla gente. Cosí se si lavora su un terreno in modo tale che la gente vedendolo di solito lo giudica risanato, esso deve essere considerato tale.

I giacimenti superficiali che chiunque, senza dover ricorrere a scavi o estrazioni, può utilizzare, sono a disposizione di tutti perché se ne possa trarre profitto secondo le proprie necessità. Se però per utilizzarli occorre effettuare degli scavi, delle estrazioni ed eseguire le altre operazioni necessarie (come avviene ad esempio nel caso dell’estrazione dell’oro e del rame), colui che inizia per primo i lavori d’estrazione ne diverrà il proprietario.

Per concludere ricordiamo che i grandi corsi d’acqua, i fiumi, l’acqua delle nevi e delle piogge che si riversano dalle montagne sono proprietà comune dei Musulmani. Chiunque si trovi piú vicino a esse ha la priorità sugli altri.

Dell’oggetto rinvenuto (luqtah)

Ogni bene che sia stato rinvenuto e di cui non si conosca il proprietario viene chiamato “luqtah”. Citiamo di seguito alcune norme relative a questo argomento:

se la luqtah ha un valore inferiore a un misgàl2 d’argento, è lecito raccoglierla e impossessarsene, mentre se il valore è superiore alla misura indicata, non deve essere raccolta; nel caso in cui venga raccolta si deve per un anno intero e negli abituali modi ricercarne il proprietario e, dopo averlo trovato, restituirgli il bene. Se poi non si riesce a trovarlo è necessario dare ai poveri, a titolo di elemosina e da parte del proprietario, una somma pari al valore della luqtah.

Se un bene viene rinvenuto in un luogo di rovine i cui abitanti si sono estinti o in un luogo sperduto o su terreni inutilizzabili privi di proprietario, diventa di colui che l’ha trovato. Se invece viene trovato in un terreno dotato di proprietario, si devono svolgere delle indagini presso i precedenti proprietari; dopo aver chiesto loro i segni di riconoscimento, se sono in grado di fornirli, gli si dovrà restituire il bene rinvenuto. Se invece non sono in grado di fornire i segni di riconoscimento il bene sarà di chi lo ha trovato.

Un’animale privo di proprietario, se rinvenuto, deve essere trattato come una qualsiasi luqtah.

Se un bambino privo di tutore viene trovato per strada, un Musulmano deve prenderlo sotto tutela e crescerlo.

Se un bene rubato viene depositato presso qualcuno esso va trattato alla stregua di una luqtah: deve essere restituito al suo legittimo proprietario e non al ladro.

  • 1. Se piú persone decidono di acquistarne la proprietà, colui che agisce per primo ha la priorità sugli altri.
  • 2. Un misgàl è pari a circa tre grammi e mezzo.